mercoledì 29 agosto 2018

I Verdognoli da Gubar

di Francesco Dozzini





“Correte, sacchi di letame, correte!” incitò Raskik gridando ai suoi amici, mentre correvano a rotta di collo verso la porta della città.

Nell’aria si poteva udire il corno della vigilanza suonare, chiaro ed inequivocabile segnale per le guardie di bloccare ogni uscita della città.

I tre poveretti affamati, stanchi e sporchi correvano zoppicando, a volte inciampando, cadendo e rialzandosi, lasciandosi dietro una scia puzzolente di fogna.

Non erano molto distanti dalla porta che dava accesso alle campagne circostanti, ma arrivare a destinazione era comunque un’impresa. Carri di mercanti di ritorno dopo una dura giornata di lavoro, trainati da grosse bestie pelose, creature mastodontiche come i Troll, intralciavano il passaggio. La calca era tale da costringere il trio a passare per un vicolo dove incontrarono qualche ratto scorazzare tra la sporcizia che era un po’ ovunque.

“Siamo scesi laggiù e niente: ora qui in superficie ce ne sono a volontà?!” disse Azag.

“Vuoi forse fermarti a catturarne qualcuno?” lo rimbeccò il Goblin.

“Sono quasi tentato di farlo…” disse il giovane ansimante per la corsa.

“Fai pure, ma consideralo il tuo ultimo pasto!”

“Cosa succedere se noi catturare sorci adesso?” chiese Spurgo.

“Succede che perdiamo tempo, ci catturano e poi ci uccidono…” rispose Raskik.

Rimasero tutti muti.

L’estremità opposta del canale si affacciava su un’altra via quasi deserta. Usciti dal vicolo con la guida di Raskik, si precipitarono nella direzione designata senza incontrare ostacoli. Dopo aver trottato per circa due minuti svoltarono l’angolo e si ritrovarono in un ennesima viuzza che conduceva alla grande porta Nord. Ma era troppo tardi perché era già stata sprangata poco prima del loro arrivo.

Azag cadde in ginocchio rassegnato mentre Raskik e Spurgo si strappavano i capelli. Era solo questione di tempo, le pattuglie reali li avrebbero intercettati e fatti a pezzi.

“Deve esserci un’altra via di fuga.” gridò il Goblin. “Dopo tutto quello che abbiamo passato, non può finire così!” E come una saetta si fece largo a furia di spintoni tra la bizzarra folla che ricambiò con insulti e calci.

Arrivato alla porta, cominciò a tirare l’anello di ferro sperando di riuscire a spostarla quel tanto che bastava per passare.

Ma qualcuno gridò: “Idiota! La porta è serrata, non lo vedi?”

Raskik alzò di scatto la testa e vide un enorme trave, sorretta da due possenti grappe. Nemmeno Spurgo sarebbe riuscito a sollevarla con tutta la sua forza! Poi il giovane Goblin notò le feritoie ai lati dei cardini dove la trave, oliata abbondantemente, veniva fatta scorrere.

Azag si era fatto largo tra la folla e raggiunse l’amico che era intento a spostare l’enorme pezzo di legno nella feritoia e tanta era l’apprensione che non badò nemmeno al dolore causato da alcune schegge gli si conficcavano sotto le unghie.

Correndo in suo soccorso, il giovane Orco si unì nella disperata opera, ma invano. Il blocco era perfettamente incastrato tra le due feritoie ed era impossibile smuoverlo.

“Questa volta siamo davvero fregati!” saettò Raskik.

“Che cosa facciamo ora?!” urlò Azag impaurito.

Tutto sembrava perduto, allorquando un rumore bestiale, un intenso grido giunse dalla folla, un grido pungente, da pelle d’oca. La gente spaventata si disperse…

Spurgo stava caricando come una mandria impazzita e mentre la terra tremò, nella foga assunse una posizione da sfondamento aerodinamica.

A contatto con quella immane spallata, il legno del portone esplose in un boato secco frantumando in due tronconi le travi, e le graffe schizzarono via come proiettili precipitando sulla folla sempre più sconcertata. L’urto fu talmente potente da abbattere le ante del portone che ricaddero verso l’esterno della città mentre i sudditi di sua maestà fuggivano in tutte le direzioni urlando oscenamente.

Ora avevano una via di fuga e senza indugio fuggirono verso i campi.

Frecce gli sibilarono a fianco, scoccate da una guardia di Ghrodigad mentre alcuni paesani li inseguivano per spellarli vivi.

Più oltre c’era la boscaglia, lì sarebbero stati al sicuro. Nessuno si sarebbe addentrato nella macchia con il buio, ma la paura fa novanta e i tre vi penetrarono correndo, travolgendo siepi e arbusti, inciampando e a volte cadendo.

