martedì 3 febbraio 2026

Trame di polvere

 di Tiziano Mario Pellicanò.








Il rombo di un tuono in lontananza. Si scosse perché vide tremolare la fiamma della candela. Una folata gelida era entrata dalla finestra socchiusa scompigliando alcuni fogli sparsi sulla scrivania. Non sapeva per quanto altro tempo avrebbe resistito agli assalti il vecchio caseggiato, ormai decrepito, preda di ogni sorta di intemperie, una bocca aperta attraverso cui il vento inferociva tra le imposte sconnesse o assenti, a picco sul mare rumoreggiante. E sempre quella visione: una spianata ricoperta di cadaveri, oppressa dall’olezzo insopportabile della fine. La lenta dissoluzione dei corpi. Quante volte aveva avuto questa visione, fino a quando avrebbe potuto sopportarlo? 
Gli occhi incominciarono a fargli male, la lunga consuetudine col buio, la notte si stava aprendo lentamente un varco nella mente, oscurandola come una stanza dalle finestre a mano a mano murate. Fra non molto non avrebbe visto più. I dottori erano stati risoluti su questo punto: il glaucoma avrebbe fatto il suo corso. Non gli dispiaceva, anzi. L’Anticristo era alle porte, e forse non avrebbe fatto in tempo a vederlo. Non sapeva se rallegrarsene o dispiacersene. Questione di punti di vista. Il suo, ormai, non sapeva più qual era. Forse un tempo, certamente non ora, qualcosa al riguardo aveva   pensato, un tempo, appunto, non ora. Avrebbe voluto guardarsi dall’esterno. Spettatore furtivo e ladro di se stesso. In un tempo non molto lontano ci aveva provato, ma ora il suo volto rugoso si perdeva indistintamente come tutto il resto.

Stentava, in quella notte piovosa, a prendere sonno. Non solo inquietudine, l’età che avanzava. Aveva sempre goduto di una discreta salute, nessuna malattia pericolosa aveva attentato al suo corpo. Il suo commento all’Apocalisse di Giovanni procedeva a rilento. Era in atto un processo di immedesimazione che più volte l’aveva costretto a svegliarsi in piena notte per domandarsi se la fine era già in atto. 

Il carisma era una dote che sentiva innata, per quanto non fosse andato a fondo sull’origine di questa dote. Si riconosceva alcuni meriti e non credeva fosse presunzione, piuttosto un modo da parte degli dèi di renderlo suo strumento tra i suoi simili. Forse era anche per questo motivo che gli si rivolgevano con l’appellativo di Rettore, termine che lui disprezzava perché gli ricordava gli anni terribili passai in gioventù in seminario. La sua era una comunità che aveva assorbito tutte le energie che gli rimanevano. Le autorità religiose  guardavano con sospetto, se non con aperta ostilità, sia lui, sia i suoi accoliti, e non di rado erano apparsi trafiletti e articoli corposi su testate locali e nazionali in cui li si bollava senza mezzi termini come ‘un gruppetto di spostati’. Si parlava, per attaccarli, di promiscuità sessuale e di un’idea comunitaria dei beni che prevedeva anche l’abolizione di ogni distinzione di classe e di genere. Si diceva che tra quelle mura ci fossero anche dei bambini, anche se prove non ce n’erano.  Questo perché la sua era una comunità che non aveva niente a che fare con la religione istituzionalizzata, né con le tante che si erano insediate nella zona. Sapeva attirare l’attenzione, rendere partecipi. Non era cosa da poco. L’avevano seguito, aveva fatto proseliti anche tra gente di un certo rango. Poi erano arrivate, del tutto inaspettate, alcune donazioni anonime – la nobiltà e il capitale subivano il fascino di quel mondo di gente singolare, confinata in quel casermone fatiscente che chiamavano ‘Abbazia’. La sua comunità aveva preso a prosperare in quella parte dell’isola appartata, lontana dal trambusto del turismo, per molta parte dell’anno inaccessibile. Spesso il maltempo, d’inverno, li tagliava fuori dal mondo e il freddo si faceva pungente. Dal niente aveva visto nascere e crescere la sua creatura ed ora che l’età avanzava non nascondeva un certo compiacimento, frammisto però all’amarezza nel vederla sempre più scarna e immiserita. Agli arrivi erano seguiti gli abbandoni, e il bilancio negli ultimi tempi s’era fatto negativo. Forse era stato un bene.


