mercoledì 26 agosto 2026

Macbeth

 di Claudio Michelazzi.

 

 


 


Quando si apre Macbeth, non assistiamo a un semplice dramma politico o morale, ma entriamo fin da subito in un paesaggio psichico. La Scozia non è uno spazio geografico: è un teatro dell’anima, una landa mentale immersa nella nebbia, popolata da forze che sfuggono alla logica della veglia. L’opera intera, come anticipato, può essere letta come un sogno: non in senso metaforico, ma strutturale e funzionale. Macbeth è il soggetto sognante, ma anche sognato. La sua mente produce e subisce le immagini che lo travolgono. L’intera tragedia è un sogno archetipico interrotto, una progressione onirica che si infrange per inflazione e collasso.
Come nei sogni a contenuto fortemente simbolico o nei quadri clinici di tipo dissociativo, il tempo è contratto e discontinuo, lo spazio è mobile, le figure non sono mai pienamente corporee né pienamente allegoriche. Le tre streghe che aprono l’opera non provengono dalla storia, ma dalla psiche. Non agiscono, non compiono gesti realistici: pronunciano oracoli. In questo caso potrebbero essere lette clinicamente come voci primarie, proprio come quelle che in un delirio uditivo emergono a distorcere il confine tra interno ed esterno. L’incipit (“Fair is foul, and foul is fair”) non è ambiguità: è collasso dei registri semantici, rottura della coerenza percettiva. Il sogno è già all’opera, e con esso l’instabilità cognitiva. Grazie a questo panorama psichico possiamo ben comprendere come il confine che separa un possibile scompenso psicotico da un’autentica esperienza liminale di natura mistica e spirituale, di contatto con il Numinoso o con l’Oltre, sia flebile se non sorretto da consapevolezza, ascesi e iniziazione alla Tradizione.
Macbeth entra in questa dimensione psichica già predisposto. Non c’è un prima reale: c’è solo l’accesso a un mondo mentale, un “setting onirico” dove ogni elemento è contaminato dalla tensione psichica del soggetto. I luoghi (Inverness, Dunsinane) non sono più ambienti fisici, ma dispositivi interni: il castello è un luogo mentale, la sala del banchetto è la mente che si frantuma, le mura diventano barriere e confini identitari, destinati a cedere. Come nei sogni disturbati, lo spazio cambia funzione: da contenitore simbolico si fa labirinto.
Il tempo, elemento strutturante della coscienza, è qui frantumato. Gli eventi si susseguono senza transizioni, senza respiro. L’eroe acclamato diventa assassino in pochi minuti di scena, la notte non finisce mai, e i giorni non producono alcun senso di sollievo. Si tratta di un tempo soggettivo, “kairologico”, tipico degli stati psichici alterati, dove il senso di continuità è perso. La temporalità di Macbeth è analoga a quella delle psicosi incipienti: il soggetto è immerso in una percezione distorta e amplificata del proprio vissuto, in cui ogni evento ha valore assoluto, persecutorio o salvifico.
Il soggetto sognante, Macbeth, è fin da subito in stato regressivo. La sua identità non è stabile, ma fluttuante. La mente del personaggio presenta tratti compatibili con un quadro pre-psicotico: allucinazioni visive (il pugnale che “vede” prima di uccidere Duncan), uditive (“Sleep no more”), episodi di derealizzazione e confusione semantica. Non c’è più un confine netto tra desiderio e realtà, tra pensiero e azione. In Macbeth si assiste alla dissoluzione della funzione simbolica: egli non distingue più tra immagine e cosa. L’Io, già fragile, è sovrastato da un inconscio che ha preso il sopravvento.
Questa configurazione onirica spiega anche il linguaggio dell’opera, dominato da immagini viscerali, pulsionali, iperrealistiche e contraddittorie. Il sangue, il buio, il suono, la voce, la mancanza di sonno: tutto ciò che si presenta è elemento-simbolo, ma mai decifrato. Macbeth non ha accesso a una funzione riflessiva matura: non interpreta, non elabora, non sublima. È un sognatore che agisce nel sogno come un automa simbolico, in preda a un acting out allucinato. Questo lo distingue da altri personaggi shakespeariani (come Amleto), dotati di un metalinguaggio interiore. Macbeth, al contrario, è muto davanti all’inconscio.
Il teatro di Shakespeare, in questo contesto, è contenitore di sogni collettivi. La scena è spazio psichico comune: l’inconscio del protagonista diventa esperienza archetipica per lo spettatore. La dissociazione di Macbeth, il suo delirio di onnipotenza, la sua frantumazione simbolica, producono nel pubblico un effetto speculare: chi guarda Macbeth si trova immerso in un sogno “altro”, ma familiare. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo in azione”: la tragedia è un sogno rituale della civiltà occidentale, che mette in scena l’angoscia del potere scisso dalla coscienza.
Il primo atto del sogno è dunque la costruzione del paesaggio mentale. Non c’è ancora colpa, non c’è ancora sangue. C’è però la condizione psichica perfetta per la catastrofe: un Io debole, un inconscio forte, un ambiente simbolico saturo. Le streghe aprono la porta. Macbeth entra. Non sa che sta sognando. E proprio per questo, non potrà più uscirne indenne.



Estratto del libro di Claudio Michelazzi, Macbeth, Midgard Editrice

https://midgard.it/product/claudio-michelazzi-macbeth/

(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.) 
 

 

lunedì 24 agosto 2026

Una fanciullezza rubata

 di Giuliano Bruno.

 
 