Infine, quando il vociare si smorzò, poterono rallentare e fermarsi su di un piccolo spiazzo coperto di foglie da dove si intravedeva una porzione di cielo. 

Estratto da "I Verdognoli da Gubar - La terra non è piatta” di Francesco Dozzini, Midgard Editrice 2018



martedì 28 agosto 2018

Recensione di Hyperborea 2

di Davide Zaffaina



Dopo il successo dell’edizione 2017, Midgard editrice firma un’altra antologia di spessore e di sicuro successo: Hyperborea 2018.
Si tratta di un’antologia composta da cinque racconti brevi di genere fantasy ovvero cinque racconti ognuno di un sottogenere diverso del fantasy per dare al lettore un’ampia vista su un panorama ricco e diversificato.
Cinque autori dalle età e dalle sensibilità molto diverse, che vivono in città tutte diverse e che raccontano ognuno storie originali che si snodano all’interno dell’antologia seguendo un filo comune, un concetto comune che mai come al giorno d’oggi mi sembra di enorme importanza: la dura realtà riposa sotto strati di morbide e comode apparenze.
Mai come in questa antologia, a mio parere, il fantasy si rivela nella sua più nobile forma di cultura con la “c” maiuscola; immaginificazione della realtà capace di meglio descriverla tramite metafore ed allegorie così da renderla più evidente agli occhi del lettore sensibile, il quale non può non accennare almeno ad una riflessione sulla realtà che lo circonda dopo aver assaporato una lettura davvero piacevole e coinvolgente.
Da questo punto di vista, e non solo, Hyperborea 2018 centra in pieno il bersaglio.

Gianantonio Nuvolone – “Solamente un colpo di spada”.
L’autore pavese, vincitore con gran merito di questa edizione del concorso Midgard Narrativa 2018, ci propone un classicissimo Sword and Sorcery in piena regola; rispettoso di tutta la grande tradizione del genere e perfettamente rispondente a tutti i suoi crismi.
Eppure si tratta di un racconto innovativo: basti solo pensare al titolo; in tutto il racconto, infatti, il protagonista porta un solo colpo di spada… Fatto davvero non comune in uno Sword and Sorcery.
Enak-baut, giovane e scaltro guerriero allevato da un uomo che gli ha fatto da padre e da una femmina che non lo ha partorito, è un girovago che di terra in terra accumula esperienza, saggezza e forza. 
Si imbatte, un giorno, in terre desolate e decadenti sede dell’ antichissimo regno di Beishtan le cui glorie sono solo ricordi e i cui abitanti sono solo fantasmi del passato.
L’autore descrive ogni particolare di questo tetro luogo utilizzando in maniera impeccabile un linguaggio forbito ed una sintassi estremamente efficace. Queste piacevolissime caratteristiche stilistiche si ritrovano costantemente lungo tutto il racconto.
Mosso da un misto di interessi e compassione, Enak-baut si troverà a voler aiutare il Re di questo sperduto quanto fu potente regno nell’impresa di distruggere un ben più potente nemico: il Re stregone Wolthom, unico artefice della maledizione che da secoli aleggia sul regno di Beishtan sotto forma di venefica nebbia violacea che tutto permea.
Per portare a termine il suo periglioso viaggio e la sua pericolosa missione, il giovane guerriero dovrà superare prove di coraggio, forza ed intelligenza onde contrastare una magia che sempre serpeggia nell’aria e sempre lo contrasta senza però mai essere troppo evidente e plateale.
L’autore descrive ogni singola prova e l’abilità con le quali Enak-baut le affronta in maniera tanto vivida che il lettore le vede prendere letteralmente vita attorno a lui come se indossasse un visore di realtà virtuale.
Unico filo di Arianna cui il lettore può appigliarsi per non perdersi in questo affascinante quanto oscuro mondo sono le parole dell’autore; seguendole come briciole lasciate da Pollicino, si potrà seguire una trama piena di colpi di scena fino ad approdare ad un finale quanto mai inaspettato in cui, come dicevo prima, tutto ciò che appare altro non è che, per l’appunto, apparenza atta a nascondere alla perfezione una ben più triste e cruda realtà. Quale? A voi la lettura.