Estratto dal romanzo "Trame di polvere" di Tiziano Mario Pellicanò, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




lunedì 26 gennaio 2026

La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza

 di Paola Gileno Fusco.








Non è facile ripercorre le tappe di un dolore soprattutto quando riguarda il ricordo di una malattia grave che mette a rischio non solo la propria vita, ma mette in pericolo la serenità di due bambini già privati dalla “natura matrigna” del proprio padre.
Questa storia ripercorre le vicende della vita della mia famiglia e il filo conduttore che le lega è il tumore, alla mammella e non solo.
L’arco della storia che racconto è abbastanza vasto: si parte dal 1963 per arrivare al giorno d’oggi e si raccontano storie ed emozioni che non sono esattamente cronologiche, ma seguono un arco per lo più emotivo.
Si parte dal 1963, la malattia di mia madre, nodulo alla mammella, che fu scoperto e con rapidità operato alla Fondazione  Pascale di Napoli e si ripercorre l’arco genetico familiare che parte da mia madre per approdare a mia figlia .
Di quattro donne “innocenti” soltanto una soccombe, mia sorella che apre una ferita non ancora rimarginata nel cuore di tutti noi : aveva 33 anni e tre figli da crescere.
Mi sono ispirata all’umile e caparbio fiore della ginestra, poeticamente raccontato da Leopardi, perché continua a nascere in terreni difficili , ogni anno risorge e ci regala il meraviglioso colore giallo, simbolo della felicità e della speranza, della positività, dell'energia e dell'ottimismo.   
Anche il malato che guarisce rinasce dalle sue ceneri, come la ginestra.
Le mie parole e il mio racconto vogliono essere un incoraggiamento per tutte le donne che si ammalano a non arrendersi e ad  uscire dal macrocosmo pieno di paure, a guardarsi intorno, a vedere con occhi diversi la natura, il mondo, il sorriso delle persone, a non perdersi nulla, dal minimo gesto d’amore ad un abbraccio sentito.
Per raccontare ho aspettato anni: ricordare è un atto di coraggio che è diventato per me stranamente un atto di liberazione, perché i ricordi difficili vengono magicamente trasferiti altrove, volano sulla carta e chiedono di diventare speranza ed amore più appassionato della vita. 
Io sono insieme a tutte le donne “amazzoni” che vivono con una piccola o grande menomazione del seno. Siamo una squadra numerosa che deve trasmettere forza e speranza.
«Perfino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome ad una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza; è un gesto letterario prima ancora che una questione medica».
Siddhartha Mukherjee non è solo un eccellente oncologo, ma uno studioso che comprende la creatività della letteratura scientifica nell’attribuzione dei nomi dati alla malattia.
La brevità del nome e il suo potere evocativo aiutano a comprendere la tipologia del male e a definirlo.
I molteplici nomi della malattia si pronunciano a bassa voce, per non svegliare il demone che vive dentro  di noi e che è entrato a nostra insaputa, senza una logica, senza un progetto. Arriva in silenzio, il mostro, e non chiede permesso e soprattutto non si fa riconoscere facilmente. Si rende invisibile finché può e vive indisturbato all’interno delle nostre cellule con l’intento di recare danno e dolore quando decide di uscire allo scoperto.
I nomi delle malattie antiche, dice il nostro oncologo Siddharta Mukherjee, sono metafore: tifo, una malattia che colpisce come una tempesta con accessi improvvisi di febbre, deriva dal greco thiphon, il padre dei venti; il termine influentia racconta di medici medievali che pensavano che le sue cicliche epidemie fossero provocate da stelle e pianeti che si avvicinavano o si allontanavano dalla terra.



Estratto da La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza di Paola Gileno Fusco, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su Amazon, IBS, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




sabato 17 gennaio 2026

Hypnotic: viaggio verso l'infinito

 di Maria Elena Gatto.












