lunedì 25 maggio 2026

Assenze

 di Bianca Nannini.

 

 


 

 

 

 

Ascoltavo la musica dei 45 giri che caricavo sul giradischi arancione, seduta su un grande tappeto morbido e colorato. 
Qua e là, libri di favole sparsi. 
Quando ero piccola non sapevo cosa mancava. 
Ma mancava. 
Era un’assenza che prendeva spazio, come un mobile troppo grande in una stanza stretta. 
Stava lì, senza nome, e ci giravamo attorno. 
Ognuno a modo suo. 
C’era chi alzava la voce, chi taceva, chi rideva troppo, chi si allontanava.
Nel letto, la sera, mi arrivavano immagini di cose grandi, giganti che mi sovrastavano e mi spaventavano. 
Poi passavano.
Sognavo stanze inondate d’acqua, ma continuavo a respirare. 
Sognavo scale che salivano in alto, senza fine.
Poi mi sono accorta che scrivere mette ordine.
Raccontare era un modo per dire: “Ecco, adesso so dove metterti”. 
Allora ho iniziato a dare nomi alle assenze.
Alcune erano fatte di paura. 
Alcune di prepotenza. 
Altre ancora di parole mai dette. 
Ma quando le scrivevo, diventavano piccole. 
E io, un po’ più grande.
E quella musica, quei libri, sono ancora sparsi qua e là.

 

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giovedì 21 maggio 2026

L’alfabeto dell’anima

 di Stefano Lazzari.

 

 


 

 

 


A     l’Amor sospiroso e spiritoso

Da  sempre  apre  sue  porte  a  dolcezza,
Agli  ineffabili  effluvi  di  Primavera
Che  nell’anima  irrompono,  in  sua  interezza;
Non  fa  distinzione  fra  giorno  e  sera,
Brio  e  colori  son  sua  eterna  brezza;
Non  c’è  luogo  per  dolenti  note,
Gelosia,  invidia  e  rancore,  a  sua  Bellezza
Non  sono  ammesse,  al  suo  volto  ignote:
Perché  esse  non  guastino  armonia
Al  sentimento  più  bello  che  ci  sia.




B     la  Bellezza

La  Bellezza… solo  gli  esteti  superficiali
La  dipingono  di  leggerezza:
Ma  è  densa  e  pesante,  la  Bellezza,
Senza  scampo  tiranneggia
I  tempi  e  gli  spazi  nostri,
Non  cedendo  mai  campo
Ad  altro,  altro  che  davvero  non  sia
Docilmente  riconducibile  a  sé.
È  così,  dolce  e  terribile…




C    il  Canto,  la  Musica

Nell’aria  leggera  si  libra
E  di  sé  intride  anima  e  salda  roccia
In  ogni  respiro  di  natura  vibra
Come  arcanica  magia  da  poche  note  sboccia
Il  Canto,  da  anonimo  grigio  rigo,
E  da  lì,  materia  inerte,  sorge  l’intrigo:
La  Musica  immortale,  che  ognuno  allieta
Nel  mondo  vola  senza  meta,
Eppure  tenendo  dietro  ad  un  progetto:
Recar  conforto  e  gioia  sotto  ogni  tetto.




Inno alle Muse

Rivoli di rime per le Muse                  
Che certo ad esse saran aduse;         
Si librano, volo alfabetico                  
Che della prima appaia epico:           
Calliope, di Iliade e Odissea,             
Mitica emozione sempre crea;            
Clio, lo sguardo su eterna storia,       
Le gesta, le fortune e lor gloria;         
Erato, lampi d’amor su ogni vita      
Come potrebbe, non esser gradita?    
Euterpe, lirica suprema vetta,
A lei infiniti sospiri ognuno detta;

Melpomene, tragica sorte dipinge,
Ma non da morte suo verso attinge;
Polimnia, inni sacri lei canta,
Divina ispirazione, rimanda;
Talia, giocosa tenzone ispira,
All’umano diletto essa mira;
Tersicore, passo di danza mima
E note di lira, fan con essa rima;
Urania, ogni stella è sua meta
Luce celeste, ogni cuor allieta.

(inedito) 

 


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sabato 16 maggio 2026

Intervista a Roveno Valorosi

 




Buonasera, come nasce il saggio L’Umbria e il duello?

Nasce da due grandi passioni: la storia e la scherma rinascimentale, disciplina che studio e pratico. Il saggio nasce dall’incontro di questi due interessi e cerca di rendere più accessibili temi complessi con un intento divulgativo, evitando gli stereotipi legati al duello cavalleresco. L’idea è stata anche quella di presentare l’Umbria sotto una luce differente e di scoprire un itinerario tra luoghi e personaggi che sono legati alla storia locale ma che si riflettono nella dimensione più ampia della cultura dell’onore. 
Ho lasciato parlare quasi sempre le fonti: cronache, resoconti, missive, manuali rinascimentali di scherma e testi giuridici in modo da cercare di presentare un’analisi generale dei costumi dei gentiluomini dell’epoca.


 

Quali sono i duelli celebri che hai analizzato nel libro?

Ce ne sono diversi: alcuni appena accennati, altri descritti più nel dettaglio, altri ancora che non si sono svolti… ma sicuramente il primo fra tutti - ma che nel saggio arriva oltre la metà - è quello che vediamo anche in copertina con protagonista Ascanio della Corgna. 
Però non si parla solo di duelli, ma anche di giostre, tornei, risse e persino di agguati fatti da personaggi insospettabili. 

 


A chi si rivolge il libro?

Io l’ho scritto perché sia fruibile a tutti. Chiaramente gli appassionati di scherma e storia locale saranno i più interessati, ma il saggio è pensato per poter essere letto anche dai curiosi. I capitoli sono brevi e parlano della difesa dell’onore attraverso le parole dei protagonisti: uomini d’arme, giuristi, maestri di scherma. 
Il saggio attraversa tre secoli e cita numerose situazioni e personaggi. Per questo, attraverso le note, ho cercato di orientare il lettore meno esperto nei contesti storico-culturali a cui si fa riferimento.  L’obiettivo principale è quello di gettare uno sguardo sulla mentalità di chi si trovava costretto dalle convenzioni sociali a dover difendere pubblicamente il proprio onore. Per noi contemporanei questo è un aspetto estraneo, a tratti persino incomprensibile. Il rischio è che, nell’immaginario collettivo, il duello si esaurisca nella spettacolarità di una scena cinematografica o nella banalizzazione di una descrizione sanguinolenta. Invece, il fine del saggio è quello di contestualizzare un aspetto culturale della nobiltà di spada. 