Domande all’autore:
D - Viene citata la Cimmeria; un omaggio a Conan il Barbaro? Quanto devi e quanto sei affezionato a questo personaggio?
R - Quando mi avvicinai alla saga per la prima volta venni profondamente stupefatto dalla vitalità e dalla concretezza pulsante di Conan, un personaggio “assoluto” che col suo solo apparire domina la scena.
È proprio vero il giudizio dei critici e dei lettori più attenti: Conan è una personalità unica nei reami del genere Fantasy che si esplica e si rende conoscibile attraverso l’azione e l’avventura, l’impresa epica e il confronto vigoroso con le entità e le creature più meravigliose e atroci.
Questo è un eminente modello da seguire poiché ritengo che così nello Heroic Fantasy come in altri generi letterari che scaturiscono dall’Immaginazione il protagonista è soprattutto “ciò che fa” e che i migliori motivi di riflessione derivano dall’atteggiamento e dal comportamento del protagonista di fronte a determinate situazioni più che da filosofici soliloqui al chiaro di luna, cosa che ovviamente Conan non può permettersi.

D - Citi anche un Dio abissale di nome Ktul che non può non far pensare a Lovecraft ed al suo Cthulhu. Anche questo autore fa parte del tuo background?
R - Certo, è proprio come tu dici.
Il cosiddetto “Ciclo di Cthulhu” costituisce un pantheon ammaliante che offre innumerevoli suggestioni e spunti per l’ispirazione e implica molte questioni terrorizzanti come, per esempio, le presenze che si suppone risiedano o si nascondano nell’oscurità o tra le stelle o nelle pieghe del reale.
Lovecraft ha saputo creare atmosfere e situazioni terrificanti e “folli” come nessun altro autore prima di lui anche in virtù del suo coraggio al cospetto di possibilità e prospettive che potrebbero realmente mettere in crisi il “cosmo” nel quale abita l’uomo e che si ritiene sia governato dalla Ragione.
Lo rileggo e ancora lo rileggo sempre volentieri e lo considero inimitabile.


www.midgard.it/hyperborea2.htm

lunedì 27 agosto 2018

La fine delle stagioni





Come tutto fu

Prima dell’era degli uomini e di ogni creatura terrestre e ultraterrena c’era il nulla. Nulla. Un’oscurità che emanava ombre, uno stato di immobilità eterna.
Ma poi tutto fu luce e l’universo cominciò a respirare e tutto quello che conosciamo nacque.
Ogni poco, galassie intere si formavano e sciamavano festose uscendo da un vorticoso creare ed inventare: la forza che prima era assopita e rantolava nel buio si era risvegliata con un potente grido di vita.
In quel momento la nebbia che offuscava i miei occhi si diradò mano a mano e mi lasciò intravedere il mio futuro, mi lasciò intravedere ciò che è stato, ciò che è e sarà.
In quel limbo eterno non riuscivo a muovermi, non ero a conoscenza delle mie capacità, ma dopo quell’alito di vita mi potei muovere, e persino pensare, agire con la mente ed il corpo che, fino a quel momento, era etereo e immobile.
Ero un angelo, Archiel, un essere puro e intangibile, forte e amabile, potente e misericordioso.
Presi parte alla creazione del mondo e discussi con i miei fratelli e compagni, come si narra nelle storie che conoscerete.
Quando uno dei miei fratelli si staccò dalla luce e tornò all’antica oscurità, il mio cuore provò una cosa nuova e logorante, che mi avrebbe perseguitato per il resto della mia eterna esistenza: la tristezza.
Come già detto presi coscienza del mio corpo e cominciai a studiare l’arte dell’apprendere. Nei secoli che seguirono divenni potente e appresi come modellare materia a mio piacimento, appresi come creare materia, appresi come distruggere materia e, cosa più importante appresi come far parte della materia.
In quei tempi una straordinaria energia di immensa potenza invadeva il creato e lo rendeva più divino: l’erba fresca ondeggiava al vento come il mare, l’acqua era limpida e cristallina, pura e incontaminata, e seguiva dolce il suo corso danzando allegra. Appena una tenera goccia toccava terra, scaturivano fiori e piante dai colorati petali e dai robusti tronchi, che germogliavano e si beavano della fresca arietta che li carezzava amorevolmente. Il fuoco ardeva con furore e con mille scintillii che cambiavano colore e assumevano le forme più strane: dal blu all’oro, al viola, al giallo, al rosso, ora come fenici, ora come serpenti, ora come orsi.
La pace che invadeva il mondo era trasportata da un leggero venticello fresco e gradevole, che alzava pollini e li faceva muovere vorticosamente e delicatamente attorno al sole, la luna e le altre stelle, che all’epoca dominavano contemporaneamente i cieli.
Mentre in terra tutto gioiva e ballava sereno, in cielo c’era un gran fervore e la luce che prima era splendida ora era fioca e piccola.
Quando la piccola fiammella che era rimasta si spense del tutto, ogni cosa assunse un ritmo lento, calmo, tranquillo: gli alberi che fruttavano in pochi secondi ora impiegavano giorni e giorni per creare quelle gustose meraviglie.
Tutto continuava in un perfetto equilibrio: il vento soffiava leggero e increspava la piatta tavola delle acque, formando piccole onde che si infrangevano tacite nella terra sabbiosa.
Passarono millenni prima che un altro alito di vento soffiasse sulla paradisiaca terra: un alito di vita.
Lentamente le piante fecero ondeggiare i loro lunghi rami scuotendo le variopinte chiome, l’acqua sobbalzò e piccole creature nacquero dalle gocce, il fuoco divampò e sputò ceneri e carboni, dai quali nacquero tenere fiammelle, che si moltiplicarono a loro volta, la terra germogliò, ma dei ramoscelli e dei piccoli steli verdi sbocciavano donne con fluenti capelli e uomini dalle possenti braccia. Insomma, in poco tempo la terra si popolò di tutti gli esseri che possiate immaginare: da semplici uccelli a miseri vermetti, da stupende salamandre ad altissimi giganti, a lucenti fuochi fatui e via dicendo.