Secondo alcuni studi la dinamica dell’amore è spiegata con la compatibilità degli esseri, con una certa simbiosi, per cui e i due innamorati si pensano come un NOI.
Relazioni tossiche? 
La relazione tossica, generalmente, si crea quando uno dei due partner non accetta la libertà dell’altro, vuole vederlo ripetutamente, vuole sentirlo costantemente, vuole starci sempre insieme. 
C’è un NOI in questa relazione? 
Evidentemente no, per molti motivi.
Manca lo SPAZIO, il TEMPO, la RESISTENZA, senza queste non si crea una relazione sana ma bensì una manipolata.
L’idealizzazione non corrisponde alla realtà.
C’è una conclusione? 
Ebbene sì, perché successivamente tutti noi ci accorgiamo che la vita è fatta di tanto altro come le conoscenze del prossimo e delle ORIGINI. 
È essenziale l’equilibrio.
Cos’è la reciprocità? 
Il nostro cervello è una macchina particolare, che ci permette di captare ogni azione, a cui corrisponderà una reazione.
Si può manipolare? 
Certamente.
La manipolazione emotiva o psicologica per esempio è un tipo di influenza, che con metodi subdoli e subconsci, intacca la nostra mente. 
Sostanzialmente possiamo dire che il manipolatore è colui che con metodi illusori tende nel far cambiare la percezione della realtà alla vittima. 
Il suo obiettivo è quello di gratificare solamente se stesso.
Secondo Ombretta Cecchini bisogna puntare a realizzarsi mentalmente e psicologicamente in maniera corretta, esponendo al partner o al prossimo i nostri dubbi e i nostri problemi.
Per quanto riguarda le relazioni di coppia, lei sostiene che queste hanno diverse sfaccettature, con problematiche totalmente differenti. 


Estratto da Hypnotic: viaggio verso l'infinito di Maria Elena Gatto


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su Amazon, IBS, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




 



giovedì 8 gennaio 2026

Gianni Bar

 di Frank Minozzi.







Menco - Domenico, quando vestiva giacca e cravatta - vendette il TIR, suo amico più che fraterno da una vita, per acquistare un barettino in periferia (possibilmente dotato di ampio parcheggio: oggi non si fanno più di dieci metri a piedi!), perché, a suo dire, era arrivato il momento di meglio disciplinare quanto rimaneva del suo errabondo campare.
Niente da eccepire, comprensibile aspirazione, da assecondare.
Il Paolino, dal momento che la figlia e il compagno si erano trasferiti in città (nella capitale per la precisione), rimasto solo con l'aiutante Abdullah, extra comunitario – la moglie lo aveva "lasciato" di recente, a causa del solito "male incurabile" - decise di appagare il desiderio del Riccini, che da sempre aspirava all'acquisto del poderino (pochi ettari) del Paolino, appunto, confinante con il suo, per dare maggior consistenza e appetibilità alla sua proprietà.
Il Paolino, nella trattativa, come richiesto dal Riccini, concesse pure l'Abdullah (gratuitamente!), perché era un affare per entrambi: chi meglio di lui sapeva dove le galline facevano l'uovo e le chiocce covavano? Vi pare poco? Ciò, come vedremo, era garanzia di affidabilità!
Qui apriamo un piccolo spaccato di vita agreste, giusto per capirci e approfittare di un approfondimento delle nostre reminiscenze chianine e il tutto in forma squisitamente gratuita (vien da dire: calmati novello cultore di quanto con semplicità asseriva il poro Platone, tsè!!). Un'occasione, comunque, invitante!!
Le aie dei contadini di una volta erano molto capienti, erano pressoché il centro di tutte le più importanti attività, giornaliere e periodiche. 
Dovevano essere comode, per sistemarvi, ad esempio, tutti i componenti l'operazione della trebbiatura (trattore, cinghione, trebbia e scala), che impegnavano l'occupazione di uno spazio, in lunghezza, di venti metri e passa. La scala, ultimo elemento dell'operazione della "battitura", riversava la paglia nel posto in cui, più o meno, lo stollo indicava da quasi sempre dove si sarebbe eretto il pagliaio.
L'aia quasi sempre era delimitata, nel versante prospiciente l'inizio dei campi, da siepi, generalmente di sambuco, perché resistente alle intemperie e in primavera / estate con fioriture intensamente profumate, che contribuivano ad alleviare quanto tutta quella caterva di animali indisciplinatamente rilasciava qua e là, senza ritegno!
Nell'aia, dicevamo, veniva sistemato anche il pagliaio del fieno e della lolla (pula, il rivestimento dei chicchi del grano).
Non a caso è stata resa appropriata quell'antica sentenza, in cui si definiscono sciocche le galline.
E questo forse è vero perché, ad esempio, queste non sempre depongono le uova nelle apposite ceste, che per comodità e funzionalità la massaia dispone nei luoghi in cui poi vengono sbrigativamente raccolte.
Anzi alcune, secondo quella legge (come sostiene il buon Mainardi) legata all'istinto di sopravvivenza della specie, scelgono nuovi siti e anfratti in cui deporle, tra i più reconditi e quindi di difficile individuazione.
A coronamento di ciò, un plauso alla Rossa della televisione, da rispettare e condividere per l'impegno e l'amore con cui perora la causa degli animali, nel raccontare almeno un paio di spettacoli che le rendono giustizia.
Noi, un po’ indifferenti, in questo caso ci siamo dovuti rivedere, perché fortemente coinvolti: la chioccia, sbucata da chissà dove, che precedeva una covata di pulcini (sette o otto) e che nessuna massaia - padrona della situazione - si sarebbe mai aspettata di vedere!
Che cosa era successo?
Semplice: alcune galline, con la benedizione del gallo, scegliendo di deporre le uova in un luogo tipo pagliaio o siepi, avevano permesso alla chioccia di turno di covarle e, nel giro di una ventina di giorni, autorizzata anche a strombazzare l’eccezionalità dell'evento, si era concessa il vezzo di far sfilare nel firmamento dell'aia i suoi piccoli e il tutto, pensate, senza l'intercessione della "massaia levatrice", da sola!!
Il nostro stupore ci ha imposto un approfondimento, che non poteva che confermare che l'istinto della conservazione della specie (nane mute volgarmente e faraone, quali ultime addomesticate) era così pregnante da ricalcare gli albori delle nascite delle specie, appunto!



