venerdì 9 ottobre 2026

Il vinile degli orrori

 di Andrea Gentili.

 

 



La breve storia che riporterò di seguito mi è stata raccontata durante la viglia di Natale da mio nonno materno. Era usanza, in quella serata gioiosa e festosa, riunirsi attorno al camino dopo aver consumato la lauta cena e, a turno, procedere alla narrazione di qualche favola natalizia che potesse allietare i nostri spiriti. All’epoca avevo dodici anni e mi limitavo ad ascoltare in silenzio le novelle e quel momento della serata era uno dei miei preferiti. Le storie disparavano i più vari argomenti e potevano essere fantastiche o riferite a fatti realmente accaduti. Solitamente non venivano narrate delle avventure spaventose, ma mio nonno, come da vittoriana tradizione, quell’anno ci deliziò con una storia di fantasmi. Non avrei motivo di esporre questo racconto, se non per i fatti misteriosi che avvennero il giorno successivo, che abbiamo motivo di credere essere connessi al racconto di quella storia, per quanto non sia possibile in alcun modo dimostrarne la correlazione.
Il nonno non era solito narrare alcuna novella in quella serata, si limitava ad ascoltare in silenzio e a sorseggiare un bicchiere di un buon liquore, ma quella volta si mise a sedere sulla poltrona, che veniva accuratamente posta davanti al divampare del camino, e iniziò la sua storiella; noi tutti eravamo raccolti attorno a lui e il calduccio del fuoco scaldava le nostre membra e i nostri cuori in quella nottata magica che anticipava il Natale, mentre fuori imperversava il gelo invernale.
Mio nonno aveva uno sguardo stranamente inquieto, ma non vi badai molto; ad essere sinceri, nessuno ci fece molto caso, ma fu un particolare che rammentammo spesso in seguito. Il nonno posò il bicchiere sul piccolo tavolo di mogano posto alla sua sinistra e così cominciò a narrare le vicende che occorsero al vecchio Jerome.
Jerome era un anziano di un paesino irlandese che durante la sua vita si era distinto per essere un uomo estremamente votato al vizio. Fin da giovane era salito alla ribalta per essere stato uno dei pochi a voltare le spalle alla religione. In quei tempi, molto più severi di oggi, era considerato un vero e proprio scandalo, soprattutto in ragione della posizione sociale che aveva assunto. Dopo aver completato i suoi studi giuridici, infatti, era divenuto un acclamato avvocato e aveva accumulato molto denaro che lo resero rapidamente uno degli uomini più ricchi del paese.
Queste ricchezze venivano tuttavia sperperate in donne, alcolici e gioco d’azzardo, e dato che non si sposò mai non si dovette neanche preoccupare di preservarle per un futuro erede o per una bisognosa moglie.
Crocevia di questa storia fu l’episodio in cui Jerome si presentò davanti alla canonica locale e sfidò apertamente il parroco e la sua schiera di fedeli, che stavano rientrando nella casa del Signore dopo una processione.
- Lì dentro troverete soltanto morte, perché quella è la casa del diavolo! -, esortò Jerome con fermezza. Le sue parole blasfeme colpirono nel profondo i presenti che si fecero freneticamente il segno della croce, come a voler allontanare con quel gesto le conseguenze nefaste di quella frase terribile. Il prete inveì contro di lui e Jerome si congedò senza aggiungere nient’altro; dopo quella scenata, l’avvocato non venne più visto per molti anni. Alcune persone vicine a lui testimoniarono che si fosse trasferito in una cittadina lontana dove continuò ad esercitare la professione.
Il profondo astio che nutriva verso le istituzioni ecclesiastiche non venne mai del tutto chiarito e fu oggetto delle più svariate congetture. I suoi familiari, però, avrebbero potuto spiegare questo allontanamento dalla fede, con la conseguente scelta di intraprendere una vita di perdizione, menzionando una figura che sembrava opprimerlo: la Signora Rossa.
Jerome incontrò questa apparizione per la prima volta quando era ancora piccolo e frequentava da poco la chiesa su cui aveva lanciato il suo monito. La famiglia, fermamente cattolica, accompagnava sempre il giovane Jerome a seguire la funzione ecclesiastica e fu proprio durante l’offertorio che notò seduta, qualche fila più avanti, una donna con uno sgargiante vestito rosso.
Jerome, che si era dimostrato da sempre un bambino molto perspicace e attento, si chiese come avesse fatto a non notare prima quella signora; il suo vestiario era il medesimo che potrebbe descrivere comunemente una concubina araba e culminava con un velo che ne occultava l’acconciatura. Si trattava di un abbigliamento piuttosto singolare in quel contesto.
Il piccolo Jerome venne attratto da quella visione inaspettata e, guardandosi intorno, si rese conto di essere l’unico ad essersi accorto di quella presenza tanto insolita.
Dopo qualche istante, in cui Jerome fu ipnotizzato da quella misteriosa figura, la Signora Rossa, come se avesse avvertito che qualcuno dietro di sé la stesse fissando, si voltò lentamente nella sua direzione e Jerome rimase stupito quando realizzò che persino il suo volto era celato da quel velo rosso. I due si fissarono per un lasso di tempo che sembrò interminabile, periodo in cui aumentò il disagio che Jerome stava provando per quella stramba circostanza; poi la Signora Rossa sollevò inaspettatamente il velo e fu in quel momento che il bambino cacciò un urlo di terrore che richiamò tutta l’attenzione dei fedeli. I genitori non capirono che cosa avesse provocato un tale sgomento nel piccolo, che svenne poco dopo e fu portato urgentemente dal medico.
Il dottore che lo visitò attribuì quella crisi ad un trauma subito e spiegò ai familiari che il bambino, ancora in uno stato di semi-incoscienza, continuava a bisbigliare una frase molto ambigua che egli ritenne essere connessa all’evento sciagurato.
- La Signora Rossa… -, sussurrava il piccolo in preda al suo delirio. I genitori, tuttavia, non compresero proprio quelle parole e la vicenda rimase inevitabilmente avvolta dal mistero.
Solo dopo qualche tempo dall’episodio infelice e dopo essersi ripreso del tutto, Jerome rivelò con prudenza ai suoi cari il motivo di quel turbamento.
Jerome non descrisse mai il volto di quella donna perché, a sua detta, sarebbe potuto ripiombare in quello stato di shock che lo aveva tanto sconvolto. I genitori non badarono molto a quel racconto e lo attribuirono al prodotto di una fantasia sensibile ed eccitabile che spesso caratterizza i bambini di quella età. Rimase comunque la paura di Jerome di varcare la soglia di quella chiesa perché era terrorizzato dal pensiero di poter ripetere quel traumatizzante incontro ma, sotto la spinta dei suoi affetti più cari, si fece coraggio e vi fece ritorno; così, dopo i primi attimi di scetticismo, si riconciliò con la casa di Dio e non menzionò più la Signora Rossa, tanto che, ben presto, quella storia venne dimenticata. Trascorsero anni tranquilli fino a quando, una volta raggiunta la maggiore età, Jerome decise d’improvviso che non avrebbe mai più messo piede in quella canonica. 
Da quel momento la vita di Jerome cambiò drasticamente; abbandonò i dettami cristiani che lo avevano accompagnato fino a quel momento e abbracciò le più svariate dissolutezze, provocando una forte delusione alla sua famiglia. Se qualcuno dei suoi cari provava ad indagare sul perché di tale perentoria trasformazione, Jerome non osava rispondere e cambiava velocemente argomento. Il suo astio verso la chiesa divenne smisurato e culminò con l’episodio narrato in precedenza che anticipò la sua dipartita dal paese.
I familiari, che non avevano mai compreso quella scelta così scellerata, ricevettero, dopo qualche tempo dal suo volontario esilio, una lettera esplicativa delle motivazioni che avevano determinato la sua improvvisa metamorfosi. Egli attribuì la colpa alla Signora Rossa ed esortò tutti i suoi parenti a non mettere più piede in quella chiesa. I genitori credettero che Jerome avesse perso il lume della ragione e non vollero avere più alcun tipo di rapporto con lui. Morirono senza aver superato gli antichi rancori e Jerome presenziò ai funerali con un tale distacco che non si sarebbe detto che fosse il loro unigenito.
Gli anni passarono e, sul finire della sua vita, Jerome fece ritorno al paese natio per festeggiare il Natale. Ormai vi erano rimaste poche persone che rammentavano la sua storia e una di queste lo interrogò su quell’inaspettata ricomparsa. Jerome confessò che con l’avanzare dell’età si era reso conto di aver sbagliato ad intraprendere la strada del peccato e intendeva ricongiungersi con la sua chiesa, al fine di ottenere il perdono che andava cercando. La celebrazione del Natale sembrò il momento più adatto al vecchio per ricevere quella redenzione.
L’indomani mattina, Jerome ritornò nella parrocchia che tanto aveva disprezzato e partecipò con emozione alla funzione religiosa. Tuttavia, per essere sollevato da ogni peccato commesso doveva confessarsi, per poter infine partecipare all’eucaristia; così, durante la predica del parroco, si diresse verso il confessionale in legno, dove vi avrebbe trovato un altro prete intento ad assolvere i fedeli peccatori, e vi entrò. Qualche istante più tardi, la celebrazione del Natale venne bruscamente interrotta da un urlo terrificante proveniente dal confessionale. Il parroco e i fedeli si voltarono impauriti nella direzione da cui proveniva quel grido raggelante e poterono udire distintamente le ultime parole di Jerome, pronunciate in preda ad un’agitazione incontrollabile.
- La Signora Rossa! -



Estratto dal libro di Andrea Gentili, Il vinile degli orrori, Midgard Editrice

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martedì 6 ottobre 2026

Intervista a Egidio Burnelli

 



Buongiorno, come nasce il libro Un proiettile nel cervello?


