lunedì 13 aprile 2026

Intervista ad Anna Pegani

 



Buonasera, come nasce il libro C’era una volta Mrs Me?

Fin da bambina sono stata accompagnata da mia madre ad immergermi nel fantastico mondo delle fiabe, un incontro per me davvero molto speciale con l’infinito spazio dell’immaginario e il mio intimo interiore. Ad ogni lettura un’inarrestabile curiosità mi ha invitato ad immedesimarmi con i misteriosi personaggi che pullulavano gli scenari incantati e che man mano prendevano vita nell’ineguagliabile estro fiabesco. Da allora il richiamo ad esplorarne gli aspetti più reconditi non ha mai smesso di evocare in me un’accogliente convivialità familiare. Mio padre, cantastorie d’eccezione, mi ha trasmesso la passione per i racconti e le storie di quando era bambino, per la  musica lirica e le favolose trame operistiche. E per questi doni a tutt’oggi, riconoscendo il prezioso valore che mi è stato tramandato, mi sento onorata di essere partecipe ad un’armoniosa architettura creativa. 
La mia opera, tenuta finora nascosta nel cofanetto dei miei sogni, nasce da un invito a me stessa ad alzare il sipario sul palcoscenico della mia natura nell’abbraccio caloroso della scrittura creativa quale voce dell’anima che con le parole dello spirito si sposa. Una voce compagna, fedele e confidente, foriera di una morbida spinta che mi ha permesso di attraversare le barriere del giudizio, della paura, dei dubbi e delle mie resistenze. Quella voce che nel corso del tempo, unita all’amore che ho sempre provato per Madre Natura, mi ha guidato a seguirne le tracce sui sentieri dell’ispirazione e delle esperienze vissute alla scoperta di incantevoli territori e nuovi orizzonti. Esperienze caratterizzate da incontri indimenticabili e da viaggi che mi hanno portato ad inoltrarmi nelle terre della Nuova Zelanda, della Spagna, della  Francia e della Slovenia dove attualmente vivo. Viaggi in un viaggio introspettivo profondamente significativo tessuto da ricordi, emozioni, intuizioni e sottili percezioni che passo dopo passo ho sentito di ricamare con i fili fantasiosi dell’immaginativa fiabesca.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il mio proposito è quello di offrire una visione di angoli ricreativi con l’intento di far riscoprire il campo dell’immaginario, strumento che ben si presta ad accordarsi al ritmo spontaneo di un cuore fanciullesco spesso celato tra le note assopite di una voce inespressa. Le fiabe non sono rivolte solo ai bambini. Come un pettine passato fra i capelli arruffati dai pensieri condizionanti degli adulti, le fiabe preservano la magica peculiarità di riuscire a districare i nodi di una dimenticata spontaneità e restituire ad ognuno la libertà di espandersi con più naturalezza. Racchiudono storie passate, presenti e future. Raccontarsi attraverso una fiaba può allora trasformarsi  nell’atto  vivifico  di  un  piccolo  seme  venuto  a  sperimentare  il  viaggio  della  vita. Sbucherà impreparato ed inconsapevole incontrando difficoltà tra le intemperie del tempo ma con il tempo ricorderà la sua vera natura. E dopo tanto peregrinare, con infinito stupore, si risveglierà nell’amorevolezza di un fiore e del suo particolare profumo. Distillato della sua unicità intenta a manifestarsi nel frutto di risorse e talenti addormentati.
Secondo la mia visione, e nell’insieme percepito dal mio intimo interiore, la scrittura creativa può rivelarsi ad ognuno di noi come uno strumento evolutivo con il quale permettere ad un non so come dirlo o ad un non so come farlo di manifestarsi senza sforzo e con disinvoltura. Unita al campo dell’immaginazione attiva, la scrittura creativa appare come un’inaspettata porta d’ingresso che si apre alla visione di scenari e personaggi fiabeschi giunti, da un apparente non so da dove, ad adoperarsi per sorprenderci e riscoprire un dialogo interiore forse mai udito prima. Un dialogo che la mia anima mi ha invitato a renderlo visibile attraverso lo scorrere degli eventi e che mi ha inesorabilmente accompagnato durante questa mia avventura.