Per una volta, avevamo vissuto una vera giornata di felicità: era il 6 gennaio, il giorno della Befana. Una figura antica e misteriosa, sospesa tra leggenda e sogno. Si diceva che nella notte scivolasse giù dal camino, avvolta nei suoi scialli consunti, a cavallo di una scopa di saggina, per portare doni ai bambini buoni. Sapeva di fumo e di cenere, con mani rugose come quelle delle nonne e occhi profondi e quieti, come chi ha vissuto tanto e sa guardarti dentro senza bisogno di parole. Per anni avevo finto di dormire, sperando in silenzio di coglierla sul fatto. Nella mia fantasia, pensavo che se fossi stata gentile con lei, magari mi avrebbe lasciato qualche dono in più. Almeno, era ciò che speravo. Ma purtroppo, non ha mai funzionato.
Nel giorno in cui i bambini delle famiglie borghesi ricevevano giocattoli e regali colorati, io e i miei fratelli trovavamo accanto al letto due lunghe calze piene di mandarini, noci, fichi secchi e qualche confetto. Non so se la nostra gioia derivasse dal contenuto, dato che quelle delizie non erano affatto quotidiane, oppure dalla sorpresa in sé e da come papà riusciva sempre a renderla magica e misteriosa.
Mi piace ricordare quei singoli momenti. Eravamo piuttosto poveri, nel dopoguerra: papà aveva combattuto in Albania e mamma era rimasta sola con cinque figli. Spesso in casa scoppiavano litigi violenti. Nei momenti di disperazione, papà diventava aggressivo con mamma. Poi però si pentiva, l’abbracciava tra lacrime e singhiozzi da parte di entrambi e cercava di rimediare. Mia madre gli perdonava sempre tutto perché lo amava infinitamente. Con noi bambini, invece, non alzò mai un dito. Ma il suono delle urla e del pianto riempiva quella piccola stanza che chiamavamo casa.
Cercavo di proteggere Cristina e Armando, di distrarli prima che mamma crollasse e riversasse su di noi la sua frustrazione. Anch’io avrei avuto bisogno di un abbraccio, di una parola che scaldasse il cuore. Ma non c’era tempo per i sentimenti: la vita non ce lo permetteva. Era un’Italia ancora stremata dalla guerra, soprattutto al Sud. Taviano, il nostro paese nel cuore del Salento, era povero ma vivo. Le strade erano di terra battuta, le case umili, spesso senza servizi, ma c’era una forza collettiva che ci faceva resistere. I contadini partivano all’alba per i campi — quelli che avevano la fortuna di avere un pezzo di terra — mentre tanti altri si univano alle leghe contadine, lottando per conquistare un pezzo di pane e dignità. In quegli anni, le campagne del Salento erano percorse da fermenti di protesta: l’aria era carica di voci, di scioperi, di speranze. La terra dell’Arneo veniva invocata come promessa di riscatto, mentre la disoccupazione mordeva le ossa e la fame era una compagna silenziosa.
Le donne si ritrovavano nei cortili a lavare i panni con l’acqua tirata su dai pozzi, scambiandosi confidenze e consigli, spesso su come arrivare a fine settimana. I bambini — quando non aiutavano — giocavano per strada, correndo tra le pietre e la polvere, costruendo mondi immaginari con quattro bastoni e un po’ di filo di ferro.
La miseria era ovunque: nei vestiti rattoppati, nei pasti frugali, nei racconti dei bombardamenti che ancora riecheggiavano nelle sere d’inverno, quando ci si radunava nelle piazze per scaldarsi con le parole più che con il fuoco. Eppure, la gente aveva uno spirito che oggi si fa fatica a ritrovare: una positività profonda, quasi testarda.
A Taviano si parlava ancora, a bassa voce, dei signori Caracciolo, una famiglia nobile che per secoli aveva dominato queste terre. Se ne ricordavano i vecchi, con rabbia o con rispetto, a seconda delle memorie: feudatari potenti, poi decaduti, ma con un palazzo che incuteva ancora soggezione a chi passava davanti. In paese si raccontavano storie mezze vere e mezze leggenda: banchetti sontuosi, cocchieri vestiti di velluto, e servitù che si piegava al loro passaggio.
Ma quel tempo era ormai lontano. I più fortunati partivano all’estero con la speranza in una vita migliore. Chi andava in Svizzera, chi in Germania, in Argentina o in America. Qualche volta vedevo passare carretti trainati da asini, pieni di valigie e cianfrusaglie, con ragazzini della mia età che mi guardavano con uno sguardo triste, ignari e spaventati
dall’inconsapevolezza del loro destino. Quegli stessi bambini che forse non sarebbero più tornati nella loro patria, o che avrebbero dimenticato persino la lingua madre.
Eppure, anche nella miseria più cupa, c’erano giorni che sembravano sospesi, pieni di luce e speranza. La terza domenica di febbraio, per la Madonna del Miracolo, tutto il paese si fermava: la chiesa esplodeva di canti e luci, e per qualche ora, nessuno sembrava più avere fame. San Martino, l’11 novembre, era invece il tempo del vino nuovo e delle castagne: bastava poco per sentirsi vivi. E poi la Pasqua, la Settimana Santa, le processioni lente e silenziose con le statue portate a spalla, e le donne che seguivano scalze, in segno di devozione. Le feste non portavano denaro, ma regalavano una scintilla di speranza. E, in quei tempi duri, bastava per andare avanti.

 

Estratto del libro di Giuliano Bruno, Una fanciullezza rubata, Midgard Editrice,

https://midgard.it/product/giuliano-bruno-una-fanciullezza-rubata/

(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.) 


venerdì 21 agosto 2026

I diari del Chewing Gum

 di Stefano Pischiutta.

 

 



«La gomma da masticare (detta anche gomma americana e in alcune parti d'Italia chiamata semplicemente gingomma, cingomma, cicca, giungomma, gigomma, ciccigomma, ciugomma, ciuinga, cingon, masticante, gommina, caramella a gomma o cicles, in inglese chewing gum) è un prodotto dolciario che a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato..» (wikipedia.it).

Frederick Perls, il padre fondatore e ispiratore della Psicoterapia della Gestalt, ha fondato il suo approccio terapeutico non tanto sui bisogni orali legati al piacere, quanto su quelli legati al mordere, all’aggressività, in cui il masticare, anziché l’ingoiare, rappresenta la modalità più creativa e assertiva. 
Talvolta, il masticare è più immaginato che vissuto. Per questo, il mondo immaginario a volte è molto più ricco di quello reale. Nel mondo immaginato si mettono in atto azioni e creazioni che nella realtà poi non si realizzano sempre. 
I due diari che presento qui sono immaginari, di pazienti immaginari, di cui sono stato immaginariamente lo psicoterapeuta e a cui immaginariamente rispondo, interagendo talvolta (in corsivo) con i loro diari, quasi come una voce fuori campo. 
A volte, quando si scrive un diario non si è totalmente sinceri, in quanto si ha paura che qualcuno un giorno lo possa leggere. Pertanto, i veri diari difficilmente vengono scritti. Questi diari del chewing-gum sono i soli, veri diari possibili. 
I diari sono liberamente ispirati alle storie di pazienti che ho avuto in terapia. Gli interventi che faccio “fuori campo”, in corsivo, all’insaputa dei miei pazienti, servono a suggerire loro, in modalità “asincrona”, un mio possibile intervento sui loro dubbi, incertezze, difficoltà; essi sono simili ai feedback che spesso do nelle mie sedute di psicoterapia, ma che spesso non do perché non li posso dare, per innumerevoli motivi che qui non posso spiegare. 
I diari ripercorrono i passaggi chiave di una psicoterapia, inseriti nel percorso di vita e di crescita dei pazienti, spesso facendo incursioni nel passato, prossimo o remoto, al di dentro e al di fuori del percorso terapeutico. 
Il dialogo terapeutico qui immaginato avviene in un luogo e in uno spazio “iperuranico”, che non esiste e che, forse, non può esistere.
I due pazienti che presento sono accomunati dall’avere lo stesso terapeuta e da un obiettivo comune: la crescita.



Estratto dal libro di Stefano Pischiutta, I diari del Chewing Gum, Midgard Editrice

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)  


giovedì 20 agosto 2026

Nascondere un cadavere

 di Egidio Burnelli.


 


 

 

 