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martedì 23 dicembre 2025

Intervista a Giulia Rizzardi

 





Buonasera, come nasce La bislacca commedia del potere occulto?

Nasce dall’elaborazione narrativa di molte teorie complottistiche, rilette però in chiave fantastica e goliardica. Ho immaginato il potere come un grande palazzo a più piani, dove salire significa avvicinarsi progressivamente alla verità, quella riservata a pochi e occultata al “gregge umano”. Il viaggio diventa così una metafora: più ci si allontana dalla massa appecorata, più si scoprono i meccanismi oscuri che governano il mondo. La forma della commedia serve a rendere sopportabile l’orrore, ma anche a smascherarlo, mostrando quanto il male possa presentarsi sotto sembianze grottesche e persino ridicole.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Al centro c’è il tema delle pulsioni umane — avidità, sete di potere, violenza, odio, lussuria — che costituiscono il vero motore del male nel mondo. Al piano terra del palazzo queste pulsioni prendono forma attraverso eventi storici reali e drammatici, come il disastro del Vajont, la Shoah o la bomba atomica, a dimostrazione di come l’avidità e la prevaricazione possano avere conseguenze devastanti sull’umanità. Accanto a ciò emerge il tema della manipolazione delle coscienze: il gregge umano, distratto, sedato e confuso, rinuncia a cercare la verità. I guardiani, i servi dell’élite e figure simboliche come il bibitaro o “La Leopolda” rappresentano i mezzi attraverso cui il potere ottunde le menti e mantiene il controllo.


Ci sono scrittori o scrittrici che ti ispirano o che ti piace leggere?

Mi sento affine a quegli autori che hanno usato l’allegoria, il grottesco e il fantastico per raccontare la realtà e il potere, più che la cronaca diretta. Amo la letteratura che mette in scena viaggi simbolici, mondi deformati e personaggi caricaturali per parlare dell’uomo e delle sue contraddizioni. In generale, mi ispira chi riesce a fondere denuncia e ironia, mostrando come il confine tra tragedia e farsa, soprattutto quando si parla di potere, sia spesso sottilissimo.



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sabato 20 dicembre 2025

Intervista a Simona Cappellini

 





Buonasera, come nasce il romanzo Fino a otto?