 

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lunedì 11 maggio 2026

Intervista a Giuseppe Riotto

 



Come nasce Alghesiras?

 
Alghesiras nasce in maniera spontanea. Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, non avevo in mente una trama ben definita, e menomale. Dico questo in quanto per la mia esperienza relativa al mio modo di scrivere, avendo una trama ben definita nella mente mi porta ad aver un blocco. Il famoso blocco dello scrittore, un’incapacità temporanea di scrivere o produrre un testo “Paura della pagina bianca”. Perché mi succede questo? Probabilmente perché la mia scrittura potrebbe essere definita a “Getto”. Amo scrivere seguendo i flussi di coscienza, che come si sa, provengono dall’inconscio, e non da un “Io” condizionato, come ci insegnano grandi filosofi come Arthur Schopenhauer, o Friedrich Nietzsche. La trama ben definita, mi porta a scrivere con razionalità. Ma la razionalità è l’antitesi dell’arte. L’arte vera risiede nell’inconscio, l’arte è irrazionale, ed io cerco nei momenti d’ispirazione, di trarre qualcosa dal profondo, e poi in maniera semplice, trasportarlo su un foglio di carta bianca. Per me, l’elemento fondamentale della scrittura, è la trasmissione simbolica o psicologica, che riguarda emozioni, traumi o identità. In La coscienza di Zeno, per esempio, la narrazione stessa è un modo per trasmettere e rielaborare l’esperienza interiore del protagonista. La trasmissione simbolica o psicologica nei romanzi serve a mostrare che l’identità dei personaggi non nasce dal nulla, ma è il risultato di ciò che ricevono — consapevolmente o no — dagli altri e dal loro passato. Nei romanzi, il termine trasmissione indica l’azione di trasferire, inviare o diffondere qualcosa da un soggetto a un altro; tuttavia, questo “qualcosa” non è quasi mai solo materiale, ma soprattutto immateriale: valori, memoria, identità, conoscenze, emozioni o traumi. Ma soprattutto amo che, nei miei romanzi vi sia una certa trasmissione di immagini vivide, “trasferire” al lettore immagini mentali forti, concrete e dettagliate, come se le vedesse direttamente. Non si tratta solo di descrivere, ma di far percepire scene, ambienti o emozioni in modo immediato e sensoriale. La trasmissione di immagini vivide serve a: rendere la narrazione più coinvolgente, facilitare l’immedesimazione, trasformare le parole in esperienza quasi visiva.
La trasmissione porta il lettore a viaggiare con la mente. Alghesiras è un romanzo che è nato senza una trama, o perlomeno con una trama non ben strutturata, e poi in un certo senso è andato avanti da sé, cercando di trasmettere al lettore qualcosa di interessante.


Quali sono le tematiche principali di questa opera?

 
Il tema principale di questa opera è l’amore, e non solo l’amore tra una donna e un uomo, ma l’amore per la cultura, la curiosità, l’amore per il viaggio che cavalca l’esistenza attraverso il tempo, lo spazio, l’immaginazione, focalizzandosi sulla bellezza fragile della vita.
Il tema predominante è l’amore tra Giovanni e Elizabeth. Giovanni che lascia la Calabria con il cuore pieno di sogni e nostalgia, diretto a Parma per costruirsi un futuro attraverso lo studio. È lì tra le aule universitarie che incontra Elizabeth, studentessa di Storia Contemporanea, originaria di Alghasires, un paese della Spagna in Andalusia. Spirito libero, ironica e intensa, Elizabeth rompe il suo equilibrio e lo spinge guardare oltre i confini che ha sempre conosciuto.
Tra libri, caffè affollati, studio, nasce un amore che li cambia profondamente. Insieme decidono di intraprendere un viaggio verso le origini di lei, ad Alghasires, per ritrovare frammenti del passato e dar senso al presente. Quel viaggio diventa la pietra miliare di una nuova vita: si sposano, diventano genitori di una bambina, si costruiscono un mondo fatto di piccoli gesti e grandi sogni.
Ma la vita, con la sua imprevedibile fragilità li mette davanti alla perdita più dolorosa. Elizabeth muore, lasciando un vuoto che Giovanni dovrà imparare a colmare con la memoria, l’amore che resta, e la forza di ricominciare per sé e per la loro figlia. Un romanzo delicato e profondo sullo sradicamento, le radici, l’amore che attraversa frontiere, l’amore sulla bellezza fragile della vita, capace di risorgere nel viaggio.


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Se dovessi indicare alcuni autori che spesso emergono come influenze nello stile che produco, direi:
Virginia Woolf – per la sensibilità nel seguire il flusso dei pensieri e delle percezioni.
 Thomas Mann: la sua prosa è ampia, controllata, quasi architettonica. Frasi lunghe ma lucidissime, un tono spesso ironico sotto la superficie seria, e una capacità straordinaria di intrecciare psicologia individuale e grandi temi (decadenza, arte, borghesia, malattia). Leggerlo significa entrare in un pensiero che si sviluppa con calma, ma senza mai perdere precisione e profondità.
 Thomas Bernhard: qui invece cambia tutto. Frasi torrenziali, ripetizioni ossessive, ritmo martellante. Una voce che sembra parlare senza prendere fiato, piena di invettiva, sarcasmo e disperazione lucida. Dove Mann costruisce, Bernhard scava—fino quasi a consumare il pensiero stesso.
James Joyce aggiunge un’altra dimensione ancora—ed è forse il più radicale dei tre.
Con Joyce la prosa smette quasi di essere solo “prosa” e diventa esperienza mentale diretta. Pensa a flusso di coscienza, ma anche a qualcosa di più: linguaggio che si piega, si deforma, gioca, si reinventa continuamente. In opere come Ulysses o Finnegans Wake, la frase non serve solo a raccontare—serve a far accadere il pensiero.

 

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mercoledì 6 maggio 2026

Intervista a Gianluca Ricci

 





Buongiorno, come nasce il tuo nuovo libro Dal Golem all’Intelligenza artificiale?