Seduto sul divano mi appresto a vedere l’evento di boxe. Estraggo il telefono dalla tasca e sblocco l’app di DAZN. Clicco sull’evento e collego il mio smartphone alla tv. L’apparecchio si illumina e compaiono le pubblicità che promuovono i vari match della serata.
Mi è sempre piaciuta la boxe, ma non so il perché. Nella mia famiglia nessuno apprezza questo tipo di sport. Mia madre dice che è troppo violento e le fa senso vedere delle persone che si picchiano. Mio padre dice che è uno sport violento da “fascisti”, ma dice questo riguardo a tutti gli sport da combattimento e inserisce in questa categoria anche il rugby. Però, lui non fa testo, visto che gli interessa solo il calcio e lo annoiano tutti gli altri sport in generale. Infine, ci sono le mie sorelle che credo non abbiano nemmeno mai riflettuto sul concetto di sport e, tantomeno, sugli sport da combattimento.
Mentre scorrono le immagini, che vengono commentate dai telecronisti che elencano le varie caratteristiche dei lottatori, passa mia madre che sta mettendo in ordine i vestiti della mia valigia e sospira:
«Proprio come il nonno.»
Nonno non c’è più da molto tempo, è morto quando io frequentavo la quarta elementare. Mia madre dice che lui, suo padre, era un grande appassionato di boxe e non si perdeva mai un incontro di Cassius Clay. Era così appassionato del pugile statunitense che, quando veniva dato un incontro in televisione, il nonno lo registrava su videocassetta. In questo modo poteva rivedersi l’incontro quando più gli stava comodo. Purtroppo, io ho conosciuto il nonno solo per poco tempo. A quella giovane età ero molto più appassionato di wrestling, perché i lottatori avevano costumi sgargianti ed eseguivano mosse spettacolari. Se fosse vivo ora, credo che guarderemmo la boxe insieme e ci scambieremmo numerosi aneddoti e pareri.
Sta per iniziare il primo incontro tra due giovani lottatori che non conosco nemmeno per sentito dire. Non sapendo nulla di loro, voglio seguire con attenzione il match per vedere se avrò un nuovo idolo del ring da seguire e ammirare in futuro. Pertanto chiedo a mia madre se può fare più piano o se può disfare i miei bagagli domani, così le potrò dare una mano anch’io. In effetti, mi dà fastidio che faccia tutto lei mentre io sono stravaccato sul divano, ma dopo le sei ore di treno sono completamente fuori gioco. Sono tornato da Modena, dove studio storia all’università. Sono tornato nella mia Perugia per passare le vacanze di Natale in famiglia. Anche se le feste mi fanno schifo e in particolare odio le feste in famiglia, questo è l’unico modo per rivedere tutti i parenti nel minor tempo possibile. In questo modo potrò avere anche del tempo per studiare e rivedere gli amici che sono rimasti in città.
Mia madre risponde che vuole fare tutto adesso, perché non bisogna mai rimandare al domani quello che si può fare oggi o una cosa del genere… io ormai non la sto ascoltando. La campanella è suonata e i miei occhi, il mio udito e la mia intera essenza sono concentrati a vedere il combattimento.
I due sul ring iniziano a scambiarsi i primi colpi che… suona il mio telefono. Che sega!!! Lo prendo e leggo sul display “LUCA”. È un mio carissimo amico e gli voglio un bene dell’anima, ma in questo momento vorrei stritolare il telefono e Luca stesso, urlargli contro che non deve rompere i coglioni a quest’ora, che sono stanco e che voglio godermi l’evento di boxe in pace per tutta la notte.
Invece, dico solo «Pronto.»
«Gigio, sei a Perugia?»
Rispondo di sì. La voce dall’altra parte sembra un po’ tesa e sovreccitata. Avrà pippato anche stasera. 
«Bene, grande. Puoi passare da me? ... Tipo adesso, ora?» 
Vorrei dire “non ho voglia”, ma la voce non sembra solo quella di una persona eccitata, bensì come quella di qualcuno che ha urgentemente bisogno che lo tiri fuori dai casini. Questo non è da Luca, c’è qualcosa di strano sotto. Sono costretto ad accettare.
«Va bene, dammi il tempo di vestirmi e arrivo.»
«Tanto sai dove abito, vero?»
«Sì, Luchino. Sono già venuto da te l’anno scorso.»
Luca abita in soffitta. Sua madre l’ha messa a posto e resa abitabile per farci vivere Luca. Ormai, a causa della sua tossicodipendenza, la situazione in casa Giachetti era invivibile; litigi continui tra lui e la madre. Farlo vivere in soffitta è stato l’unico modo per evitare i litigi e tentare comunque di controllare Luca allo stesso tempo. O almeno queste erano le intenzioni della madre. Quando l’anno scorso sono andato nella casa-soffitta, mi sono dovuto sorbire la serie Netflix di Rocco Siffredi insieme a Luca e altri otto tossici che ogni tre secondi stendevano una striscia di cocaina e facevano discorsi incentrati solamente su droga e figa.
Chiudo la telefonata e, a malincuore, spengo la tv. Vado in camera, metto le scarpe e dico a mia madre che esco.
«Dove vai?»
«Esco fuori con Luca, è da tanto tempo che non lo vedo.»
Detto questo, chiudo la porta di casa alle mie spalle ed esco dal palazzo.



Estratto dal libro di Egidio Burnelli, Nascondere un cadavere, Midgard Editrice

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mercoledì 19 agosto 2026

Battiti eterni

 di Bruno Basentini.

 


 

 

 

Amore effimero

 
In un momento spensierato
Accanto a te mi son trovato 
Il tuo sguardo nel mio era perso
Rispetto a tutt’altri era diverso 

Iniziammo a parlar con intensità 
Il nostro dialogo cercava stabilità 
D’improvviso ci fermammo 
Molto vicini ci abbinammo

Ciò nonostante il fulmine non mi colpì 
Ma decisi di rimanere con te lì
Abbiam provato ad amarci
Ma sciocchi siam stati nel provarci

Con meno furore dovevamo agire
Conoscevamo già il divenire
A qualcosa in più non potevamo ambire



Dafne

 
Piccola ma pungente
Sei comparsa prepotente
Ma non in maniera imminente 

La mia testa dilagante 
Tu subito sottostante
Io inizialmente non comunicante

Entusiasti di sentirci
Impazienti di vederci
Incapaci di amarci


Erba delicata

 
Mi sembravi una delle tante
In seguito capì che eri per me importante 
Indossi una maschera forte e sfacciata 
Ma in realtà sei un’erba delicata 

Fredda con la massa
Non con chi ti rilassa 

Per la strada ci siamo persi 
Forse perché troppo diversi
Vero è che non potrò aiutarti
Ma sempre il meglio vorrò augurarti



Estratto dal libro di Bruno Basentini, Battiti eterni, Midgard Editrice

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venerdì 31 luglio 2026

Intervista a Valeria Lorenzini

 



Come nasce il libro Roba da umani?

Questo romanzo nasce dall’esigenza di voler condividere la gioia di chi ha la fortuna di vivere accanto a un animale e di far comprendere quanto questa condizione possa arricchire la propria vita. Grazie ad una tenera storia d’amore sullo sfondo, sì potrà affrontare anche il tema della crudeltà umana, a conferma che l’uomo è l’animale più feroce del creato.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il maltrattamento degli animali, oltre che dalla ferocia di alcune persone, nasce anche dall’ignoranza. Sono in molti a pensare che gli animali non siano esseri senzienti o che percepiscano il dolore in modo più attenuato rispetto agli esseri umani. E’ stato, invece, scientificamente provato che questo non risponde al vero, inoltre, come avviene nel caso di esseri più fragili, come bambini e anziani, le vittime non riescono a spiegarsi il perché di ciò che subiscono, ammesso che possa esserci una ragione di tanta crudeltà.


Quali autori e autrici ami leggere?

Margaret Mazzantini della quale ho adorato lo stile e le storie, così dure, ma così reali.
Khaled Hosseini con le sue storie vere, ma così difficili da accettare, narrate con
un’incredibile dignità.


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mercoledì 29 luglio 2026

Intervista a Elena Martin

 



Buongiorno, come nasce il libro Piccola foglia nel vento?

Qualche anno fa mi sono imbattuta in una community che raggruppava popoli indigeni e raccontava, attraverso cerimonie, incontri e feste, le tradizioni antiche, il rapporto uomo natura con uno sguardo ai nostri giorni, alle nuove generazioni e alle culture di tutto il mondo.
Ho provato a raccontare anche io una storia che condividesse questi valori dando voce ad un popolo che mi ha sempre affascinato, i nativi americani. Di tutto il loro mondo non restano altro che testimonianze e qualche orgoglioso abitante delle riserve che continua a reggere un peso enorme, un passato ricco di nostalgia, di magia e di tragedia. 
Ho deciso di raccontare questa storia con la semplicità e la tenerezza di due bambine perché credo che l’innocenza sia la base di ogni atteggiamento umano, dal più piccolo atto alle grandi decisioni, quelle che reggono le sorti dei popoli e del mondo.
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Parte fondamentale del racconto è il senso di appartenenza di un popolo e il legame con la terra e la natura. A dare forza poi alla storia c’è la famiglia che da sempre crea legami, protegge, dà forza e forma l’individuo. Le bambine crescono consapevoli, libere, circondate da una natura che è parte di loro, la sentono e la vivono, proprio come sentono viva la presenza della nonna.
A completare l’opera c’è anche un forte richiamo al rispetto per lo straniero, per chi ha il colore della pelle diverso, per chi ha abitudini diverse. Entrambi i popoli, nativi e coloni, trovano difficile accettare la diversità, è un passo enorme che comporta sacrifici, condivisioni, significa imparare qualcosa di nuovo che poi, in fin dei conti, ci porta tutti verso uno stesso identico obiettivo, vivere.


 
Quali autori e autrici ami leggere?

