giovedì 29 ottobre 2026

Intervista a Marco Maccagni

 




Buongiorno, come nasce il libro Ciò che giace sotto il fiume?


Più che il ‘’come’’, credo sia importante raccontare il ‘’quando’’. E, a pensarci bene, posso dire che la gestazione di questo romanzo sia stata lunghissima, iniziata molti anni prima che ne scrivessi la prima parola.
Tutto ebbe inizio con il primo libro che ricordo nitidamente di aver letto: ‘’The Pagemaster’’. Fu tra quelle pagine che nacque la mia passione per la lettura e, soprattutto, per i crossover letterari, per quell'affascinante possibilità di far convivere personaggi, mondi e immaginari apparentemente lontanissimi tra loro.
La storia racconta di un bambino che, per riuscire a tornare alla realtà, deve affrontare le proprie paure attraversando i mondi della letteratura e incontrando alcune delle sue figure più iconiche: il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il mastino dei Baskerville, Moby Dick e il pirata Long John Silver.
Credo che sia stato proprio il giorno in cui voltai l'ultima pagina di quel libro che, inconsapevolmente, presi una decisione: prima o poi avrei dato forma alla mia immaginazione, costruendo un universo narrativo tutto mio.
In fondo, Marco Marenghi, il protagonista del mio romanzo, non è altro che il mio alter ego letterario. È quel bambino di ‘’The Pagemaster’’ che non ha mai smesso di esplorare mondi sconosciuti, di confrontarsi con le proprie paure e di cercare risposte.
Un bambino che, nel frattempo, è diventato adulto, ma che continua a crescere e a trasformarsi attraverso gli eventi che vive.
Forse, in definitiva, scrivere questo libro è stato il mio modo di tornare tra quelle pagine, questa volta non più soltanto come lettore, ma come creatore della storia.



Quali sono le tematiche principali dell’opera? 


È un libro di critica sociale, nato dall'esigenza di dare voce a un'indignazione profonda nei confronti di una società sempre più dominata dal nepotismo, dall'opportunismo e dall'individualismo.
Viviamo in un'epoca in cui appare sempre più evidente, e sempre meno necessario nascondere, come gli interessi di pochi, spesso sempre gli stessi, vengano anteposti al bene comune e al benessere della collettività.
Attraverso quest'opera ho voluto esprimere non soltanto la mia indignazione, ma anche quel senso di impotenza che si prova assistendo a un progressivo e apparentemente inarrestabile deterioramento dei valori su cui dovrebbe fondarsi una società civile.
È una riflessione amara sulla nostra discesa verso il nichilismo, sulla progressiva scomparsa della solidarietà e dell'empatia, sull'incapacità sempre più diffusa di riconoscere nell'altro un essere umano anziché un ostacolo, uno strumento o un'opportunità.
Non ho scritto questo libro perché credo di avere delle risposte, ma perché ritengo che smettere di porsi delle domande significhi aver già accettato ciò che stiamo diventando.



Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di quest'opera? 

 

