giovedì 15 ottobre 2026

Intervista ad Anna Agostini

 



Buonasera Anna, con il racconto Il segreto della cartolina hai vinto il Premio Midgard Narrativa 2026, complimenti. Ce ne vuoi parlare? Come nasce?

Salve.
Partendo dalla premessa che il racconto doveva inserirsi su una tematica del fantasy-horror, così come prevedevano le condizioni del concorso Midgard Narrativa, ho optato per il fantasy puro privilegiandone le dinamiche e sposandone quelle che potevano meglio adattarsi alla mia personalità tenendo sempre conto di muovermi su un genere nel quale una vicenda vera o quanto meno verosimile si affianca a mondi immaginari e ne viene poi a poco a poco sormontata, fagocitata quasi.
La low fantasy, che, come noto, si differenzia dall’epic ed è per l’appunto il contesto nel quale si muove la mia storia, ne è uno dei principali sottogruppi: solitamente si esprime con il mostrare nel mondo concreto, potremmo dire “di tutti i giorni”, l’improvvisa irruzione di taluni eventi dall’apparenza, se non magica, almeno sovrannaturale dando luogo a una sorta di mix tra il vero ed il possibile, ad una sorta di slalom tra una sequenza specifica di fatti e un “dietro le quinte” che gioca tra le coincidenze ed il mistero.
I personaggi del mio racconto si inseriscono tutti all’interno di una ambientazione urbana contemporanea dove la Francia, paese a me molto caro, si presta a piacevole sponda mentre la letteratura ottocentesca anglo-americana ne colorisce i passaggi più significativi con la forza dei contenuti e della musicalità delle sue liriche che mi sono parse, al momento della scrittura, l’ossigeno e la forza trainante della trama fantastica che andavo pian piano sviluppando.
Ho deliberatamente sostituito il senso dell’orrido e dell’esageratamente esplosivo, pur se specifico di molta parte di questo filone di narrativa, con altro tipo di “magia”, se così vogliamo chiamarla: quella, più soft, dei poeti e scrittori romantici che, in modo diretto (penso ad Edgar Allan Poe, per esempio) o solamente in sottofondo, hanno avuto il merito di spruzzare un po’ di polverina magica al contenuto apparentemente normale del testo rendendolo capace, nei passaggi d’effetto, di sfilarsi dalla realtà e dalla quotidianità cui lo rimandavano gli anonimi personaggi, e “di volare” anch’esso sul fantasy.  Un fantasy, peraltro, che bussa anche alla porta della narrativa d’investigazione, su cui si basa per gran parte proprio la genesi della “cartolina”, ed affronta fra le righe la paradossale analogia tra la marginalità di un personaggio (nel caso del mio racconto, l’anonimo protagonista, collezionista di stampe e libri antichi) e la straordinarietà degli eventi che il Caso (o chi per esso) consegna nelle sue mani.



Quali sono gli scrittori che ti piacciono e ti ispirano particolarmente?