“Un proiettile nel cervello” è la mia terza raccolta di poesie che raccoglie i miei spunti, le mie riflessioni e i miei pensieri che vanno dal 2024 al 2025. Sono sempre stato abituato a scrivere poesie, già da quando ero ragazzo. Di norma ne accumulo finché non sento che è giunto il momento di pubblicarle e condividerle con il pubblico.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

 
Le tematiche sono le solite, quelle che tratto da sempre; ossia: ideologie, famiglia, amori, alcol, lavoro, morte. Tutto è messo sul tavolo, senza gerarchie e senza pudore. Come fatto nelle mie due raccolte precedenti, con la scrittura non cerco uno stile preciso, le poesie non hanno rima e non seguo una struttura di versi precisa. Più che altro cerco la verità alternando tenerezza e rabbia, desiderio e disgusto, lucidità politica e sfinimento esistenziale. Sono solo un soggetto fragile, spesso si sente sbagliato, che si osserva mentre cade, ama, odia, ricorda. Per me la poesia è un gesto di resistenza minima; non servirà a cambiare il modo, ma mi permette di vivere dentro l’assurdo di questa umanità.


 
Progetti futuri?

 
Per il futuro sto mettendo a posto un romanzetto giallo e uno horror. Le poesia accompagna ancora la mia vita e sicuramente in futuro metterò insieme nuovi componimenti per dare vita ad una quarta e, forse chissà, pure una quinta raccolta. Anche se è un periodo difficile, in quanto molto impegnato in ambito politico e lavorativo, la scrittura resta uno dei capisaldi della mia vita; che sia un articolo per un giornale, una storia, un romanzo o una poesia. Scrivere è ciò che mi piace fare e continuo a farlo nonostante tutto. 

 

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martedì 29 settembre 2026

Intervista a Patrizio Mezzetti

 



Buonasera Patrizio, come nasce il libro "I miei luoghi"?

Data la mia formazione non letteraria, lo stimolo di produrre una biografia è nato in maniera inusuale. Durante la mia vita adulta, sempre impegnato  con il mondo professionale di architetto ed insegnante, ho continuato ad interessarmi saltuariamente  dell'azienda agraria di famiglia anche operativamente. Durante i lavori  di aratura e sarchiatura, spesso mi portavo dietro l'agenda personale su cui scrivevo brevi pensieri e poesie... il lago di Chiusi, i suoi colori nelle stagioni, i suoi tramonti , ma anche la realtà della popolazione contadina dei  territori limitrofi e di Vaiano,  oltre che di Perugia, mi ha sempre stimolato e prima che alcune sensazioni e riflessioni mi sfuggissero, ho scritto su questa agenda... alla fine mi sono trovato una decina di agende con molti di questi appunti e riordinarli cronologicamente ed ampliarli in ogni aspetto della mia vita mi è  stato spontaneo e direi molto stimolante per intraprendere questo lavoro, anche se  condotto in maniera discontinua...alla fine nel mio PC,  ho dovuto creare una cartella dove tenere questo lavoro che si protraeva nel tempo,  per cui mi è stato spontaneo chiamare la cartella  dove ho conservato il lavoro: "Il libro infinito" ... A parte questo, credo che molti anni di scrittura e correzione siano stati, oltre che impegnativi, molto opportuni per delineare ogni aspetto e contenuto della mia vita, che poi fisicamente è diventato un file in word di un mega e di 360 cartelle... per questo con l'Editore, Dott. Bandini, si è deciso di suddividerlo in due volumi.


Quali sono le tematiche principali dell'opera?

Posso dire con franchezza che le tematiche di questa autobiografia siano molteplici e, come accennato, partendo dai luoghi del paese natio, successivamente i temi si sono ampliati e approfonditi seguendo il mio percorso di studi e di vita.  Direi che possa esistere un filo conduttore nel quale il focus è  la vita delle campagne e della città: un altalenante confronto tra la durezza del lavoro agreste e altre realtà sociali,  tra etica e sofferenza, tra vestigia del passato e modernità, dove un equilibrio sembra diluirsi tra quello che eravamo e quello che vorremmo essere oggi... in questa prima parte mi sono soffermato molto nell'astrarre non solo la dura vita delle campagne, ma ho cercato di elevare questa in una posizione dove ogni materialità rurale trasla attraverso la poetica in un livello di purezza, direi con sincerità,  verso uno stato umano esemplare: il mondo rurale è ed è stato un luogo di incontro e scontro con la natura e gli uomini, ma la tragedia si annulla di fronte alla forza sommessa dove la sincerità, il rispetto e la solidarietà rimangono forza umana esemplare... in questo la poetica ne esalta il ruolo educativo attualizzandolo, non un mito, ma qualcosa da cui noi oggi potremmo recuperarvi non solo emozioni, ma valori...


Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di questa opera?

Direi che il mio vissuto da lettore ha avuto, nel corso della mia vita, un iter che direi molto normale... ma sicuramente dalle letture giovanili di autori come Verne e Salgari, poi sono stato affascinato dalle letture di autori vari di narrativa più  recenti come Guillaume Apollinaire, ma anche dei nostri grandi  narratori e poeti dell'ottocento e primo novecento. Direi che sono stato influenzato anche dagli autori che ho dovuto studiare durante il mio corso di studi in Architettura, per Storia dell'Urbanistica, Storia dell'Architettura e storia dell'Arte . Ma direi che tutti gli autori del realismo italiano mi sono stati d'aiuto, forse anche a livello inconscio... ma dovrei senz'altro associarmi al modo di esprimersi di Fellini, non solo per le sue radici neorealistiche,  ma anche per il suo linguaggio di sintesi espressiva ... ho cercato di sintetizzare con  parole  quello che Fellini ha fatto con la sua cinematografia e fotografia... naturalmente il mio è  stato un modello a cui mi sono attenuto, con la speranza di esserci riuscito...

 

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sabato 26 settembre 2026

Intervista a Tiziano Mario Pellicanò

 




Buongiorno, come nasce il libro Amori et dolori sacrum?

Amori et dolori sacrum è un romanzo che ha preso forma lentamente, attraverso l’osservazione dei luoghi e la consultazione di documenti storici, nel tentativo di ascoltare ciò che quei luoghi ancora oggi sembrano raccontare. Questa edizione rappresenta una versione ampliata e profondamente rivista del testo originario, Villa Lysis, pubblicato nel 2022. Ho sentito la necessità di tornare sulla storia, di approfondirla e di aggiungere episodi, elementi storici e riflessioni psicologiche che permettessero di restituire maggiore complessità ai personaggi e alle vicende narrate. Il punto di partenza è la storia di Ciro, un uomo condannato per omicidio, ma il romanzo non vuole essere soltanto il racconto di un delitto o di una vicenda giudiziaria. Attraverso il suo destino e attraverso lo sguardo dello psichiatra che lo osserva e cerca di comprenderlo, ho cercato di entrare nelle zone più ambigue dell’animo umano. Napoli, con il quartiere della Sanità, e Capri, con Villa Lysis, diventano così molto più che semplici ambientazioni: sono luoghi dell’anima, capaci di conservare la memoria, i traumi, le passioni e i fantasmi di un’epoca.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Al centro del romanzo c’è sicuramente il tema della follia e del confine, spesso difficile da definire, tra follia e ragione. Ciro è un personaggio imprevedibile e istintivo, ma la sua storia non può essere compresa senza guardare alle esperienze che lo hanno formato. L’ambiente della Sanità, la miseria, la superstizione, le violenze familiari e un passato che continua a condizionare il presente. Un altro tema fondamentale è quello della colpa e dell’innocenza. Mi interessava interrogarmi su quanto sia possibile giudicare un individuo senza conoscere ciò che si nasconde dietro le sue azioni. Da qui nasce anche la figura dello psichiatra, che non si limita a osservare il suo paziente, ma cerca di ricostruirne la storia e di comprenderne le motivazioni più profonde. Ci sono poi la memoria, il dolore, la solitudine e le passioni proibite, insieme al rapporto tra individuo e società. Il romanzo attraversa una Napoli segnata da profonde contraddizioni e una Capri che, nella sua bellezza, nasconde altrettante inquietudini. La presenza di figure storiche come il Barone Fersen e di luoghi come Villa Lysis permette inoltre di intrecciare la vicenda narrativa con la storia e con la cultura dell’inizio del Novecento. Rispetto alla precedente edizione, questo romanzo presenta una seconda parte in cui si seguono le vicende di Lucia, la fidanzata del medico, una figura che era rimasta in penombra e con problematiche irrisolte. Ne nasce un racconto nel quale documentazione e invenzione letteraria dialogano continuamente. In definitiva, Amori et dolori sacrum è un’indagine sull’essere umano, sulle sue fragilità, sulle sue ossessioni e sulla difficoltà di separare nettamente vittima e colpevole, ragione e follia, amore e dolore.