Da due esigenze. La prima, la più banale ed esistenziale, è quella di continuare a mantenere integre le proprie capacità cerebrali in un ambiente per nulla facile, dove ogni giorno devo fare i conti con una pesante forma di invalidità, mia e quella degli altri ospiti. Scrivere diventa, allora, una forma di igiene mentale. Da consigliare a tutti.
La seconda fa riferimento alla mia incapacità di rifiutare la modernità e le sue pratiche. Da liceale collaboravo alla realizzazione del menabò del giornale scolastico. Da laureato conseguivo il diploma di dattilografo commerciale. Da docente ero uno dei pochi ad avere una macchina elettrica o tentare di fare lezione con PowerPoint. E così via. Ancora oggi vengo accusato di essere troppo “moderno” per un un minimo di frequentazione dei motori di ricerca, per l’iscrizione a qualche social, per la lettura di testi informatizzati, mentre molti, troppi, si chiudono a palla difronte all’IA, temendone l’invasività, l’intrusione in tutti gli aspetti della vita quotidiana,  o addirittura il dominio.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Con questa mia ultima opera, una raccolta di racconti, ho voluto dimostrare che l’IA non è un’entità metafisica totalizzante (ma potrebbe anche diventarlo), è una tecnica dalla potenza e possibilità sconvolgenti. Legge ed analizza milioni di pagine, seleziona risposte, propone itinerari, porge le sue risposte offrendo toni personalizzati. Volendo, scriverebbe per te il romanzo della tua vita o da Premio Nobel. Peccato che alla fine sia monocorde e molto riconoscibile ogni qual volta viene “spacciato” in pubblico. 
Perciò ho voluto confrontarmi con l’IA chiedendole dei racconti, rielaborandoli e giustapponendovene alcuni dei miei. In realtà le commistioni sono state parecchie più d’una. Quello che voleva essere un esercizio di stile, è diventato un’esperienza dialettica. Le tematiche sono quelle più tipiche dell’esperienza interpersonale, dell’etica sociale, del rapporto uomo – donna, della distopia, del viaggio nel tempo (un po’ meno della fantascienza, un po’ più visione sciamanica).



Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe poter aiutare gli altri ospiti della struttura in cui risiedo a scrivere una loro biografia. Sarebbe anche terapeutico. Non poche biografie sono scappate dai cassetti e hanno rivelato un valore anche letterario. Forse mi eserciterò anche io in tal senso. 
Da parte ho una piccola raccolta di versi, ma l’espressione lirica non mi gratifica più di tanto.
Un romanzo? Un amico, uno dei pochi rimastomi, vorrebbe che mi dedicassi alla narrazione storica. Demistificare uno di quei falsi miti di cui è cosparsa la nostra storia patria negli ultimi centocinquanta anni. Sarebbe un ritorno a quella storia del Risorgimento che mi ha permesso, molto più giovane, di acquisire disciplina intellettuale e metodo di studio. Ne ho fatto un accenno in questo libro a proposito di Garibaldi e di un giovane umbro.

 

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lunedì 4 maggio 2026

Intervista a Stefano Lazzari

 



Buongiorno, come nasce il tuo nuovo libro Uomini in transizione?

L’idea nasce da un ’amarcord’, che vuole ripercorrere le vie e le atmosfere di un quartiere di Roma, l’Appio Latino, e gli anni spensierati e goliardici del periodo liceale; gli otto protagonisti vogliono essere soltanto un riflesso ideale di  quegli anni, e soltanto uno di loro, la leader del gruppo femminile, trova un preciso riferimento in una figura reale, sia come apparenza fisica che come struttura psicologica…


 
Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Come anticipato dal titolo, la storia narra un percorso di passaggio e di formazione, da un’età spensierata e tutto sommato con poche responsabilità, ad una sicuramente più ricca, bella ed imprevedibile: ma anche, forse, più pericolosa, e densa di scelte che prima o poi segneranno un bivio esistenziale, sia per le vite individuali, sia per le vite di coppia ed amicizia di gruppo….



Quali sono i tuoi progetti futuri?

I progetti futuri sono ancora in lento divenire, ma vorrei scrivere un’avventura che abbia come sfondo il mondo dell’arte: naturalmente in chiave mistery…

 

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mercoledì 29 aprile 2026

Intervista a Hey Sug Jang

 




Buonasera, come nasce il tuo nuovo libro Un altro palcoscenico?

 
Fin da piccola ho avuto l’abitudine di scrivere un diario. Con il tempo, questi appunti hanno superato il semplice ricordo, diventando un modo per comprendere la vita.
Questa raccolta non nasce da un singolo momento preciso, ma è il risultato naturale di pensieri ed emozioni accumulati nel tempo, che a un certo punto hanno trovato una forma unitaria.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

 
Questa raccolta comprende saggi di natura diversa, quindi non è facile riassumerla in poche parole. Se però penso al testo che dà il titolo al libro, direi questo: viviamo tutti in una realtà visibile, ma credo che esista anche un altro palcoscenico, più interiore, in cui prendono forma pensieri ed emozioni.
Il libro nasce proprio da lì. Più che gli eventi in sé, mi interessa il modo in cui li viviamo e li interpretiamo.


 
Quali sono i tuoi progetti futuri?

 
Più che progetti precisi, ho un desiderio: riuscire a scrivere anche solo un romanzo che possa arrivare, con semplicità, al cuore di persone di ogni età.

 

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lunedì 27 aprile 2026

Intervista ad Egidio Burnelli

 





Buonasera, come nasce il libro Diario di un ubriacone perverso?

Il libro nasce per cercare di fare qualcosa di nuovo. Volevo cimentarmi con un genere letterario che non avevo mai toccato. Dopo aver scritto poesie, saggi, raccolte di racconti e due romanzi Horror e Thriller; volevo esplorare un nuovo genere che mi permettesse comunque di trattare tematiche spinte ed eccessive. 
Da questo presupposto nasce “Diario di un ubriacone perverso” che è ha tutti gli effetti un romanzo erotico. Comunque sia, ho cercato ti trattare il genere erotico alla mia maniera; ossia in modo dissacrante, sfrenato ed esagerato.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

 
Le tematiche dell’opera sono, sostanzialmente, le esperienze sessuali del protagonista. Il testo è un diario, che può sembrare privato, ma che in realtà è spudoratamente fatto per essere letto da estranei. Nelle pagine il protagonista racconta le sue avventure sessuali, partendo dalla perdita della verginità, per poi andare a trattare le pratiche meno comuni ed infine arrivare a trattare le esperienze più estreme. 
Il libro non è diviso per date, ma per pratiche ed eventi. Non c’è un racconto cronologico, come un diario classico. Qui vengono raccontate posizioni e perversioni dividendole esclusivamente per tema.