Ultimamente mi sono avvicinata alla narrativa nordica. Ho apprezzato molto Jon Kalman Stefansson e la sua scrittura poetica e d’impatto. Adoro la descrizione della sua Islanda come fosse una terra dimenticata dal mondo eppure così piena di umanità. Spesso riprendo la lettura di classici che un tempo avevo solo conosciuto in modo scolastico come Hemingway, Jane Austen, e ho letto con interesse Furore di Steinbeck, molto interessante la realtà americana vista attraverso gli occhi di una famiglia alla ricerca della felicità. Una stanza tutta per sé  di Virginia Woolf è uno dei saggi che preferisco. 

 

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venerdì 24 luglio 2026

Intervista a Roberto Falocci

 



Buongiorno, come nasce il libro Pane sciapo?

Questo libro nasce dalla straripante esigenza di esprimere in versi temi a me  molto cari, come: la semplicità e l’essenzialità; condizioni fondamentali per trovare la via verso la felicità interiore.
Simbolicamente una fetta di pane sciapo mi è sembrata perfetta per interpretare questi concetti.
Volevo realizzare una raccolta di poesie che non cercasse risposte definitive, ma accompagnasse il lettore dentro stanze interiori, fatte di odori antichi, mani consumate dalla fatica, silenzi domestici di vita quotidiana, alternati ad improvvise illuminazioni gioiose ,che anche una semplice fetta di pane sciapo può regalare.
In pane sciapo avrei voluto che la poesia diventasse un gesto essenziale, uno spezzare il quotidiano, per cercare dentro le piccole cose verità che non fanno rumore. 
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

La storia del pane sciapo e il significato di rivolta e sofferenza che ha per noi perugini, la gratitudine per ciò che la vita e la natura ci regalano, il vivere il nostro tempo non dovendo rincorrere a tutti i costi successo e tecnologia, ma cercando di cogliere le cose semplici che possiamo trovare sotto i nostri piedi.
Il libro rappresenta un incessante invito ad amare tutto, anche quando non è sempre così facile.
Una altra tematica presente nell’opera è la critica pungente verso il piattismo, la rassegnazione, la rassegnazione, l’omologazione che stanno sempre di più sovrastando la bellezza della natura e dell’uomo; vorrei vedere quest’ultimo più libero, disarcionato dall’ansia che opprime il nostro vivere quotidiano.
E infine vorrei sottolineare un po' di attenzione verso chi è emarginato e vive ai confini, in silenzio, nelle attese consumate senza clamore, sul bordo della tavola e della vita.

 

Progetti futuri?

Continuare a scrivere poesie se la salute e l’età me lo consentiranno, per lasciare qualcosa di veramente autentico, ai pochi che avranno il piacere di attingervi.
Tutte le domande, gli eterni dubbi saranno sempre lì, come la profonda ricerca del senso della vita!
Cambierà l’ordine delle parole da combinare insieme, ma il messaggio finale sarà sempre lo stesso.

 

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mercoledì 22 luglio 2026

Intervista a Giuseppe Gherardelli

 



Buongiorno, come nasce il libro Il fantastico mondo di Matilde?

Questo testo è  nato dall'idea di mettere per iscritto i racconti che ho avuto il piacere di narrare oralmente alla mia nipotina e, nel pubblicarli,   mi ha spinto  il desiderio di sollecitare la fantasia di tanti altri bambini e di indurli a piccole riflessioni.



Quali sono le tematiche principali dell'opera?

In questi miei racconti troviamo anche delle leggende, quali ricostruzioni fantastiche di un passato molto lontano, frutto dell'immaginazione popolare  che gioca con la realtà.
In tutti emergono vari temi legati alla crescita e alla psiche umana intrisi di fantasia e realtà, connubio che sorge per spiegare al bambino , in modo più comprensibile, sia fenomeni della natura, che varie esperienze quotidiane.
Come nella fiaba classica anche in questi racconti affiora la finalità morale  che aiuta a ben comprendere come comportarsi nelle diverse situazioni.
Troviamo l’ammonimento a non dire bugie con una ricostruzione fantastica delle conseguenze negative per il bugiardo, e il tema della disubbidienza, più o meno grave, sempre con fantasiose conseguenze negative per il trasgressore.
Affiorano i primi contrasti familiari con l'allontanamento da casa  e un viaggio inconsapevole e avventuroso attraverso la foresta, metafora di un percorso di crescita più responsabile. 
Inoltre si sottolinea l’importanza del rispetto verso gli animali rappresentati come personaggi di fantasia, ma con esigenze reali. È presente infine anche l’invito a non disprezzare ciò che, pur essendo di poca importanza, viene però ad assumere per l’uomo un valore affettivo.

 

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lunedì 20 luglio 2026

Il mistero dell'orafo Luigi

 di Chiara Cenci.

 


 

 

 

Quella mattina Marta, prima di prepararsi, guardò pigramente fuori dalla finestra: il viale antistante la sua casa era tempestato di oro e di rosso, amava i colori vivaci dell’autunno. Dopo aver fatto colazione, indossò un maglione color ocra, in sintonia con le tonalità della sua stagione preferita, affondò le sue dita affusolate nella morbidezza del cashmere, amava quella sensazione, i pantaloni color prugna le calzavano a pennello, e gli stivaletti alla moda slanciavano la sua armoniosa figura. Il suo sguardo indugiò a lungo sull’ovale incorniciato dal caschetto rosso: sì, decisamente il coraggio l’aveva premiata, il nuovo taglio e colore di capelli facevano risaltare “la fitta boscaglia impenetrabile”, così il caro amico Giovanni aveva definito i suoi occhi e il suo sguardo, spesso cupo e triste, come in quella fredda mattina autunnale. Si lasciò inebriare dalle folate di vento fresco; a terra le foglie dalle mille sfumature sembravano disegnare l’ordito di un tappetto orientale simile a quello che campeggiava nel suo salotto. Ebbe la sensazione di camminare nei colori, come se un quadro di Monet prendesse vita improvvisamente e lei si trovasse proprio in mezzo alle pennellate. Marta arrivò trafelata e un po' contrariata allo studio; mentre apriva la porta, si soffermò ad ammirare la targa dorata con il suo nome, per lei era sempre motivo d’orgoglio vedere incise le lettere che indicavano la sua professione “PSICOLOGA”. Le ritornavano in mente le parole di una sua paziente, poche frasi, ma incisive, che davano spessore e significato alla sua scelta: “Fidandomi di te, ho ritrovato la mia anima, è stata sempre nello stesso posto, però io non la percepivo, lei aveva seguito strade diverse, quelle indicate dagli altri. Ma io non sono gli altri, io non volevo quella vita che per tutti era la migliore, io ne volevo una diversa, atipica. Tu mi hai fatto recuperare la mia anima, che si era ammalata, mi hai costretto a guardarmi dentro, è stato un percorso lungo e doloroso, costellato di decisioni scomode, ma alla fine la mia anima si è risvegliata da un lungo assopimento, tu l’hai scossa, io ho ripreso in mano il mio timone per veleggiare verso il mare aperto, mentre una nuova brezza mi sferzava, dandomi vigore”. Si sentiva uno strumento di liberazione delle anime, quante belle anime aveva salvato dalla prigionia! Sì, era quella la sua missione. Mentre era assorta nelle sue riflessioni, lo squillo del cellulare la riportò alla realtà. “Buongiorno dottoressa Vecchi, sono il commissario Belleri, devo comunicarle una notizia della massima urgenza”. Marta si accasciò sulla poltrona dello studio, “Dio mio, che cos’è successo?” Proferì quelle parole con un filo di voce, era attonita e sconvolta, nella sua mente si accavallarono tanti pensieri tutti nefasti e confusi, stava tremando. “Mi dica, è capitato qualcosa di grave a un mio familiare? Forse a un conoscente? Mamma mia!” “Dottoressa deve venire il più rapidamente possibile qui in Questura dove le daremo spiegazioni dettagliate.” Marta si precipitò fuori dallo studio, aprì lo sportello della macchina e si mise alla guida dell’autovettura con un’agitazione tale da temere di non essere in grado di percorrere quei pochi chilometri che la separavano dal Commissariato di Polizia. Arrivò trafelata, all’ingresso si presentò a un poliziotto che la condusse dal commissario. Il dottor Belleri, un uomo sui cinquant’anni, dalla corporatura massiccia, l’accolse rivolgendole alcune domande in modo asciutto e distaccato: “Dottoressa, purtroppo, è accaduto un fatto grave: è avvenuto un omicidio nel centro storico, presso un’oreficeria abbiamo rinvenuto il cadavere di un uomo assassinato probabilmente nella serata o nottata di ieri.” “Oh mio Dio!” Gli occhi di Marta si spalancarono mentre inghiottiva la saliva con difficoltà. “Lei conosceva un certo Luigi Mecci?” “Sì, è un mio paziente, sono la sua terapista, mio Dio! È stato ucciso lui, immagino.” “Sì, purtroppo, l’abbiamo contattata perché, controllando il suo cellulare, ci risulta che lei sia stata una delle ultime persone chiamate dall’uomo”. “Sì, è venuto nel mio studio ieri pomeriggio per una seduta di psicoterapia. Pover’uomo, mi sembra impossibile che abbiano assassinato una persona gentile e innocua come Luigi”. Marta rispose ad alcune domande rivoltele dall’inquirente sugli orari del colloquio, soffermandosi su alcuni particolari che avrebbero aiutato l’ispettore a comprendere il vissuto e la personalità di Luigi. L’uomo era spesso timido e imbarazzato e manifestava frequentemente difficoltà a parlare di sé. Era una persona semplice: il suo abbigliamento non aveva nulla dell’estro degli artisti, sembrava quasi trascurato, indossava sempre un cappotto grigio un po’ consumato che avvolgeva il suo corpo esile. Le aveva confidato più volte di non riuscire a vivere serenamente poiché il rapporto con alcune persone era fonte di ansia. Era un uomo insicuro, la morte prematura del padre lo aveva portato ad isolarsi, si era sentito sempre a disagio anche per il contesto socio-economico miserrimo nel quale era vissuto: la madre aveva dovuto crescere tre figli da sola e ben presto Luigi, essendo il maggiore, era stato costretto ad interrompere gli studi per trovare un lavoro che gli avrebbe permesso di contribuire al sostentamento della famiglia”. “Ha svolto sempre la medesima attività, che lei sappia?” Chiese il commissario assorto totalmente nell’ascolto del racconto. “Sì, anche perché era geniale, un giorno mi confessò che il suo primo maestro orafo aveva intuito velocemente il grande talento che lo contraddistingueva. Aveva notato che i suoi monili erano incantevoli, particolari, questa sua creatività, già evidente in età adolescenziale, irritava il maestro che non perdeva occasione per denigrarlo, per lui era inaccettabile che un ragazzino introverso e insicuro potesse superare la sua maestria”.