Estratto da "La fine delle stagioni", di Vittorio Scanu, Lisa Bresciani, Roberta Marconi e Perla Passagrilli, Midgard Editrice

www.midgard.it/lafine_dellestagioni.htm

www.midgard.it/lafinedellestagioni_ebook.htm


mercoledì 22 agosto 2018

L'incubo in un'altra dimensione

di Federico Di Adamo





Sulla City ha appena smesso di piovere ma a giudicare dal colore grigio scuro delle nuvole e la completa assenza di vento sicuramente ricomincerà tra poco e l’intensità potrebbe esser maggiore.

George Wright guarda fuori dall’ampia vetrata al secondo piano del Chesterton Historical Museum che si affaccia sulla strada ancora molto trafficata; sono le sei e trentadue minuti del pomeriggio e il museo è in chiusura.

Puntualmente quando l’uomo chiude il portone che costituisce l’ingresso principale del Chesterton, ricomincia a piovere; dopo una breve corsa alla vicina fermata dell’autobus riesce a trovare un posto sull’affollata panchina d’acciaio della pensilina.

Un folto gruppetto di persone è in attesa del bus diretto a Woolrich Arsenal delle sette e cinque.

Quando il mezzo pubblico a due piani arriva, tutte le persone in attesa alla fermata vi salgono.

George prende posto al primo piano su uno dei sedili liberi sulla destra.

L’autobus sta per ripartire quando all’improvviso un uomo in strada comincia a gridare e gesticolare in direzione del mezzo pubblico in partenza; l’autista credendolo un ritardatario inchioda e riapre la porta d’entrata per farlo salire, l’uomo però non ha la minima intenzione di farlo anzi urlando a squarciagola e battendo i palmi delle mani sui vetri della fiancata esorta i passeggeri a scendere dicendo che se proseguiranno il viaggio non torneranno più indietro.

Ben che assiste alla scena con una certa impazienza dato che è ansioso di tornare a casa dopo una giornata di lavoro al museo, bolla l’uomo in strada come un ubriacone suscitando l’ilarità di una vecchietta di colore intenta a sedersi in uno dei posti accanto a lui.

Le sue speranze di rincasare ad un’ora decente si riaccendono quando vede una coppia di poliziotti di ronda che accortisi dell’uomo vicino all’autobus procedono con passo veloce verso di lui.

Dopo una breve discussione i due agenti sembrano riusciti a persuaderlo di lasciare in pace il mezzo pubblico ma poi con uno scatto improvviso e inaspettato per l’avanzata età dell’uomo, si scaglia contro la porta d’entrata del mezzo riuscendo a tirare un calcio che fortunatamente non provoca danni; uno dei due agenti blocca a terra l’esagitato passante poi lo ammanetta mentre l’altro agente fa segno all’autista di ripartire.


“Non salite su questo autobus, vi porterà all’inferno!".


Durante il tragitto verso casa George ripensa a quella frase urlata dallo strano tipo dall’aspetto trasandato e grottesco.

A circa metà percorso appoggia la testa sul vetro alla sua destra, chiude gli occhi e lentamente si addormenta.

Quasi tutti i passeggeri scendono alle fermate che precedono quella di George; oltre a lui sull’autobus rimangono: l’autista, una giovane donna seduta in fondo al primo piano e un uomo sui quaranta anni seduto sui gradini della scala che portano al primo piano.

Purtroppo l’autobus che alle sette e cinquanta minuti avrebbe dovuto lasciare George Wright alla fermata che dista appena cinque minuti dalla piccola abitazione affittata sei mesi prima in Conduit Road non si ferma ma non oltrepassa solo la sua fermata…

Il tempo per i passeggeri del bus si ferma e le menti vengono avvolte da una strana energia che le annebbia impedendo loro il ragionamento.

Quando finalmente l’autista ferma il bus è notte fonda.