 
Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato questo tuo nuovo libro?

Si può dire che sostanzialmente io non abbia mai letto un romanzo erotico. Come detto sopra, l’opera nasce per un mio mero vezzo. Volevo solamente aprirmi ad un genere nuovo, poco letto e poco trattato. Infatti, in qualche raccolta precedente ho inserito racconti espliciti, con forti richiami al sesso. 
Però, se devo dire un autore a cui ho pensato mentre stendevo il mio libro, non posso non citare Bukowski. Lo scrittore statunitense è uno dei miei preferiti e molti suoi racconti sono spinti ed espliciti; cosa che sicuramente sono le esperienze trattate in “Diario di un ubriacone perverso”.

 

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giovedì 23 aprile 2026

Intervista a Roberto Silvio De Pascale

 




Buongiorno, come nasce il libro La sentinella piazzata fuori dal mio cuore?

Il libro nasce su appunti ritrovati che avevo scritto quando avevo 18 anni. Mi sono serviti per realizzare il primo capitolo da cui poi è nata la storia che forse avevo dentro di me da sempre.


 

Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

È un'opera dove voglio che il lettore possa viaggiare insieme al protagonista scoprire con lui posti che forse non conosce, ristoranti, hotel. Ma la tematica principale è l’amore tema oggi molto dibattuto. Cerco di spiegare che l’amore non si cerca, non va desiderato, ma capita quanto meno te lo aspetti e devi essere bravo a tenertelo stretto. E l’amicizia che è un valore insieme all’amore oggi quasi scomparso. Cerco invece di costruire intorno ai protagonisti Bianca e Rudolph una famiglia di amici sempre presenti in ogni momento importante della loro vita
 
 

Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Leggo tantissimi scrittori giapponesi e coreani tra i tanti posso citare Murakami.
Il loro linguaggio e modo di raccontare sicuramente ha influenzato il mio modo di raccontare.
Per chiudere posso dire che sia un libro per tutti, non richiede particolari preferenze o attitudini, perché è una storia che tutti possono vivere.


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martedì 21 aprile 2026

L’uomo galleggiante

 di Giulio Togni.

 

 


 

 

 

 

Quella che mi accingo a narrare è la vera ed incredibile storia di una delle grandi leggende del nuoto mondiale. Trattasi, infatti, di un uomo che dominò la scena natatoria planetaria per almeno due decenni, conquistando ori olimpici a palate nonché innumerevoli titoli iridati con numerosi record tutt’ora imbattuti.
Tutto ciò accadde sulle gare di media e lunga distanza, in piscina così come in acque libere ossia in mare, nei fiumi e nei laghi.
Per le sue immense doti natatorie costui fu definito dalla stampa sportiva “L’uomo galleggiante”…..
Raccontano che questo abilissimo nuotatore abbia, probabilmente, imparato prima a nuotare e dopo a camminare. Tale storia è naturalmente una leggenda ma, potrebbe non essere lontana dal vero.
Thulpe nacque a Roma nel secolo scorso, da padre aristocratico e celebre diplomatico australiano presso la Santa Sede: Sir Archibald Robert Thulpe.
Sua madre, invece, bellissima donna, fu una nuotatrice professionista italiana, vincitrice di molti titoli mondiali nello stile libero.
Il padre Sir Archibald aveva sempre amato molto il nuoto e le belle nuotatrici…. 
Da giovane dimostrò tutto il suo coraggio cimentandosi nella ardua traversata a nuoto del Canale della Manica che riuscì a portare a termine, sebbene dopo innumerevoli tentativi infruttuosi, dimostrando così una tempra ed una forza di volontà senza pari.
Ian crebbe, quindi, in un ambiente familiare totalmente dedicato al nuoto. Non appena venne alla luce si dice che suo padre lo gettò immediatamente in piscina urlandogli: “O galleggi o affoghi”…..
Il piccoletto, qual novello Ercole, a poche ore dalla nascita già galleggiava e, incredibilmente, pare che muovesse pure gambette e braccine per nuotare…..
Si capì subito che Ian sarebbe diventato un nuotatore formidabile ed impareggiabile!
Crescendo Ian osservava sempre la madre nuotare e vincere molte gare internazionali e naturalmente finì subito per ammirarla. Così il piccolo iniziò a frequentare la piscina ove macinava sempre più chilometri su chilometri, senza apparente sforzo. Pareva non provare mai la fatica.
Il crawl era il suo stile preferito e ben presto si dedicò solo ad esso, tralasciando tutti gli altri stili che trovava stupidi e noiosi. Si specializzò nella bracciata a stile libero.
Il crawl gli riusciva a meraviglia. La parola significa “scivolare, e difatti Ian scivolava sull’acqua con sempre maggiore maestria e potenza.
Arrivarono così le sue prime gare ufficiali da Juniores ove già non ebbe alcun rivale sulle lunghe distanze.
Dalle competizioni locali passò man mano a quelle internazionali ma il risultato era sempre lo stesso: Thulpe si fumava tutti gli avversari!
Quando entrava in vasca lui non ce n’era per nessuno. La sua supremazia in acqua dagli 800 metri ai 10 chilometri era assoluta e durò per ben venti anni di seguito. Non si contavano più neanche gli innumerevoli record del mondo che Ian ogni volta frantumava. 
Era davvero il Re indiscusso del Crawl……
Si avvicendarono diverse generazioni di nuovi nuotatori molto talentuosi e promettenti ma, clamorosamente, tutte facevano un baffo a Ian Thulpe poiché “l’uomo galleggiante” continuava imperterrito a vincere e a dominare il panorama natatorio planetario, nonostante iniziasse un poco ad invecchiare e ad accusare lievemente il tempo che passava inesorabile!



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mercoledì 15 aprile 2026

Intervista a Nic Salentin

 




Buonasera, come nasce il libro La panchina giusta?