Progetti futuri?

È difficile dirlo con certezza. Non ho, al momento, un progetto narrativo definito nei termini di un nuovo romanzo. La mia formazione e il mio percorso sono soprattutto quelli del saggista, e anche quando mi avvicino alla narrativa tendo a farlo partendo dalla ricerca, dai documenti, dalla storia e dall’osservazione della realtà.
Ci sono naturalmente temi, luoghi e figure che continuano a suscitare il mio interesse e che potrebbero, prima o poi, trovare una nuova forma sulla pagina. Ma preferisco non forzare questo processo e lasciare che siano le idee a maturare con i loro tempi.
Dopo un lavoro così impegnativo come Amori et dolori sacrum, sento soprattutto il bisogno di tornare alla ricerca e alla riflessione. Se da queste esperienze nascerà un altro racconto, un saggio o magari qualcosa che sfugga a una definizione precisa, sarà il tempo a dirlo.
Per ora, dunque, non farei anticipazioni. Credo che anche nell’attività di scrittura ci sia un valore nel lasciare alcune possibilità aperte.

 

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martedì 22 settembre 2026

Intervista a Rossella Bruzzone

 




Buongiorno, come nasce il libro I Cavalieri del Sol Levante?

 
I Cavalieri del Sol Levante rappresenta il seguito ideale di Un giorno di pioggia, Licia e le altre protagoniste degli anime anni 80. Devo ringraziare i miei amici che, dopo aver letto il primo saggio, mi hanno affettuosamente rimproverato di non essermi preoccupata dei protagonisti maschili. Mi hanno offerto uno spunto curioso e intelligente, che mi ha portato a rivedere quelle serie animate, puntata dopo puntata, entrando nelle storie, nei caratteri e nelle contraddizioni dei protagonisti,  maschili così diversi tra loro. È stato un viaggio divertente, introspettivo e soprattutto commovente. I protagonisti di questi anime hanno entusiasmato generazioni di bambini e adolescenti, rappresentando un modello di comportamento e un simbolo di identità per molti ragazzi ed esplorando temi come la virilità, la forza, dal giustizia, la lealtà e il sacrificio.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

 
L'eroe maschile negli anime degli anni Ottanta si colloca in una zona di confine tra epica e crisi. Da un lato, molte serie recuperano archetipi classici come il guerriero il pilota o il difensore dell'umanità, inserendoli in narrazioni di ampio respiro, spesso legate al genere fantascientifico. Dall’altro questi personaggi manifestano un crescente carico di ambiguità psicologica: dubbi esistenziali, conflitti interiori, traumi legati alla guerra, alla tecnologia o alla perdita di punti di riferimento tradizionali. Il soggetto maschile non è più esclusivamente definito da forza, razionalità e controllo, ma presenta anche numerose fragilità e incertezze e in esso si condensano le tensioni tra individuo e società, desiderio di affermazione e timore del fallimento.


 
Progetti futuri?

 
Scaramanticamente non anticipo nulla…. Però “qualcosa bolle in pentola”.
Vorrei ringraziare Fabrizio e tutta la Midgard. Grazie di cuore per la fiducia, la pazienza e la cura dedicata al mio lavoro.

 

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giovedì 17 settembre 2026

Prima che sia giorno

 di Domenico Luigi Pistilli.

 



 


 

QUESTO AFFANNO CHE CHIAMO AMORE

L'amore richiede  
compromessi
capitolazioni
marce indietro
dire  "ho sbagliato"
Non serve dire 
"ti vorrò sempre bene"
Di per se è insufficiente
Non serve volersi bene
Occorre finanche  rischiare per amore
L'amore infatti lo richiede 
altrimenti 
non è amore
E senza cosa saremmo?
Un buco nero infinito 
come l'affanno 
L'amore è un'ancora di salvezza
senza maschere e filtri
E se è così 
l'amore lascia sempre una  porta aperta



RICORDO
                             
Ricordo
quei giorni
quel primo incontro
la nostra intimità 
e le carezze del poi
Il prendere il tuo viso
tra le mani
prezioso
delicato
Ricordo
le mie mani sul tuo seno
"È piccolo" mi dicevi
Sorridevo
come non sapessi
la sacralità che esprimeva
Si muovevano lente
le mie mani
giocavano sulla tua pelle
e il tuo sorriso era bello
in un modo che mi stordiva
Mi sentivo amato 
e la misura di esso
l'ho avvertita
il giorno in cui ho compreso
il dono della tua presenza
Mi sembrava che tutto
fosse possibile a quel tempo
Ora
non appartieni più a questo cielo
Non sei più un atomo 
di questa terra
Appartieni al firmamento 
non più a me



QUEL PROFUMO

Quel profumo
lo percepisco ancora nelle narici
L'ho annotato nella mente
Non l'ho più riavvertito
Credetemi
resto ancora curioso 
di sapere quale fosse
Oggi 
questo desiderio
è legato alla voglia struggente 
di tornare a rivisitare 
quei momenti indelebili
della mia  storia personale
E se 
nel fluire dei giorni 
quel profumo persiste nella mente  
vuol dire che era 
tremendamente magico
L'incancellabile 
è sempre struggente
Ne siamo attratti 
per quel senso fuggevole 
che è insito in esso
perché siamo  tutti in amore  dei perdenti 
o almeno una volta lo siamo stati



COSA RESTERÀ

Cosa resterà di noi?
Cosa resterà nel tempo?
Cosa resterà di quelle mattine troppo presto volate via?
Cosa ricorderai di me?
Quella luce che sapeva di libertà?
O i baci sul tuo seno che ti facevano chiudere gli occhi?
Cosa ricorderò di te?
Le tue ali quando mi sfioravi per volare via?
O quei caffè troppo zuccherati?
Resteranno sempre nella memoria 
i desideri di un tempo 
quando le parole 
facevano esplodere la carne 
e la fantasia


Estratto dal libro di Domenico Luigi Pistilli, Prima che sia giorno, Midgard Editrice

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venerdì 11 settembre 2026

Il bacio sopito

 di Barbara Sabatini.

 

 


 

 

 

Era una notte dolce piena di sospiri quando osservavo il cielo dalla finestra dove c’era il mio io più profondo e dal gelo degli alberi il gelo del mio amore e le stelle silenziose tra le mie poesie e le mie ossessioni, si recitava così: abiti lunghi e neri striscianti per ogni tuo bacio calamaio di parole. Persefone era come un gabbiano che partorisce parole e sangue nella notte disabitata e feroce come un peccato nell’ombra ben distinta dove si ci vedo ma con una lente spessa come oro nei tuoi sentimenti inscritti nella mia voce solubile e labile come il tuo caffè e mi dici parole d’amore dalla mattina alla sera e non ti stanchi mai sei tenace come un fiore come una violetta come una peonia un fiore come io mi chiamo con un nome di un fiore Ortensia tu lo sai bene e l’amore per i fiori come trascendenza dal passato un rigore senza fondo come un castello con le carte nel mare delle idee. È un racconto che passa nell’oscurità e se passasse come un fugace uccellino un pettirosso e il mare e la stella il mio Dio di dannazione nei solenni difficili rituali come proposta sensuale si intraprende dentro alle parole dentro all’ingresso nella porta instabile, il racconto sono tanti riflessi raccolti per i sogni incastonati nel lento sibilare del serpente, ognuno ha il suo serpente tra le pieghe della notte come un calice sospettoso di attimi di piacere che si frequentano come ombre cinesi nel teatro e le ombre siamo noi, Aldo, tu che sei come una concezione a cui devo arrivare ogni singolo giorno della mia vita e ricomincio sempre dall’inizio come l’inizio della creazione nella maternità vissuta nel cervello come un oracolo di contrazioni e noi si siamo soli solo nella maternità. Il nostro amore sono le nostre parole le parole consumate come ombrelli stiamo sotto la pioggia che ci stringe nella perfezione del nostro sapere proprio tutto nelle sere che sanno di sapone e legna e ignoti incantesimi quando ci diciamo il nostro amore. Tutto è lì come un giorno lontano una difficoltà nel recondito pensiero quasi spicciolo quando conto il resto nella spesa nelle necessità di tutti i giorni nello svegliarsi tremando di sapere quello che non so quando lo so ed è apostrofare l’anima che si rivolge a qualcuno che non conosce e ci parla come una solitudine mai sopita e il colloquio finisce proprio dov’è iniziato non c’è progresso siamo sempre lì e non vediamo mai la fine siamo sempre forse nel passato come un ondata di gelo improvvisa e vedo la penna nelle mani quella poesia che mi accende un sogno dentro un grande dono che posso prendere e vivere e posso vivere con poesia. Tu mi chiedi come ti amo e io te lo dico: ti amo come un girasole, come un sogno nelle mie mani e ti amo come l’essenza. 


