giovedì 20 agosto 2026

Nascondere un cadavere

 di Egidio Burnelli.


 


 

 

 

Seduto sul divano mi appresto a vedere l’evento di boxe. Estraggo il telefono dalla tasca e sblocco l’app di DAZN. Clicco sull’evento e collego il mio smartphone alla tv. L’apparecchio si illumina e compaiono le pubblicità che promuovono i vari match della serata.
Mi è sempre piaciuta la boxe, ma non so il perché. Nella mia famiglia nessuno apprezza questo tipo di sport. Mia madre dice che è troppo violento e le fa senso vedere delle persone che si picchiano. Mio padre dice che è uno sport violento da “fascisti”, ma dice questo riguardo a tutti gli sport da combattimento e inserisce in questa categoria anche il rugby. Però, lui non fa testo, visto che gli interessa solo il calcio e lo annoiano tutti gli altri sport in generale. Infine, ci sono le mie sorelle che credo non abbiano nemmeno mai riflettuto sul concetto di sport e, tantomeno, sugli sport da combattimento.
Mentre scorrono le immagini, che vengono commentate dai telecronisti che elencano le varie caratteristiche dei lottatori, passa mia madre che sta mettendo in ordine i vestiti della mia valigia e sospira:
«Proprio come il nonno.»
Nonno non c’è più da molto tempo, è morto quando io frequentavo la quarta elementare. Mia madre dice che lui, suo padre, era un grande appassionato di boxe e non si perdeva mai un incontro di Cassius Clay. Era così appassionato del pugile statunitense che, quando veniva dato un incontro in televisione, il nonno lo registrava su videocassetta. In questo modo poteva rivedersi l’incontro quando più gli stava comodo. Purtroppo, io ho conosciuto il nonno solo per poco tempo. A quella giovane età ero molto più appassionato di wrestling, perché i lottatori avevano costumi sgargianti ed eseguivano mosse spettacolari. Se fosse vivo ora, credo che guarderemmo la boxe insieme e ci scambieremmo numerosi aneddoti e pareri.
Sta per iniziare il primo incontro tra due giovani lottatori che non conosco nemmeno per sentito dire. Non sapendo nulla di loro, voglio seguire con attenzione il match per vedere se avrò un nuovo idolo del ring da seguire e ammirare in futuro. Pertanto chiedo a mia madre se può fare più piano o se può disfare i miei bagagli domani, così le potrò dare una mano anch’io. In effetti, mi dà fastidio che faccia tutto lei mentre io sono stravaccato sul divano, ma dopo le sei ore di treno sono completamente fuori gioco. Sono tornato da Modena, dove studio storia all’università. Sono tornato nella mia Perugia per passare le vacanze di Natale in famiglia. Anche se le feste mi fanno schifo e in particolare odio le feste in famiglia, questo è l’unico modo per rivedere tutti i parenti nel minor tempo possibile. In questo modo potrò avere anche del tempo per studiare e rivedere gli amici che sono rimasti in città.
Mia madre risponde che vuole fare tutto adesso, perché non bisogna mai rimandare al domani quello che si può fare oggi o una cosa del genere… io ormai non la sto ascoltando. La campanella è suonata e i miei occhi, il mio udito e la mia intera essenza sono concentrati a vedere il combattimento.
I due sul ring iniziano a scambiarsi i primi colpi che… suona il mio telefono. Che sega!!! Lo prendo e leggo sul display “LUCA”. È un mio carissimo amico e gli voglio un bene dell’anima, ma in questo momento vorrei stritolare il telefono e Luca stesso, urlargli contro che non deve rompere i coglioni a quest’ora, che sono stanco e che voglio godermi l’evento di boxe in pace per tutta la notte.
Invece, dico solo «Pronto.»
«Gigio, sei a Perugia?»
Rispondo di sì. La voce dall’altra parte sembra un po’ tesa e sovreccitata. Avrà pippato anche stasera. 
«Bene, grande. Puoi passare da me? ... Tipo adesso, ora?» 
Vorrei dire “non ho voglia”, ma la voce non sembra solo quella di una persona eccitata, bensì come quella di qualcuno che ha urgentemente bisogno che lo tiri fuori dai casini. Questo non è da Luca, c’è qualcosa di strano sotto. Sono costretto ad accettare.
«Va bene, dammi il tempo di vestirmi e arrivo.»
«Tanto sai dove abito, vero?»
«Sì, Luchino. Sono già venuto da te l’anno scorso.»
Luca abita in soffitta. Sua madre l’ha messa a posto e resa abitabile per farci vivere Luca. Ormai, a causa della sua tossicodipendenza, la situazione in casa Giachetti era invivibile; litigi continui tra lui e la madre. Farlo vivere in soffitta è stato l’unico modo per evitare i litigi e tentare comunque di controllare Luca allo stesso tempo. O almeno queste erano le intenzioni della madre. Quando l’anno scorso sono andato nella casa-soffitta, mi sono dovuto sorbire la serie Netflix di Rocco Siffredi insieme a Luca e altri otto tossici che ogni tre secondi stendevano una striscia di cocaina e facevano discorsi incentrati solamente su droga e figa.
Chiudo la telefonata e, a malincuore, spengo la tv. Vado in camera, metto le scarpe e dico a mia madre che esco.
«Dove vai?»
«Esco fuori con Luca, è da tanto tempo che non lo vedo.»
Detto questo, chiudo la porta di casa alle mie spalle ed esco dal palazzo.