Chiedere a chi scrive, ma anche a chi legge assiduamente, una classifica o una lista degli Autori che ama o che apprezza più degli altri mi sembra davvero impossibile. Ciò non solo per la vastità delle opere letterarie di tutti i tempi e, in particolar modo, del tempo presente che offre al lettore una scelta incredibile di firme, di generi e di testi in vari modi appetibili e riconducibili alla propria identità ed esperienze, ma anche perché il soggetto che sceglie non è un qualcosa di fisso, stereotipato, pronto come un manichino a raccogliere il contenuto di una lettura e successivamente a non spostarsi di un centimetro dalle sue posizioni originarie. 
Siamo tutti consapevoli come ogni esperienza, anche la più piccola, muova sempre l’individuo e lo faccia camminare lungo un tracciato, proprio come se girasse in un film una scena alla volta. Dunque: poiché cambiano i gusti, le situazioni, le inclinazioni di ciascuno di noi, conseguentemente l’ipotetica lista degli scrittori più o meno graditi è destinata ad oscillare e variare giorno dopo giorno.
Cosa voglio affermare con questo? Non certo di voler eludere la domanda ma, considerata l’abbondanza di scelte che oggi abbiamo sotto gli occhi, sottolineare quanto sia inutile e difficile puntare alla bontà dei singoli nomi senza farli precedere da un riferimento di massima, da un sottotitolo di classificazione che in qualche modo li definisca e li delimiti. Che so? Il genere letterario: narrativa pura, saggistica, lirica, biografia, cult, eccetera eccetera……; la nazionalità: europea, americana, sudamericana…; il periodo storico di riferimento: antico, classico, moderno, post-moderno… e così via. 
Non si può oggettivamente porre sullo stesso piano, e quindi “preferire”, un autore dell’ottocento con un altro del nostro tempo, ad esempio. O entusiasmarsi “allo stesso modo” per uno dei cosiddetti “romanzi di formazione” con quello vincente dell’ultimo Premio Strega. 
D’altra parte è anche del tutto evidente che non possono nemmeno mancare nella lista di gradimento i primi della classe, quei nomi con la N maiuscola che nemmeno provo a trascrivere qui perché sarebbe banale e superfluo (preciso solo, a questo proposito, che personalmente tengo in borsa una edizione blu, tascabile, dei sonetti di Shakespeare, acquistata un giorno lontano direttamente a Stratford). 
Detto questo, gli autori che ammiro sono veramente tanti e qualche nome lo posso e lo voglio fare. Mi viene subito in mente Virginia Woolf e il suo romanzo autobiografico “Gita al faro”. 
La amo per essere stata una raffinata esponente del movimento chiamato “flusso di coscienza” laddove ella, in linea con le dinamiche lanciate dal movimento stesso, elimina la forma comune di dialogo diretto e porta l’attenzione della trama delle sue storie al monologo interiore dei protagonisti. 
Altra scrittrice che ho riletto più volte: Marguerite Yourcenar e le sue indimenticabili “Memorie di Adriano”: testo talmente vivido e reale da sembrare una biografia vera e propria più che un romanzo storico.
Vado adesso un po’ a raffica zigzagando qua e là con la memoria: Jack Kerouac, per gustare fino in fondo il mito della beat generation; Antonio Scurati, punto di riferimento del saggio storico-politico dell’Italia di ieri vista con lo sguardo e la consapevolezza di oggi; Maurizio De Giovanni e le serie dei suoi celebri gialli che sanno però nello stesso tempo di tenerezza e di poesia; Stephen King, campione indiscusso del brivido e dell’horror. Senza contare la suggestione dei maestri svedesi del noir come Stieg Laarson o Camilla Lackberg. Senza contare gli insegnamenti di due grandi filosofi del nostro tempo: Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.
Come si vede, a proposito di autori che mi hanno procurato in modo diverso sensazioni forti ed emozioni vivide, nel rispondere alla domanda ho mescolato tempi, stili e generi diversi omettendo peraltro tanto altro: tanti altri Autori che ho nella mente e nel cuore ma che mi sarebbe impossibile trascrivere ora senza incappare in vuoti di memoria e soprattutto in una interminabile e monotona sequenza.
Un’ultima considerazione in proposito: mi ha certamente ispirato, nella stesura del racconto, l’opera Neverwhere dell’inglese Neil Gaiman poiché in essa, da un lato, si affrontano importanti questioni psicologiche e sociali come l’alienazione, il potere e il gap esistente tra l’ordine civile e il caos primordiale; dall’altro lato, si esprime il concetto della coesistenza di due mondi paralleli nello stesso spazio geografico, tesi molto aderente al genere urban al quale, come detto, ho voluto qui rapportarmi.  


   
Quali sono i tuoi progetti futuri?
     
Attualmente sto scrivendo una serie di racconti ambientati nel mondo affascinante delle auto d’epoca e degli showroom museali che le accolgono e le sponsorizzano. Motivo: la pressione di un amico appassionato di quel mondo ed in contatto con la stampa delle principali pubblicazioni del settore.
In cantiere c’è pure un monologo teatrale a spessore psicologico dove realizzo un dialogo surreale vissuto dallo stesso protagonista nelle sue due diverse nature: materiale e introspettiva, in cui si incrociano i contrastanti desiderata dell’una e dell’altra dimensione. 
E poi… e poi c’è il sogno nel cassetto: una sorta di diario autentico indirizzato ad un soggetto ben definito, corredato di ricordi e di particolari minuziosi segnati nel tempo e destinati a rimanere scolpiti nella mente di chi scrive e del suo destinatario. Naturalmente quest’ultimo progetto non diventerà mai un’opera pubblicabile per evidenti motivi di privacy ma non solo: per la consapevolezza delle parole racchiuse nel segreto le quali generano forza e sono fonte di energia per altre opere future.