H.P. Lovecraft ha sempre esercitato un'influenza profondissima sul mio immaginario letterario. La sua straordinaria capacità di insinuare nel lettore un senso di angoscia, quasi fisico, di stringergli lo stomaco attraverso ciò che non viene mostrato o che sfugge alla comprensione umana, mi ha sempre affascinato. L'universo e il pantheon che ha saputo creare sono stati, senza dubbio, tra i principali motori della mia passione per la letteratura fantastica.
Un altro autore fondamentale per la mia formazione è Neil Gaiman, del quale ho letteralmente divorato ogni opera. I suoi mondi meravigliosi, sospesi tra realtà, mito e fiaba, hanno alimentato la mia immaginazione. In particolare, è stato *Stardust* a ispirarmi il concetto di Velo, quella sottile separazione tra il mondo che conosciamo e ciò che potrebbe celarsi appena oltre i confini della nostra percezione.
Non posso poi dimenticare Michael McDowell, autore forse meno conosciuto di quanto meriterebbe e prematuramente scomparso, capace di raccontare un Sud americano dalle atmosfere cupe, sporche e viscerali, popolato da personaggi e ambientazioni che sembrano trasudare decadenza. La sua capacità di rendere il degrado quasi tangibile è qualcosa che ho sempre ammirato.
E naturalmente Anne Rice, con le sue *Cronache dei vampiri*, una saga della quale mi sono letteralmente innamorato. I suoi personaggi, tormentati, malinconici, bellissimi e profondamente contraddittori, mi hanno insegnato quanto anche una creatura mostruosa possa essere straordinariamente umana. È proprio questa complessità emotiva a rendere i suoi protagonisti indimenticabili.
Guardando alla letteratura italiana, adoro Luca Terenzi e la sua fantasia fuori dal comune. Considero la *Trilogia dei dannati* una delle saghe fantasy contemporanee più interessanti, divertenti e innovative, capace di intrecciare immaginazione, ironia e originalità narrativa.
Ma se dovessi indicare un solo nome, quello dello scrittore che più di ogni altro ha segnato il mio modo di concepire la letteratura, non avrei dubbi: Valerio Evangelisti.
Per me Evangelisti è stato un autentico genio visionario, un autore capace di costruire universi narrativi potentissimi senza mai rinunciare al significato profondo delle proprie storie. Nei cicli di Eymerich e dei Pirati ho trovato qualcosa che raramente ho incontrato altrove: la capacità di fondere immaginazione, storia, inquietudine e critica sociale in opere tanto ambiziose quanto coinvolgenti.
È probabilmente da lui che ho tratto uno degli insegnamenti più importanti: la letteratura fantastica non deve necessariamente essere una fuga dalla realtà. Può diventare, al contrario, uno degli strumenti più potenti per raccontarla, metterla in discussione e denunciarne le contraddizioni.
Ed è proprio questo ciò che, nel mio piccolo, ho cercato di fare con il mio romanzo.

 

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lunedì 26 ottobre 2026

Intervista a Christian Lamberti

 


 

Buongiorno, come nasce il libro Il Morgante di Pulci?


Buongiorno. Dunque, il saggio nasce come ampliamento della mia tesi per la laurea Magistrale in Filologia Moderna. A sua volta, l’idea per la tesi è derivata da una profonda fascinazione per un’opera unica, spesso ingiustamente sottovalutata, del Quattrocento italiano: il Morgante di Luigi Pulci. L’idea di fondo è quella di andare oltre la semplice lettura goliardica o del divertissement di corte a cui l’opera sembra tendere. Occorre piuttosto restituire giustizia a un autore straordinario, vissuto ai margini di quell’ambiente laurenziano che, dopo averlo celebrato come animatore e maestro di poesia, finì per emarginarlo e bollarlo come eretico.
Il libro prende le mosse da un’analisi storico-letteraria che inquadra il fermento culturale della Firenze medicea. Nel XV secolo la Toscana vantava un primato assoluto nella produzione e nella diffusione di cantari e romanzi cavallereschi, alimentato anche dalla propaganda politica dei Medici e dalla moda locale di millantare legami dinastici con la stirpe carolingia. 
Fu Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, a commissionare a Pulci un poema che celebrasse le gesta di Carlo Magno. Tuttavia, la penna di Luigi prese una direzione del tutto inaspettata: anziché un encomio rigido e convenzionale, ne scaturì un capolavoro irriverente, vitale e sovversivo, scritto in ottava rima.
Il saggio si propone quindi di ripercorrere la genesi e lo sviluppo di questo monumentale poema – geniale riscrittura del ciclo carolingio conclusosi sulla tragica rotta di Roncisvalle – esplorando le due grandi direttrici che lo animano: da un lato la parodia dissacrante dell'epica, dall'altro una sperimentazione linguistica per nulla convenzionale, testimoniata anche dallo studio del Vocabulista (primo prototipo di vocabolario italiano in lingua volgare) redatto dallo stesso Pulci. È un viaggio dentro le contraddizioni di un autore all’avanguardia, capace di fondere il sublime con il triviale, l’epico con il parodico.