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Ho sempre amato leggere le fiabe di tutto il mondo in particolare quelle dei fratelli Grimm. Le significative esplorazioni esperienziali di tali narrazioni, proposte secondo il metodo Debailleul-Giacconi dalla Voce delle Fiabe Scuola Italiana Cantastorie, mi hanno fatto da guida nel procedere a rinnovare momenti di ispirazione e rivelazione e nello scoprire l’accesso al regno del Tutto-Possibile.
Clarissa Pinkola Estés è una delle mie autrici preferite. Donne che corrono coi lupi resta a tutt’oggi una delle opere iniziatiche che, come citato nel libro dall’autrice, offre un sapere e una comprensione che aguzzano la vista in modo tale da permetterci di distinguere e di riprendere il sentiero tracciato dalla natura selvaggia. 
Anche le letture di Marie-Lousie von Franz e Carl Gustav Jung hanno saputo offrirmi degli spazi meditativi in cui non ho mai smesso di imparare qualcosa dalla saggezza che continua ad esprimersi nelle fiabe.

 

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sabato 11 aprile 2026

Alghesiras (Algeciras)

 di Giuseppe Riotto.

 



 

 

Il professore di filosofia Giovanni Bottega si alza dal letto con fatica, odia la sveglia, qualche mattina la schiaccia sotto i piedi, o peggio ancora la butta dalla finestra, con il rischio di colpire in testa qualche passante, meglio evitare, pensa. Con gli occhi socchiusi attraversa il corridoio, entra in cucina e prepara la moka, nell’attesa che sale il caffè, si siede. Cazzo, la sera devo andare a letto prima, al massimo entro la mezzanotte. La notte divora romanzi su romanzi, ama leggere di notte, ama i classici. “La montagna incantata” l’ha riletto dopo vent’anni. Il capolavoro di Mann, l’ha divorato in tre notti. Beve lentamente il suo caffè, gode quando lo sorseggia, il retrogusto è importante. Apre la finestra, dà fuoco al sigaro, e guarda fuori, nebbia, pioggia, due, tre tiri, richiude la finestra. La pianura padana mi deprime, ha pensato.
Entra in bagno, lava i denti, si guarda allo specchio. Il professore di filosofia è ancora affascinante: capelli corti brizzolati, occhi marroni scuri molto espressivi, barba corta con pochi peli bianchi. Vanitoso quanto basta, si piace ancora il professore, essere bello e affascinante a sessantacinque anni, mica male si sussurra guardandosi allo specchio, infine un po’ di cera nei capelli, infine guarda l’orologio.
Ultimo anno scolastico, anzi, solo sei mesi, e poi si va in pensione, pensa, mentre indossa una giacca di velluto blu notte. Chiude a chiave la porta di casa, scende le scale, tira su la saracinesca del garage, gira la chiave di accensione della sua Pallas Citroen verde scuro, e via con lo “squalo” verso il liceo classico più importante della Città: il “Romagnosi”
Alcuni colleghi lo temono, i suoi alunni lo amano. Il professore di filosofia Giovanni Bottega attraversa il corridoio della scuola, con alcuni colleghi intrattiene rapporti puramente formali, con altri che ritiene molto intelligenti ed acculturati intrattiene rapporti intellettuali. Con i primi chiacchiera; con i secondi parla e si confronta.
Gli alunni lo definiscono il Socrate degli anni moderni. Il professore non vuole insegnare agli alunni, ma fa tutto il possibile per aiutarli a partorire la loro verità. Il bambino viene portato alla luce dalla levatrice, Socrate portava alla luce piccole verità dal discepolo. La maieutica non è l’arte di insegnare ma l’arte di aiutare. La verità è un sapere dell’anima. La verità non può essere insegnata.
Il professore di filosofia Giovanni Bottega non inculca le proprie idee agli alunni, ma fa di tutto per far partorire ad ognuno la propria verità.
Ama il dubbio il professore, il dubbio è tutto. Il dubbio è intelligenza. I mediocri non hanno dubbi, ecco perché sono presuntuosi, dice.
Dubium sapientiae initium. Il dubbio è l’inizio della conoscenza, diceva bene Cartesio.
Quando fa meno freddo, e c’è il sole, gli alunni, il professore li porta al fiume. Odia le aule, loculi senza luce, l’uomo deve stare a contatto con la natura, mica deve vivere di cemento, di traffico, di smog, di telefonini, di gente che corre per le strade, sui marciapiedi, sulla tangenziale. Gente che corre per andare al lavoro, gente che ritorna correndo, mangia qualcosa al volo correndo, vomita ignoranza correndo.



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martedì 7 aprile 2026

Intervista a Fabrizio Lelli

 



Buonasera, come nasce il libro Miserie e Miraggi?


Buonasera. La gran parte delle composizioni di questa raccolta furono scritte negli anni 80, quando ero poco più che ventenne. Il titolo della raccolta, postumo alle poesie, è la condensazione estrema di un tempo dell'anima che fu fortemente inquieto, caratterizzato da tensioni spirituali catartiche alternate da smarrimenti della volontà verso forme sensuali torbide e di estrema raffinatezza. Questo, se vogliamo, è stato il leitmotiv della mia navigazione giovanile. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?