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mercoledì 14 ottobre 2026

Intervista ad Alessandro Bonanni

 



Buongiorno, come nasce il libro E poi però (Perdonabile)?

Salve, il libro in oggetto nasce da una riflessione sulla fragilità della vita di coppia esposta a tanti rischi con il passare degli anni insieme. 
Del resto siamo tutti imperfetti, a volte non sinceri con l'altro/a e neppure con noi stessi.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il tema è l'amore: l'amore carnale, coniugale, virtuale, mercenario, l'amore tradito, l'amore testardo e l'amore risorto, l'amore senza sesso e con sesso; insomma, le varie declinazioni dell'amore.
Poi si parla di malattia e di quasi-morte, di tradimenti, ma soprattutto di perdono.



Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di quest'opera?

Non credo di essermi ispirato a un romanzo o a uno scrittore in particolare. 
Amo Carrère, mi piacciono i racconti della Munro, McEwan e tanti altri.
Leggo di tutto, ma non la saggistica.

 

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lunedì 12 ottobre 2026

Avventure e disavventure del ragionier Nevio

 di Gianfranco Fungardi.

 

 


 

 

 

Furono mesi di gioia. Alla casa del popolo lo vedevano raramente, se non per cercare qualche amico da portare nelle sue scorribande e in qualche rara sera per riposarsi.
Nell’amico Franco aveva sempre una spalla su cui contare, spesso si vedeva una Simca verde sfrecciare lungo le strade con i finestrini aperti e due ragazzi con i capelli al vento che ridevano come matti.
Non era passato nemmeno un anno e Nevio aveva già percorso più di sessantamila chilometri. Quella macchina non dava più le soddisfazioni di un anno prima, troppo lenta, tendeva a scivolare di coda se prendevi le curve troppo veloci.
Una sera attese Franco all’uscita di casa, lo fece salire sulla macchina e partì senza parlare.
< O Nevio, che sei rimasto senza parole?
< Ascolta Franchino, ma questa macchina che ti piace?
< Mi sembra una vasca da bagno lo sai.
< Ho deciso di cambiarla, me la dai una mano a cercarne una più raffinata e più veloce.
< Come la vuoi? Berlina, familiare o sportiva.
< La voglio che sia bella, che vada veloce e regga la strada come una sportiva di lusso e che costi poco.
< Prova a mandare una letterina a Babbo Natale, ci sta che lui te la costruisca e a Natale te la porti.
< Accidenti a te, ma è possibile che non si faccia un discorso serio con te.
< O grullo, se tu chiedi l’impossibile io e un  t’aiuto; andiamo a vedere qualche concessionario e valutiamo un po' di modelli.
< Allora domani alle tre vengo a prenderti e si va a fare un giro. Se tu lavori datti malato perché non si può rimandare.
Il pomeriggio dopo, Nevio uscì dal lavoro, arrivò a casa dove la mamma aveva preparato pastasciutta al sugo e coniglio fritto, mangiò due fili di pasta e un cosciotto di coniglio, mentre sua mamma strillava che non avrebbe più cucinato, si lavò mani e viso e alle due e mezza era già in macchina.
Erano le due e quaranta quando Franco sentì un suono insistente di clacson e scese in strada senza guardare o chiedere chi era.
< Accidenti a te Nevio, ma che suoni, la tu mamma non ti dà niente da mangiare. Dove vuoi andare a quest’ora che sono tutti chiusi.
< Intanto si guardano le vetrine, se si vede una macchina bella si va a chieder quanto costa.
< O Nevio, così ci vuole un mese, non ti potresti schiarire il cervello.
< O Franchino, io lo so che voglio, bella, veloce e che costi poco.
Era inutile parlare con Nevio quando aveva in testa una cosa. Si accomodò sul sedile e lasciò che andasse dove voleva.
Tornarono a casa alle sette e mezza con quattro concessionari visitati.
< O Franchino che ti s’è seccata la gola e un tu dici più niente.
< Che ti devo dire, sono stanco.
< Che è colpa mia se non ho visto una macchina giusta.
< Ma che macchina vuoi? Abbiamo visto Alfa Romeo, bella ma cara, la Lancia, troppo da famiglia, la Fiat da operai e alla Opel tu gli hai mangiato mezza scatola di caramelle.
< Ma erano buone, come facevo a smettere con quella bella signora che continuava a dire, prenda, prenda.
Domani alla stessa ora ti passo a prendere, mi raccomando non mi fare il bidone.
Il giorno dopo alle due e quarantacinque, Nevio suonava il clacson sotto casa di Franco.
< Sveglia Franchino, la macchina nuova ci aspetta. Oggi si trova quella giusta. Stanotte ho scritto a Babbo Natale e mi ha detto che è pronta per me.
Partirono ridendo con i finestrini aperti e i capelli al vento.
Nevio era Nevio e con lui non si sarebbe salvato nemmeno Babbo Natale.
Entrarono alla Peugeot ma non trovarono niente che soddisfacesse le aspettative di Nevio. 
Mentre stavano andando verso un'altra concessionaria, Nevio frenò bruscamente, mise la retromarcia e si fermò davanti ad una vetrina messa in disparte alla fine del paese.
< Franchino, guarda che bella che è quella. Andiamo a sentire quanto costa, voglio quella.
In vetrina, c’era una Porche nera con i cerchioni argento che brillava da fare impressione.
< Te tu hai il cervello bacato, lo sai quanto costa quella, riparti prima che ci vedano con questa carretta.
< Ma sentiamo quanto costa e si va via.
< Nevio, se ti va bene sono ottanta milioni, te ce l’hai
ottanta milioni.
Senza dire più niente, mise in moto la macchina e partì per la fermata successiva.
Entrarono in un salone dove avevano più marche di auto e si misero a guardare accolti da un simpatico venditore.
< Buonasera ragazzi, posso fare qualcosa per voi?



