di Claudio Michelazzi.
Quando si apre Macbeth, non assistiamo a un semplice dramma politico o morale, ma entriamo fin da subito in un paesaggio psichico. La Scozia non è uno spazio geografico: è un teatro dell’anima, una landa mentale immersa nella nebbia, popolata da forze che sfuggono alla logica della veglia. L’opera intera, come anticipato, può essere letta come un sogno: non in senso metaforico, ma strutturale e funzionale. Macbeth è il soggetto sognante, ma anche sognato. La sua mente produce e subisce le immagini che lo travolgono. L’intera tragedia è un sogno archetipico interrotto, una progressione onirica che si infrange per inflazione e collasso.
Come nei sogni a contenuto fortemente simbolico o nei quadri clinici di tipo dissociativo, il tempo è contratto e discontinuo, lo spazio è mobile, le figure non sono mai pienamente corporee né pienamente allegoriche. Le tre streghe che aprono l’opera non provengono dalla storia, ma dalla psiche. Non agiscono, non compiono gesti realistici: pronunciano oracoli. In questo caso potrebbero essere lette clinicamente come voci primarie, proprio come quelle che in un delirio uditivo emergono a distorcere il confine tra interno ed esterno. L’incipit (“Fair is foul, and foul is fair”) non è ambiguità: è collasso dei registri semantici, rottura della coerenza percettiva. Il sogno è già all’opera, e con esso l’instabilità cognitiva. Grazie a questo panorama psichico possiamo ben comprendere come il confine che separa un possibile scompenso psicotico da un’autentica esperienza liminale di natura mistica e spirituale, di contatto con il Numinoso o con l’Oltre, sia flebile se non sorretto da consapevolezza, ascesi e iniziazione alla Tradizione.
Macbeth entra in questa dimensione psichica già predisposto. Non c’è un prima reale: c’è solo l’accesso a un mondo mentale, un “setting onirico” dove ogni elemento è contaminato dalla tensione psichica del soggetto. I luoghi (Inverness, Dunsinane) non sono più ambienti fisici, ma dispositivi interni: il castello è un luogo mentale, la sala del banchetto è la mente che si frantuma, le mura diventano barriere e confini identitari, destinati a cedere. Come nei sogni disturbati, lo spazio cambia funzione: da contenitore simbolico si fa labirinto.
Il tempo, elemento strutturante della coscienza, è qui frantumato. Gli eventi si susseguono senza transizioni, senza respiro. L’eroe acclamato diventa assassino in pochi minuti di scena, la notte non finisce mai, e i giorni non producono alcun senso di sollievo. Si tratta di un tempo soggettivo, “kairologico”, tipico degli stati psichici alterati, dove il senso di continuità è perso. La temporalità di Macbeth è analoga a quella delle psicosi incipienti: il soggetto è immerso in una percezione distorta e amplificata del proprio vissuto, in cui ogni evento ha valore assoluto, persecutorio o salvifico.
Il soggetto sognante, Macbeth, è fin da subito in stato regressivo. La sua identità non è stabile, ma fluttuante. La mente del personaggio presenta tratti compatibili con un quadro pre-psicotico: allucinazioni visive (il pugnale che “vede” prima di uccidere Duncan), uditive (“Sleep no more”), episodi di derealizzazione e confusione semantica. Non c’è più un confine netto tra desiderio e realtà, tra pensiero e azione. In Macbeth si assiste alla dissoluzione della funzione simbolica: egli non distingue più tra immagine e cosa. L’Io, già fragile, è sovrastato da un inconscio che ha preso il sopravvento.
Questa configurazione onirica spiega anche il linguaggio dell’opera, dominato da immagini viscerali, pulsionali, iperrealistiche e contraddittorie. Il sangue, il buio, il suono, la voce, la mancanza di sonno: tutto ciò che si presenta è elemento-simbolo, ma mai decifrato. Macbeth non ha accesso a una funzione riflessiva matura: non interpreta, non elabora, non sublima. È un sognatore che agisce nel sogno come un automa simbolico, in preda a un acting out allucinato. Questo lo distingue da altri personaggi shakespeariani (come Amleto), dotati di un metalinguaggio interiore. Macbeth, al contrario, è muto davanti all’inconscio.
Il teatro di Shakespeare, in questo contesto, è contenitore di sogni collettivi. La scena è spazio psichico comune: l’inconscio del protagonista diventa esperienza archetipica per lo spettatore. La dissociazione di Macbeth, il suo delirio di onnipotenza, la sua frantumazione simbolica, producono nel pubblico un effetto speculare: chi guarda Macbeth si trova immerso in un sogno “altro”, ma familiare. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo in azione”: la tragedia è un sogno rituale della civiltà occidentale, che mette in scena l’angoscia del potere scisso dalla coscienza.
Il primo atto del sogno è dunque la costruzione del paesaggio mentale. Non c’è ancora colpa, non c’è ancora sangue. C’è però la condizione psichica perfetta per la catastrofe: un Io debole, un inconscio forte, un ambiente simbolico saturo. Le streghe aprono la porta. Macbeth entra. Non sa che sta sognando. E proprio per questo, non potrà più uscirne indenne.
Estratto del libro di Claudio Michelazzi, Macbeth, Midgard Editrice
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