Nel sottotitolo dell’opera parli di Innovazione e sovversione dell’epica cavalleresca. Che ci puoi dire a riguardo?


Questi due termini rappresentano il cuore pulsante del mio saggio, nonché l’essenza stessa dell’operazione letteraria compiuta da Luigi Pulci. Parlare di innovazione e sovversione significa riconoscere al Morgante il merito di aver scardinato gli schemi rigidi e formali della tradizione precedente, rappresentata dalle chansons de geste e dai cantari tradizionali.
Prima di Pulci, l'epica carolingia e la materia cavalleresca godevano di un’aura di solennità inscalfibile, funzionale alla propaganda religiosa delle crociate e alla glorificazione dei codici feudali. Orlando era il martire cristiano per antonomasia, il santo guerriero la cui morte a Roncisvalle assurge a estremo sacrificio dalle palesi valenze teologali. Pulci prende questo impianto mitopoietico e lo ridefinisce utilizzando il cesello della parodia e del grottesco.
Tale ridefinizione si concretizza innanzitutto nella creazione di un vero e proprio teatro dell’antieroismo. I protagonisti non sono più i paladini immacolati e devoti, ma figure sfaccettate dai risvolti picareschi, paradossali e carnali: si pensi al gigante Morgante, convertito rocambolescamente e legato a una fisicità e a un carattere debordanti; al mezzo gigante Margutte, esilarante e cinico apostolo di una "religione" fondata sulla divina Trinità del fegatello (il padre), del tortello (il figlio) e della torta (la madre); o ancora al demone Astarotte, un raffinato e spregiudicato osservatore della storia umana, capace di disquisire di teologia e filosofia con una lucidità disarmante.
A ciò si aggiunge un’innovazione stilistica e linguistica senza precedenti. Pulci non si limita a riutilizzare i topoi della tradizione, ma fonde il registro alto e quello basso, il sublime e il triviale, attingendo a mani basse dai gerghi popolari, dal furbesco e dai linguaggi settoriali. Il risultato è un’opera ibrida e vitalistica, nella quale la distruzione dei modelli tradizionali non è nichilismo, ma l'atto di nascita di una modernità letteraria spregiudicata e geniale.



Nell’appendice descrivi Pulci come un antesignano dell’heroic fantasy. In quale senso precisamente?


L'appendice del saggio (Il crepuscolo degli incanti. Pulci, antesignano dell’Heroic Fantasy) rappresenta forse la provocazione critica più stimolante dell'intero lavoro. Sostengo che il Morgante possa essere considerato a tutti gli effetti il nobile e lontanissimo antesignano di quel genere che oggi chiamiamo heroic fantasy (afferente al cosiddetto low fantasy), anticipando di secoli dinamiche narrative che oggi spopolano nelle librerie, quali ad esempio il dark fantasy o il grimdark (qualche autore rappresentativo: George R.R. Martin, Joe Abercrombie, Andrzej Sapkowski).
Nel saggio spiego come l'heroic fantasy celebri cavalieri, mostri e divinità costretti a coabitare in mondi ostili, dove l'accento cade sul trascendente terrifico, sulla violenza, sulla passionalità carnale e sulla rottura dei codici di un decoro ormai anacronistico. I protagonisti non sono paladini imbalsamati, ma "anticavalieri" o antieroi tormentati, spesso ai margini, che lottano per sopravvivere in un contesto spietato dove non esistono confini netti tra il bene e il male.
Pulci fa esattamente questo già nel Quattrocento: demolisce l'astrattismo eroico della vecchia cavalleria e proietta i suoi personaggi su un palcoscenico sgangherato, rivitalizzandoli grazie a un copione che passa in rassegna il canagliesco, la trattazione poco ortodossa del canone religioso, un codice morale affatto edificante. 
Nel Morgante troviamo già tutti gli stilemi del genere: la quest (il viaggio avventuroso), i combattimenti brutali contro creature mostruose (giganti, demoni, basilischi), l'uso di armi e oggetti dotati di una forte carica simbolica o magica (come il battaglio o le spade leggendarie), un umorismo nero che innerva la tensione epica.
Accostare Pulci ai moderni maestri della fantasia eroica significa restituire al suo capolavoro una prospettiva di straordinaria attualità. Chi ama le atmosfere epiche, cupe e avventurose del fantasy contemporaneo troverà nel Morgante l’inaspettata matrice mediterranea da cui tutto ha avuto inizio.