Fino a Otto nasce da molti anni di esperienza nel mondo degli affitti brevi di lusso in Toscana. Ho iniziato questo lavoro giovanissima e l’impatto con un universo fatto di ville storiche, famiglie nobili o altolocate, rituali immutabili e gerarchie ancora vive nei primi anni Duemila è stato immediato e straniante. Era come entrare in un mondo parallelo, regolato da codici propri, spesso sospeso nel tempo.
Fin da subito ho avuto la sensazione che le persone che orbitavano attorno a quell’ambiente — proprietari, collaboratori, ospiti di passaggio — fossero già personaggi, parte di un tessuto narrativo che chiedeva solo di essere ascoltato. Per chi, come me, ha sempre amato la scrittura, era impossibile non lasciarsi attraversare da quelle storie. Ci è voluto del tempo per trovare la distanza giusta, ma alla fine ho sentito il bisogno di fissare quell’esperienza sulla pagina, trasformandola in romanzo.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Le tematiche principali di Fino a Otto ruotano attorno alla trasformazione, sia individuale che sociale. Il romanzo attraversa i contrasti generazionali e le fratture tra mondi diversi, mettendo in luce il senso di smarrimento che nasce quando i valori tradizionali si svuotano o si trasformano in pura rappresentazione. Al centro c’è anche la perdita — di riferimenti, di autenticità, di un’idea condivisa di appartenenza — e il tentativo, spesso fragile, di ridefinire sé stessi all’interno di un sistema che cambia rapidamente.

 
Ci sono scrittori o scrittrici che ti ispirano o che ti piace leggere?

Per questo romanzo mi sono ispirata soprattutto alla narrativa sudamericana. In particolare, Roberto Bolaño e Gabriel García Márquez sono stati riferimenti importanti, molto diversi tra loro ma ugualmente capaci di intrecciare dimensione reale e tensione simbolica, quotidiano e mito. Di entrambi mi affascina la capacità di far emergere, attraverso le storie individuali, un immaginario collettivo, e di trasformare luoghi e comunità in veri e propri personaggi.



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martedì 16 dicembre 2025

Intervista a Rossella Bruzzone

 





Buonasera, come nasce il saggio Un giorno di pioggia?

Tempo fa, un'uggiosa mattina d'autunno, accesi la televisione e con grande sorpresa ho scoperto che su Italia 1 veniva trasmesso un anime che guardavo durante la mia infanzia e adolescenza. È stato un piacevole tuffo del passato e da questa  nostalgica emozione è nato il desiderio di scrivere queste pagine per ricordare e condividere le storie delle protagoniste dei cartoni animati degli anni Ottanta. Questo decennio infatti più che ogni altro è stato assegnato dall'importanza culturale dei cartoni animati televisivi importati dal Giappone e sono diventati la culla di un fenomeno mediatico rivoluzionario, diventando patrimonio popolare- culturale e pietra miliare dell'infanzia di una generazione che non potrà mai dimenticare le eroine dei shojo.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

In questo breve saggio ho cercato di analizzare le figure femminili più significative e anche i generi più significativi degli anime anni Ottanta, partendo dalle antesignane Heidi e Anna dai capelli rossi, per passare alle maghette, agli anime sportivi, a quelli strappalacrime, ai grandi successi come Candy Candy, Georgie, Kiss me Licia e molti altri. Le tematiche affrontate sono numerose: innanzitutto la difficoltà a diventare grandi, dall'infanzia all'adolescenza abbiamo spaziato in epoche molto diverse, ma trattando sempre termini universali come il desiderio di essere accettati, le prime pene d'amore, il rapporto con i genitori, naturali o adottivi, visto che molte protagoniste sono purtroppo orfane, ma soprattutto la necessità di trovare il proprio posto nel mondo seppur a costo di grandi rinunce e sacrifici.

 
Degli anime che ci citi quali sono i tuoi preferiti?

I miei preferiti sono senza dubbio Heidi perché rappresenta un tenero ricordo d'infanzia e mi commuovo tutt'ora quando mi capita di vederne qualche puntata, inoltre da educatrice trovo in questo cartone animato tantissimi spunti veramente interessanti e profondi. Lady Oscar è l'eccellenza dal punto di vista grafico linguistico e narrativo è forse secondo me l'anime più bello che sia stato realizzato in quegli anni ebbe anche il grandissimo merito di aver fatto conoscere a una generazione la Rivoluzione francese e e poi lei…la Cenerentola del Monte Fuji…la dolcissima Licia io ho adorato Kiss me Licia perché è l'elogio della semplicità, romantico ma non sdolcinato, almeno non troppo, è l'anime che forse tutt'ora guardo con maggior tenerezza, proprio perché identificarsi con la giovane protagonista era molto facile per noi ragazzine….Però non voglio dirvi altro altrimenti non avrete più alcun interesse a comprare il mio libro….




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