sabato 26 settembre 2026

Intervista a Tiziano Mario Pellicanò

 




Buongiorno, come nasce il libro Amori et dolori sacrum?

Amori et dolori sacrum è un romanzo che ha preso forma lentamente, attraverso l’osservazione dei luoghi e la consultazione di documenti storici, nel tentativo di ascoltare ciò che quei luoghi ancora oggi sembrano raccontare. Questa edizione rappresenta una versione ampliata e profondamente rivista del testo originario, Villa Lysis, pubblicato nel 2022. Ho sentito la necessità di tornare sulla storia, di approfondirla e di aggiungere episodi, elementi storici e riflessioni psicologiche che permettessero di restituire maggiore complessità ai personaggi e alle vicende narrate. Il punto di partenza è la storia di Ciro, un uomo condannato per omicidio, ma il romanzo non vuole essere soltanto il racconto di un delitto o di una vicenda giudiziaria. Attraverso il suo destino e attraverso lo sguardo dello psichiatra che lo osserva e cerca di comprenderlo, ho cercato di entrare nelle zone più ambigue dell’animo umano. Napoli, con il quartiere della Sanità, e Capri, con Villa Lysis, diventano così molto più che semplici ambientazioni: sono luoghi dell’anima, capaci di conservare la memoria, i traumi, le passioni e i fantasmi di un’epoca.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Al centro del romanzo c’è sicuramente il tema della follia e del confine, spesso difficile da definire, tra follia e ragione. Ciro è un personaggio imprevedibile e istintivo, ma la sua storia non può essere compresa senza guardare alle esperienze che lo hanno formato. L’ambiente della Sanità, la miseria, la superstizione, le violenze familiari e un passato che continua a condizionare il presente. Un altro tema fondamentale è quello della colpa e dell’innocenza. Mi interessava interrogarmi su quanto sia possibile giudicare un individuo senza conoscere ciò che si nasconde dietro le sue azioni. Da qui nasce anche la figura dello psichiatra, che non si limita a osservare il suo paziente, ma cerca di ricostruirne la storia e di comprenderne le motivazioni più profonde. Ci sono poi la memoria, il dolore, la solitudine e le passioni proibite, insieme al rapporto tra individuo e società. Il romanzo attraversa una Napoli segnata da profonde contraddizioni e una Capri che, nella sua bellezza, nasconde altrettante inquietudini. La presenza di figure storiche come il Barone Fersen e di luoghi come Villa Lysis permette inoltre di intrecciare la vicenda narrativa con la storia e con la cultura dell’inizio del Novecento. Rispetto alla precedente edizione, questo romanzo presenta una seconda parte in cui si seguono le vicende di Lucia, la fidanzata del medico, una figura che era rimasta in penombra e con problematiche irrisolte. Ne nasce un racconto nel quale documentazione e invenzione letteraria dialogano continuamente. In definitiva, Amori et dolori sacrum è un’indagine sull’essere umano, sulle sue fragilità, sulle sue ossessioni e sulla difficoltà di separare nettamente vittima e colpevole, ragione e follia, amore e dolore.


Progetti futuri?

È difficile dirlo con certezza. Non ho, al momento, un progetto narrativo definito nei termini di un nuovo romanzo. La mia formazione e il mio percorso sono soprattutto quelli del saggista, e anche quando mi avvicino alla narrativa tendo a farlo partendo dalla ricerca, dai documenti, dalla storia e dall’osservazione della realtà.
Ci sono naturalmente temi, luoghi e figure che continuano a suscitare il mio interesse e che potrebbero, prima o poi, trovare una nuova forma sulla pagina. Ma preferisco non forzare questo processo e lasciare che siano le idee a maturare con i loro tempi.
Dopo un lavoro così impegnativo come Amori et dolori sacrum, sento soprattutto il bisogno di tornare alla ricerca e alla riflessione. Se da queste esperienze nascerà un altro racconto, un saggio o magari qualcosa che sfugga a una definizione precisa, sarà il tempo a dirlo.
Per ora, dunque, non farei anticipazioni. Credo che anche nell’attività di scrittura ci sia un valore nel lasciare alcune possibilità aperte.

 

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martedì 22 settembre 2026

Intervista a Rossella Bruzzone

 




Buongiorno, come nasce il libro I Cavalieri del Sol Levante?