Estratto dal libro di Chiara Cenci, Il mistero dell'orafo Luigi, Midgard Editrice

https://midgard.it/product/chiara-cenci-il-mistero-dellorafo-luigi/

(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)

 

venerdì 17 luglio 2026

La via dell'anima

 di Rachele Sabbadin.

 

 


 

 

Nell’argentea luce dell’alba di metà gennaio, il mondo si risvegliava con la promessa di un nuovo inizio.
Mentre i primi chiarori del giorno tingevano il cielo, gli scandali marcavano il ritmo del tempo, rivelando l’abisso dell’animo umano: alcuni si mascheravano da benefattori, utilizzando la carità come pretesto per arricchirsi, mentre altri, avvolti nel luccichio delle apparenze sui social network, nascondevano la propria miseria interiore dietro un velo di falsa prosperità.
In quell’ alba carica di promesse e inganni, la verità si stagliava come un faro nel buio, pronta a illuminare le ombre nascoste della vita quotidiana e a rivelare la fragile bellezza della condizione umana. Nel grigiore ordinario di una mattinata qualsiasi il ticchettio del tempo dettava i ritmi di ogni essere umano, tutti si riversavano nelle loro postazioni di lavoro: chi nelle sterili stanze d’ufficio, chi nelle fabbriche, chi nei cantieri o nei laboratori. I più giovani
nelle scuole per apprendere e crescere nella società.
La quotidianità iniziava sempre con la solita sveglia stridente, seguita dal caotico intrecciarsi delle automobili nelle strade ancora addormentate, mentre il giorno si dipingeva di colori spenti. Il flusso incessante di lavoratori sembrava trasformare le vie dei piccoli paesi in arterie congestionate, dove ogni spazio era conteso e ogni movimento rallentato.
In questo scenario caotico si stagliava Alma, una giovane donna dallo sguardo profondo e dai capelli biondi come flebili fili di sole. Alta e slanciata, la sua presenza risplendeva nel grigiore della città, mentre la sua mente fervida di idee si muoveva agilmente tra le pieghe del mondo del business. Appassionata di comunicazione, lettura, disegno e grafica, la giovane portava con sé il bagaglio di un’anima creativa e visionaria, pronta a lasciare il segno nel caos dell’esistenza quotidiana.
Alma è un’ anima indomita, una ragazza che cammina con passo sicuro nella vita, ma che cela segretamente paure profonde dietro lo sguardo vivace. I suoi occhi, bagnati dalla luce del sole, sono come finestre sull’anima, sfumano dal grigio all’azzurro con una delicata traccia ambrata ed il bordo con un’ombra di blu cobalto.
Ama perdersi nei suoi sogni, lì dove il mondo reale si dissolve e lascia spazio alla fantasia. È un’anima straordinaria, con una tempra forte e un modo di essere unico. Solare ed empatica, sa cogliere tutti i colori delle emozioni altrui, ma non teme di esprimere la sua verità, anche quando questa è tagliente e scomoda. Intuitiva e diretta, lascia un’impronta indelebile in chiunque incontri, trasformando ogni momento in un’opportunità di crescita e scoperta.
Quel giorno era seduta come di consueto nella sua scrivania, l’ufficio cieco dava su un corridoio dove si vedeva il grigio avvolgere il cielo oltre la consueta vetrata. Alberi con mille piccoli rami secchi lo frantumavano, sottraendo piattezza alla tonalità.
Improvvisamente ci fu un rombo assordante, diverso dal solito scoppio di pneumatici sulla vicina autostrada. Un suono sordo, stonato e scomodo, simile alle verità dette in faccia. Era quello l’esatto momento in cui la vita di Alma avrebbe preso una svolta irrevocabile, anche il ticchettio del tempo si era fermato, rompendo i ritmi che fino ad un attimo prima l'umanità aveva conosciuto. Una frazione di silenzio, quell’attimo in cui nulla sarebbe stato mai più come prima, poi tutti gli allarmi per le calamità naturali squillarono in ogni telefono, ma oltre la finestra persisteva il grigio immutato e i rami immobili. Non pioveva, non nevicava, né soffiava il vento. Tutto uguale, ma tutto diverso, poi, a distanza di breve, le persone vennero adunate sulle varie piazze dei paesi.
La situazione era semplice nella sua complessità: da quel cielo grigio erano scese delle altre forme di vita, non terrestri, proprio come nei film di fantascienza. Aspetto umano, divisa militare color oro e fare autoritario. Sapevano la lingua di ogni paese, di ogni stato. Cosa volessero? Non lo sapeva nessuno.
In una breve conferenza stampa auto-trasmessa in ogni
dispositivo digitale annunciavano il loro arrivo nel pianeta
Terra, ma poche persone prestavano attenzione a quello che veniva detto, la fobia di registrare, farsi foto, fare story e postare tutto nei social aveva reso un momento di grande pericolo e delicatezza una rincorsa a chi divulgava prima le informazioni. Al termine della premessa trasmessa digitalmente venne da loro dichiarato lo stato di assedio, dove si facevano autorità supreme del pianeta e nulla poteva avere voce in capitolo più di loro. 