Estratto dal libro di Gianfranco Fungardi, Avventure e disavventure del ragionier Nevio

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venerdì 9 ottobre 2026

Il vinile degli orrori

 di Andrea Gentili.

 

 



La breve storia che riporterò di seguito mi è stata raccontata durante la viglia di Natale da mio nonno materno. Era usanza, in quella serata gioiosa e festosa, riunirsi attorno al camino dopo aver consumato la lauta cena e, a turno, procedere alla narrazione di qualche favola natalizia che potesse allietare i nostri spiriti. All’epoca avevo dodici anni e mi limitavo ad ascoltare in silenzio le novelle e quel momento della serata era uno dei miei preferiti. Le storie disparavano i più vari argomenti e potevano essere fantastiche o riferite a fatti realmente accaduti. Solitamente non venivano narrate delle avventure spaventose, ma mio nonno, come da vittoriana tradizione, quell’anno ci deliziò con una storia di fantasmi. Non avrei motivo di esporre questo racconto, se non per i fatti misteriosi che avvennero il giorno successivo, che abbiamo motivo di credere essere connessi al racconto di quella storia, per quanto non sia possibile in alcun modo dimostrarne la correlazione.
Il nonno non era solito narrare alcuna novella in quella serata, si limitava ad ascoltare in silenzio e a sorseggiare un bicchiere di un buon liquore, ma quella volta si mise a sedere sulla poltrona, che veniva accuratamente posta davanti al divampare del camino, e iniziò la sua storiella; noi tutti eravamo raccolti attorno a lui e il calduccio del fuoco scaldava le nostre membra e i nostri cuori in quella nottata magica che anticipava il Natale, mentre fuori imperversava il gelo invernale.
Mio nonno aveva uno sguardo stranamente inquieto, ma non vi badai molto; ad essere sinceri, nessuno ci fece molto caso, ma fu un particolare che rammentammo spesso in seguito. Il nonno posò il bicchiere sul piccolo tavolo di mogano posto alla sua sinistra e così cominciò a narrare le vicende che occorsero al vecchio Jerome.
Jerome era un anziano di un paesino irlandese che durante la sua vita si era distinto per essere un uomo estremamente votato al vizio. Fin da giovane era salito alla ribalta per essere stato uno dei pochi a voltare le spalle alla religione. In quei tempi, molto più severi di oggi, era considerato un vero e proprio scandalo, soprattutto in ragione della posizione sociale che aveva assunto. Dopo aver completato i suoi studi giuridici, infatti, era divenuto un acclamato avvocato e aveva accumulato molto denaro che lo resero rapidamente uno degli uomini più ricchi del paese.
Queste ricchezze venivano tuttavia sperperate in donne, alcolici e gioco d’azzardo, e dato che non si sposò mai non si dovette neanche preoccupare di preservarle per un futuro erede o per una bisognosa moglie.
Crocevia di questa storia fu l’episodio in cui Jerome si presentò davanti alla canonica locale e sfidò apertamente il parroco e la sua schiera di fedeli, che stavano rientrando nella casa del Signore dopo una processione.
- Lì dentro troverete soltanto morte, perché quella è la casa del diavolo! -, esortò Jerome con fermezza. Le sue parole blasfeme colpirono nel profondo i presenti che si fecero freneticamente il segno della croce, come a voler allontanare con quel gesto le conseguenze nefaste di quella frase terribile. Il prete inveì contro di lui e Jerome si congedò senza aggiungere nient’altro; dopo quella scenata, l’avvocato non venne più visto per molti anni. Alcune persone vicine a lui testimoniarono che si fosse trasferito in una cittadina lontana dove continuò ad esercitare la professione.
Il profondo astio che nutriva verso le istituzioni ecclesiastiche non venne mai del tutto chiarito e fu oggetto delle più svariate congetture. I suoi familiari, però, avrebbero potuto spiegare questo allontanamento dalla fede, con la conseguente scelta di intraprendere una vita di perdizione, menzionando una figura che sembrava opprimerlo: la Signora Rossa.
Jerome incontrò questa apparizione per la prima volta quando era ancora piccolo e frequentava da poco la chiesa su cui aveva lanciato il suo monito. La famiglia, fermamente cattolica, accompagnava sempre il giovane Jerome a seguire la funzione ecclesiastica e fu proprio durante l’offertorio che notò seduta, qualche fila più avanti, una donna con uno sgargiante vestito rosso.
Jerome, che si era dimostrato da sempre un bambino molto perspicace e attento, si chiese come avesse fatto a non notare prima quella signora; il suo vestiario era il medesimo che potrebbe descrivere comunemente una concubina araba e culminava con un velo che ne occultava l’acconciatura. Si trattava di un abbigliamento piuttosto singolare in quel contesto.
Il piccolo Jerome venne attratto da quella visione inaspettata e, guardandosi intorno, si rese conto di essere l’unico ad essersi accorto di quella presenza tanto insolita.