 
I Cavalieri del Sol Levante rappresenta il seguito ideale di Un giorno di pioggia, Licia e le altre protagoniste degli anime anni 80. Devo ringraziare i miei amici che, dopo aver letto il primo saggio, mi hanno affettuosamente rimproverato di non essermi preoccupata dei protagonisti maschili. Mi hanno offerto uno spunto curioso e intelligente, che mi ha portato a rivedere quelle serie animate, puntata dopo puntata, entrando nelle storie, nei caratteri e nelle contraddizioni dei protagonisti,  maschili così diversi tra loro. È stato un viaggio divertente, introspettivo e soprattutto commovente. I protagonisti di questi anime hanno entusiasmato generazioni di bambini e adolescenti, rappresentando un modello di comportamento e un simbolo di identità per molti ragazzi ed esplorando temi come la virilità, la forza, dal giustizia, la lealtà e il sacrificio.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

 
L'eroe maschile negli anime degli anni Ottanta si colloca in una zona di confine tra epica e crisi. Da un lato, molte serie recuperano archetipi classici come il guerriero il pilota o il difensore dell'umanità, inserendoli in narrazioni di ampio respiro, spesso legate al genere fantascientifico. Dall’altro questi personaggi manifestano un crescente carico di ambiguità psicologica: dubbi esistenziali, conflitti interiori, traumi legati alla guerra, alla tecnologia o alla perdita di punti di riferimento tradizionali. Il soggetto maschile non è più esclusivamente definito da forza, razionalità e controllo, ma presenta anche numerose fragilità e incertezze e in esso si condensano le tensioni tra individuo e società, desiderio di affermazione e timore del fallimento.


 
Progetti futuri?

 
Scaramanticamente non anticipo nulla…. Però “qualcosa bolle in pentola”.
Vorrei ringraziare Fabrizio e tutta la Midgard. Grazie di cuore per la fiducia, la pazienza e la cura dedicata al mio lavoro.

 

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giovedì 17 settembre 2026

Prima che sia giorno

 di Domenico Luigi Pistilli.

 



 


 

QUESTO AFFANNO CHE CHIAMO AMORE

L'amore richiede  
compromessi
capitolazioni
marce indietro
dire  "ho sbagliato"
Non serve dire 
"ti vorrò sempre bene"
Di per se è insufficiente
Non serve volersi bene
Occorre finanche  rischiare per amore
L'amore infatti lo richiede 
altrimenti 
non è amore
E senza cosa saremmo?
Un buco nero infinito 
come l'affanno 
L'amore è un'ancora di salvezza
senza maschere e filtri
E se è così 
l'amore lascia sempre una  porta aperta



RICORDO
                             
Ricordo
quei giorni
quel primo incontro
la nostra intimità 
e le carezze del poi
Il prendere il tuo viso
tra le mani
prezioso
delicato
Ricordo
le mie mani sul tuo seno
"È piccolo" mi dicevi
Sorridevo
come non sapessi
la sacralità che esprimeva
Si muovevano lente
le mie mani
giocavano sulla tua pelle
e il tuo sorriso era bello
in un modo che mi stordiva
Mi sentivo amato 
e la misura di esso
l'ho avvertita
il giorno in cui ho compreso
il dono della tua presenza
Mi sembrava che tutto
fosse possibile a quel tempo
Ora
non appartieni più a questo cielo
Non sei più un atomo 
di questa terra
Appartieni al firmamento 
non più a me



QUEL PROFUMO

Quel profumo
lo percepisco ancora nelle narici
L'ho annotato nella mente
Non l'ho più riavvertito
Credetemi
resto ancora curioso 
di sapere quale fosse
Oggi 
questo desiderio
è legato alla voglia struggente 
di tornare a rivisitare 
quei momenti indelebili
della mia  storia personale
E se 
nel fluire dei giorni 
quel profumo persiste nella mente  
vuol dire che era 
tremendamente magico
L'incancellabile 
è sempre struggente
Ne siamo attratti 
per quel senso fuggevole 
che è insito in esso
perché siamo  tutti in amore  dei perdenti 
o almeno una volta lo siamo stati



COSA RESTERÀ

Cosa resterà di noi?
Cosa resterà nel tempo?
Cosa resterà di quelle mattine troppo presto volate via?
Cosa ricorderai di me?
Quella luce che sapeva di libertà?
O i baci sul tuo seno che ti facevano chiudere gli occhi?
Cosa ricorderò di te?
Le tue ali quando mi sfioravi per volare via?
O quei caffè troppo zuccherati?
Resteranno sempre nella memoria 
i desideri di un tempo 
quando le parole 
facevano esplodere la carne 
e la fantasia


Estratto dal libro di Domenico Luigi Pistilli, Prima che sia giorno, Midgard Editrice

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venerdì 11 settembre 2026

Il bacio sopito

 di Barbara Sabatini.