 

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mercoledì 21 ottobre 2026

La felicità profuma di panettone

di Daniela Spattini.

 

 


 

 

Sono venuto al mondo in una fresca notte di giugno, in una tipica fattoria australiana, di quelle che si vedono nei film. La mia prima casa si trovava in un posticino dimenticato da tutti alle porte di Warwick, nell’entroterra selvaggio del Queensland, ma ricordo che l'erbetta era verde e sentivo il venticello sfiorarmi delicatamente il nasino. Sono nato felice, entusiasta di iniziare la mia vita. Quante cose c’erano da imparare, vedere, conoscere, sperimentare! 
 
I primi giorni ero solo un batuffolo buffo ed impacciato, e me ne stavo appiccicato ai miei sette fratelli e sorelle, mentre la nostra mammina ci riscaldava e ci dava il suo lattino per farci crescere sani e forti. Si chiamava Jade, ed era stupenda. Le ho voluto un bene immenso e non me la dimenticherò mai. Ci ha insegnato lei le primissime cose che c’erano da imparare, è stata lei a farci scoprire quant’erano dolci le leccatine reciproche, ed è grazie a lei che abbiamo capito quant’era bello starsene raggomitolati tutti assieme, al calduccio. Ci ricopriva di attenzioni e non ci mollava di vista per un secondo, era premurosa e tenera, protettiva e luminosa - come una coperta calda in pieno inverno o il primo raggio di sole dopo giorni di pioggia. 
Non appena ho mosso i miei primi passi, ho cominciato ad esplorare il mondo al di fuori della mia cuccia, e mi sono ritrovato davanti a tanti animaletti strani e buffi, molto diversi dai miei fratellini. Saltavano su due zampe lunghe e piatte e alcuni portavano i loro piccoli nella pancia - erano davvero particolari! Erano morbidi e simpatici, alcuni più piccoli e fulvi, altri rossi e più grandi. Solo qualche tempo dopo avrei visto due esemplari imponenti affrontarsi in uno scontro di boxe, ma questa è un’altra storia. 
Questi animaletti saltellanti mi lasciavano avvicinare senza scappare, a differenza delle galline, che starnazzavano impaurite correndo di qua e di là, senza capire che non le avrei mai mangiate – perché non potrei mai far del male a nessuno, nemmeno ad una mosca. Oddio, ho detto una bugia. Una volta volevo tanto giocare con il mio amico grillo: lui mi saltava intorno felice e io, con la mia zampetta, seguivo i suoi movimenti. Abbiamo giocato così per un po’, lui a fare su e giù e io a imitarlo, finché per sbaglio non l'ho calpestato e lui ha smesso di saltare. Non ha più fatto niente e io son rimasto così, incredulo e senza capire cosa fosse successo. Mi si è spezzato il cuoricino… non l’avevo fatto apposta, io volevo solo giocare con lui… 
 
Ad ogni modo, ho fatto tantissimi giochi con i miei amici canguri e wallaby, soprattutto con i cucciolini della mia stessa età. Saltavamo insieme, ci rotolavamo nell’erba, ci rincorrevamo e ci mordicchiavamo a vicenda.  
A volte, insieme ai cangurotti e ai miei fratellini più audaci, andavo a salutare le mucche che abitavano nella nostra fattoria. Nonostante fossero miti e pacate, erano talmente grosse e imponenti che ci incutevano un certo timore, e ci tenevamo sempre a debita distanza. Ci raccontavano di quando venivano lasciate libere a pascolare placidamente nei campi circostanti – campi infiniti, caldi, silenziosi. E ci dicevano quanto adorassero la pace di quei pascoli, la tranquillità del vento caldo, il profumo terroso del suolo rosso. Poi muggivano bonariamente – dicendoci quanto fossimo fastidiosi noi piccoli animaletti vivaci, e ci invitavano graziosamente ad andare a giocare da qualche altra parte.  
 