Estratto dal libro di Egidio Burnelli, Nascondere un cadavere, Midgard Editrice

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mercoledì 19 agosto 2026

Battiti eterni

 di Bruno Basentini.

 


 

 

 

Amore effimero

 
In un momento spensierato
Accanto a te mi son trovato 
Il tuo sguardo nel mio era perso
Rispetto a tutt’altri era diverso 

Iniziammo a parlar con intensità 
Il nostro dialogo cercava stabilità 
D’improvviso ci fermammo 
Molto vicini ci abbinammo

Ciò nonostante il fulmine non mi colpì 
Ma decisi di rimanere con te lì
Abbiam provato ad amarci
Ma sciocchi siam stati nel provarci

Con meno furore dovevamo agire
Conoscevamo già il divenire
A qualcosa in più non potevamo ambire



Dafne

 
Piccola ma pungente
Sei comparsa prepotente
Ma non in maniera imminente 

La mia testa dilagante 
Tu subito sottostante
Io inizialmente non comunicante

Entusiasti di sentirci
Impazienti di vederci
Incapaci di amarci


Erba delicata

 
Mi sembravi una delle tante
In seguito capì che eri per me importante 
Indossi una maschera forte e sfacciata 
Ma in realtà sei un’erba delicata 

Fredda con la massa
Non con chi ti rilassa 

Per la strada ci siamo persi 
Forse perché troppo diversi
Vero è che non potrò aiutarti
Ma sempre il meglio vorrò augurarti



Estratto dal libro di Bruno Basentini, Battiti eterni, Midgard Editrice

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venerdì 31 luglio 2026

Intervista a Valeria Lorenzini

 



Come nasce il libro Roba da umani?

Questo romanzo nasce dall’esigenza di voler condividere la gioia di chi ha la fortuna di vivere accanto a un animale e di far comprendere quanto questa condizione possa arricchire la propria vita. Grazie ad una tenera storia d’amore sullo sfondo, sì potrà affrontare anche il tema della crudeltà umana, a conferma che l’uomo è l’animale più feroce del creato.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il maltrattamento degli animali, oltre che dalla ferocia di alcune persone, nasce anche dall’ignoranza. Sono in molti a pensare che gli animali non siano esseri senzienti o che percepiscano il dolore in modo più attenuato rispetto agli esseri umani. E’ stato, invece, scientificamente provato che questo non risponde al vero, inoltre, come avviene nel caso di esseri più fragili, come bambini e anziani, le vittime non riescono a spiegarsi il perché di ciò che subiscono, ammesso che possa esserci una ragione di tanta crudeltà.


Quali autori e autrici ami leggere?

Margaret Mazzantini della quale ho adorato lo stile e le storie, così dure, ma così reali.
Khaled Hosseini con le sue storie vere, ma così difficili da accettare, narrate con
un’incredibile dignità.


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mercoledì 29 luglio 2026

Intervista a a Elena Martin

 



Buongiorno, come nasce il libro Piccola foglia nel vento?