Nelle poesie di quel tempo ritrovo un costante invocare, sicuramente ingenuo però anche fortemente sincero, alcuni degli antichi Dèi mediterranei, che di volta in volta  sublimano tutte le ascesi e tutte le cadute, le follie dell’ebrezza e le nostalgie dell’infinito atemporale. Il divino quindi gioca con le nostre vite, versando a suo piacere i semi dell’estasi o della disperazione. 


 
Ci sono scrittori che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua poesia?


All’epoca della gran parte di questi scritti, prediligevo la poetica tardo romantica e decadente con particolare passione verso Baudelaire, Poe, Gautier, Mallarmè e D’annunzio, citando soltanto i più noti. L’influenza di questi grandi autori ha avuto sicuramente un forte riverbero nei miei modesti scritti. Trascorso quel periodo però ho sentito fortemente il bisogno di tornare ai classici dell’epica e della filosofia greca e romana e allo studio della religione indoeuropea in tutte le sue declinazioni. Sono fortemente legato difatti anche alle saghe nordiche, agli Dèi e agli eroi di quei popoli.


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venerdì 3 aprile 2026

Prima che sia notte

 di Domenico Luigi Pistilli.







VERDE VALLATA   

Di verde vallata
la casa poggia
come quercia dei miei sensi
Affranta lasciai
Ritorno a te
cresciuta
L’occhio sul  sentiero
rinasce 
come nuovo bocciolo alla vita 
Mi inchino
Ora donna 
ma ancora dentro bambina



PICCOLO FIORE 

Di rosso vestito piccolo fiore
Bocciolo di vita
Petali raccolti
Con la grazia 
dei capelli nella cuffia
Riesci a lenire i dolori del mondo  
a chi in Dio non ha mai creduto
con il solo apparire
Frutto di forza
Respiro quieto della terra
Ampiezza di luce mai doma



MARE D’INVERNO     
  
Freddo vento sul viso 
L’anima mi abbraccia calda
Deserta la battigia 
Schiumosa l’onda
Fanno compagnia al silenzio 
che faccio mio
Sento del mondo 
il battito profondo
in un respiro 
che tutto prende
Tu mare 
lo sai
Conosci dei  sogni miei 
il senso della solitudine 
mia la forza
E come il mare d’inverno 
spoglio di persone e grida
aspetta nuova vita
affido al pallido sole
ogni speranza 
che sorga luminosa e viva




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mercoledì 1 aprile 2026

Intervista a Daniela Spattini

 





Buonasera, come nasce il libro La felicità profuma di panettone?

L’idea di questo libro è nata in seguito alla rottura della relazione tra mio fratello e la sua compagna, e conseguente realizzazione che le mie speranze di diventare zia si fossero notevolmente affievolite. 
Non avendo figli né nipoti, mi sono chiesta cosa avrei potuto tramandare di mio... e così ho deciso di lasciare un ricordo del mio amatissimo cane, che fa parte integrante di chi sono oggi e che quindi in un certo modo mi rappresenta.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il tema principale è il rapporto tra cane e padrone, che in questo libro viene esaltato a vero e proprio legame indissolubile, quasi di simbiosi. 
Un altro tema di cui si parla è il passare inesorabile del tempo... tempo che purtroppo è limitato per tutti ma ancor di più per i cani. 
Ed è per questo che bisogna trovare la felicità ogni giorno, anche nelle cose più semplici, e apprezzare appieno ogni singolo istante – proprio come fanno i nostri amici a quattro zampe.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua
prosa?

Amo leggere i classici americani, e adoro soprattutto scrittori come Mark Twain e John Steinbeck, ma anche Harper Lee con il suo capolavoro “Il buio oltre la siepe”.
Pur scrivendo in epoche e contesti diversi, tutti presentano un tratto comune, offrendo una critica alla società del loro tempo ed affrontando tematiche come razzismo, diseguaglianze sociali e ingiustizie.
Il mio libro non contempla assolutamente questi temi, ma mi piaceva l’idea che fosse raccontato dal punto di vista del cane, attraverso la sua anima dolce ma anche buffa e spiritosa (proprio come Scout e Huckleberry Finn, che raccontano le loro avventure tra innocenza e profondità emotiva).



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lunedì 30 marzo 2026

Intervista a Gianfranco Fungardi

 





Buonasera, come nasce il libro Avventure e disavventure del ragioner Nevio? 