Allora andavamo ad importunare i due cavalli, che ci guardavano con quell’aria paziente e un po’ annoiata di chi ha già visto tutto. Erano alti e maestosi, con le criniere mosse dal vento e gli occhi profondi e tranquilli. Noi saltellavamo lì attorno, ma a loro non interessavamo minimamente: ogni tanto ci degnavano di uno sbuffo dalle narici o di un leggero colpo di coda, e anche solo farli voltare verso di noi ci sembrava una grande vittoria.  
A fine giornata, sfiniti, io e i miei amici ridevamo sdraiati a pancia all’aria, esausti da tutte le nostre attività. Erano giorni felici e spensierati, le giornate erano fresche e piacevoli… ma iniziavo a percepire una strana sensazione, come se avessi bisogno di qualcosa di più, anche se non sapevo bene cosa fosse.  
 
Mi sono tenuto dentro questa sensazione di mancanza, di nostalgia non del passato ma di qualcosa che doveva ancora venire. Intanto, però, non ho perso tempo nel diventare un furbino e combinarne di tutti i colori. Quei dentini che crescevano non mi davano pace… un prurito continuo, un’irresistibile voglia di mordicchiare qualunque cosa mi capitasse sotto il naso, un’energia infinita… niente era più al sicuro. E così, giù a mordere tutto quello che trovavo attorno a me!  

Addio spazzole, scarpe, asciugamani dimenticati fuori un minuto di troppo. Addio divano, oggetto fantastico e irresistibile, che ho scoperto esistere quella volta che sono riuscito a sgattaiolare in casa della mia allevatrice: senza nemmeno pensarci un istante, preso dall’istinto e dall’euforia, mi sono lanciato ad azzannarlo come se non ci fosse un domani. Stanco ma fiero, l’avevo fatto fuori come un piccolo guerriero alla sua prima vittoria, e soddisfatto osservavo i brandelli di spugna e di stoffa svolazzare ovunque come coriandoli, inconsapevole che un giorno avrei imparato a rispettare – e persino adorare – questo mobile così straordinario. 
Addio anche ai giochi pacati con i miei fratellini, con i canguri e con i wallaby – stavamo crescendo e ormai i nostri dentini si erano affilati per bene, e non appena si esagerava un po’ – AHI! E allora via a cercare qualcos’altro da infilzare. Bastava un angolo di legno, una corda, un pezzo di stoffa penzolante: tutto poteva diventare il bersaglio perfetto per i nostri attacchi da cuccioli pieni di vita.  



Estratto dal libro di Daniela Spattini, La felicità profuma di panettone, Midgard Editrice

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martedì 20 ottobre 2026

Thackery Hightop, la storia del Cappellaio

 di Livia Murph.

 

 


 

 

 