Apre la porta scorrevole dell’uscita e i tre passeggeri escono in strada; si guardano attorno smarriti non riconoscendo il luogo.

La donna si gira verso l’autista al volante per chiedere spiegazioni ma l’uomo resta immobile a fissarla senza dire nulla.

L’uomo sui quarant’anni che durante il tragitto era seduto sulle scale che portano al primo piano del bus notato l’inspiegabile comportamento dell’autista comincia ad insultarlo mentre risale sul bus.
Steve (questo è il suo nome) si paralizza alla vista dell’uomo seduto al volante.
Per prima cosa nota la mano destra che stringe il cambio: è rattrappita e nerastra quasi sul punto di disfarsi come la mano d’un cadavere.
La pedaliera e tutto il pavimento dell’abitacolo sono coperti da una strana melma nera simile al catrame.
La divisa dell’autista dà l’impressione di esser molto vecchia quasi di un’altra epoca (probabilmente degli anni quaranta) è coperta di uno strato di polvere grigiastra.
Quando l’autista gira la testa in direzione di Steve, il ragazzo, spaventato, compie istintivamente un balzo all’indietro che quasi lo fa uscire dall’entrata; il volto dell’autista è una maschera di morte. La pelle è di color grigio pallido, tesa all’estremo sulle ossute guance, l’ampia fronte e le orbite che ospitano al loro interno due occhi piccoli ed incavati completamente neri come quelli d’un insetto.
Il naso praticamente è ridotto ad un moncherino; le labbra praticamente inesistenti lasciano scoperti i denti minacciosamente regolari e bianchissimi che formano un terrificante ghigno.

Estratto dal volume "Creature dal buio", Federico Di Adamo, Midgard Editrice 2014