Il libro nasce dalle avventure che ho condiviso con un amico. Si tratta della continuità del primo libro sul ragionier Nevio detto Frizzina. Un ragazzo nato nelle campagne Toscane, arguto e intelligente che ha preso la vita con una filosofia spicciola, ponendo la sua libertà davanti a tutti i compromessi e alla ricchezza. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Attraverso racconti di vita, a volte reali, a volte romanzati, si scoprono le debolezze degli uomini. Uomini che sembrano attraversare la vita con i paraocchi come venivano messi ai muli. persone incapaci di decidere con le loro teste e sempre agli ordini di altri non migliori di loro. Toccano la politica con le sue incongruenze che sfociano in barzellette. La religione mascherata da buonismo, con le sue ricchezze che fanno riflettere Nevio sulla povertà e gli insegnamenti di San Francesco.  Questo senza perdere di vista la realtà che questo libro vuole essere: un libro di racconti per passare serenamente, sorridendo, due ore della vita del lettore. 



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua 
prosa? 

Non credo che ci sia stato uno scrittore che abbia influenzato la mia scrittura. Quello che io reputo il più grande scrittore Italiano, oggi troppo dimenticato, è Giovannino Guareschi. Se dovessi prendere spunto da uno scrittore, lo farei dai suoi libri. Devo dire per onestà, che i miei racconti qualche volta somigliano ai suoi quando mettono a nudo le piccolezze degli uomini. Ma non mi sfiora l’idea di essermi avvicinato nemmeno lontanamente a uno scrittore tradotto in tutto il mondo, e qui conosciuto solo per Don Camillo e Beppone. Ci sono comunque molti altri buoni scrittori in Italia che mi piacciono. Credo che l’importante sia leggere e scegliere i libri con la propria testa senza farsi influenzare dalla televisione o dai giornali.



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mercoledì 25 marzo 2026

Intervista a Livia Murph

 






Buonasera, come nasce il libro Thackery Hightop, la storia del Cappellaio? 

Thackery Hightop nasce da una frattura silenziosa: quel momento in cui la realtà smette di bastare e l’immaginazione diventa un rifugio, ma anche un linguaggio necessario. 
Non è stato un libro pensato a tavolino, ma qualcosa che è emerso lentamente, come un sogno che insiste per essere ricordato. I personaggi si sono formati prima delle risposte, prima della logica. Il Cappellaio, in particolare, è nato come una presenza fragile e irrequieta, una coscienza sospesa tra ciò che è stato dimenticato e ciò che chiede di essere salvato. 
Scrivere questa storia è stato attraversare un luogo interiore dove il tempo si spezza, la memoria si trasforma, e l’identità non è mai qualcosa di stabile. È un libro che non nasce da una certezza, ma da una domanda: cosa resta di noi, quando smettiamo di ricordare chi siamo? 


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Al centro del romanzo c’è la memoria, non come archivio, ma come forza viva e fragile. In questo mondo, dimenticare non è un gesto neutro: è una perdita, una trasformazione, a volte una difesa. 
Il libro esplora il legame profondo tra identità e ricordo, e il modo in cui l’amore può sopravvivere anche quando tutto il resto si sgretola. Il rapporto tra il Cappellaio e Alice attraversa questo confine: è un legame che esiste anche quando non può più essere riconosciuto. 
C’è poi il tema della percezione della realtà. Wonderland non è semplicemente un luogo fantastico, ma uno spazio interiore, dove ciò che appare assurdo è spesso più autentico di ciò che chiamiamo reale. In questo senso, la follia non è perdita, ma una forma diversa di lucidità. 
Infine, la trasformazione: ogni personaggio è costretto a cambiare, a confrontarsi con ciò che teme o ha rimosso. Perché crescere, in fondo, significa anche accettare di non poter restare intatti. 


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la 
tua prosa? 

Le mie influenze non sono mai state lineari. Mi attraggono le scritture che riescono a muoversi tra visibile e invisibile, tra logica e simbolo, senza il bisogno di spiegare tutto. 
Amo le narrazioni che sfiorano il sogno, che accettano l’ambiguità e lasciano spazio all’interpretazione, perché è lì che il lettore diventa parte della storia. Più che singoli autori, mi hanno guidata certe atmosfere: quelle in cui l’assurdo diventa linguaggio emotivo, e il fantastico si rivela profondamente umano. 
Scrivendo, ho cercato di restare fedele a questa tensione: non raccontare semplicemente una storia, ma evocare uno stato, un’esperienza, qualcosa che si possa sentire prima ancora che comprendere.



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