Dopo qualche istante, in cui Jerome fu ipnotizzato da quella misteriosa figura, la Signora Rossa, come se avesse avvertito che qualcuno dietro di sé la stesse fissando, si voltò lentamente nella sua direzione e Jerome rimase stupito quando realizzò che persino il suo volto era celato da quel velo rosso. I due si fissarono per un lasso di tempo che sembrò interminabile, periodo in cui aumentò il disagio che Jerome stava provando per quella stramba circostanza; poi la Signora Rossa sollevò inaspettatamente il velo e fu in quel momento che il bambino cacciò un urlo di terrore che richiamò tutta l’attenzione dei fedeli. I genitori non capirono che cosa avesse provocato un tale sgomento nel piccolo, che svenne poco dopo e fu portato urgentemente dal medico.
Il dottore che lo visitò attribuì quella crisi ad un trauma subito e spiegò ai familiari che il bambino, ancora in uno stato di semi-incoscienza, continuava a bisbigliare una frase molto ambigua che egli ritenne essere connessa all’evento sciagurato.
- La Signora Rossa… -, sussurrava il piccolo in preda al suo delirio. I genitori, tuttavia, non compresero proprio quelle parole e la vicenda rimase inevitabilmente avvolta dal mistero.
Solo dopo qualche tempo dall’episodio infelice e dopo essersi ripreso del tutto, Jerome rivelò con prudenza ai suoi cari il motivo di quel turbamento.
Jerome non descrisse mai il volto di quella donna perché, a sua detta, sarebbe potuto ripiombare in quello stato di shock che lo aveva tanto sconvolto. I genitori non badarono molto a quel racconto e lo attribuirono al prodotto di una fantasia sensibile ed eccitabile che spesso caratterizza i bambini di quella età. Rimase comunque la paura di Jerome di varcare la soglia di quella chiesa perché era terrorizzato dal pensiero di poter ripetere quel traumatizzante incontro ma, sotto la spinta dei suoi affetti più cari, si fece coraggio e vi fece ritorno; così, dopo i primi attimi di scetticismo, si riconciliò con la casa di Dio e non menzionò più la Signora Rossa, tanto che, ben presto, quella storia venne dimenticata. Trascorsero anni tranquilli fino a quando, una volta raggiunta la maggiore età, Jerome decise d’improvviso che non avrebbe mai più messo piede in quella canonica. 
Da quel momento la vita di Jerome cambiò drasticamente; abbandonò i dettami cristiani che lo avevano accompagnato fino a quel momento e abbracciò le più svariate dissolutezze, provocando una forte delusione alla sua famiglia. Se qualcuno dei suoi cari provava ad indagare sul perché di tale perentoria trasformazione, Jerome non osava rispondere e cambiava velocemente argomento. Il suo astio verso la chiesa divenne smisurato e culminò con l’episodio narrato in precedenza che anticipò la sua dipartita dal paese.
I familiari, che non avevano mai compreso quella scelta così scellerata, ricevettero, dopo qualche tempo dal suo volontario esilio, una lettera esplicativa delle motivazioni che avevano determinato la sua improvvisa metamorfosi. Egli attribuì la colpa alla Signora Rossa ed esortò tutti i suoi parenti a non mettere più piede in quella chiesa. I genitori credettero che Jerome avesse perso il lume della ragione e non vollero avere più alcun tipo di rapporto con lui. Morirono senza aver superato gli antichi rancori e Jerome presenziò ai funerali con un tale distacco che non si sarebbe detto che fosse il loro unigenito.
Gli anni passarono e, sul finire della sua vita, Jerome fece ritorno al paese natio per festeggiare il Natale. Ormai vi erano rimaste poche persone che rammentavano la sua storia e una di queste lo interrogò su quell’inaspettata ricomparsa. Jerome confessò che con l’avanzare dell’età si era reso conto di aver sbagliato ad intraprendere la strada del peccato e intendeva ricongiungersi con la sua chiesa, al fine di ottenere il perdono che andava cercando. La celebrazione del Natale sembrò il momento più adatto al vecchio per ricevere quella redenzione.
L’indomani mattina, Jerome ritornò nella parrocchia che tanto aveva disprezzato e partecipò con emozione alla funzione religiosa. Tuttavia, per essere sollevato da ogni peccato commesso doveva confessarsi, per poter infine partecipare all’eucaristia; così, durante la predica del parroco, si diresse verso il confessionale in legno, dove vi avrebbe trovato un altro prete intento ad assolvere i fedeli peccatori, e vi entrò. Qualche istante più tardi, la celebrazione del Natale venne bruscamente interrotta da un urlo terrificante proveniente dal confessionale. Il parroco e i fedeli si voltarono impauriti nella direzione da cui proveniva quel grido raggelante e poterono udire distintamente le ultime parole di Jerome, pronunciate in preda ad un’agitazione incontrollabile.
- La Signora Rossa! -