martedì 21 agosto 2018

Solamente un colpo di spada

di Gianantonio Nuvolone






La vera padrona di Beishtan era una nebbia violacea e bassa che si depositava senza requie in polvere sottile sui cenci indossati dagli uomini, d’estate lasciava filtrare niente più che un tenue calore utile alla coltivazione di amari cardi e erbe coriacee bolliti in tini resi sempre più pesanti dai depositi induriti della densa brodaglia.
Al suo arrivo l’arcano nembo invase per prima la biblioteca dell’Ordine di Zervan all’interno del quartiere sacro e si mise a scompaginare tomi e mappe vergati su membrane di animali antidiluviani e nel volgere di tempo che all’uomo necessita per trarre fiato dai polmoni e maledire gli Arconti di Seth, ridussero persino le scaffalature a pulviscolo leggero che confuso alle correnti luttuose invase ogni luogo della città.
Fu in quel giorno che i Sette Saggi dell’Ordine di Zervan sparirono, sopraffatti forse da un demone che intravidero nel putiferio venuto da chissà dove o semplicemente perché le loro vite erano legate in modo fatale a quegli antichi testi; da allora nessun’altro nome venne scolpito nel marmo delle colonne all’ingresso del tempio di Zervan che nell’abbandono cadde in rovina, come se il nemico senza armi di forgia si fosse abbattuto con furia maggiore sulla storia e il passato di Beishtan piuttosto che sui suoi abitanti che ben presto conobbero le regole dell’impotenza e della disperazione.
Solo la cittadella di re Suil-jat riuscì a sfuggire alla contaminazione, cosicché le vetrate delle ogive continuarono a accogliere la luce del sole e gli umori della notte e a riflettere la luce delle torce fisse alle pareti o impugnate dai servitori lungo i corridoi.
Ma la nebbia mortale assediava la fortezza, dato che già dopo pochi metri il sentiero che portava a valle scompariva nel miasma purpureo appena dopo la prima diversione attorno allo sperone roccioso e né sudditi né mercanti da paesi lontani raggiungevano più il castello, né la mente del sovrano d’altronde aveva mai potuto escogitare nulla per risollevare le sorti del regno.
Per tutto questi motivi la reggia poteva apparire agli occhi dell’immaginazione come un lussuoso diadema all’estremità di un corpo occultato in un livido sudario.
Re Suil-jat trascorreva le sue giornate attorniato da una corte di anziani dignitari in vesti lacere, da cantori che alternavano distici esaltanti le glorie trascorse a nuove composizioni prive però della melodia e del fervore che spinge gli uomini a nuove imprese, i buffoni si dipingevano di colori sgargianti il volto scavato e le dame sfiorite giostravano la danza di ore interminabili con cavalieri anchilosati, tra corazzieri inerti adagiati a un giaciglio di ragnatele lungo l’emiciclo parietale del salone delle feste.
Re Suil-jat languiva annoiato con volto spettrale e frequentemente, a guisa di un folle, lo si poteva sorprendere a mormorare a un quadro che ritraeva una dama, poggiato sullo scranno riservato alla consorte regale.
Un giorno nel tepore dell’alba risuonò la tromba della sentinella dalla torretta più elevata e subito ogni uomo nel castello rimase stupefatto perché nessuna ricorrenza dinastica era prevista.
Re Suil-jat comparve nella sala del trono dalle sue stanze, sostenendo con una mano la lunga veste regale per non farla strascicare sul pavimento e raggiunta la pedana si erse autorevole davanti al trono, rinvigorito nell’udire il fausto annuncio.
L’altro richiamo rimasto inespresso – entrambe nelle loro implicazioni noti soltanto al sovrano e alla sentinella –, quello catastrofico, avrebbe significato il lievitare della peste e la fine imminente.
Venne gettata da due soldati una corda sullo spalto che sbarrava il sentiero e bastarono pochi istanti per accorgersi che all’altro capo della fune si stava issando un corpo dai muscoli energici, provvisto di un’agilità portentosa. 
Una volta accolto con deferenza il viandante, i gendarmi lo condussero per i corridoi e le scalinate di pietra sino alla sala del trono.
Il ragazzo vestiva una leggera tunica di panno annodata ai fianchi da una fusciacca brunastra, gli arti robusti e ben formati erano nudi, polsiere e cavigliere di cuoio rinsaldavano le giunture, una corta daga stava nel fodero avvinto alla cintura portata a sghimbescio, i capelli lunghi sino agli omeri e sottili rammemoravano i crini di un destriero al vento, lo sguardo fiero e vigile lasciava trasparire fiducia nella lealtà e nell’ospitalità che gli sarebbero state riservate.
Attraversarono un paio di stanze vastissime con i pavimenti cosparsi di foglie secche e marcite in prossimità dei finestroni, povere cataste di arredi smembrati a uso dei caminetti giacevano qua e là, mentre la maggior parte dei quadri affissi ai muri erano velati di stoffe di colore tendente al nerastro e al grigio a motivo del tipo di tintura dei tini o per l’accumularsi su di essi della polvere.
Suil-jat appena scorto l’ospite con un gesto diede ordine agli inservienti di portare acqua fresca dalle cantine e un vassoio di carne salata e distendendo la sua destra invitò il pubblico a accogliere il nuovo venuto con un inchino.
Il giovane fece atto di ossequio al trono e iniziando a rifocillarsi ringraziò con un lampo sincero dagli occhi cerulei.
“Io sono Suil-jat, sovrano del regno di Beishtan che un tempo si estendeva dai monti Kert-gununk per l’intera estensione delle immense e rigogliose pianure di Gheras, sino alle foreste tenebrose sulle due sponde del fiume Apser e a rintuzzare le tribù indocili e bestiali delle steppe malariche di Vral, unico vivente del lignaggio di Dev-jat, estremo testimone dell’Ordine di Zervan. Come ti chiami tu, straniero?”, tendendo il braccio lateralmente quasi per far intendere che parlava anche a nome della defunta regina, davanti all’espressione perplessa del suo interlocutore…

Estratto del racconto vincitore del Premio Midgard Narrativa 2018



lunedì 20 agosto 2018

Intervista a Manfredi Cadelo


Intervista a Manfredi Cadelo, terzo classificato al Premio Midgard Narrativa 2018 con il racconto “I quattro scrigni”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice nell’antologia “Hyperborea 2”.






Buongiorno, parlaci del tuo racconto, come nasce? 
Traendo spunto dalla mia convinzione che ogni essere umano può, da un aneddoto, da una parola, da una esperienza, ritrovare nel suo animo valori profondi e trarne beneficio, ho voluto raccontare una breve storia che testimonia il mio pensiero. Spero di essere  riuscito a trasmettere al lettore quei sentimenti di pace, di amore, di bontà, di bellezza ai quali aspiro. 



Il racconto si presenta come un Fantasy fiabesco. Ami molto questo genere?
Sì. Mi affascina ed è per molto appagante l’idea del bene che, possente ed incontrastato, trionfa sempre sul male  e lo annienta. Altri miei lavori, in prevalenza romanzi appartengono al genere Sword e Dark.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?
Amo molto la natura, gli animali, l’armonia fra cose ed esseri viventi che dovrebbe regnare sovrana. Per me la scrittura rappresenta una catarsi che mi libera da ogni negatività e qualche volta faccio fatica a distinguere la fantasia dalla realtà. Anziano, ottimamente supportato da moglie, figli e famiglia, scrivendo trovo quiete nel mio spirito e vedo sempre più allontanarsi da me tanti travagli che mi hanno afflitto sia nel periodo della mia infanzia che da adulto.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano? 
Ho letto con interesse gli autori classici proposti nel periodo della scuola e adesso mi ispirano Terry Brook, Stephen King, J. R. Tolkien, George Martin, Isaac Asimov, Ken Follet, Dan Brown, Clive Cussler,  Robert Heinlein Licia Troisi e tanti altri.