 

 


 

 

 

Era una notte dolce piena di sospiri quando osservavo il cielo dalla finestra dove c’era il mio io più profondo e dal gelo degli alberi il gelo del mio amore e le stelle silenziose tra le mie poesie e le mie ossessioni, si recitava così: abiti lunghi e neri striscianti per ogni tuo bacio calamaio di parole. Persefone era come un gabbiano che partorisce parole e sangue nella notte disabitata e feroce come un peccato nell’ombra ben distinta dove si ci vedo ma con una lente spessa come oro nei tuoi sentimenti inscritti nella mia voce solubile e labile come il tuo caffè e mi dici parole d’amore dalla mattina alla sera e non ti stanchi mai sei tenace come un fiore come una violetta come una peonia un fiore come io mi chiamo con un nome di un fiore Ortensia tu lo sai bene e l’amore per i fiori come trascendenza dal passato un rigore senza fondo come un castello con le carte nel mare delle idee. È un racconto che passa nell’oscurità e se passasse come un fugace uccellino un pettirosso e il mare e la stella il mio Dio di dannazione nei solenni difficili rituali come proposta sensuale si intraprende dentro alle parole dentro all’ingresso nella porta instabile, il racconto sono tanti riflessi raccolti per i sogni incastonati nel lento sibilare del serpente, ognuno ha il suo serpente tra le pieghe della notte come un calice sospettoso di attimi di piacere che si frequentano come ombre cinesi nel teatro e le ombre siamo noi, Aldo, tu che sei come una concezione a cui devo arrivare ogni singolo giorno della mia vita e ricomincio sempre dall’inizio come l’inizio della creazione nella maternità vissuta nel cervello come un oracolo di contrazioni e noi si siamo soli solo nella maternità. Il nostro amore sono le nostre parole le parole consumate come ombrelli stiamo sotto la pioggia che ci stringe nella perfezione del nostro sapere proprio tutto nelle sere che sanno di sapone e legna e ignoti incantesimi quando ci diciamo il nostro amore. Tutto è lì come un giorno lontano una difficoltà nel recondito pensiero quasi spicciolo quando conto il resto nella spesa nelle necessità di tutti i giorni nello svegliarsi tremando di sapere quello che non so quando lo so ed è apostrofare l’anima che si rivolge a qualcuno che non conosce e ci parla come una solitudine mai sopita e il colloquio finisce proprio dov’è iniziato non c’è progresso siamo sempre lì e non vediamo mai la fine siamo sempre forse nel passato come un ondata di gelo improvvisa e vedo la penna nelle mani quella poesia che mi accende un sogno dentro un grande dono che posso prendere e vivere e posso vivere con poesia. Tu mi chiedi come ti amo e io te lo dico: ti amo come un girasole, come un sogno nelle mie mani e ti amo come l’essenza. 


Estratto dal libro di Barbara Sabatini, Il bacio sopito, Midgard Editrice.

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martedì 8 settembre 2026

La morte di Ercole

 di Carlo Pedini.

 

 

 

 