 

Estratto dal libro di Rachele Sabbadin, La via dell'anima, Midgard Editrice.

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(Disponibile sul nostro sito, sui maggiori bookstores online, come Amazon e Ibs, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)


 

martedì 14 luglio 2026

Intervista a Domenico Luigi Pistilli

 



Buonasera, come nasce il libro Il segreto di Paimpol?

Tutto è nato in modo molto originale.
Avevo semplicemente  voglia di scrivere cosa si dicono due estranei che per forza maggiore sono indotti a fare un viaggio in auto.
Cosa penserà l'uno dell'altro, ecc, ecc...
E così ho iniziato senza volere a raccontare una storia della quale non avevo la minima idea, né sapevo dove mi avrebbe portato. Ogni scelta è nata al momento, in modo estremamente estemporaneo e da una opzione ne è seguita poi un'altra e poi un'altra ancora sino alla fine. 
Ho iniziato a scrivere senza sapere dove sarei arrivato. Non avevo una trama prestabilita, né un finale da raggiungere. 
A un certo punto ho avuto la sensazione che non fossi più io a condurre i personaggi, ma fossero loro a indicarmi la strada. Io mi sono limitato a seguirli, con la curiosità di un lettore che desidera scoprire, pagina dopo pagina, cosa accadrà. Forse è proprio questa la magia della scrittura: partire da una domanda semplice e ritrovarsi, senza accorgersene, in un luogo che non si era mai immaginato.
Quest'ultimo passaggio, secondo me, è importante perché restituisce l'idea che Il segreto di Paimpol sia nato da una scoperta, non dall'esecuzione di un progetto.



Quali sono le tematiche principali dell'opera?

Il romanzo è costruito intorno ad alcune grandi tematiche esistenziali: 
- la riconciliazione con il passato è il vero cuore del romanzo suggerendo  che solo accettandola si può abitare pienamente il presente.
- Il viaggio è inteso come  trasformazione.
Ogni tappa modifica i protagonisti.
La Bretagna e Paimpol non sono semplicemente ambientazioni ma luoghi che diventano parte del processo di cambiamento.
- L'amore è  inteso come crescita, nasce soprattutto dall'ascolto  e dal riconoscimento reciproco.
- La memoria non è nostalgia. È identità che diventa continuità tra chi siamo stati e chi possiamo ancora diventare.
- La continuità dell'esistenza  vive nella memoria, negli insegnamenti  e  nell'amore trasmesso.
- Il tema più  originale per me è l'identità come costruzione continua.
Nessuno dei protagonisti rimane uguale.
Nessuno è prigioniero della propria storia.
E poi c'è Paimpol:  non rappresenta soltanto un paese bretone ma è quasi un luogo dell'anima. È il punto in cui convergono:
passato, memoria, verità, perdono, l'amore e la rinascita.
In questo senso il titolo Il segreto di Paimpol  rimanda a una scoperta più profonda: il "segreto" è che alcune verità importanti non cambiano solo ciò che sappiamo ma trasformano il modo in cui guardiamo la nostra stessa vita.
In fondo in fondo, il messaggio che il racconto  lascia è questo:
la felicità non consiste nel cancellare ciò che siamo stati ma nel riconciliarsi con la propria storia, accettare le proprie ferite e continuare a camminare con uno sguardo nuovo.


Progetti futuri?

Ho in cantiere altri 2 romanzi pressoché ultimati:
-La farfalla fuggita 
-Quando tornai da me
E poi è in fase di ultimazione la terza parte della mia raccolta poetica È già ieri.
Questi impegni li avevo presi con me stesso tempo fa.
Sono felice di questo mio momento di intensa creatività. 

 

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mercoledì 8 luglio 2026

Intervista a Barbara Sabatini

 



Buonasera, come nasce il libro Il bacio sopito?

Il bacio nasce come romanzo che vuole esprimere un ideale di unione di prosa e poesia, nasce come ricerca della bellezza interiore per grazia dell'amore, il fiore costante in questo aldilà del linguaggio stesso, vuole ricondurre non semplicemente all'essere ma in particolare all'essenza, l'anima che è essa stessa uno specchio del sogno.


 
Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Le tematiche principali sono le tensioni amore, visionarietà e chiaroscuri visti come fase estetica dell'idealismo, c'è un idealismo intrinseco in ogni parola del libro che vorrebbe raggiungere la perfezione dello stato dell'essere che è l'amore e la solitudine, già il raccontare è una forma d'amore.


 
Cosa ti piace leggere?

Mi interessa Leggere e approfondire poeti simbolisti e decadentisti e crepuscolari, mi diletto nella meditazione di testi sacri.

 


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lunedì 6 luglio 2026

Intervista a Danilo Sirianni

 



Buongiorno, come nasce il libro Amore e distruzione?

 
Poco lontano dalle nostre abitazioni - qualsiasi sia la città in cui ci siamo cresciuti, non ha importanza - esistono sempre dei luoghi poco frequentati, sporchi, in stato di abbandono, che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi, ma che trattiamo come se non fossero quasi parte del territorio. Di fronte a questi luoghi passiamo dritti, a volte ci giriamo dall’altra parte, quasi a non volerci fare contaminare dal degrado che rappresentano. Il romanzo nasce dalle riflessioni che ho fatto intorno all’esistenza di questi luoghi, persuadendomi che questi siano la perfetta metafora dei luoghi sepolti della vita psichica di un individuo.


 

Quali sono le tematiche principali dell’opera?

 
Tutto ruota intorno al tema del male, ma senza scomodare alcuna teodicea o metafisica di sorta. La domanda principale è: “perché chi compie il male lo fa di nascosto? Perché il cattivo vuole sempre apparire buono?” Una possibile risposta è: perché prova vergogna. Ma allora in che relazione è questo sentimento con il male, perché provarlo innesca il nascondimento e, soprattutto, dove ci si nasconde? Da questo macrotema che fa da base teorica all’opera, durante la storia vengono trattate altre tematiche inevitabilmente collegate e molto delicate, quali: la violenza di genere, la prostituzione, la crisi climatica, la mafia, la corruzione, la malattia mentale.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?
 

Gli autori che amo di più leggere e che hanno plasmato la mia esistenza in un modo così forte da portarmi al punto di volermi cimentare nel mondo della narrativa, sono, in ordine: Edgar A. Poe, Philip K. Dick, William S. Burroughs, James G. Ballard. Loro sono quelli da cui ho preso più ispirazione in assoluto, che si sono avvicinati di più alla mia visione del mondo, e, ovviamente, dal mio parziale, soggettivo e quindi misero punto di vista: i più filosofici, profondi e stilisticamente ricercati. Il mio stile di scrittura è molto influenzato da loro. Ma, amo molto leggere anche i classici latini e greci e i classici in generale che, in un modo o nell’altro, influenzano la mia scrittura. Provo spesso – tranne alcune eccezioni - profonde idiosincrasie per la narrativa di consumo, quella in cui il lettore è tenuto solo a presagire il corso degli eventi o il finale della storia, a indovinare chi è l’assassino o, semplicemente, a non pensare a niente.

 

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giovedì 2 luglio 2026

Intervista a Daniela De Donno

 



Buongiorno, come nasce il libro Gilda?

Il libro è nato da un'e-mail che ho inviato a tutti i miei amici quando ho comprato la moto. Il primo capitolo fa da base al libro, dove Gilda si presenta. Da lì mi è venuta l'idea, dopo un po' di tempo, di raccogliere gli episodi più buffi e farne un diario scritto a due mani.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Sono le avventure e le disavventure che incontriamo nella nostra vita che si possono affrontare con ironia e buon umore, nonostante sul momento possano essere destabilizzanti.




Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Amo leggere tanti scrittori e tante scrittrici, ma non mi sono mai ispirata a nessuno di loro o almeno credo. Penso che il mio stile di scrittura sia innato e, dal momento che ogni mio scritto esce dall'anima, sia in qualche modo unico.