C’era silenzio nella Sala del Tè.
Non il silenzio gentile che accompagna il sonno…
Ma quello denso e strano che arriva solo quando un sogno sta per morire.
Tutto era immobile.
La teiera fumava ancora, eppure il vapore non si muoveva. Le tazze sospese a mezz’aria, bloccate a metà di un brindisi che non arrivava mai. I cucchiaini, fermi come soldati sotto incantesimo.
E sul tavolo, il suo vecchio nemico: l’orologio del Coniglio Bianco.
La cassa era aperta. Il ticchettio assente. Le lancette – 6 e 6 – come due coltelli piantati nel cuore del tempo.
Un tempo che aveva smesso di battere.
«È tardi,» sussurrò il Cappellaio, le dita macchiate d’inchiostro che tremavano leggere. «Ma nessuno corre più. Nemmeno lui.»
Si guardò intorno. La sedia della Lepre Marzolina era vuota, ancora coperta da brandelli di ragnatela fatta di zucchero filato. Il Ghiro? Scomparso. O forse mai svegliato.
E del Coniglio… solo l’eco. Solo l’odore lontano di lavanda e paura.
Il Cappellaio passò una mano fra i capelli, scompigliandoli ancora di più.
Sentiva che qualcosa stava cambiando. Il Mondo delle Meraviglie perdeva pezzi. I colori si scolorivano. I fiori ridevano meno. Il cielo non cantava più.
— «Stanno dimenticando. Tutti. Anche lei…»
Chiuse gli occhi.
Alice.
Quel nome aveva un sapore dolce amaro sulla lingua, come marmellata dimenticata troppo a lungo in un armadio.
Lei gli aveva sorriso, un tempo. Nei sogni. Nei sogni di quando erano bambini, quando il mondo reale era ancora un’ombra e la fantasia era un regno.
La vedeva ogni notte. La cercava anche da sveglio.
Ma ora… ora era diverso. Lei non sognava più. E lui… lui non sapeva se fosse mai stato davvero reale.
S’alzò dalla sedia. Il suo cappello, alto e sproporzionato, oscillava leggero sulla testa come un pensiero instabile.
Camminò fino all’armadio.
Lo aprì.
All’interno, il tempo dimenticato: scampoli di ricordi, biglietti mai spediti, una sciarpa color ciliegia che profumava ancora di infanzia. E sotto tutto questo, una scatola. Piccola. Di legno scuro. Legata con un nastro rosso, come una ferita ben chiusa.
La aprì. Lentamente. Come se stesse aprendo sé stesso.
Dentro, una chiave.
Fatta di porcellana, screziata, fragile. Il manico inciso a mano, con lettere traballanti: Alice.
Il Cappellaio la prese tra le dita.
In quel momento, il Mondo delle Meraviglie si frantumò.
Non con un rumore, ma con un sospiro. Come se l’universo avesse trattenuto il fiato troppo a lungo.
Chiuse gli occhi.
E fu bambino.

“Thackery! Vieni! Vieni a giocare!”
La voce di Alice riecheggiava tra gli alberi in fiore.
Il cielo sopra di lui era azzurro e semplice. Non c’erano carte volanti, né orologi crudeli. Solo lei. E lui.
Due bambini. Due sognatori.
Uno destinato a restare. L’altra a dimenticare.


Estratto dal libro di Livia Murph, Thackery Hightop, la storia del Cappellaio

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giovedì 15 ottobre 2026

Intervista ad Anna Agostini

 



Buonasera Anna, con il racconto Il segreto della cartolina hai vinto il Premio Midgard Narrativa 2026, complimenti. Ce ne vuoi parlare? Come nasce?