Ario era nato nel 288 nella provincia romana della zona di Asisium, pochi anni dopo che le legioni romane, in un remoto angolo della Tracia presso Nicomedia, oltre il Bosforo, avevano acclamato Imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Giusto quarant’anni prima, Roma aveva festeggiato, con grande sfarzo e tripudio di folle, il millenario della sua fondazione. Il suo nome completo era Ario Cornelio Vinicio, dalla antica Gens a cui apparteneva. Si dice che la Cornelia fosse una delle cento Gentes che dominarono Roma alle sue origini. Alcuni Corneli erano originari di Satrico, nella terra dei Volsci. Dico alcuni perché i Corneli non erano propriamente un’unica famiglia. Piuttosto si trattava di un antico ceppo di varie famiglie sparse nel territorio a sud di Roma, fra il Latium e il Mare Nostrum. Satrico, nonostante fosse stata fondata da Silvio, figlio di Enea, già era in decadenza quando Romolo riunì le prime Tribù. Ciononostante, come accadde a molte altre città intorno all’Urbe, sopravvisse ancora a lungo. Si sa come vanno queste cose: gli uomini che hanno lottato per conquistare le proprie terre, non le cedono più se non a prezzo della vita. Restano attaccati a quelle case, alle antiche mura, ma non solo. Per sentirsi sicuri fanno alleanze con altre città, e il recinto disegnato a loro protezione si ingrandisce sempre più. Ma tutto ciò non è mai di grande aiuto quando sorge un nemico più organizzato e potente, che quelle terre e quelle città farà proprie, quando poi non le distrugge. 
Ario conobbe le rovine di Satrico da ragazzetto, quando in questa parte di mondo regnava Massimiano e a Roma era Prefetto Gaio Giunio Tiberiano. Ce lo portò in visita suo padre, Flavio Vinicio, durante i Vicennalia dell’Imperatore Diocleziano. Era l’ottobre del 303. Il giorno prima, il 20 dicembre, con grande tripudio, si festeggiava il suo ritorno a Roma. I due Imperatori facevano il loro ingresso trionfale sopra un enorme carro, trainato da quattro elefanti. 
Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, solenne e severo, con la barba che a stento nascondeva un collo di toro, sembrava la personificazione dell’ultimo nome che portava. Eretto, a fianco del primo Imperatore, scrutava la folla col solo movimento degli occhi.
Eppure tutta quella fierezza impallidiva fino a sparire accanto al fascino che emanava Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. I capelli lievemente argentati, il labbro superiore sottile, serrato all’inferiore lievemente sporto in avanti, l’ovale perfetto del volto, con le orecchie strette ben attaccate alla testa, comunicavano tutta l’intensità di grandezza e potenza che sprigionava il capo supremo. La barba curata disegnava la regolare mandibola, esaltata nella sua perfezione dal confronto impietoso con quella larga e sproporzionata dell’altro che gli era di fianco. Quel volto radioso era il perfetto monile dove si incastonavano due occhi penetranti e luminosi come gemme. E lassù, dall’alto del carro, gettavano lo sguardo al di sopra delle teste confuse della moltitudine festante, proiettati ben oltre l’orizzonte, a voler abbracciare l’intero mondo, che a incontestabile diritto a lui soltanto realmente apparteneva.
Tanto povera e insignificante appariva ora al ragazzo l’antica potenza di Satrico, più volte distrutta e ricostruita, nel campo brullo e desolato dove solo poche pietre dal taglio regolare lasciavano intuire l’antico abitato. Eppure ancora a quel tempo, quando per la prima ed ultima volta Ario vide l’esibizione trionfale della gloria d’un Imperatore, non erano poche le persone nelle quali il nome della Gens Cornelia fosse in grado di risvegliare qualche memoria. Anche negli annali ormai dimenticati dell’antica città che il mondo ammirava a temeva, era iscritto il nome della sua Gens. Va detto anche che più avanti, negli anni della sua vecchiaia, Ario doveva confessare a se stesso di esserne orgoglioso, proprio perché quegli annali erano ormai da tempo dimenticati. Già da un po’ non poteva più dire d’essere figlio del suo tempo; anzi, ben più corretto sarebbe stato definirlo addirittura suo nemico. Non che non lo comprendesse, come tante volte gli capitava di sostenere. Questa era soltanto una scusa di comodo. Forse ormai era solo per pigrizia. Oppure soltanto perché non gli piaceva mostrarsi astioso, se non aggressivo, scegliendo di dire di non capire il suo tempo, per non confessare che ne provava odio e disprezzo. Sapeva ben vedere quel che succedeva, ma si fingeva cieco. Gli sembra meno avvilente fingere un difetto che ammettere di vedere uno scempio. Erano anni che gli Imperatori non governavano più stabilmente da Roma. Preferivano scegliersi la propria residenza ai Confini dell’Impero, per meglio controllarne i pericoli barbarici che iniziavano ad insidiarne l’antica granitica solidità. 


Estratto dal libro di Carlo Pedini, La morte di Ercole, Midgard Editrice

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venerdì 4 settembre 2026

La bislacca commedia del potere occulto

 di Giulia Rizzardi.

 

 


 

 

Nel mezzo d’una piazza assai affollata 
vidi gente spenta altresì demotivata. 
Vagavano come ombre smidollate 
nella stessa direzione allineate!

Lambivano tra le mani un cellulare 
ed intorno non potevano guardare. 
Fisso sullo schermo ipnotizzato 
stava il lor pensiero atrofizzato!

Un fischio di lontano aveo udito
che svenni, il mio subconscio fu colpito! 
Quello che da poco avevo sentito,
era il suono del sapere proibito.

Caddi a terra senza sensi
e mi risvegliai tra profumi d’incensi! 
Ero vicino ad un palazzo abbandonato, 
d’antichi fasti circondato!