La Panchina Giusta nasce da un'esigenza personale, profonda. C'è una storia che non volevo dimenticare, e scriverla è stato il modo più onesto per tenerla viva. L'ho scritta nel 2021, quasi di getto. Era troppo bella e troppo importante per ridurla a un ricordo privato. Condividerla è qualcosa di più: è un modo per raccontare cosa succede davvero là fuori, oltre le apparenze, oltre quello che spesso si finge di non vedere. Le panchine, i parchi, la provincia di Treviso sono luoghi reali, vissuti. Il resto lo troverà il lettore tra le righe.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?


L'Amore — anche quello impossibile, quello che non trova spazio nella vita reale ma esiste eccome. La solitudine, quella di chi ama profondamente nel momento sbagliato. E la verità: il coraggio di raccontarsi senza filtri, senza abbellire né condannare. Due persone reali, con le loro contraddizioni, che si incontrano e si riconoscono.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?


Non ho un modello letterario preciso. La mia influenza più grande è la vita stessa. Mi riconosco in chi scrive vicino alla realtà, in una scrittura diretta, senza filtri, capace di arrivare subito. Libri come L'Alchimista e Il Guerriero della Luce di Coelho mi hanno spinto alla ricerca di me stesso — un percorso che non è ancora finito. Ma, più degli scrittori, sono stati i cantautori italiani a formarmi — Fabi, Tiromancino, Radiofiera, Battiato. Per me una bella canzone e un bel racconto nascono dallo stesso posto.

 

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lunedì 13 aprile 2026

Intervista ad Anna Pegani

 



Buonasera, come nasce il libro C’era una volta Mrs Me?

Fin da bambina sono stata accompagnata da mia madre ad immergermi nel fantastico mondo delle fiabe, un incontro per me davvero molto speciale con l’infinito spazio dell’immaginario e il mio intimo interiore. Ad ogni lettura un’inarrestabile curiosità mi ha invitato ad immedesimarmi con i misteriosi personaggi che pullulavano gli scenari incantati e che man mano prendevano vita nell’ineguagliabile estro fiabesco. Da allora il richiamo ad esplorarne gli aspetti più reconditi non ha mai smesso di evocare in me un’accogliente convivialità familiare. Mio padre, cantastorie d’eccezione, mi ha trasmesso la passione per i racconti e le storie di quando era bambino, per la  musica lirica e le favolose trame operistiche. E per questi doni a tutt’oggi, riconoscendo il prezioso valore che mi è stato tramandato, mi sento onorata di essere partecipe ad un’armoniosa architettura creativa. 
La mia opera, tenuta finora nascosta nel cofanetto dei miei sogni, nasce da un invito a me stessa ad alzare il sipario sul palcoscenico della mia natura nell’abbraccio caloroso della scrittura creativa quale voce dell’anima che con le parole dello spirito si sposa. Una voce compagna, fedele e confidente, foriera di una morbida spinta che mi ha permesso di attraversare le barriere del giudizio, della paura, dei dubbi e delle mie resistenze. Quella voce che nel corso del tempo, unita all’amore che ho sempre provato per Madre Natura, mi ha guidato a seguirne le tracce sui sentieri dell’ispirazione e delle esperienze vissute alla scoperta di incantevoli territori e nuovi orizzonti. Esperienze caratterizzate da incontri indimenticabili e da viaggi che mi hanno portato ad inoltrarmi nelle terre della Nuova Zelanda, della Spagna, della  Francia e della Slovenia dove attualmente vivo. Viaggi in un viaggio introspettivo profondamente significativo tessuto da ricordi, emozioni, intuizioni e sottili percezioni che passo dopo passo ho sentito di ricamare con i fili fantasiosi dell’immaginativa fiabesca.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il mio proposito è quello di offrire una visione di angoli ricreativi con l’intento di far riscoprire il campo dell’immaginario, strumento che ben si presta ad accordarsi al ritmo spontaneo di un cuore fanciullesco spesso celato tra le note assopite di una voce inespressa. Le fiabe non sono rivolte solo ai bambini. Come un pettine passato fra i capelli arruffati dai pensieri condizionanti degli adulti, le fiabe preservano la magica peculiarità di riuscire a districare i nodi di una dimenticata spontaneità e restituire ad ognuno la libertà di espandersi con più naturalezza. Racchiudono storie passate, presenti e future. Raccontarsi attraverso una fiaba può allora trasformarsi  nell’atto  vivifico  di  un  piccolo  seme  venuto  a  sperimentare  il  viaggio  della  vita. Sbucherà impreparato ed inconsapevole incontrando difficoltà tra le intemperie del tempo ma con il tempo ricorderà la sua vera natura. E dopo tanto peregrinare, con infinito stupore, si risveglierà nell’amorevolezza di un fiore e del suo particolare profumo. Distillato della sua unicità intenta a manifestarsi nel frutto di risorse e talenti addormentati.
Secondo la mia visione, e nell’insieme percepito dal mio intimo interiore, la scrittura creativa può rivelarsi ad ognuno di noi come uno strumento evolutivo con il quale permettere ad un non so come dirlo o ad un non so come farlo di manifestarsi senza sforzo e con disinvoltura. Unita al campo dell’immaginazione attiva, la scrittura creativa appare come un’inaspettata porta d’ingresso che si apre alla visione di scenari e personaggi fiabeschi giunti, da un apparente non so da dove, ad adoperarsi per sorprenderci e riscoprire un dialogo interiore forse mai udito prima. Un dialogo che la mia anima mi ha invitato a renderlo visibile attraverso lo scorrere degli eventi e che mi ha inesorabilmente accompagnato durante questa mia avventura.


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Ho sempre amato leggere le fiabe di tutto il mondo in particolare quelle dei fratelli Grimm. Le significative esplorazioni esperienziali di tali narrazioni, proposte secondo il metodo Debailleul-Giacconi dalla Voce delle Fiabe Scuola Italiana Cantastorie, mi hanno fatto da guida nel procedere a rinnovare momenti di ispirazione e rivelazione e nello scoprire l’accesso al regno del Tutto-Possibile.
Clarissa Pinkola Estés è una delle mie autrici preferite. Donne che corrono coi lupi resta a tutt’oggi una delle opere iniziatiche che, come citato nel libro dall’autrice, offre un sapere e una comprensione che aguzzano la vista in modo tale da permetterci di distinguere e di riprendere il sentiero tracciato dalla natura selvaggia. 
Anche le letture di Marie-Lousie von Franz e Carl Gustav Jung hanno saputo offrirmi degli spazi meditativi in cui non ho mai smesso di imparare qualcosa dalla saggezza che continua ad esprimersi nelle fiabe.