Estratto dal libro di Barbara Sabatini, Il bacio sopito, Midgard Editrice.

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martedì 8 settembre 2026

La morte di Ercole

 di Carlo Pedini.

 

 

 

 

Ario era nato nel 288 nella provincia romana della zona di Asisium, pochi anni dopo che le legioni romane, in un remoto angolo della Tracia presso Nicomedia, oltre il Bosforo, avevano acclamato Imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Giusto quarant’anni prima, Roma aveva festeggiato, con grande sfarzo e tripudio di folle, il millenario della sua fondazione. Il suo nome completo era Ario Cornelio Vinicio, dalla antica Gens a cui apparteneva. Si dice che la Cornelia fosse una delle cento Gentes che dominarono Roma alle sue origini. Alcuni Corneli erano originari di Satrico, nella terra dei Volsci. Dico alcuni perché i Corneli non erano propriamente un’unica famiglia. Piuttosto si trattava di un antico ceppo di varie famiglie sparse nel territorio a sud di Roma, fra il Latium e il Mare Nostrum. Satrico, nonostante fosse stata fondata da Silvio, figlio di Enea, già era in decadenza quando Romolo riunì le prime Tribù. Ciononostante, come accadde a molte altre città intorno all’Urbe, sopravvisse ancora a lungo. Si sa come vanno queste cose: gli uomini che hanno lottato per conquistare le proprie terre, non le cedono più se non a prezzo della vita. Restano attaccati a quelle case, alle antiche mura, ma non solo. Per sentirsi sicuri fanno alleanze con altre città, e il recinto disegnato a loro protezione si ingrandisce sempre più. Ma tutto ciò non è mai di grande aiuto quando sorge un nemico più organizzato e potente, che quelle terre e quelle città farà proprie, quando poi non le distrugge. 
Ario conobbe le rovine di Satrico da ragazzetto, quando in questa parte di mondo regnava Massimiano e a Roma era Prefetto Gaio Giunio Tiberiano. Ce lo portò in visita suo padre, Flavio Vinicio, durante i Vicennalia dell’Imperatore Diocleziano. Era l’ottobre del 303. Il giorno prima, il 20 dicembre, con grande tripudio, si festeggiava il suo ritorno a Roma. I due Imperatori facevano il loro ingresso trionfale sopra un enorme carro, trainato da quattro elefanti. 
Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, solenne e severo, con la barba che a stento nascondeva un collo di toro, sembrava la personificazione dell’ultimo nome che portava. Eretto, a fianco del primo Imperatore, scrutava la folla col solo movimento degli occhi.
Eppure tutta quella fierezza impallidiva fino a sparire accanto al fascino che emanava Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. I capelli lievemente argentati, il labbro superiore sottile, serrato all’inferiore lievemente sporto in avanti, l’ovale perfetto del volto, con le orecchie strette ben attaccate alla testa, comunicavano tutta l’intensità di grandezza e potenza che sprigionava il capo supremo. La barba curata disegnava la regolare mandibola, esaltata nella sua perfezione dal confronto impietoso con quella larga e sproporzionata dell’altro che gli era di fianco. Quel volto radioso era il perfetto monile dove si incastonavano due occhi penetranti e luminosi come gemme. E lassù, dall’alto del carro, gettavano lo sguardo al di sopra delle teste confuse della moltitudine festante, proiettati ben oltre l’orizzonte, a voler abbracciare l’intero mondo, che a incontestabile diritto a lui soltanto realmente apparteneva.
Tanto povera e insignificante appariva ora al ragazzo l’antica potenza di Satrico, più volte distrutta e ricostruita, nel campo brullo e desolato dove solo poche pietre dal taglio regolare lasciavano intuire l’antico abitato. Eppure ancora a quel tempo, quando per la prima ed ultima volta Ario vide l’esibizione trionfale della gloria d’un Imperatore, non erano poche le persone nelle quali il nome della Gens Cornelia fosse in grado di risvegliare qualche memoria. Anche negli annali ormai dimenticati dell’antica città che il mondo ammirava a temeva, era iscritto il nome della sua Gens. Va detto anche che più avanti, negli anni della sua vecchiaia, Ario doveva confessare a se stesso di esserne orgoglioso, proprio perché quegli annali erano ormai da tempo dimenticati. Già da un po’ non poteva più dire d’essere figlio del suo tempo; anzi, ben più corretto sarebbe stato definirlo addirittura suo nemico. Non che non lo comprendesse, come tante volte gli capitava di sostenere. Questa era soltanto una scusa di comodo. Forse ormai era solo per pigrizia. Oppure soltanto perché non gli piaceva mostrarsi astioso, se non aggressivo, scegliendo di dire di non capire il suo tempo, per non confessare che ne provava odio e disprezzo. Sapeva ben vedere quel che succedeva, ma si fingeva cieco. Gli sembra meno avvilente fingere un difetto che ammettere di vedere uno scempio. Erano anni che gli Imperatori non governavano più stabilmente da Roma. Preferivano scegliersi la propria residenza ai Confini dell’Impero, per meglio controllarne i pericoli barbarici che iniziavano ad insidiarne l’antica granitica solidità. 


Estratto dal libro di Carlo Pedini, La morte di Ercole, Midgard Editrice

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)   


 

venerdì 4 settembre 2026

La bislacca commedia del potere occulto

 di Giulia Rizzardi.

 

 


 

 

Nel mezzo d’una piazza assai affollata 
vidi gente spenta altresì demotivata. 
Vagavano come ombre smidollate 
nella stessa direzione allineate!

Lambivano tra le mani un cellulare 
ed intorno non potevano guardare. 
Fisso sullo schermo ipnotizzato 
stava il lor pensiero atrofizzato!

Un fischio di lontano aveo udito
che svenni, il mio subconscio fu colpito! 
Quello che da poco avevo sentito,
era il suono del sapere proibito.

Caddi a terra senza sensi
e mi risvegliai tra profumi d’incensi! 
Ero vicino ad un palazzo abbandonato, 
d’antichi fasti circondato!

Un grande cancello d’oro 
sovrastato dalla statua di un toro
apriva la strada ad un sentiero sterrato 
che portava dritto ad un portone chiodato!

Una musica soave mi attirava 
ed un vortice la mia coscienza risucchiava! 
Ero stordita e non capivo 
di quella situazione il motivo!



Estratto del libro di Giulia Rizzardi, La bislacca commedia del potere occulto, Midgard Editrice

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)   

martedì 1 settembre 2026

Fino a otto

 di Simona Cappellini.

 

 


 

 