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lunedì 29 giugno 2026

Intervista a Elisa Venturi

 



Buongiorno, siamo arrivati al terzo volume di Gabriel: Shattered Diamonds. È stato complesso realizzarlo?

Buongiorno! Direi proprio di sì. Questo terzo volume rappresenta un percorso che è iniziato circa cinque anni fa e che, nel tempo, mi ha permesso di crescere moltissimo, sia come artista sia come autrice.
In questi anni ho sentito il bisogno di migliorarmi continuamente. Ho studiato ancora di più il disegno digitale, ho deciso di investire in un nuovo programma professionale e mi sono dedicata a impararne tutte le funzionalità. Anche se provenivo già da un software simile, ogni strumento ha le proprie caratteristiche e questo ha richiesto tempo, impegno e tanta pratica.
La sfida più grande, però, non è stata quella tecnica. È stata quella narrativa ed emotiva. Nel terzo volume la storia raggiunge un punto di svolta importante: i personaggi hanno vissuto eventi che li hanno cambiati profondamente e il mio obiettivo era riuscire a trasmettere tutte le loro emozioni attraverso espressioni, dialoghi e silenzi.
Gabriel e gli altri protagonisti si trovano davanti a decisioni sempre più difficili, dove il desiderio di proteggere le persone a cui tengono entra spesso in conflitto con il loro dovere. Dare credibilità a questi momenti è stato sicuramente l’aspetto più impegnativo, ma anche quello che mi ha dato più soddisfazione.


Le tematiche principali dell’opera sono quelle dei primi due volumi o se ne sono aggiunte altre?

Le tematiche principali rimangono le stesse: amicizia, sacrificio, fiducia, famiglia, amore e la continua ricerca della verità. Tuttavia, nel terzo volume questi elementi vengono approfonditi molto di più.
Se nei primi capitoli il lettore seguiva soprattutto gli eventi e l’azione, ora trova maggiore spazio la crescita interiore dei personaggi. I dialoghi diventano più intensi e permettono di conoscere aspetti che fino a questo momento erano rimasti sullo sfondo.
Anche i personaggi secondari assumono un ruolo sempre più importante, mostrando quanto siano profonde le relazioni che li legano ai protagonisti e quanto ogni scelta possa influenzare il gruppo.
Inoltre, iniziano a emergere nuovi dettagli sulle dinamiche familiari che collegano molti dei personaggi. Verità nascoste, legami inaspettati e rivelazioni cambieranno completamente il modo in cui il lettore interpreta alcuni eventi accaduti nei volumi precedenti, preparando il terreno per il finale della storia.


Ci sarà anche un quarto volume?

Assolutamente sì. Il quarto sarà anche l’ultimo volume della serie e concluderà definitivamente la quadrilogia.
Posso dire con grande emozione di aver già terminato la storia. È stato un viaggio lungo e intenso e credo che questo ultimo capitolo rappresenti il punto più alto dell’intera opera.
Dal punto di vista della narrazione, delle emozioni e dello sviluppo dei personaggi, è probabilmente il volume a cui sono più affezionata. Tutti i misteri trovano finalmente una risposta e ogni percorso personale arriva alla sua conclusione, cercando di dare ai lettori un finale capace di emozionare e lasciare qualcosa.
Non vedo davvero l’ora di completarne la pubblicazione e poter condividere con tutti la conclusione del viaggio di Gabriel, Catherine e degli altri protagonisti.

 

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mercoledì 24 giugno 2026

Intervista a Eva Margi

 




Buongiorno, come nasce il libro Otto sciarpe più una?

Buongiorno a te! 
L’idea è nata anni fa, in un periodo in cui avevo il privilegio di andare al lavoro attraversando un parco vicino a casa. 
Questo parco termina davanti a un istituto scolastico, ed è proprio così che è nata la protagonista, un'insegnante di nome Chiara. 
Abituata alla logica della matematica, quando la sua vita precipita nel caos deve trovare degli espedienti per arginare i pensieri molesti. E qui entrano in gioco le sciarpe, simbolo di legami per lei determinanti, ad eccezione di una, l’unica che rappresenta un nodo ancora irrisolto.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

La compassione verso sé stessi, tanto per cominciare. Poi la tenacia, la rielaborazione del dolore e le relazioni, i fili che intrecciano la storia. 


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Per anni ho cercato risposte nei libri di narrativa introspettiva e psicologia. Probabilmente ciò ha influenzato la mia scrittura. Oggi non ho più un genere preferito, leggo tutto ciò che desta il mio interesse in quel momento, senza pregiudizi di generi o di autori, sempre e comunque alla ricerca di qualcosa da approfondire o che mi risuoni. 

 

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lunedì 22 giugno 2026

Intervista a Roxana Elena Carst

 



Buongiorno, come nasce il libro Regalati un desiderio?

Buongiorno, Regalati un desiderio nasce dall’osservazione dei miei figli, delle loro avventure quotidiane, del loro modo di vedere il mondo e di affrontare le difficoltà con spontaneità e coraggio. Allo stesso tempo, nasce anche dai ricordi della mia infanzia e dalle emozioni che ho vissuto da bambina. Quando scrivo, parto quasi sempre da qualcosa di vero. Ogni mio libro contiene una parte di realtà, perché si ispira a esperienze, sentimenti e situazioni realmente vissute. Con Alan ho voluto raccontare la forza dell’amore familiare attraverso gli occhi di un bambino che, pur essendo piccolo, è disposto a fare tutto il possibile per vedere felici le persone che ama.


Quali sono le tematiche principale dell’opera?

Le tematiche principali sono l’amore per la famiglia, il coraggio, la crescita personale e il senso di responsabilità. Alan affronta il mondo con la sensibilità tipica dei bambini, ma anche con una grande determinazione. Nel suo percorso scopre che le buone intenzioni non sempre bastano e che ogni scelta comporta delle conseguenze. Ho voluto raccontare anche la capacità dei bambini di percepire le emozioni degli adulti e il loro desiderio di aiutare chi amano. È una storia che parla di legami familiari, di speranza e di quel coraggio che spesso troviamo proprio nei momenti più difficili.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa? 

Leggo principalmente libri fantasy, un genere che ho sempre amato perché lascia spazio all’immaginazione e all’avventura. Tuttavia, l’influenza più grande sulla mia scrittura non arriva tanto dagli autori che leggo, quanto dalla vita reale. Le mie storie
prendono forma dalle esperienze vissute, dai ricordi della mia infanzia e dalle avventure dei miei figli. Ogni libro che scrivo contiene una verità, un’emozione autentica o un episodio che ho vissuto direttamente o che ho osservato da vicino. Credo che sia proprio questa componente reale a rendere le mie storie sincere e vicine ai lettori.



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giovedì 11 giugno 2026

Intervista a Egidio Burnelli

 



Buongiorno, come nasce il saggio Le mani nel fango?

Il mio saggio nasce dall’intento di indagare il fenomeno delle alluvioni in Italia, con particolare attenzione non soltanto agli aspetti naturali e idrogeologici, ma anche alle risposte sociali e comunitarie che tali eventi hanno generato nel corso dei decenni.
L’idea originaria alla base del lavoro prevedeva la realizzazione non soltanto di un’elaborazione scritta, ma anche di un possibile documentario che potesse dare voce diretta ai protagonisti delle emergenze: volontari, cittadini e istituzioni che si sono attivati in occasione di tre eventi simbolici – l’alluvione di Firenze del 1966, quella di Genova del 2011 e le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2023.
Tuttavia, a causa delle tempistiche ristrette e della complessità organizzativa necessaria per un prodotto audiovisivo di qualità, non è stato possibile realizzare questa parte del progetto. La dimensione documentaria rimane comunque presente all’interno del saggio attraverso l’utilizzo di fonti orali, interviste e materiali raccolti dai protagonisti stessi degli eventi, che confluiranno nella strutturazione di un archivio digitale open access, con l’obbiettivo di una sua possibile futura creazione. In tal modo, anche se in forma diversa rispetto a quanto inizialmente immaginato, il lavoro intende valorizzare la memoria collettiva e garantire la conservazione e la fruizione pubblica delle testimonianze.