Un grande cancello d’oro 
sovrastato dalla statua di un toro
apriva la strada ad un sentiero sterrato 
che portava dritto ad un portone chiodato!

Una musica soave mi attirava 
ed un vortice la mia coscienza risucchiava! 
Ero stordita e non capivo 
di quella situazione il motivo!



Estratto del libro di Giulia Rizzardi, La bislacca commedia del potere occulto, Midgard Editrice

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martedì 1 settembre 2026

Fino a otto

 di Simona Cappellini.

 

 


 

 

In confronto al condominio dove era cresciuto Yannik, la borgata di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana sembrava Beverly Hills.
Un cortile stretto, irriverente, colonizzato da felci selvatiche e carrelli della Superal, era il centro geometrico e simbolico attorno al quale orbitavano palazzi grami come le vite che ci abitavano, anime danneggiate, destinate a sbriciolarsi senza clamore.
Al primo piano viveva Marianna, moglie senza fede di Rodolfo, che se la faceva con uno zingaro soprannominato Modugno, non per via della voce, ma perché stava tutto il giorno seduto su uno sgabello da campeggio a cantare Volare, a squarciagola e stonato, come se potesse redimere il mondo con la sola potenza del diaframma.
Al terzo piano c’era Roberta con la cappella aperta — il soprannome lo aveva guadagnato senza fatica — che abitava con la figlia Silvia e accudiva, si fa per dire, Loredana, un’anziana in modalità aereo da almeno due anni. Si preparavano a ereditarne l’appartamento con la stessa calma e costanza con cui si fanno bollire le ossa per il brodo.
Alba Rosalba, invece, era una cleptomane gentile con gli occhi sempre un po’ fuori dalle orbite, che rubava senza cattiveria, quasi per gentilezza, quasi per dire: “Se non lo prendo io, lo prenderà qualcun altro”. Accumulava oggetti senza peso né utilità: tappi, cucchiai piegati, pantofole spaiate. Bastava uscire con una busta per la spazzatura perché lei spuntasse come un’ombra: “Posso prenderlo?”
Poi c’era Giovanna Galli Fabbri Pirà, che era, o era stata, una nobildonna. Di quelle che si riconoscono più dalla postura che dal nome, perché il nome – lungo, sonoro,  ormai svuotato – nessuno lo pronunciava tutto, neppure lei. Stava con Piero, un sardo ex pescatore, oggi alcolista a tempo pieno, che gridava tutto il giorno dal balcone “Ciofanaaa!” con quella "f" che sembrava una bestemmia repressa, un venditore d’acqua nel deserto del decoro. Yannik non sapeva, non poteva sapere, che quel nome altisonante, quella voce che trascinava le vocali come se ogni parola fosse un ricordo, erano un segno. Un segno vago, che si sarebbe rivelato solo più tardi, quando la sua strada si sarebbe intrecciata con i nobili – veri, falsi, decaduti. Allora avrebbe ricordato Giovanna, mentre aspettava il taxi nel cortile con la boccuccia pronunciata e quell’aria da snob consumata, un’attrice uscita di scena ma ancora in costume, come se il mondo le dovesse un ultimo applauso che non sarebbe mai arrivato. 
Infine c’era Andreina Stellina, una donna di ottant’anni che non parlava mai del passato e non aveva futuro, ma una fama immortale nel quartiere: sapeva mettere un preservativo con la bocca. Nessuno sapeva se fosse leggenda o verità, ma ogni volta che si nominava il suo nome, anche le antenne paraboliche si giravano.
Yannik era cresciuto lì dentro.
Con quelle voci, quegli odori, quelle strane traiettorie di umanità. Eppure, più che abitare il cortile, sembrava sfiorarlo, come se vi passasse accanto camminando sul ciglio di un sogno sbagliato.
Suo padre era un uomo grande, grosso e sbrigativo. Ristoratore per istinto, manesco per forma mentis, con mani come pale e una voce che faceva tremare i frigoriferi. Nelle foto da giovane sembrava un buttafuori balcanico, negli anni ne aveva solo guadagnato in volume e in scorza. Quando si arrabbiava (e si arrabbiava spesso), gli oggetti prendevano il volo: mestoli, piatti, padelle. Sembrava cucinare con l’anima e l’ira.
Yannik lo aiutava da quando aveva dodici anni. Doveva. Andava dopo la scuola, tra la puzza di olio bruciato e la tristezza dei piatti del giorno. La madre, ormai trasparente come le camicie che indossava, passava le giornate tra il frigo e i conti.



Estratto del libro di Simona Cappellini, Fino a otto, Midgard Editrice

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