di Tiziano Mario Pellicanò.
Il rombo di un tuono in lontananza. Si scosse perché vide tremolare la fiamma della candela. Una folata gelida era entrata dalla finestra socchiusa scompigliando alcuni fogli sparsi sulla scrivania. Non sapeva per quanto altro tempo avrebbe resistito agli assalti il vecchio caseggiato, ormai decrepito, preda di ogni sorta di intemperie, una bocca aperta attraverso cui il vento inferociva tra le imposte sconnesse o assenti, a picco sul mare rumoreggiante. E sempre quella visione: una spianata ricoperta di cadaveri, oppressa dall’olezzo insopportabile della fine. La lenta dissoluzione dei corpi. Quante volte aveva avuto questa visione, fino a quando avrebbe potuto sopportarlo?
Gli occhi incominciarono a fargli male, la lunga consuetudine col buio, la notte si stava aprendo lentamente un varco nella mente, oscurandola come una stanza dalle finestre a mano a mano murate. Fra non molto non avrebbe visto più. I dottori erano stati risoluti su questo punto: il glaucoma avrebbe fatto il suo corso. Non gli dispiaceva, anzi. L’Anticristo era alle porte, e forse non avrebbe fatto in tempo a vederlo. Non sapeva se rallegrarsene o dispiacersene. Questione di punti di vista. Il suo, ormai, non sapeva più qual era. Forse un tempo, certamente non ora, qualcosa al riguardo aveva pensato, un tempo, appunto, non ora. Avrebbe voluto guardarsi dall’esterno. Spettatore furtivo e ladro di se stesso. In un tempo non molto lontano ci aveva provato, ma ora il suo volto rugoso si perdeva indistintamente come tutto il resto.
Stentava, in quella notte piovosa, a prendere sonno. Non solo inquietudine, l’età che avanzava. Aveva sempre goduto di una discreta salute, nessuna malattia pericolosa aveva attentato al suo corpo. Il suo commento all’Apocalisse di Giovanni procedeva a rilento. Era in atto un processo di immedesimazione che più volte l’aveva costretto a svegliarsi in piena notte per domandarsi se la fine era già in atto.
Il carisma era una dote che sentiva innata, per quanto non fosse andato a fondo sull’origine di questa dote. Si riconosceva alcuni meriti e non credeva fosse presunzione, piuttosto un modo da parte degli dèi di renderlo suo strumento tra i suoi simili. Forse era anche per questo motivo che gli si rivolgevano con l’appellativo di Rettore, termine che lui disprezzava perché gli ricordava gli anni terribili passai in gioventù in seminario. La sua era una comunità che aveva assorbito tutte le energie che gli rimanevano. Le autorità religiose guardavano con sospetto, se non con aperta ostilità, sia lui, sia i suoi accoliti, e non di rado erano apparsi trafiletti e articoli corposi su testate locali e nazionali in cui li si bollava senza mezzi termini come ‘un gruppetto di spostati’. Si parlava, per attaccarli, di promiscuità sessuale e di un’idea comunitaria dei beni che prevedeva anche l’abolizione di ogni distinzione di classe e di genere. Si diceva che tra quelle mura ci fossero anche dei bambini, anche se prove non ce n’erano. Questo perché la sua era una comunità che non aveva niente a che fare con la religione istituzionalizzata, né con le tante che si erano insediate nella zona. Sapeva attirare l’attenzione, rendere partecipi. Non era cosa da poco. L’avevano seguito, aveva fatto proseliti anche tra gente di un certo rango. Poi erano arrivate, del tutto inaspettate, alcune donazioni anonime – la nobiltà e il capitale subivano il fascino di quel mondo di gente singolare, confinata in quel casermone fatiscente che chiamavano ‘Abbazia’. La sua comunità aveva preso a prosperare in quella parte dell’isola appartata, lontana dal trambusto del turismo, per molta parte dell’anno inaccessibile. Spesso il maltempo, d’inverno, li tagliava fuori dal mondo e il freddo si faceva pungente. Dal niente aveva visto nascere e crescere la sua creatura ed ora che l’età avanzava non nascondeva un certo compiacimento, frammisto però all’amarezza nel vederla sempre più scarna e immiserita. Agli arrivi erano seguiti gli abbandoni, e il bilancio negli ultimi tempi s’era fatto negativo. Forse era stato un bene.
Estratto dal romanzo "Trame di polvere" di Tiziano Mario Pellicanò, Midgard Editrice
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