Qualche anno fa mi sono imbattuta in una community che raggruppava popoli indigeni e raccontava, attraverso cerimonie, incontri e feste, le tradizioni antiche, il rapporto uomo natura con uno sguardo ai nostri giorni, alle nuove generazioni e alle culture di tutto il mondo.
Ho provato a raccontare anche io una storia che condividesse questi valori dando voce ad un popolo che mi ha sempre affascinato, i nativi americani. Di tutto il loro mondo non restano altro che testimonianze e qualche orgoglioso abitante delle riserve che continua a reggere un peso enorme, un passato ricco di nostalgia, di magia e di tragedia. 
Ho deciso di raccontare questa storia con la semplicità e la tenerezza di due bambine perché credo che l’innocenza sia la base di ogni atteggiamento umano, dal più piccolo atto alle grandi decisioni, quelle che reggono le sorti dei popoli e del mondo.
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Parte fondamentale del racconto è il senso di appartenenza di un popolo e il legame con la terra e la natura. A dare forza poi alla storia c’è la famiglia che da sempre crea legami, protegge, dà forza e forma l’individuo. Le bambine crescono consapevoli, libere, circondate da una natura che è parte di loro, la sentono e la vivono, proprio come sentono viva la presenza della nonna.
A completare l’opera c’è anche un forte richiamo al rispetto per lo straniero, per chi ha il colore della pelle diverso, per chi ha abitudini diverse. Entrambi i popoli, nativi e coloni, trovano difficile accettare la diversità, è un passo enorme che comporta sacrifici, condivisioni, significa imparare qualcosa di nuovo che poi, in fin dei conti, ci porta tutti verso uno stesso identico obiettivo, vivere.


 
Quali autori e autrici ami leggere?

Ultimamente mi sono avvicinata alla narrativa nordica. Ho apprezzato molto Jon Kalman Stefansson e la sua scrittura poetica e d’impatto. Adoro la descrizione della sua Islanda come fosse una terra dimenticata dal mondo eppure così piena di umanità. Spesso riprendo la lettura di classici che un tempo avevo solo conosciuto in modo scolastico come Hemingway, Jane Austen, e ho letto con interesse Furore di Steinbeck, molto interessante la realtà americana vista attraverso gli occhi di una famiglia alla ricerca della felicità. Una stanza tutta per sé  di Virginia Woolf è uno dei saggi che preferisco. 

 

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venerdì 24 luglio 2026

Intervista a Roberto Falocci

 



Buongiorno, come nasce il libro Pane sciapo?

Questo libro nasce dalla straripante esigenza di esprimere in versi temi a me  molto cari, come: la semplicità e l’essenzialità; condizioni fondamentali per trovare la via verso la felicità interiore.
Simbolicamente una fetta di pane sciapo mi è sembrata perfetta per interpretare questi concetti.
Volevo realizzare una raccolta di poesie che non cercasse risposte definitive, ma accompagnasse il lettore dentro stanze interiori, fatte di odori antichi, mani consumate dalla fatica, silenzi domestici di vita quotidiana, alternati ad improvvise illuminazioni gioiose ,che anche una semplice fetta di pane sciapo può regalare.
In pane sciapo avrei voluto che la poesia diventasse un gesto essenziale, uno spezzare il quotidiano, per cercare dentro le piccole cose verità che non fanno rumore. 
 


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

La storia del pane sciapo e il significato di rivolta e sofferenza che ha per noi perugini, la gratitudine per ciò che la vita e la natura ci regalano, il vivere il nostro tempo non dovendo rincorrere a tutti i costi successo e tecnologia, ma cercando di cogliere le cose semplici che possiamo trovare sotto i nostri piedi.
Il libro rappresenta un incessante invito ad amare tutto, anche quando non è sempre così facile.
Una altra tematica presente nell’opera è la critica pungente verso il piattismo, la rassegnazione, la rassegnazione, l’omologazione che stanno sempre di più sovrastando la bellezza della natura e dell’uomo; vorrei vedere quest’ultimo più libero, disarcionato dall’ansia che opprime il nostro vivere quotidiano.
E infine vorrei sottolineare un po' di attenzione verso chi è emarginato e vive ai confini, in silenzio, nelle attese consumate senza clamore, sul bordo della tavola e della vita.

 

Progetti futuri?