Quali sono le tematiche principale dell’opera?
 

La tematica fondamentale del saggio è quella di far emergere le forme di volontariato e di come queste sono mutate nel corso dei tempi.
La ricerca si fonda su un approccio di storia orale, che riconosce la memoria come processo dinamico, selettivo e in continua trasformazione. Le testimonianze raccolte non sono considerate semplici racconti soggettivi, ma vere e proprie fonti storiche, capaci di restituire dignità e centralità a esperienze spesso escluse dalla storiografia tradizionale. Particolare attenzione è rivolta al ruolo delle emozioni, delle relazioni e della soggettività, nonché all’analisi critica degli scarti e delle imprecisioni della memoria attraverso l’incrocio delle fonti. Un ulteriore asse di riflessione riguarda l’uso dei social network come strumenti di ricerca e di contatto con i testimoni.  
L’esperienza ha mostrato i limiti delle reti digitali nel generare partecipazione attiva, evidenziando al contrario l’importanza delle relazioni dirette e delle reti personali, in linea con le riflessioni di Robert Putnam sul capitale sociale. Nel confronto tra i tre eventi emerge un filo rosso che attraversa epoche diverse: la solidarietà come risorsa fondamentale per la tenuta sociale delle comunità colpite.  
Il saggio mostra come, pur mutando forme e strumenti, la solidarietà resti un elemento strutturale della risposta ai disastri, confermando il ruolo della Public History nel dare voce alle persone comuni e nel trasformare l’emergenza in patrimonio condiviso di memoria e conoscenza.


 
A chi è rivolto il libro?
 

Il libro è rivolto prevalentemente a storici o ad appassionati di storia. Però credo possa essere una lettura agevole anche per chi non è del mestiere. Dopodiché spero che la mia ricerca possa interessare qualcuno e che si possano aprire nuovi sviluppi anche grazie all’intervento di qualcuno che dopo aver letto il mio saggio ne rimanga incuriosito e voglia aiutarmi a completare l’archivio open access che nel testo viene solo strutturato.

 

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lunedì 8 giugno 2026

Il disconoscimento

 di Giuseppe Gherardelli.

 
 
 



Alla fine dell'ultimo decennio del secolo scorso Chiavari, centro del Tigullio, era già conosciuta come una ridente ed elegante cittadina ligure bagnata dal mare, nota per aver dato i natali ai padri di Nino Bixio,  Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Quest’ultimo  nel 1860 ne aveva addirittura accettato la cittadinanza onoraria.
Era tipica la sua architettura austera e signorile, con continui richiami al medioevo. Tutto ciò era più manifesto lungo le vie del centro con i portici  detti “Carrugi” e le case in pietra. Corso Valparaíso,  cioè il lungomare con le secolari palme, protetto da barriere di scogli, adornato da tipiche fontane colorate, era luogo di passeggio anche nelle giornate invernali. Nei suoi due km di lunghezza era suggestivo scorgere tra le palme in lontananza altri gioielli liguri: Rapallo, Santa Margherita Ligure, Portofino. Nel tramonto spesso il cielo si colorava di rosa, con forti pennellate di arancione.
In un pomeriggio di metà settimana del mese di marzo un giovane alto ed elegante percorreva quel lungomare a passo svelto, zizzagando tra anziani che procedevano lentamente per gustarsi il sole, e tra giovani coppie  preda di dolci sentimenti ispirati da quel panorama. 
Era Simone Pradelli, neo sostituto procuratore presso la locale procura della repubblica, che dalla sua abitazione sul lungomare si stava recando in ufficio, presso il palazzo di giustizia in piazza Mazzini. Questo luogo suggestivo del centro storico, rallegrato la mattina dal vociare del mercato di frutta e verdura, contrastava  con la severità del 7.
Il giovane, che fin dalla più tenera età era vissuto nella  città di Perugia, la cui storia trasudava dall’antica architettura austera, ora nell’ambiente chiavarese ammirava una antichità  fusa  con lo  stupendo paesaggio marino, e faceva  crescere in lui  una forte voglia di vivere e un  piacevole senso di libertà. 
Ogni volta che arrivava nella piazza, Simone alzava gli occhi per ammirare la statua di Mazzini, la cui personalità  lo aveva sempre affascinato, e così fece anche quel pomeriggio,  ma distrattamente. Il suo pensiero   era altrove alle prese con il suo primo caso importante da risolvere, dopo un periodo di uditorato molto frammentario e poco produttivo, trascorso a Imperia. 
Il giovane era originario di La Spezia, dove aveva  vissuto però  per un brevissimo lasso di tempo, fin quando la sua famiglia si era trasferita a Perugia. 

 

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giovedì 4 giugno 2026

Intervista a Manuela Calì

 



Buongiorno, come nasce il libro Il fantastico mondo di Liam?

Il fantastico mondo di Liam nasce dalla vita vera.
Per anni ho annotato ricordi, emozioni, difficoltà, conquiste e piccoli grandi momenti vissuti accanto a mio figlio Liam. A un certo punto ho sentito il bisogno di trasformare tutto questo in un libro, non solo per raccontare la sua storia, ma anche per dare voce a tante famiglie che affrontano percorsi simili.
Attraverso questo libro ho voluto raccontare Liam per quello che è: un ragazzo con i suoi sogni, le sue fragilità, le sue passioni e una straordinaria capacità di rialzarsi ogni volta. Ho cercato di raccontare il suo mondo con sincerità, amore e autenticità, mostrando che dietro ogni diagnosi c'è prima di tutto una persona.
Più che un libro, è una testimonianza di vita, resilienza e speranza. Un invito a guardare oltre le etichette e a scoprire la ricchezza che si nasconde nelle differenze.


Quali sono le tematiche principale dell’opera?

Le tematiche principali del libro sono la diversità, la resilienza, la crescita personale e la forza dell'amore familiare.
Attraverso la storia di Liam vengono affrontati temi come i disturbi dell'apprendimento e del linguaggio, il percorso legato alle diagnosi, le difficoltà scolastiche, il bisogno di essere compresi e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.
Il libro racconta anche la solitudine e le paure che spesso vivono i genitori quando si trovano ad affrontare un percorso che non avevano immaginato, tra dubbi, ricerca di risposte e la necessità di imparare a guardare il proprio figlio con occhi nuovi.
Accanto alle difficoltà trovano spazio anche lo sport, l'amicizia, i sogni, l'autonomia e tutte quelle persone che, nel momento giusto, hanno saputo fare la differenza. Perché questa non è solo una storia di fragilità, ma soprattutto una storia di crescita, determinazione e fiducia nelle proprie capacità.
È la storia di Liam, ma è anche una storia che parla di accoglienza, di speranza e della capacità di vedere la persona prima della diagnosi.

 
A chi è rivolto il libro?

Anche se nasce dall'esperienza di Liam e della nostra famiglia, questo libro è rivolto a un pubblico molto ampio.
Può parlare ai genitori che stanno affrontando un percorso simile, agli insegnanti, agli educatori e ai professionisti che lavorano con bambini e ragazzi con bisogni particolari. Ma può essere letto anche da chi semplicemente ama le storie vere e autentiche.
Credo che chiunque, almeno una volta nella vita, si sia sentito diverso, incompreso o fuori posto possa ritrovare qualcosa di sé tra queste pagine.
Più che un libro sulle diagnosi, è un libro sulle persone, sui sogni, sulle difficoltà e sulla forza che possiamo trovare dentro di noi e negli altri. Liam ci insegna che ognuno ha i propri tempi, il proprio modo di imparare e il proprio modo di brillare.
Per questo motivo spero possa arrivare al cuore di molti lettori, indipendentemente dalla loro età o dalla loro storia personale.

 

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