In confronto al condominio dove era cresciuto Yannik, la borgata di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana sembrava Beverly Hills.
Un cortile stretto, irriverente, colonizzato da felci selvatiche e carrelli della Superal, era il centro geometrico e simbolico attorno al quale orbitavano palazzi grami come le vite che ci abitavano, anime danneggiate, destinate a sbriciolarsi senza clamore.
Al primo piano viveva Marianna, moglie senza fede di Rodolfo, che se la faceva con uno zingaro soprannominato Modugno, non per via della voce, ma perché stava tutto il giorno seduto su uno sgabello da campeggio a cantare Volare, a squarciagola e stonato, come se potesse redimere il mondo con la sola potenza del diaframma.
Al terzo piano c’era Roberta con la cappella aperta — il soprannome lo aveva guadagnato senza fatica — che abitava con la figlia Silvia e accudiva, si fa per dire, Loredana, un’anziana in modalità aereo da almeno due anni. Si preparavano a ereditarne l’appartamento con la stessa calma e costanza con cui si fanno bollire le ossa per il brodo.
Alba Rosalba, invece, era una cleptomane gentile con gli occhi sempre un po’ fuori dalle orbite, che rubava senza cattiveria, quasi per gentilezza, quasi per dire: “Se non lo prendo io, lo prenderà qualcun altro”. Accumulava oggetti senza peso né utilità: tappi, cucchiai piegati, pantofole spaiate. Bastava uscire con una busta per la spazzatura perché lei spuntasse come un’ombra: “Posso prenderlo?”
Poi c’era Giovanna Galli Fabbri Pirà, che era, o era stata, una nobildonna. Di quelle che si riconoscono più dalla postura che dal nome, perché il nome – lungo, sonoro,  ormai svuotato – nessuno lo pronunciava tutto, neppure lei. Stava con Piero, un sardo ex pescatore, oggi alcolista a tempo pieno, che gridava tutto il giorno dal balcone “Ciofanaaa!” con quella "f" che sembrava una bestemmia repressa, un venditore d’acqua nel deserto del decoro. Yannik non sapeva, non poteva sapere, che quel nome altisonante, quella voce che trascinava le vocali come se ogni parola fosse un ricordo, erano un segno. Un segno vago, che si sarebbe rivelato solo più tardi, quando la sua strada si sarebbe intrecciata con i nobili – veri, falsi, decaduti. Allora avrebbe ricordato Giovanna, mentre aspettava il taxi nel cortile con la boccuccia pronunciata e quell’aria da snob consumata, un’attrice uscita di scena ma ancora in costume, come se il mondo le dovesse un ultimo applauso che non sarebbe mai arrivato. 
Infine c’era Andreina Stellina, una donna di ottant’anni che non parlava mai del passato e non aveva futuro, ma una fama immortale nel quartiere: sapeva mettere un preservativo con la bocca. Nessuno sapeva se fosse leggenda o verità, ma ogni volta che si nominava il suo nome, anche le antenne paraboliche si giravano.
Yannik era cresciuto lì dentro.
Con quelle voci, quegli odori, quelle strane traiettorie di umanità. Eppure, più che abitare il cortile, sembrava sfiorarlo, come se vi passasse accanto camminando sul ciglio di un sogno sbagliato.
Suo padre era un uomo grande, grosso e sbrigativo. Ristoratore per istinto, manesco per forma mentis, con mani come pale e una voce che faceva tremare i frigoriferi. Nelle foto da giovane sembrava un buttafuori balcanico, negli anni ne aveva solo guadagnato in volume e in scorza. Quando si arrabbiava (e si arrabbiava spesso), gli oggetti prendevano il volo: mestoli, piatti, padelle. Sembrava cucinare con l’anima e l’ira.
Yannik lo aiutava da quando aveva dodici anni. Doveva. Andava dopo la scuola, tra la puzza di olio bruciato e la tristezza dei piatti del giorno. La madre, ormai trasparente come le camicie che indossava, passava le giornate tra il frigo e i conti.



Estratto del libro di Simona Cappellini, Fino a otto, Midgard Editrice

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giovedì 27 agosto 2026

Un giorno di pioggia

 di Rossella Bruzzone.

 

 


 

 

Heidi titolo originale Heidi, la ragazza delle Alpi, è una serie animata prodotta nel 1974 dallo studio di animazione giapponese Zuiyo Eizo, tratto dall'omonimo romanzo per ragazzi scritto nel 1880 dall' autrice elvetica Johanna Spyri. In Italia l'anime, composto da 52 episodi, fu trasmesso per la prima volta su Rete 1 dal 7 febbraio al 6 giugno 1978 e grazie al grande successo riscosso venne replicato frequentemente fino al 25 dicembre 2003 sulle reti Rai e successivamente sulle emittenti Mediaset. La trama è nota: Heidi, un' orfanella di cinque anni, viene affidata dalla zia, che non può più prendersene cura, al nonno, chiamato da tutti il “Vecchio dell' alpe", uomo burbero e scontroso. La piccola riuscirà da subito a farsi amare dall' uomo che si rivelerà un nonno premuroso, accogliente, capace di educare e di farsi obbedire e la bimba, dal canto suo, si innamora immediatamente della vita in montagna e si integra nella piccola comunità stringendo amicizia con il pastorello Peter, la madre e l’anziana e cieca nonna di lui. Trascorrono tre anni nei quali Heidi scopre e apprende tutto ciò che un bravo montanaro deve sapere, vive però nel suo microcosmo, non frequenta la scuola perché il nonno teme che l' incontro con la civiltà possa contaminare la sua gioiosa innocenza. L'improvviso ritorno della zia darà’ vita ad un colpo di scena: porterà via con sé la bambina per condurla a Francoforte dove dovrebbe essere la giovane dama di compagnia di Clara Sesemann, una ragazzina costretta su una sedia a rotelle. Mentre tra le due sorge spontanea una sincera amicizia per la piccola, l' impatto con la vita in città è a dir poco traumatico anche a causa della rigida educazione che la signorina Rottenmeier intende impartirle. Le brevi visite del padre e della nonna di Clara non bastano ad alleviare la malinconia della bimba che inizierà a deperire e a soffrire di sonnambulismo. Il signor Sesemann si vedrà costretto a fare tornare Heidi dal suo amato nonno e alle sue care montagne, promettendo però alla figlia di farle raggiungere la sua amica durante l'estate.
Durante il suo soggiorno sulle Alpi, dapprima in compagnia dell' istitutrice poi della nonna, Clara riprenderà a camminare e anche l'arcigna signorina Rottenmeier svelerà un inaspettato lato tenero del suo carattere.
Il consenso in Italia fu davvero enorme, la sigla, scritta da Franco Migliacci e interpretata da Elisabetta Viviani, ebbe un inatteso successo e fu creata una bambola con le sembianze di Heidi tuttora reperibile su Internet.
Heidi fu l'antesignano degli anime che spopolavano negli anni ‘80 e ‘90. Sebbene apparentemente sembri un cartone rivolto ad un pubblico di giovanissimi, nasconde dei risvolti psicologici e pedagogici molto interessanti e per nulla banali. I personaggi non sono stereotipati ma presentano molte sfumature caratteriali. Il nonno, uomo concreto, sensibile, intelligente ed affettuoso con la nipotina, nasconde un lato egoistico perché si rifiuta di permettere alla bambina di frequentare la scuola, quasi temesse gli venisse portata via, cosa che realmente accadrà. La stessa signorina Rottenmeier, da noi nati negli anni 70 e 80 tanto odiata, forse tutti i torti non ce li ha…. Ricopre l' infausto ruolo di istitutrice della disabile Clara, orfana di madre e con il padre sempre in viaggio per lavoro, le viene affidata la responsabilità di una bimba simpatica e solare ma non proprio un esempio di educazione svizzera e si trova in seria difficoltà. Le sue crisi di nervi con relativi svenimenti quando Heidi portava a casa ceste piene di gattini, sottraeva panini bianchi per la nonna di Peter oppure teneva in grembo topolini ci hanno fatto sorridere così come il suo indimenticabile ”Misericordia o Signorine, disciplina!“, però non posso fare a meno di commuovermi di fronte alle sue lacrime quando è costretta a lasciare la “sua” Clara in montagna e quando, con i suoi modi militareschi, supporta la ragazza nei suoi esercizi, motivandola con l'imminente vacanza in montagna. Tutti i personaggi di questo anime combattono contro i propri limiti, le “gabbie” da cui anelano fuggire ma ne sono impediti, talvolta da cause di forza maggiore, talaltra da blocchi psicologici o da abitudini e convinzioni ormai radicate. Nel caso di Heidi la gabbia è evidente, si tratta della costrizione a vivere in città, alle regole a cui è sottoposta, alla nostalgia straziante per i suoi affetti, per le sue montagne e per le prepotenze della signorina Rottenmeier. Per Clara la gabbia era l' odiata-amata sedia a rotelle, oggi si direbbe la sua comfort zone , sogna di correre, camminare, giocare come tutti gli altri ragazzi della sua età, ma contemporaneamente ha timore di perdere i benefici che la sua condizione le riserva. Sarà proprio il Vecchio dell' alpe a comprenderla e ad aiutarla a vincere le sue paure. Anche il nonno combatte con il suo demone, la solitudine, da lui fortemente cercata e voluta, interrotta dapprima dall'arrivo della nipotina poi dalla visita di Clara, della signora Sesemann e dell' istitutrice, di cui non condivide i metodi educativi, ma riconosce il profondo affetto verso Clara e, successivamente, anche verso Heidi. La già citata signorina Rottenmeier è forse il personaggio più complesso dell' anime, che paragonerei all' uccellino che fa compagnia a Clara. Heidi lo libera ma lui torna nella sua gabbia perché è il suo rifugio, l' unico luogo che conosce, dove si sente al sicuro. Lo stesso discorso vale per la donna che conosce solo la realtà di Francoforte, la sua famiglia sono i Sesemann, ama Clara come una figlia e il suo unico modo di dimostrarlo sono il rigore e la disciplina perché lei stessa senza le sue regole si sentirebbe persa.



Estratto dal libro di Rossella Bruzzone, Un giorno di pioggia. Licia e le altre protagoniste degli anime anni 80, Midgard Editrice

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mercoledì 26 agosto 2026

Macbeth

 di Claudio Michelazzi.