Continuare a scrivere poesie se la salute e l’età me lo consentiranno, per lasciare qualcosa di veramente autentico, ai pochi che avranno il piacere di attingervi.
Tutte le domande, gli eterni dubbi saranno sempre lì, come la profonda ricerca del senso della vita!
Cambierà l’ordine delle parole da combinare insieme, ma il messaggio finale sarà sempre lo stesso.

 

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mercoledì 22 luglio 2026

Intervista a Giuseppe Gherardelli

 



Buongiorno, come nasce il libro Il fantastico mondo di Matilde?

Questo testo è  nato dall'idea di mettere per iscritto i racconti che ho avuto il piacere di narrare oralmente alla mia nipotina e, nel pubblicarli,   mi ha spinto  il desiderio di sollecitare la fantasia di tanti altri bambini e di indurli a piccole riflessioni.



Quali sono le tematiche principali dell'opera?

In questi miei racconti troviamo anche delle leggende, quali ricostruzioni fantastiche di un passato molto lontano, frutto dell'immaginazione popolare  che gioca con la realtà.
In tutti emergono vari temi legati alla crescita e alla psiche umana intrisi di fantasia e realtà, connubio che sorge per spiegare al bambino , in modo più comprensibile, sia fenomeni della natura, che varie esperienze quotidiane.
Come nella fiaba classica anche in questi racconti affiora la finalità morale  che aiuta a ben comprendere come comportarsi nelle diverse situazioni.
Troviamo l’ammonimento a non dire bugie con una ricostruzione fantastica delle conseguenze negative per il bugiardo, e il tema della disubbidienza, più o meno grave, sempre con fantasiose conseguenze negative per il trasgressore.
Affiorano i primi contrasti familiari con l'allontanamento da casa  e un viaggio inconsapevole e avventuroso attraverso la foresta, metafora di un percorso di crescita più responsabile. 
Inoltre si sottolinea l’importanza del rispetto verso gli animali rappresentati come personaggi di fantasia, ma con esigenze reali. È presente infine anche l’invito a non disprezzare ciò che, pur essendo di poca importanza, viene però ad assumere per l’uomo un valore affettivo.

 

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lunedì 20 luglio 2026

Il mistero dell'orafo Luigi

 di Chiara Cenci.

 


 

 

 