Estratto dal libro di Andrea Gentili, Il vinile degli orrori, Midgard Editrice

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martedì 6 ottobre 2026

Intervista a Egidio Burnelli

 



Buongiorno, come nasce il libro Un proiettile nel cervello?


“Un proiettile nel cervello” è la mia terza raccolta di poesie che raccoglie i miei spunti, le mie riflessioni e i miei pensieri che vanno dal 2024 al 2025. Sono sempre stato abituato a scrivere poesie, già da quando ero ragazzo. Di norma ne accumulo finché non sento che è giunto il momento di pubblicarle e condividerle con il pubblico.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

 
Le tematiche sono le solite, quelle che tratto da sempre; ossia: ideologie, famiglia, amori, alcol, lavoro, morte. Tutto è messo sul tavolo, senza gerarchie e senza pudore. Come fatto nelle mie due raccolte precedenti, con la scrittura non cerco uno stile preciso, le poesie non hanno rima e non seguo una struttura di versi precisa. Più che altro cerco la verità alternando tenerezza e rabbia, desiderio e disgusto, lucidità politica e sfinimento esistenziale. Sono solo un soggetto fragile, spesso si sente sbagliato, che si osserva mentre cade, ama, odia, ricorda. Per me la poesia è un gesto di resistenza minima; non servirà a cambiare il modo, ma mi permette di vivere dentro l’assurdo di questa umanità.


 
Progetti futuri?