 

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sabato 11 aprile 2026

Alghesiras (Algeciras)

 di Giuseppe Riotto.

 



 

 

Il professore di filosofia Giovanni Bottega si alza dal letto con fatica, odia la sveglia, qualche mattina la schiaccia sotto i piedi, o peggio ancora la butta dalla finestra, con il rischio di colpire in testa qualche passante, meglio evitare, pensa. Con gli occhi socchiusi attraversa il corridoio, entra in cucina e prepara la moka, nell’attesa che sale il caffè, si siede. Cazzo, la sera devo andare a letto prima, al massimo entro la mezzanotte. La notte divora romanzi su romanzi, ama leggere di notte, ama i classici. “La montagna incantata” l’ha riletto dopo vent’anni. Il capolavoro di Mann, l’ha divorato in tre notti. Beve lentamente il suo caffè, gode quando lo sorseggia, il retrogusto è importante. Apre la finestra, dà fuoco al sigaro, e guarda fuori, nebbia, pioggia, due, tre tiri, richiude la finestra. La pianura padana mi deprime, ha pensato.
Entra in bagno, lava i denti, si guarda allo specchio. Il professore di filosofia è ancora affascinante: capelli corti brizzolati, occhi marroni scuri molto espressivi, barba corta con pochi peli bianchi. Vanitoso quanto basta, si piace ancora il professore, essere bello e affascinante a sessantacinque anni, mica male si sussurra guardandosi allo specchio, infine un po’ di cera nei capelli, infine guarda l’orologio.
Ultimo anno scolastico, anzi, solo sei mesi, e poi si va in pensione, pensa, mentre indossa una giacca di velluto blu notte. Chiude a chiave la porta di casa, scende le scale, tira su la saracinesca del garage, gira la chiave di accensione della sua Pallas Citroen verde scuro, e via con lo “squalo” verso il liceo classico più importante della Città: il “Romagnosi”
Alcuni colleghi lo temono, i suoi alunni lo amano. Il professore di filosofia Giovanni Bottega attraversa il corridoio della scuola, con alcuni colleghi intrattiene rapporti puramente formali, con altri che ritiene molto intelligenti ed acculturati intrattiene rapporti intellettuali. Con i primi chiacchiera; con i secondi parla e si confronta.
Gli alunni lo definiscono il Socrate degli anni moderni. Il professore non vuole insegnare agli alunni, ma fa tutto il possibile per aiutarli a partorire la loro verità. Il bambino viene portato alla luce dalla levatrice, Socrate portava alla luce piccole verità dal discepolo. La maieutica non è l’arte di insegnare ma l’arte di aiutare. La verità è un sapere dell’anima. La verità non può essere insegnata.
Il professore di filosofia Giovanni Bottega non inculca le proprie idee agli alunni, ma fa di tutto per far partorire ad ognuno la propria verità.
Ama il dubbio il professore, il dubbio è tutto. Il dubbio è intelligenza. I mediocri non hanno dubbi, ecco perché sono presuntuosi, dice.
Dubium sapientiae initium. Il dubbio è l’inizio della conoscenza, diceva bene Cartesio.
Quando fa meno freddo, e c’è il sole, gli alunni, il professore li porta al fiume. Odia le aule, loculi senza luce, l’uomo deve stare a contatto con la natura, mica deve vivere di cemento, di traffico, di smog, di telefonini, di gente che corre per le strade, sui marciapiedi, sulla tangenziale. Gente che corre per andare al lavoro, gente che ritorna correndo, mangia qualcosa al volo correndo, vomita ignoranza correndo.



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martedì 7 aprile 2026

Intervista a Fabrizio Lelli

 



Buonasera, come nasce il libro Miserie e Miraggi?


Buonasera. La gran parte delle composizioni di questa raccolta furono scritte negli anni 80, quando ero poco più che ventenne. Il titolo della raccolta, postumo alle poesie, è la condensazione estrema di un tempo dell'anima che fu fortemente inquieto, caratterizzato da tensioni spirituali catartiche alternate da smarrimenti della volontà verso forme sensuali torbide e di estrema raffinatezza. Questo, se vogliamo, è stato il leitmotiv della mia navigazione giovanile. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?


Nelle poesie di quel tempo ritrovo un costante invocare, sicuramente ingenuo però anche fortemente sincero, alcuni degli antichi Dèi mediterranei, che di volta in volta  sublimano tutte le ascesi e tutte le cadute, le follie dell’ebrezza e le nostalgie dell’infinito atemporale. Il divino quindi gioca con le nostre vite, versando a suo piacere i semi dell’estasi o della disperazione. 


 
Ci sono scrittori che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua poesia?


All’epoca della gran parte di questi scritti, prediligevo la poetica tardo romantica e decadente con particolare passione verso Baudelaire, Poe, Gautier, Mallarmè e D’annunzio, citando soltanto i più noti. L’influenza di questi grandi autori ha avuto sicuramente un forte riverbero nei miei modesti scritti. Trascorso quel periodo però ho sentito fortemente il bisogno di tornare ai classici dell’epica e della filosofia greca e romana e allo studio della religione indoeuropea in tutte le sue declinazioni. Sono fortemente legato difatti anche alle saghe nordiche, agli Dèi e agli eroi di quei popoli.


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venerdì 3 aprile 2026

Prima che sia notte

 di Domenico Luigi Pistilli.







VERDE VALLATA   

Di verde vallata
la casa poggia
come quercia dei miei sensi
Affranta lasciai
Ritorno a te
cresciuta
L’occhio sul  sentiero
rinasce 
come nuovo bocciolo alla vita 
Mi inchino
Ora donna 
ma ancora dentro bambina



PICCOLO FIORE 

Di rosso vestito piccolo fiore
Bocciolo di vita
Petali raccolti
Con la grazia 
dei capelli nella cuffia
Riesci a lenire i dolori del mondo  
a chi in Dio non ha mai creduto
con il solo apparire
Frutto di forza
Respiro quieto della terra
Ampiezza di luce mai doma



MARE D’INVERNO     
  
Freddo vento sul viso 
L’anima mi abbraccia calda
Deserta la battigia 
Schiumosa l’onda
Fanno compagnia al silenzio 
che faccio mio
Sento del mondo 
il battito profondo
in un respiro 
che tutto prende
Tu mare 
lo sai
Conosci dei  sogni miei 
il senso della solitudine 
mia la forza
E come il mare d’inverno 
spoglio di persone e grida
aspetta nuova vita
affido al pallido sole
ogni speranza 
che sorga luminosa e viva




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mercoledì 1 aprile 2026

Intervista a Daniela Spattini

 





Buonasera, come nasce il libro La felicità profuma di panettone?