 

 


 


Quando si apre Macbeth, non assistiamo a un semplice dramma politico o morale, ma entriamo fin da subito in un paesaggio psichico. La Scozia non è uno spazio geografico: è un teatro dell’anima, una landa mentale immersa nella nebbia, popolata da forze che sfuggono alla logica della veglia. L’opera intera, come anticipato, può essere letta come un sogno: non in senso metaforico, ma strutturale e funzionale. Macbeth è il soggetto sognante, ma anche sognato. La sua mente produce e subisce le immagini che lo travolgono. L’intera tragedia è un sogno archetipico interrotto, una progressione onirica che si infrange per inflazione e collasso.
Come nei sogni a contenuto fortemente simbolico o nei quadri clinici di tipo dissociativo, il tempo è contratto e discontinuo, lo spazio è mobile, le figure non sono mai pienamente corporee né pienamente allegoriche. Le tre streghe che aprono l’opera non provengono dalla storia, ma dalla psiche. Non agiscono, non compiono gesti realistici: pronunciano oracoli. In questo caso potrebbero essere lette clinicamente come voci primarie, proprio come quelle che in un delirio uditivo emergono a distorcere il confine tra interno ed esterno. L’incipit (“Fair is foul, and foul is fair”) non è ambiguità: è collasso dei registri semantici, rottura della coerenza percettiva. Il sogno è già all’opera, e con esso l’instabilità cognitiva. Grazie a questo panorama psichico possiamo ben comprendere come il confine che separa un possibile scompenso psicotico da un’autentica esperienza liminale di natura mistica e spirituale, di contatto con il Numinoso o con l’Oltre, sia flebile se non sorretto da consapevolezza, ascesi e iniziazione alla Tradizione.
Macbeth entra in questa dimensione psichica già predisposto. Non c’è un prima reale: c’è solo l’accesso a un mondo mentale, un “setting onirico” dove ogni elemento è contaminato dalla tensione psichica del soggetto. I luoghi (Inverness, Dunsinane) non sono più ambienti fisici, ma dispositivi interni: il castello è un luogo mentale, la sala del banchetto è la mente che si frantuma, le mura diventano barriere e confini identitari, destinati a cedere. Come nei sogni disturbati, lo spazio cambia funzione: da contenitore simbolico si fa labirinto.
Il tempo, elemento strutturante della coscienza, è qui frantumato. Gli eventi si susseguono senza transizioni, senza respiro. L’eroe acclamato diventa assassino in pochi minuti di scena, la notte non finisce mai, e i giorni non producono alcun senso di sollievo. Si tratta di un tempo soggettivo, “kairologico”, tipico degli stati psichici alterati, dove il senso di continuità è perso. La temporalità di Macbeth è analoga a quella delle psicosi incipienti: il soggetto è immerso in una percezione distorta e amplificata del proprio vissuto, in cui ogni evento ha valore assoluto, persecutorio o salvifico.
Il soggetto sognante, Macbeth, è fin da subito in stato regressivo. La sua identità non è stabile, ma fluttuante. La mente del personaggio presenta tratti compatibili con un quadro pre-psicotico: allucinazioni visive (il pugnale che “vede” prima di uccidere Duncan), uditive (“Sleep no more”), episodi di derealizzazione e confusione semantica. Non c’è più un confine netto tra desiderio e realtà, tra pensiero e azione. In Macbeth si assiste alla dissoluzione della funzione simbolica: egli non distingue più tra immagine e cosa. L’Io, già fragile, è sovrastato da un inconscio che ha preso il sopravvento.
Questa configurazione onirica spiega anche il linguaggio dell’opera, dominato da immagini viscerali, pulsionali, iperrealistiche e contraddittorie. Il sangue, il buio, il suono, la voce, la mancanza di sonno: tutto ciò che si presenta è elemento-simbolo, ma mai decifrato. Macbeth non ha accesso a una funzione riflessiva matura: non interpreta, non elabora, non sublima. È un sognatore che agisce nel sogno come un automa simbolico, in preda a un acting out allucinato. Questo lo distingue da altri personaggi shakespeariani (come Amleto), dotati di un metalinguaggio interiore. Macbeth, al contrario, è muto davanti all’inconscio.
Il teatro di Shakespeare, in questo contesto, è contenitore di sogni collettivi. La scena è spazio psichico comune: l’inconscio del protagonista diventa esperienza archetipica per lo spettatore. La dissociazione di Macbeth, il suo delirio di onnipotenza, la sua frantumazione simbolica, producono nel pubblico un effetto speculare: chi guarda Macbeth si trova immerso in un sogno “altro”, ma familiare. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo in azione”: la tragedia è un sogno rituale della civiltà occidentale, che mette in scena l’angoscia del potere scisso dalla coscienza.
Il primo atto del sogno è dunque la costruzione del paesaggio mentale. Non c’è ancora colpa, non c’è ancora sangue. C’è però la condizione psichica perfetta per la catastrofe: un Io debole, un inconscio forte, un ambiente simbolico saturo. Le streghe aprono la porta. Macbeth entra. Non sa che sta sognando. E proprio per questo, non potrà più uscirne indenne.



Estratto del libro di Claudio Michelazzi, Macbeth, Midgard Editrice

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lunedì 24 agosto 2026

Una fanciullezza rubata

 di Giuliano Bruno.

 
 



Per una volta, avevamo vissuto una vera giornata di felicità: era il 6 gennaio, il giorno della Befana. Una figura antica e misteriosa, sospesa tra leggenda e sogno. Si diceva che nella notte scivolasse giù dal camino, avvolta nei suoi scialli consunti, a cavallo di una scopa di saggina, per portare doni ai bambini buoni. Sapeva di fumo e di cenere, con mani rugose come quelle delle nonne e occhi profondi e quieti, come chi ha vissuto tanto e sa guardarti dentro senza bisogno di parole. Per anni avevo finto di dormire, sperando in silenzio di coglierla sul fatto. Nella mia fantasia, pensavo che se fossi stata gentile con lei, magari mi avrebbe lasciato qualche dono in più. Almeno, era ciò che speravo. Ma purtroppo, non ha mai funzionato.
Nel giorno in cui i bambini delle famiglie borghesi ricevevano giocattoli e regali colorati, io e i miei fratelli trovavamo accanto al letto due lunghe calze piene di mandarini, noci, fichi secchi e qualche confetto. Non so se la nostra gioia derivasse dal contenuto, dato che quelle delizie non erano affatto quotidiane, oppure dalla sorpresa in sé e da come papà riusciva sempre a renderla magica e misteriosa.
Mi piace ricordare quei singoli momenti. Eravamo piuttosto poveri, nel dopoguerra: papà aveva combattuto in Albania e mamma era rimasta sola con cinque figli. Spesso in casa scoppiavano litigi violenti. Nei momenti di disperazione, papà diventava aggressivo con mamma. Poi però si pentiva, l’abbracciava tra lacrime e singhiozzi da parte di entrambi e cercava di rimediare. Mia madre gli perdonava sempre tutto perché lo amava infinitamente. Con noi bambini, invece, non alzò mai un dito. Ma il suono delle urla e del pianto riempiva quella piccola stanza che chiamavamo casa.
Cercavo di proteggere Cristina e Armando, di distrarli prima che mamma crollasse e riversasse su di noi la sua frustrazione. Anch’io avrei avuto bisogno di un abbraccio, di una parola che scaldasse il cuore. Ma non c’era tempo per i sentimenti: la vita non ce lo permetteva. Era un’Italia ancora stremata dalla guerra, soprattutto al Sud. Taviano, il nostro paese nel cuore del Salento, era povero ma vivo. Le strade erano di terra battuta, le case umili, spesso senza servizi, ma c’era una forza collettiva che ci faceva resistere. I contadini partivano all’alba per i campi — quelli che avevano la fortuna di avere un pezzo di terra — mentre tanti altri si univano alle leghe contadine, lottando per conquistare un pezzo di pane e dignità. In quegli anni, le campagne del Salento erano percorse da fermenti di protesta: l’aria era carica di voci, di scioperi, di speranze. La terra dell’Arneo veniva invocata come promessa di riscatto, mentre la disoccupazione mordeva le ossa e la fame era una compagna silenziosa.
Le donne si ritrovavano nei cortili a lavare i panni con l’acqua tirata su dai pozzi, scambiandosi confidenze e consigli, spesso su come arrivare a fine settimana. I bambini — quando non aiutavano — giocavano per strada, correndo tra le pietre e la polvere, costruendo mondi immaginari con quattro bastoni e un po’ di filo di ferro.
La miseria era ovunque: nei vestiti rattoppati, nei pasti frugali, nei racconti dei bombardamenti che ancora riecheggiavano nelle sere d’inverno, quando ci si radunava nelle piazze per scaldarsi con le parole più che con il fuoco. Eppure, la gente aveva uno spirito che oggi si fa fatica a ritrovare: una positività profonda, quasi testarda.
A Taviano si parlava ancora, a bassa voce, dei signori Caracciolo, una famiglia nobile che per secoli aveva dominato queste terre. Se ne ricordavano i vecchi, con rabbia o con rispetto, a seconda delle memorie: feudatari potenti, poi decaduti, ma con un palazzo che incuteva ancora soggezione a chi passava davanti. In paese si raccontavano storie mezze vere e mezze leggenda: banchetti sontuosi, cocchieri vestiti di velluto, e servitù che si piegava al loro passaggio.
Ma quel tempo era ormai lontano. I più fortunati partivano all’estero con la speranza in una vita migliore. Chi andava in Svizzera, chi in Germania, in Argentina o in America. Qualche volta vedevo passare carretti trainati da asini, pieni di valigie e cianfrusaglie, con ragazzini della mia età che mi guardavano con uno sguardo triste, ignari e spaventati
dall’inconsapevolezza del loro destino. Quegli stessi bambini che forse non sarebbero più tornati nella loro patria, o che avrebbero dimenticato persino la lingua madre.
Eppure, anche nella miseria più cupa, c’erano giorni che sembravano sospesi, pieni di luce e speranza. La terza domenica di febbraio, per la Madonna del Miracolo, tutto il paese si fermava: la chiesa esplodeva di canti e luci, e per qualche ora, nessuno sembrava più avere fame. San Martino, l’11 novembre, era invece il tempo del vino nuovo e delle castagne: bastava poco per sentirsi vivi. E poi la Pasqua, la Settimana Santa, le processioni lente e silenziose con le statue portate a spalla, e le donne che seguivano scalze, in segno di devozione. Le feste non portavano denaro, ma regalavano una scintilla di speranza. E, in quei tempi duri, bastava per andare avanti.