Progetti futuri?
Vorrei continuare questo lavoro con sempre maggior lena ma, nel contempo, programma che ancora non mi è stato possibile mettere in atto, mi piacerebbe avere contatti con altre persone aventi la mia stessa passione e ampliare con loro le mie vedute, conoscere al meglio tecniche ed impostazioni, lavorare ed imparare dalla loro esperienza il più possibile. Continuo con passione il mio lavoro sperando, in un non troppo lontano futuro, di poter presentare a  lettori che  amano il mio genere di scrittura, un lavoro che possa attivare i loro interessi.


giovedì 16 agosto 2018

Haiku

di Fabrizio Bandini




HAIKU 1


Come un fiore
io vado a morire
per Te.


Perugia, 28 gennaio 1997


HAIKU 30

Montagne
alte
come Dèi.

Courmayeur, 26 gennaio 1999


HAIKU 34

Il rifugio di montagna
nel Picco dell'Aquila
ora è vuoto
segni di impermanenza.

Courmayeur, 28 gennaio 1999


HAIKU 56

Solstizio d’inverno
l’eterna ruota
si rimette in moto.

Perugia, 21 dicembre 2009


HAIKU 60

Rune
ho trovato sul mio cammino
rune luminose e sapienti
benedico gli Dèi per questo.

Perugia, 13 dicembre 2016



#Haiku #Fabrizio-Bandini

mercoledì 8 agosto 2018

Intervista a Luana Blasi


Intervista a Luana Blasi, autrice del libro “Il chimico”, edito nella Collana Erotica della Midgard Editrice.



Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?

Eric Berne affermava: “il sesso è la matrice di tutte le transazioni più vitali, amplessi e liti, seduzioni e ritirate, dolori e soddisfazioni”. Sulla base di questa sacrosanta citazione, osservo i personaggi, li costruisco e li faccio crescere, facendogli superare le paure e vivere la sessualità in modo libero e consapevole, come naturale evoluzione dell’affettività infantile, senza condizioni limitanti o condizionamenti.


Il titolo ci parla di un chimico. Cosa significa?

La chimica è lo spunto, per dire che molto viene spiegato attraverso la scienza, cioè il cervello, ma ci sono cose che è impossibile provare e comprendere, con la testa, con tutto l’impegno quello non basta, ci vuole il cuore.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Scrivere è una passione, ma soprattutto uno strumento di crescita, prima leggo, mi documento, magari anche in ambiti molto diversi da quello che poi elaboro, mi piacciono molto i concetti legati all’intelligenza emotiva, poi invento una storia che come puzzle collega tutti i pezzi apparentemente incompatibili. Mi piace scrivere ed è qualcosa che va ad incastrarsi perfettamente nel mio ruolo di mamma, moglie, figlia, amica, lavoratrice, qualcosa che mi fa riflettere e che mi permette di esprimere pensieri in libertà, senz’altro a mio vantaggio e forse anche di chi mi sta intorno.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano? 
La mia passione è nata leggendo Sophie Kinsella. “I love shopping” è stato il libro che mi ha cambiato introducendomi al piacere della lettura, da lì è stato un crescendo. Sono approdata alla letteratura erotica con “Le 50 sfumature”, ho letto davvero tanti libri di quel genere, per poi arrivare a manuali di PNL e saggi filosofici. Adesso sto leggendo “I volti della menzogna” di Paul Ekman e “Fare l’amore di Eric Berne”. Se voglio leggere qualcosa di più leggero, mi piace Nicholas Sparks e Fabio Volo. L’ultimo libro letto che mi ha ispirato un nuovo racconto è: “La parola magica” di Paolo Borzacchiello, un libro strano, intrigante, che mi ha suscitato subito curiosità. La curiosità è la porta d’accesso alla conoscenza. Quindi: buona lettura a tutti.


venerdì 3 agosto 2018

Una guerra del Trecento

Il conflitto fra guelfi e ghibellini nell’Alta Valle del Tevere
di Fabrizio Bandini





Al principio del Trecento la potente famiglia ghibellina dei Tarlati di Pietramala, di origini longobarde, impose la propria signoria su Arezzo e da lì cominciò la sua espansione nelle terre circostanti.

La casata era guidata da Guido, sagace e volitivo vescovo della città toscana, che ridiede forza al partito ghibellino e nel 1321 venne nominato signore a vita di Arezzo.