 
Per il futuro sto mettendo a posto un romanzetto giallo e uno horror. Le poesia accompagna ancora la mia vita e sicuramente in futuro metterò insieme nuovi componimenti per dare vita ad una quarta e, forse chissà, pure una quinta raccolta. Anche se è un periodo difficile, in quanto molto impegnato in ambito politico e lavorativo, la scrittura resta uno dei capisaldi della mia vita; che sia un articolo per un giornale, una storia, un romanzo o una poesia. Scrivere è ciò che mi piace fare e continuo a farlo nonostante tutto. 

 

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martedì 29 settembre 2026

Intervista a Patrizio Mezzetti

 



Buonasera Patrizio, come nasce il libro "I miei luoghi"?

Data la mia formazione non letteraria, lo stimolo di produrre una biografia è nato in maniera inusuale. Durante la mia vita adulta, sempre impegnato  con il mondo professionale di architetto ed insegnante, ho continuato ad interessarmi saltuariamente  dell'azienda agraria di famiglia anche operativamente. Durante i lavori  di aratura e sarchiatura, spesso mi portavo dietro l'agenda personale su cui scrivevo brevi pensieri e poesie... il lago di Chiusi, i suoi colori nelle stagioni, i suoi tramonti , ma anche la realtà della popolazione contadina dei  territori limitrofi e di Vaiano,  oltre che di Perugia, mi ha sempre stimolato e prima che alcune sensazioni e riflessioni mi sfuggissero, ho scritto su questa agenda... alla fine mi sono trovato una decina di agende con molti di questi appunti e riordinarli cronologicamente ed ampliarli in ogni aspetto della mia vita mi è  stato spontaneo e direi molto stimolante per intraprendere questo lavoro, anche se  condotto in maniera discontinua...alla fine nel mio PC,  ho dovuto creare una cartella dove tenere questo lavoro che si protraeva nel tempo,  per cui mi è stato spontaneo chiamare la cartella  dove ho conservato il lavoro: "Il libro infinito" ... A parte questo, credo che molti anni di scrittura e correzione siano stati, oltre che impegnativi, molto opportuni per delineare ogni aspetto e contenuto della mia vita, che poi fisicamente è diventato un file in word di un mega e di 360 cartelle... per questo con l'Editore, Dott. Bandini, si è deciso di suddividerlo in due volumi.


Quali sono le tematiche principali dell'opera?

Posso dire con franchezza che le tematiche di questa autobiografia siano molteplici e, come accennato, partendo dai luoghi del paese natio, successivamente i temi si sono ampliati e approfonditi seguendo il mio percorso di studi e di vita.  Direi che possa esistere un filo conduttore nel quale il focus è  la vita delle campagne e della città: un altalenante confronto tra la durezza del lavoro agreste e altre realtà sociali,  tra etica e sofferenza, tra vestigia del passato e modernità, dove un equilibrio sembra diluirsi tra quello che eravamo e quello che vorremmo essere oggi... in questa prima parte mi sono soffermato molto nell'astrarre non solo la dura vita delle campagne, ma ho cercato di elevare questa in una posizione dove ogni materialità rurale trasla attraverso la poetica in un livello di purezza, direi con sincerità,  verso uno stato umano esemplare: il mondo rurale è ed è stato un luogo di incontro e scontro con la natura e gli uomini, ma la tragedia si annulla di fronte alla forza sommessa dove la sincerità, il rispetto e la solidarietà rimangono forza umana esemplare... in questo la poetica ne esalta il ruolo educativo attualizzandolo, non un mito, ma qualcosa da cui noi oggi potremmo recuperarvi non solo emozioni, ma valori...


Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di questa opera?

Direi che il mio vissuto da lettore ha avuto, nel corso della mia vita, un iter che direi molto normale... ma sicuramente dalle letture giovanili di autori come Verne e Salgari, poi sono stato affascinato dalle letture di autori vari di narrativa più  recenti come Guillaume Apollinaire, ma anche dei nostri grandi  narratori e poeti dell'ottocento e primo novecento. Direi che sono stato influenzato anche dagli autori che ho dovuto studiare durante il mio corso di studi in Architettura, per Storia dell'Urbanistica, Storia dell'Architettura e storia dell'Arte . Ma direi che tutti gli autori del realismo italiano mi sono stati d'aiuto, forse anche a livello inconscio... ma dovrei senz'altro associarmi al modo di esprimersi di Fellini, non solo per le sue radici neorealistiche,  ma anche per il suo linguaggio di sintesi espressiva ... ho cercato di sintetizzare con  parole  quello che Fellini ha fatto con la sua cinematografia e fotografia... naturalmente il mio è  stato un modello a cui mi sono attenuto, con la speranza di esserci riuscito...