 

Estratto del libro di Giuliano Bruno, Una fanciullezza rubata, Midgard Editrice,

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venerdì 21 agosto 2026

I diari del Chewing Gum

 di Stefano Pischiutta.

 

 



«La gomma da masticare (detta anche gomma americana e in alcune parti d'Italia chiamata semplicemente gingomma, cingomma, cicca, giungomma, gigomma, ciccigomma, ciugomma, ciuinga, cingon, masticante, gommina, caramella a gomma o cicles, in inglese chewing gum) è un prodotto dolciario che a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato..» (wikipedia.it).

Frederick Perls, il padre fondatore e ispiratore della Psicoterapia della Gestalt, ha fondato il suo approccio terapeutico non tanto sui bisogni orali legati al piacere, quanto su quelli legati al mordere, all’aggressività, in cui il masticare, anziché l’ingoiare, rappresenta la modalità più creativa e assertiva. 
Talvolta, il masticare è più immaginato che vissuto. Per questo, il mondo immaginario a volte è molto più ricco di quello reale. Nel mondo immaginato si mettono in atto azioni e creazioni che nella realtà poi non si realizzano sempre. 
I due diari che presento qui sono immaginari, di pazienti immaginari, di cui sono stato immaginariamente lo psicoterapeuta e a cui immaginariamente rispondo, interagendo talvolta (in corsivo) con i loro diari, quasi come una voce fuori campo. 
A volte, quando si scrive un diario non si è totalmente sinceri, in quanto si ha paura che qualcuno un giorno lo possa leggere. Pertanto, i veri diari difficilmente vengono scritti. Questi diari del chewing-gum sono i soli, veri diari possibili. 
I diari sono liberamente ispirati alle storie di pazienti che ho avuto in terapia. Gli interventi che faccio “fuori campo”, in corsivo, all’insaputa dei miei pazienti, servono a suggerire loro, in modalità “asincrona”, un mio possibile intervento sui loro dubbi, incertezze, difficoltà; essi sono simili ai feedback che spesso do nelle mie sedute di psicoterapia, ma che spesso non do perché non li posso dare, per innumerevoli motivi che qui non posso spiegare. 
I diari ripercorrono i passaggi chiave di una psicoterapia, inseriti nel percorso di vita e di crescita dei pazienti, spesso facendo incursioni nel passato, prossimo o remoto, al di dentro e al di fuori del percorso terapeutico. 
Il dialogo terapeutico qui immaginato avviene in un luogo e in uno spazio “iperuranico”, che non esiste e che, forse, non può esistere.
I due pazienti che presento sono accomunati dall’avere lo stesso terapeuta e da un obiettivo comune: la crescita.



Estratto dal libro di Stefano Pischiutta, I diari del Chewing Gum, Midgard Editrice

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giovedì 20 agosto 2026

Nascondere un cadavere

 di Egidio Burnelli.


 


 

 

 

Seduto sul divano mi appresto a vedere l’evento di boxe. Estraggo il telefono dalla tasca e sblocco l’app di DAZN. Clicco sull’evento e collego il mio smartphone alla tv. L’apparecchio si illumina e compaiono le pubblicità che promuovono i vari match della serata.
Mi è sempre piaciuta la boxe, ma non so il perché. Nella mia famiglia nessuno apprezza questo tipo di sport. Mia madre dice che è troppo violento e le fa senso vedere delle persone che si picchiano. Mio padre dice che è uno sport violento da “fascisti”, ma dice questo riguardo a tutti gli sport da combattimento e inserisce in questa categoria anche il rugby. Però, lui non fa testo, visto che gli interessa solo il calcio e lo annoiano tutti gli altri sport in generale. Infine, ci sono le mie sorelle che credo non abbiano nemmeno mai riflettuto sul concetto di sport e, tantomeno, sugli sport da combattimento.
Mentre scorrono le immagini, che vengono commentate dai telecronisti che elencano le varie caratteristiche dei lottatori, passa mia madre che sta mettendo in ordine i vestiti della mia valigia e sospira:
«Proprio come il nonno.»
Nonno non c’è più da molto tempo, è morto quando io frequentavo la quarta elementare. Mia madre dice che lui, suo padre, era un grande appassionato di boxe e non si perdeva mai un incontro di Cassius Clay. Era così appassionato del pugile statunitense che, quando veniva dato un incontro in televisione, il nonno lo registrava su videocassetta. In questo modo poteva rivedersi l’incontro quando più gli stava comodo. Purtroppo, io ho conosciuto il nonno solo per poco tempo. A quella giovane età ero molto più appassionato di wrestling, perché i lottatori avevano costumi sgargianti ed eseguivano mosse spettacolari. Se fosse vivo ora, credo che guarderemmo la boxe insieme e ci scambieremmo numerosi aneddoti e pareri.
Sta per iniziare il primo incontro tra due giovani lottatori che non conosco nemmeno per sentito dire. Non sapendo nulla di loro, voglio seguire con attenzione il match per vedere se avrò un nuovo idolo del ring da seguire e ammirare in futuro. Pertanto chiedo a mia madre se può fare più piano o se può disfare i miei bagagli domani, così le potrò dare una mano anch’io. In effetti, mi dà fastidio che faccia tutto lei mentre io sono stravaccato sul divano, ma dopo le sei ore di treno sono completamente fuori gioco. Sono tornato da Modena, dove studio storia all’università. Sono tornato nella mia Perugia per passare le vacanze di Natale in famiglia. Anche se le feste mi fanno schifo e in particolare odio le feste in famiglia, questo è l’unico modo per rivedere tutti i parenti nel minor tempo possibile. In questo modo potrò avere anche del tempo per studiare e rivedere gli amici che sono rimasti in città.
Mia madre risponde che vuole fare tutto adesso, perché non bisogna mai rimandare al domani quello che si può fare oggi o una cosa del genere… io ormai non la sto ascoltando. La campanella è suonata e i miei occhi, il mio udito e la mia intera essenza sono concentrati a vedere il combattimento.
I due sul ring iniziano a scambiarsi i primi colpi che… suona il mio telefono. Che sega!!! Lo prendo e leggo sul display “LUCA”. È un mio carissimo amico e gli voglio un bene dell’anima, ma in questo momento vorrei stritolare il telefono e Luca stesso, urlargli contro che non deve rompere i coglioni a quest’ora, che sono stanco e che voglio godermi l’evento di boxe in pace per tutta la notte.
Invece, dico solo «Pronto.»
«Gigio, sei a Perugia?»
Rispondo di sì. La voce dall’altra parte sembra un po’ tesa e sovreccitata. Avrà pippato anche stasera. 
«Bene, grande. Puoi passare da me? ... Tipo adesso, ora?» 
Vorrei dire “non ho voglia”, ma la voce non sembra solo quella di una persona eccitata, bensì come quella di qualcuno che ha urgentemente bisogno che lo tiri fuori dai casini. Questo non è da Luca, c’è qualcosa di strano sotto. Sono costretto ad accettare.
«Va bene, dammi il tempo di vestirmi e arrivo.»
«Tanto sai dove abito, vero?»
«Sì, Luchino. Sono già venuto da te l’anno scorso.»
Luca abita in soffitta. Sua madre l’ha messa a posto e resa abitabile per farci vivere Luca. Ormai, a causa della sua tossicodipendenza, la situazione in casa Giachetti era invivibile; litigi continui tra lui e la madre. Farlo vivere in soffitta è stato l’unico modo per evitare i litigi e tentare comunque di controllare Luca allo stesso tempo. O almeno queste erano le intenzioni della madre. Quando l’anno scorso sono andato nella casa-soffitta, mi sono dovuto sorbire la serie Netflix di Rocco Siffredi insieme a Luca e altri otto tossici che ogni tre secondi stendevano una striscia di cocaina e facevano discorsi incentrati solamente su droga e figa.
Chiudo la telefonata e, a malincuore, spengo la tv. Vado in camera, metto le scarpe e dico a mia madre che esco.
«Dove vai?»
«Esco fuori con Luca, è da tanto tempo che non lo vedo.»
Detto questo, chiudo la porta di casa alle mie spalle ed esco dal palazzo.