Quella mattina Marta, prima di prepararsi, guardò pigramente fuori dalla finestra: il viale antistante la sua casa era tempestato di oro e di rosso, amava i colori vivaci dell’autunno. Dopo aver fatto colazione, indossò un maglione color ocra, in sintonia con le tonalità della sua stagione preferita, affondò le sue dita affusolate nella morbidezza del cashmere, amava quella sensazione, i pantaloni color prugna le calzavano a pennello, e gli stivaletti alla moda slanciavano la sua armoniosa figura. Il suo sguardo indugiò a lungo sull’ovale incorniciato dal caschetto rosso: sì, decisamente il coraggio l’aveva premiata, il nuovo taglio e colore di capelli facevano risaltare “la fitta boscaglia impenetrabile”, così il caro amico Giovanni aveva definito i suoi occhi e il suo sguardo, spesso cupo e triste, come in quella fredda mattina autunnale. Si lasciò inebriare dalle folate di vento fresco; a terra le foglie dalle mille sfumature sembravano disegnare l’ordito di un tappetto orientale simile a quello che campeggiava nel suo salotto. Ebbe la sensazione di camminare nei colori, come se un quadro di Monet prendesse vita improvvisamente e lei si trovasse proprio in mezzo alle pennellate. Marta arrivò trafelata e un po' contrariata allo studio; mentre apriva la porta, si soffermò ad ammirare la targa dorata con il suo nome, per lei era sempre motivo d’orgoglio vedere incise le lettere che indicavano la sua professione “PSICOLOGA”. Le ritornavano in mente le parole di una sua paziente, poche frasi, ma incisive, che davano spessore e significato alla sua scelta: “Fidandomi di te, ho ritrovato la mia anima, è stata sempre nello stesso posto, però io non la percepivo, lei aveva seguito strade diverse, quelle indicate dagli altri. Ma io non sono gli altri, io non volevo quella vita che per tutti era la migliore, io ne volevo una diversa, atipica. Tu mi hai fatto recuperare la mia anima, che si era ammalata, mi hai costretto a guardarmi dentro, è stato un percorso lungo e doloroso, costellato di decisioni scomode, ma alla fine la mia anima si è risvegliata da un lungo assopimento, tu l’hai scossa, io ho ripreso in mano il mio timone per veleggiare verso il mare aperto, mentre una nuova brezza mi sferzava, dandomi vigore”. Si sentiva uno strumento di liberazione delle anime, quante belle anime aveva salvato dalla prigionia! Sì, era quella la sua missione. Mentre era assorta nelle sue riflessioni, lo squillo del cellulare la riportò alla realtà. “Buongiorno dottoressa Vecchi, sono il commissario Belleri, devo comunicarle una notizia della massima urgenza”. Marta si accasciò sulla poltrona dello studio, “Dio mio, che cos’è successo?” Proferì quelle parole con un filo di voce, era attonita e sconvolta, nella sua mente si accavallarono tanti pensieri tutti nefasti e confusi, stava tremando. “Mi dica, è capitato qualcosa di grave a un mio familiare? Forse a un conoscente? Mamma mia!” “Dottoressa deve venire il più rapidamente possibile qui in Questura dove le daremo spiegazioni dettagliate.” Marta si precipitò fuori dallo studio, aprì lo sportello della macchina e si mise alla guida dell’autovettura con un’agitazione tale da temere di non essere in grado di percorrere quei pochi chilometri che la separavano dal Commissariato di Polizia. Arrivò trafelata, all’ingresso si presentò a un poliziotto che la condusse dal commissario. Il dottor Belleri, un uomo sui cinquant’anni, dalla corporatura massiccia, l’accolse rivolgendole alcune domande in modo asciutto e distaccato: “Dottoressa, purtroppo, è accaduto un fatto grave: è avvenuto un omicidio nel centro storico, presso un’oreficeria abbiamo rinvenuto il cadavere di un uomo assassinato probabilmente nella serata o nottata di ieri.” “Oh mio Dio!” Gli occhi di Marta si spalancarono mentre inghiottiva la saliva con difficoltà. “Lei conosceva un certo Luigi Mecci?” “Sì, è un mio paziente, sono la sua terapista, mio Dio! È stato ucciso lui, immagino.” “Sì, purtroppo, l’abbiamo contattata perché, controllando il suo cellulare, ci risulta che lei sia stata una delle ultime persone chiamate dall’uomo”. “Sì, è venuto nel mio studio ieri pomeriggio per una seduta di psicoterapia. Pover’uomo, mi sembra impossibile che abbiano assassinato una persona gentile e innocua come Luigi”. Marta rispose ad alcune domande rivoltele dall’inquirente sugli orari del colloquio, soffermandosi su alcuni particolari che avrebbero aiutato l’ispettore a comprendere il vissuto e la personalità di Luigi. L’uomo era spesso timido e imbarazzato e manifestava frequentemente difficoltà a parlare di sé. Era una persona semplice: il suo abbigliamento non aveva nulla dell’estro degli artisti, sembrava quasi trascurato, indossava sempre un cappotto grigio un po’ consumato che avvolgeva il suo corpo esile. Le aveva confidato più volte di non riuscire a vivere serenamente poiché il rapporto con alcune persone era fonte di ansia. Era un uomo insicuro, la morte prematura del padre lo aveva portato ad isolarsi, si era sentito sempre a disagio anche per il contesto socio-economico miserrimo nel quale era vissuto: la madre aveva dovuto crescere tre figli da sola e ben presto Luigi, essendo il maggiore, era stato costretto ad interrompere gli studi per trovare un lavoro che gli avrebbe permesso di contribuire al sostentamento della famiglia”. “Ha svolto sempre la medesima attività, che lei sappia?” Chiese il commissario assorto totalmente nell’ascolto del racconto. “Sì, anche perché era geniale, un giorno mi confessò che il suo primo maestro orafo aveva intuito velocemente il grande talento che lo contraddistingueva. Aveva notato che i suoi monili erano incantevoli, particolari, questa sua creatività, già evidente in età adolescenziale, irritava il maestro che non perdeva occasione per denigrarlo, per lui era inaccettabile che un ragazzino introverso e insicuro potesse superare la sua maestria”.


Estratto dal libro di Chiara Cenci, Il mistero dell'orafo Luigi, Midgard Editrice

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