L’idea di questo libro è nata in seguito alla rottura della relazione tra mio fratello e la sua compagna, e conseguente realizzazione che le mie speranze di diventare zia si fossero notevolmente affievolite. 
Non avendo figli né nipoti, mi sono chiesta cosa avrei potuto tramandare di mio... e così ho deciso di lasciare un ricordo del mio amatissimo cane, che fa parte integrante di chi sono oggi e che quindi in un certo modo mi rappresenta.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il tema principale è il rapporto tra cane e padrone, che in questo libro viene esaltato a vero e proprio legame indissolubile, quasi di simbiosi. 
Un altro tema di cui si parla è il passare inesorabile del tempo... tempo che purtroppo è limitato per tutti ma ancor di più per i cani. 
Ed è per questo che bisogna trovare la felicità ogni giorno, anche nelle cose più semplici, e apprezzare appieno ogni singolo istante – proprio come fanno i nostri amici a quattro zampe.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua
prosa?

Amo leggere i classici americani, e adoro soprattutto scrittori come Mark Twain e John Steinbeck, ma anche Harper Lee con il suo capolavoro “Il buio oltre la siepe”.
Pur scrivendo in epoche e contesti diversi, tutti presentano un tratto comune, offrendo una critica alla società del loro tempo ed affrontando tematiche come razzismo, diseguaglianze sociali e ingiustizie.
Il mio libro non contempla assolutamente questi temi, ma mi piaceva l’idea che fosse raccontato dal punto di vista del cane, attraverso la sua anima dolce ma anche buffa e spiritosa (proprio come Scout e Huckleberry Finn, che raccontano le loro avventure tra innocenza e profondità emotiva).



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lunedì 30 marzo 2026

Intervista a Gianfranco Fungardi

 





Buonasera, come nasce il libro Avventure e disavventure del ragioner Nevio? 

Il libro nasce dalle avventure che ho condiviso con un amico. Si tratta della continuità del primo libro sul ragionier Nevio detto Frizzina. Un ragazzo nato nelle campagne Toscane, arguto e intelligente che ha preso la vita con una filosofia spicciola, ponendo la sua libertà davanti a tutti i compromessi e alla ricchezza. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Attraverso racconti di vita, a volte reali, a volte romanzati, si scoprono le debolezze degli uomini. Uomini che sembrano attraversare la vita con i paraocchi come venivano messi ai muli. persone incapaci di decidere con le loro teste e sempre agli ordini di altri non migliori di loro. Toccano la politica con le sue incongruenze che sfociano in barzellette. La religione mascherata da buonismo, con le sue ricchezze che fanno riflettere Nevio sulla povertà e gli insegnamenti di San Francesco.  Questo senza perdere di vista la realtà che questo libro vuole essere: un libro di racconti per passare serenamente, sorridendo, due ore della vita del lettore. 



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua 
prosa? 

Non credo che ci sia stato uno scrittore che abbia influenzato la mia scrittura. Quello che io reputo il più grande scrittore Italiano, oggi troppo dimenticato, è Giovannino Guareschi. Se dovessi prendere spunto da uno scrittore, lo farei dai suoi libri. Devo dire per onestà, che i miei racconti qualche volta somigliano ai suoi quando mettono a nudo le piccolezze degli uomini. Ma non mi sfiora l’idea di essermi avvicinato nemmeno lontanamente a uno scrittore tradotto in tutto il mondo, e qui conosciuto solo per Don Camillo e Beppone. Ci sono comunque molti altri buoni scrittori in Italia che mi piacciono. Credo che l’importante sia leggere e scegliere i libri con la propria testa senza farsi influenzare dalla televisione o dai giornali.



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mercoledì 25 marzo 2026

Intervista a Livia Murph

 






Buonasera, come nasce il libro Thackery Hightop, la storia del Cappellaio? 

Thackery Hightop nasce da una frattura silenziosa: quel momento in cui la realtà smette di bastare e l’immaginazione diventa un rifugio, ma anche un linguaggio necessario. 
Non è stato un libro pensato a tavolino, ma qualcosa che è emerso lentamente, come un sogno che insiste per essere ricordato. I personaggi si sono formati prima delle risposte, prima della logica. Il Cappellaio, in particolare, è nato come una presenza fragile e irrequieta, una coscienza sospesa tra ciò che è stato dimenticato e ciò che chiede di essere salvato. 
Scrivere questa storia è stato attraversare un luogo interiore dove il tempo si spezza, la memoria si trasforma, e l’identità non è mai qualcosa di stabile. È un libro che non nasce da una certezza, ma da una domanda: cosa resta di noi, quando smettiamo di ricordare chi siamo? 


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Al centro del romanzo c’è la memoria, non come archivio, ma come forza viva e fragile. In questo mondo, dimenticare non è un gesto neutro: è una perdita, una trasformazione, a volte una difesa. 
Il libro esplora il legame profondo tra identità e ricordo, e il modo in cui l’amore può sopravvivere anche quando tutto il resto si sgretola. Il rapporto tra il Cappellaio e Alice attraversa questo confine: è un legame che esiste anche quando non può più essere riconosciuto. 
C’è poi il tema della percezione della realtà. Wonderland non è semplicemente un luogo fantastico, ma uno spazio interiore, dove ciò che appare assurdo è spesso più autentico di ciò che chiamiamo reale. In questo senso, la follia non è perdita, ma una forma diversa di lucidità. 
Infine, la trasformazione: ogni personaggio è costretto a cambiare, a confrontarsi con ciò che teme o ha rimosso. Perché crescere, in fondo, significa anche accettare di non poter restare intatti. 


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la 
tua prosa? 