Estratto dal libro di Egidio Burnelli, Nascondere un cadavere, Midgard Editrice

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)  

mercoledì 19 agosto 2026

Battiti eterni

 di Bruno Basentini.

 


 

 

 

Amore effimero

 
In un momento spensierato
Accanto a te mi son trovato 
Il tuo sguardo nel mio era perso
Rispetto a tutt’altri era diverso 

Iniziammo a parlar con intensità 
Il nostro dialogo cercava stabilità 
D’improvviso ci fermammo 
Molto vicini ci abbinammo

Ciò nonostante il fulmine non mi colpì 
Ma decisi di rimanere con te lì
Abbiam provato ad amarci
Ma sciocchi siam stati nel provarci

Con meno furore dovevamo agire
Conoscevamo già il divenire
A qualcosa in più non potevamo ambire



Dafne

 
Piccola ma pungente
Sei comparsa prepotente
Ma non in maniera imminente 

La mia testa dilagante 
Tu subito sottostante
Io inizialmente non comunicante

Entusiasti di sentirci
Impazienti di vederci
Incapaci di amarci


Erba delicata

 
Mi sembravi una delle tante
In seguito capì che eri per me importante 
Indossi una maschera forte e sfacciata 
Ma in realtà sei un’erba delicata 

Fredda con la massa
Non con chi ti rilassa 

Per la strada ci siamo persi 
Forse perché troppo diversi
Vero è che non potrò aiutarti
Ma sempre il meglio vorrò augurarti



Estratto dal libro di Bruno Basentini, Battiti eterni, Midgard Editrice

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.) 

venerdì 31 luglio 2026

Intervista a Valeria Lorenzini

 



Come nasce il libro Roba da umani?

Questo romanzo nasce dall’esigenza di voler condividere la gioia di chi ha la fortuna di vivere accanto a un animale e di far comprendere quanto questa condizione possa arricchire la propria vita. Grazie ad una tenera storia d’amore sullo sfondo, sì potrà affrontare anche il tema della crudeltà umana, a conferma che l’uomo è l’animale più feroce del creato.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il maltrattamento degli animali, oltre che dalla ferocia di alcune persone, nasce anche dall’ignoranza. Sono in molti a pensare che gli animali non siano esseri senzienti o che percepiscano il dolore in modo più attenuato rispetto agli esseri umani. E’ stato, invece, scientificamente provato che questo non risponde al vero, inoltre, come avviene nel caso di esseri più fragili, come bambini e anziani, le vittime non riescono a spiegarsi il perché di ciò che subiscono, ammesso che possa esserci una ragione di tanta crudeltà.


Quali autori e autrici ami leggere?

Margaret Mazzantini della quale ho adorato lo stile e le storie, così dure, ma così reali.
Khaled Hosseini con le sue storie vere, ma così difficili da accettare, narrate con
un’incredibile dignità.


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(Da oggi disponibile sul nostro sito, nei prossimi giorni ordinabile anche su Amazon, IBS, librerie indipendenti e Feltrinelli)

mercoledì 29 luglio 2026

Intervista a Elena Martin

 



Buongiorno, come nasce il libro Piccola foglia nel vento?

Qualche anno fa mi sono imbattuta in una community che raggruppava popoli indigeni e raccontava, attraverso cerimonie, incontri e feste, le tradizioni antiche, il rapporto uomo natura con uno sguardo ai nostri giorni, alle nuove generazioni e alle culture di tutto il mondo.
Ho provato a raccontare anche io una storia che condividesse questi valori dando voce ad un popolo che mi ha sempre affascinato, i nativi americani. Di tutto il loro mondo non restano altro che testimonianze e qualche orgoglioso abitante delle riserve che continua a reggere un peso enorme, un passato ricco di nostalgia, di magia e di tragedia. 
Ho deciso di raccontare questa storia con la semplicità e la tenerezza di due bambine perché credo che l’innocenza sia la base di ogni atteggiamento umano, dal più piccolo atto alle grandi decisioni, quelle che reggono le sorti dei popoli e del mondo.
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Parte fondamentale del racconto è il senso di appartenenza di un popolo e il legame con la terra e la natura. A dare forza poi alla storia c’è la famiglia che da sempre crea legami, protegge, dà forza e forma l’individuo. Le bambine crescono consapevoli, libere, circondate da una natura che è parte di loro, la sentono e la vivono, proprio come sentono viva la presenza della nonna.
A completare l’opera c’è anche un forte richiamo al rispetto per lo straniero, per chi ha il colore della pelle diverso, per chi ha abitudini diverse. Entrambi i popoli, nativi e coloni, trovano difficile accettare la diversità, è un passo enorme che comporta sacrifici, condivisioni, significa imparare qualcosa di nuovo che poi, in fin dei conti, ci porta tutti verso uno stesso identico obiettivo, vivere.


 
Quali autori e autrici ami leggere?

Ultimamente mi sono avvicinata alla narrativa nordica. Ho apprezzato molto Jon Kalman Stefansson e la sua scrittura poetica e d’impatto. Adoro la descrizione della sua Islanda come fosse una terra dimenticata dal mondo eppure così piena di umanità. Spesso riprendo la lettura di classici che un tempo avevo solo conosciuto in modo scolastico come Hemingway, Jane Austen, e ho letto con interesse Furore di Steinbeck, molto interessante la realtà americana vista attraverso gli occhi di una famiglia alla ricerca della felicità. Una stanza tutta per sé  di Virginia Woolf è uno dei saggi che preferisco. 

 

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venerdì 24 luglio 2026

Intervista a Roberto Falocci

 



Buongiorno, come nasce il libro Pane sciapo?

Questo libro nasce dalla straripante esigenza di esprimere in versi temi a me  molto cari, come: la semplicità e l’essenzialità; condizioni fondamentali per trovare la via verso la felicità interiore.
Simbolicamente una fetta di pane sciapo mi è sembrata perfetta per interpretare questi concetti.
Volevo realizzare una raccolta di poesie che non cercasse risposte definitive, ma accompagnasse il lettore dentro stanze interiori, fatte di odori antichi, mani consumate dalla fatica, silenzi domestici di vita quotidiana, alternati ad improvvise illuminazioni gioiose ,che anche una semplice fetta di pane sciapo può regalare.
In pane sciapo avrei voluto che la poesia diventasse un gesto essenziale, uno spezzare il quotidiano, per cercare dentro le piccole cose verità che non fanno rumore. 
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

La storia del pane sciapo e il significato di rivolta e sofferenza che ha per noi perugini, la gratitudine per ciò che la vita e la natura ci regalano, il vivere il nostro tempo non dovendo rincorrere a tutti i costi successo e tecnologia, ma cercando di cogliere le cose semplici che possiamo trovare sotto i nostri piedi.
Il libro rappresenta un incessante invito ad amare tutto, anche quando non è sempre così facile.
Una altra tematica presente nell’opera è la critica pungente verso il piattismo, la rassegnazione, la rassegnazione, l’omologazione che stanno sempre di più sovrastando la bellezza della natura e dell’uomo; vorrei vedere quest’ultimo più libero, disarcionato dall’ansia che opprime il nostro vivere quotidiano.
E infine vorrei sottolineare un po' di attenzione verso chi è emarginato e vive ai confini, in silenzio, nelle attese consumate senza clamore, sul bordo della tavola e della vita.

 

Progetti futuri?

Continuare a scrivere poesie se la salute e l’età me lo consentiranno, per lasciare qualcosa di veramente autentico, ai pochi che avranno il piacere di attingervi.
Tutte le domande, gli eterni dubbi saranno sempre lì, come la profonda ricerca del senso della vita!
Cambierà l’ordine delle parole da combinare insieme, ma il messaggio finale sarà sempre lo stesso.

 

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