Dopo aver espanso la sua sfera di influenza in Toscana, contrapponendosi alle forze guelfe, come i conti Guidi di Romena, il vescovo decise l’affondo contro Città di Castello, che era guidata dalla nobile casata dei Guelfucci, che come il nome dice erano di parte guelfa.

Il Tarlati, giocando sui rancori creati dai Guelfucci, seppe tratte dalla propria parte, sagaciter et industre, i marchesi di Civitella e gli Ubaldini della Carda, e nella notte del 2 ottobre 1323 i ghibellini entrarono in Città di Castello, vittoriosi, scacciando i Guelfucci.

Perugia, la potente città guelfa dell’Umbria, si mise subito in allarme per l’espansione dei Tarlati.

Il comune umbro decise allora di fortificare Montone e Montemigiano, sottomettere Promano, per circondare i suoi nemici, e mise a capo dell’esercito guelfo il marchese Guido Collotorto, signore di Monte S. Maria, il primo di marzo del 1324.

Il valoroso marchese si scagliò subito contro le forze ghibelline, ma dovette ben presto subirne la controffensiva.

Perugia cercò allora un accomodamento con il vescovo Tarlati, inviandogli quattro suoi ambasciatori, che lo trovarono fra Monterchi e Monte S. Maria, ma  i colloqui finirono con un nulla di fatto.

L’offensiva ghibellina si fece allora più violenta, ben presto Promano e Monte S. Maria furono poste sotto assedio.

I guelfi perugini allora inviarono in loro aiuto delle truppe, guidate da Tebaldo Michelotti, e chiesero l’aiuto dei comuni guelfi di Orvieto, Spoleto e Gubbio, che inviarono dei rinforzi guidati da Cante Gabrielli, il famoso guelfo nero, già potestà di Firenze, cacciatore di ghibellini e guelfi bianchi, come Dante Alighieri, da lui esiliato nel 1302 dalla città toscana.

Ma la situazione non ebbe miglioramenti per la parte guelfa, il Monte restò sempre sotto assedio per tutto il corso del 1326.

Alla fine di quell’anno Perugia, “stremata in uomini e denari”, come scrive l’Ascani, inviò di nuovo i suoi ambasciatori per trattare con il Tarlati, ma le condizioni poste dal potente vescovo ghibellino furono ritenute inaccettabili.

La guerra quindi continuò, imperterrita.

Guido Tarlati si trovava allora al culmine della sua potenza, era visto ovunque come il capo naturale del partito ghibellino, tanto che lo stesso imperatore Ludovico il Bavaro, appena sceso in Italia, volle ricevere dal vescovo di Arezzo la corona ferrea.

Il papa Giovanni XXII da Avignone l’aveva scomunicato per la sua ripetuta disubbidienza, ma il Tarlati proseguiva per la sua strada.

Ebbe dall’imperatore il permesso di occupare Borgo S. Sepolcro e di continuare la sua offensiva contro i guelfi umbri.

Alla fine del settembre 1327 Pier Saccone Tarlati, fratello del vescovo Guido, enorme cinghiale dell’Appennino e ghibellino silvestre, come lo descrive pittorescamente il Bonazzi, lanciò un violento attacco contro il Monte S. Maria, deciso a farla cadere.

“Il Saccone fece costruire 5 battifolle alle mura e due trabocchi, vi pose delle catapulte per tirar pietre d’una certa mole” scrive l’Ascani.

I perugini, avvertiti dell’aggravarsi dell’assedio, raccolsero allora tutte le milizie a loro disposizione e il 21 ottobre partirono in aiuto del feudo del marchese Guido Collotorto.

Furono in vista del Monte quando giunse loro la notizia della morte del vescovo Guido Tarlati in Maremma, che prima di spirare aveva chiesto perdono al papa e si era riconciliato con la Chiesa.

La notizia portò costernazione e paura nelle file ghibelline, tanto che Pier Saccone Tarlati ordinò la ritirata e l’assedio del Monte S. Maria venne così rotto.

I guelfi perugini non si accontentarono, visto il momento favorevole posero l’assedio a Città di Castello, ma la città resistette ad ogni loro attacco.

Nel dicembre del 1327 si venne allora alla pace, Città di Castello restava ai Tarlati e ai ghibellini, Perugia poteva inviarvi un potestà, ma con la clausola che fosse ghibellino.

La potenza della nobile casa dei Tarlati di Pietramala era ancora grande.

Solamente nel 1335 i guelfi riusciranno a scacciare i Tarlati e i ghibellini da Città di Castello.





Bibliografia


Luigi Bonazzi, Storia di Perugia
Angelo Ascani, Monte Santa Maria e i suoi marchesi
Cecilia Mori Bourbon di Petrella, Terra Marchionum

Immagine: stemma dei Tarlati

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