Le mie influenze non sono mai state lineari. Mi attraggono le scritture che riescono a muoversi tra visibile e invisibile, tra logica e simbolo, senza il bisogno di spiegare tutto. 
Amo le narrazioni che sfiorano il sogno, che accettano l’ambiguità e lasciano spazio all’interpretazione, perché è lì che il lettore diventa parte della storia. Più che singoli autori, mi hanno guidata certe atmosfere: quelle in cui l’assurdo diventa linguaggio emotivo, e il fantastico si rivela profondamente umano. 
Scrivendo, ho cercato di restare fedele a questa tensione: non raccontare semplicemente una storia, ma evocare uno stato, un’esperienza, qualcosa che si possa sentire prima ancora che comprendere.



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venerdì 20 marzo 2026

Tre gocce di inchiostro blu

 di Gianluca Ricci.







Vexata quaestio. Una volta i bambini mangiavano educatamente, anche quando venivano serviti ad un desco familiare. In caso contrario andavano a letto senza cena. Il giorno dopo, magari, avrebbero consumato proprio quanto prima era avanzato. I più ricchi, invece, per non scandalizzare i bambini con discorsi inopportuni, da non far trapelare fuori delle mura di casa, preferivano organizzare mense separate. In più a quella dei bambini sedevano arcigne educatrici delegate all’apprendimento delle buone maniere o di lingue straniere. Io, purtroppo e per fortuna, sono cresciuto senza sapere come sbucciare un’arancia con le posate, anzi con qualche strillo e scappellotto in più, ma con i miei genitori che mi allungavano sul piatto il boccone più buono. Ora, qualcuno mi dice che quelli della mia generazione si sono portati dietro traumi, più o meno permanenti, a causa delle frustrazioni ricevute da sorpassati metodi educativi. Forse hanno ragione, ma nessun rimprovero potrà mai nascondere il fascino di alcune scoperte successive, come quelle che non esistono cibi di punizione e che stare educatamente a tavola con i grandi corrisponde ad aver superato un vero e proprio rito di passaggio.

Seduto all’interno di un ristorante gestito da un amico, mi sto gustando il classico pranzetto domenicale. Teoricamente, posso eccedere con tutto il cibo segnato sul menù, e in più con quanto la sapienza del cuoco, di origine iraniana, la stessa persona di prima, riesce a propormi. Ad alcune sue ricette mi sono affezionato di più di quelle di casa nostra, nazionali o regionali che siano. L’ambiente di solito è molto tranquillo ed i camerieri discreti ed efficienti. In più manca poco a Natale e non mi va di star solo e soprattutto di cucinare per me soltanto. Del resto, non ho mai sostenuto di essere un gourmet, ma più onestamente una buona forchetta, non uno chef.
Il mio ristorante, mio si fa per dire, non è un Tre stelle esclusivo. Forse potrebbe aspirare a essere definito un bib gourmand o un home restaurant. È un locale ampio, arioso, ben arredato, ed io mi ci sono sempre trovato a mio agio. Dopo una giovanile ubriacatura di cucina cinese, ho rifiutato ogni altra espressione etnica, ma riso basmati, yogurt, spiedini di carne, stufato di melanzane sono ancora nell’orbita della mia capacità di tolleranza, anzi, mi piacciono proprio. 
Sono seduto e sto aspettando che mi portino quanto ordinato. La sala non si è riempita al completo, ma tutti stanno relativamente in silenzio. 
A rompere il raccoglimento entra, proprio ora, un piccolo gruppo di persone: due donne, due bambini e due uomini, due famigliole, come ce ne sono tante oggi, che è festa, impegnate a fare una gita magari fuori porta e difatti si capisce subito, soprattutto dalla cadenza del parlato, che sono di un’altra città. Uno dei due uomini mi incuriosisce. Vestito vistosamente casual, ha una barba che gli incornicia il volto e non si toglie il berretto grigio che porta calcato in testa. È un copricapo sportivo, senza pretese, magari comprato in un negozio gestito dai cinesi. Vorrei fargli notare che non ci si siede a tavola a testa coperta, ma poi mi prende il dubbio: e se fosse un ebreo tradizionalista o di qualche confessione religiosa diversa dalla mia, per cui a tavola si sta proprio così? Soprassiedo. Cominciano a servire le varie portate ed il nostro uomo tira subito fuori un bastone. Oddio, e se fosse un terrorista? Niente paura, è solo un bastone per selfie, una diavoleria moderna. Osservo meglio, sta per fotografarmi sullo sfondo. Mi copro la faccia all'improvviso e l'uomo mi nota. Non so cosa possa aver pensato, ma rinuncia alla foto. Il primo contatto è preso. Sa che ci sono e che non sono consenziente.
Passata la prima fame, i bambini si alzano, senza che nessuno li obblighi a restare seduti. Forse sono stati educati nel culto della libera espressione personale e al rifiuto di ogni forma di censura. Inoltre, nella tavolata da sei, in fondo alla sala, si è già alzata una bimbetta di poco più piccola degli altri, forse di cinque - sei anni. Seduta sul gradino più alto di un soppalco interno al locale, è intenta in un gioco elettronico. Non è molto convinta e lo abbandona subito. I tre ragazzi non socializzano subito tra loro. La ragazzina comincia a saltare i gradini del soppalco, a due a due, e più di una volta. Beati i tempi in cui i genitori intimavano, severi, di smettere, di non dar fastidio ai vicini. Le mamme ed i papà, entrati per ultimi, continuano a mangiare e a scambiarsi opinioni di viaggio o aneddoti di vita vissuta. I maschietti si sono messi ad imitare i giochi inventati dalla femminuccia, così quando lei torna dal bagno, accompagnata dalla madre, si guardano un po’ in cagnesco. Questione di territorio. Chissà che avrebbe potuto dire Konrad Z. Lorenz, il papà dell’etologia. Ognuno vuole avere il monopolio del soppalco. Salva la situazione il padre, che riporta la figlia provvidenzialmente al proprio tavolo, dal quale non si è mosso nessun altro adulto. Ma è un attimo. Adesso i bambini si sono rimescolati ed hanno preso a giocare tutti insieme. Uno grida garrulo: "Io non mi arrendo!" Nel gioco di ruolo che stanno inventando forse crede di essere un pirata.



Estratto dal libro di Gianluca Ricci, Tre gocce di inchiostro blu, Midgard Editrice


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