 

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sabato 26 settembre 2026

Intervista a Tiziano Mario Pellicanò

 




Buongiorno, come nasce il libro Amori et dolori sacrum?

Amori et dolori sacrum è un romanzo che ha preso forma lentamente, attraverso l’osservazione dei luoghi e la consultazione di documenti storici, nel tentativo di ascoltare ciò che quei luoghi ancora oggi sembrano raccontare. Questa edizione rappresenta una versione ampliata e profondamente rivista del testo originario, Villa Lysis, pubblicato nel 2022. Ho sentito la necessità di tornare sulla storia, di approfondirla e di aggiungere episodi, elementi storici e riflessioni psicologiche che permettessero di restituire maggiore complessità ai personaggi e alle vicende narrate. Il punto di partenza è la storia di Ciro, un uomo condannato per omicidio, ma il romanzo non vuole essere soltanto il racconto di un delitto o di una vicenda giudiziaria. Attraverso il suo destino e attraverso lo sguardo dello psichiatra che lo osserva e cerca di comprenderlo, ho cercato di entrare nelle zone più ambigue dell’animo umano. Napoli, con il quartiere della Sanità, e Capri, con Villa Lysis, diventano così molto più che semplici ambientazioni: sono luoghi dell’anima, capaci di conservare la memoria, i traumi, le passioni e i fantasmi di un’epoca.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Al centro del romanzo c’è sicuramente il tema della follia e del confine, spesso difficile da definire, tra follia e ragione. Ciro è un personaggio imprevedibile e istintivo, ma la sua storia non può essere compresa senza guardare alle esperienze che lo hanno formato. L’ambiente della Sanità, la miseria, la superstizione, le violenze familiari e un passato che continua a condizionare il presente. Un altro tema fondamentale è quello della colpa e dell’innocenza. Mi interessava interrogarmi su quanto sia possibile giudicare un individuo senza conoscere ciò che si nasconde dietro le sue azioni. Da qui nasce anche la figura dello psichiatra, che non si limita a osservare il suo paziente, ma cerca di ricostruirne la storia e di comprenderne le motivazioni più profonde. Ci sono poi la memoria, il dolore, la solitudine e le passioni proibite, insieme al rapporto tra individuo e società. Il romanzo attraversa una Napoli segnata da profonde contraddizioni e una Capri che, nella sua bellezza, nasconde altrettante inquietudini. La presenza di figure storiche come il Barone Fersen e di luoghi come Villa Lysis permette inoltre di intrecciare la vicenda narrativa con la storia e con la cultura dell’inizio del Novecento. Rispetto alla precedente edizione, questo romanzo presenta una seconda parte in cui si seguono le vicende di Lucia, la fidanzata del medico, una figura che era rimasta in penombra e con problematiche irrisolte. Ne nasce un racconto nel quale documentazione e invenzione letteraria dialogano continuamente. In definitiva, Amori et dolori sacrum è un’indagine sull’essere umano, sulle sue fragilità, sulle sue ossessioni e sulla difficoltà di separare nettamente vittima e colpevole, ragione e follia, amore e dolore.


Progetti futuri?

È difficile dirlo con certezza. Non ho, al momento, un progetto narrativo definito nei termini di un nuovo romanzo. La mia formazione e il mio percorso sono soprattutto quelli del saggista, e anche quando mi avvicino alla narrativa tendo a farlo partendo dalla ricerca, dai documenti, dalla storia e dall’osservazione della realtà.
Ci sono naturalmente temi, luoghi e figure che continuano a suscitare il mio interesse e che potrebbero, prima o poi, trovare una nuova forma sulla pagina. Ma preferisco non forzare questo processo e lasciare che siano le idee a maturare con i loro tempi.
Dopo un lavoro così impegnativo come Amori et dolori sacrum, sento soprattutto il bisogno di tornare alla ricerca e alla riflessione. Se da queste esperienze nascerà un altro racconto, un saggio o magari qualcosa che sfugga a una definizione precisa, sarà il tempo a dirlo.
Per ora, dunque, non farei anticipazioni. Credo che anche nell’attività di scrittura ci sia un valore nel lasciare alcune possibilità aperte.

 

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