di Gianluca Ricci.
Vexata quaestio. Una volta i bambini mangiavano educatamente, anche quando venivano serviti ad un desco familiare. In caso contrario andavano a letto senza cena. Il giorno dopo, magari, avrebbero consumato proprio quanto prima era avanzato. I più ricchi, invece, per non scandalizzare i bambini con discorsi inopportuni, da non far trapelare fuori delle mura di casa, preferivano organizzare mense separate. In più a quella dei bambini sedevano arcigne educatrici delegate all’apprendimento delle buone maniere o di lingue straniere. Io, purtroppo e per fortuna, sono cresciuto senza sapere come sbucciare un’arancia con le posate, anzi con qualche strillo e scappellotto in più, ma con i miei genitori che mi allungavano sul piatto il boccone più buono. Ora, qualcuno mi dice che quelli della mia generazione si sono portati dietro traumi, più o meno permanenti, a causa delle frustrazioni ricevute da sorpassati metodi educativi. Forse hanno ragione, ma nessun rimprovero potrà mai nascondere il fascino di alcune scoperte successive, come quelle che non esistono cibi di punizione e che stare educatamente a tavola con i grandi corrisponde ad aver superato un vero e proprio rito di passaggio.
Seduto all’interno di un ristorante gestito da un amico, mi sto gustando il classico pranzetto domenicale. Teoricamente, posso eccedere con tutto il cibo segnato sul menù, e in più con quanto la sapienza del cuoco, di origine iraniana, la stessa persona di prima, riesce a propormi. Ad alcune sue ricette mi sono affezionato di più di quelle di casa nostra, nazionali o regionali che siano. L’ambiente di solito è molto tranquillo ed i camerieri discreti ed efficienti. In più manca poco a Natale e non mi va di star solo e soprattutto di cucinare per me soltanto. Del resto, non ho mai sostenuto di essere un gourmet, ma più onestamente una buona forchetta, non uno chef.
Il mio ristorante, mio si fa per dire, non è un Tre stelle esclusivo. Forse potrebbe aspirare a essere definito un bib gourmand o un home restaurant. È un locale ampio, arioso, ben arredato, ed io mi ci sono sempre trovato a mio agio. Dopo una giovanile ubriacatura di cucina cinese, ho rifiutato ogni altra espressione etnica, ma riso basmati, yogurt, spiedini di carne, stufato di melanzane sono ancora nell’orbita della mia capacità di tolleranza, anzi, mi piacciono proprio.
Sono seduto e sto aspettando che mi portino quanto ordinato. La sala non si è riempita al completo, ma tutti stanno relativamente in silenzio.
A rompere il raccoglimento entra, proprio ora, un piccolo gruppo di persone: due donne, due bambini e due uomini, due famigliole, come ce ne sono tante oggi, che è festa, impegnate a fare una gita magari fuori porta e difatti si capisce subito, soprattutto dalla cadenza del parlato, che sono di un’altra città. Uno dei due uomini mi incuriosisce. Vestito vistosamente casual, ha una barba che gli incornicia il volto e non si toglie il berretto grigio che porta calcato in testa. È un copricapo sportivo, senza pretese, magari comprato in un negozio gestito dai cinesi. Vorrei fargli notare che non ci si siede a tavola a testa coperta, ma poi mi prende il dubbio: e se fosse un ebreo tradizionalista o di qualche confessione religiosa diversa dalla mia, per cui a tavola si sta proprio così? Soprassiedo. Cominciano a servire le varie portate ed il nostro uomo tira subito fuori un bastone. Oddio, e se fosse un terrorista? Niente paura, è solo un bastone per selfie, una diavoleria moderna. Osservo meglio, sta per fotografarmi sullo sfondo. Mi copro la faccia all'improvviso e l'uomo mi nota. Non so cosa possa aver pensato, ma rinuncia alla foto. Il primo contatto è preso. Sa che ci sono e che non sono consenziente.
Passata la prima fame, i bambini si alzano, senza che nessuno li obblighi a restare seduti. Forse sono stati educati nel culto della libera espressione personale e al rifiuto di ogni forma di censura. Inoltre, nella tavolata da sei, in fondo alla sala, si è già alzata una bimbetta di poco più piccola degli altri, forse di cinque - sei anni. Seduta sul gradino più alto di un soppalco interno al locale, è intenta in un gioco elettronico. Non è molto convinta e lo abbandona subito. I tre ragazzi non socializzano subito tra loro. La ragazzina comincia a saltare i gradini del soppalco, a due a due, e più di una volta. Beati i tempi in cui i genitori intimavano, severi, di smettere, di non dar fastidio ai vicini. Le mamme ed i papà, entrati per ultimi, continuano a mangiare e a scambiarsi opinioni di viaggio o aneddoti di vita vissuta. I maschietti si sono messi ad imitare i giochi inventati dalla femminuccia, così quando lei torna dal bagno, accompagnata dalla madre, si guardano un po’ in cagnesco. Questione di territorio. Chissà che avrebbe potuto dire Konrad Z. Lorenz, il papà dell’etologia. Ognuno vuole avere il monopolio del soppalco. Salva la situazione il padre, che riporta la figlia provvidenzialmente al proprio tavolo, dal quale non si è mosso nessun altro adulto. Ma è un attimo. Adesso i bambini si sono rimescolati ed hanno preso a giocare tutti insieme. Uno grida garrulo: "Io non mi arrendo!" Nel gioco di ruolo che stanno inventando forse crede di essere un pirata.
Estratto dal libro di Gianluca Ricci, Tre gocce di inchiostro blu, Midgard Editrice
(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su Amazon, IBS, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)
.jpg)

.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)