Salve.
Partendo dalla premessa che il racconto doveva inserirsi su una tematica del fantasy-horror, così come prevedevano le condizioni del concorso Midgard Narrativa, ho optato per il fantasy puro privilegiandone le dinamiche e sposandone quelle che potevano meglio adattarsi alla mia personalità tenendo sempre conto di muovermi su un genere nel quale una vicenda vera o quanto meno verosimile si affianca a mondi immaginari e ne viene poi a poco a poco sormontata, fagocitata quasi.
La low fantasy, che, come noto, si differenzia dall’epic ed è per l’appunto il contesto nel quale si muove la mia storia, ne è uno dei principali sottogruppi: solitamente si esprime con il mostrare nel mondo concreto, potremmo dire “di tutti i giorni”, l’improvvisa irruzione di taluni eventi dall’apparenza, se non magica, almeno sovrannaturale dando luogo a una sorta di mix tra il vero ed il possibile, ad una sorta di slalom tra una sequenza specifica di fatti e un “dietro le quinte” che gioca tra le coincidenze ed il mistero.
I personaggi del mio racconto si inseriscono tutti all’interno di una ambientazione urbana contemporanea dove la Francia, paese a me molto caro, si presta a piacevole sponda mentre la letteratura ottocentesca anglo-americana ne colorisce i passaggi più significativi con la forza dei contenuti e della musicalità delle sue liriche che mi sono parse, al momento della scrittura, l’ossigeno e la forza trainante della trama fantastica che andavo pian piano sviluppando.
Ho deliberatamente sostituito il senso dell’orrido e dell’esageratamente esplosivo, pur se specifico di molta parte di questo filone di narrativa, con altro tipo di “magia”, se così vogliamo chiamarla: quella, più soft, dei poeti e scrittori romantici che, in modo diretto (penso ad Edgar Allan Poe, per esempio) o solamente in sottofondo, hanno avuto il merito di spruzzare un po’ di polverina magica al contenuto apparentemente normale del testo rendendolo capace, nei passaggi d’effetto, di sfilarsi dalla realtà e dalla quotidianità cui lo rimandavano gli anonimi personaggi, e “di volare” anch’esso sul fantasy.  Un fantasy, peraltro, che bussa anche alla porta della narrativa d’investigazione, su cui si basa per gran parte proprio la genesi della “cartolina”, ed affronta fra le righe la paradossale analogia tra la marginalità di un personaggio (nel caso del mio racconto, l’anonimo protagonista, collezionista di stampe e libri antichi) e la straordinarietà degli eventi che il Caso (o chi per esso) consegna nelle sue mani.



Quali sono gli scrittori che ti piacciono e ti ispirano particolarmente?

Chiedere a chi scrive, ma anche a chi legge assiduamente, una classifica o una lista degli Autori che ama o che apprezza più degli altri mi sembra davvero impossibile. Ciò non solo per la vastità delle opere letterarie di tutti i tempi e, in particolar modo, del tempo presente che offre al lettore una scelta incredibile di firme, di generi e di testi in vari modi appetibili e riconducibili alla propria identità ed esperienze, ma anche perché il soggetto che sceglie non è un qualcosa di fisso, stereotipato, pronto come un manichino a raccogliere il contenuto di una lettura e successivamente a non spostarsi di un centimetro dalle sue posizioni originarie. 
Siamo tutti consapevoli come ogni esperienza, anche la più piccola, muova sempre l’individuo e lo faccia camminare lungo un tracciato, proprio come se girasse in un film una scena alla volta. Dunque: poiché cambiano i gusti, le situazioni, le inclinazioni di ciascuno di noi, conseguentemente l’ipotetica lista degli scrittori più o meno graditi è destinata ad oscillare e variare giorno dopo giorno.
Cosa voglio affermare con questo? Non certo di voler eludere la domanda ma, considerata l’abbondanza di scelte che oggi abbiamo sotto gli occhi, sottolineare quanto sia inutile e difficile puntare alla bontà dei singoli nomi senza farli precedere da un riferimento di massima, da un sottotitolo di classificazione che in qualche modo li definisca e li delimiti. Che so? Il genere letterario: narrativa pura, saggistica, lirica, biografia, cult, eccetera eccetera……; la nazionalità: europea, americana, sudamericana…; il periodo storico di riferimento: antico, classico, moderno, post-moderno… e così via. 
Non si può oggettivamente porre sullo stesso piano, e quindi “preferire”, un autore dell’ottocento con un altro del nostro tempo, ad esempio. O entusiasmarsi “allo stesso modo” per uno dei cosiddetti “romanzi di formazione” con quello vincente dell’ultimo Premio Strega. 
D’altra parte è anche del tutto evidente che non possono nemmeno mancare nella lista di gradimento i primi della classe, quei nomi con la N maiuscola che nemmeno provo a trascrivere qui perché sarebbe banale e superfluo (preciso solo, a questo proposito, che personalmente tengo in borsa una edizione blu, tascabile, dei sonetti di Shakespeare, acquistata un giorno lontano direttamente a Stratford). 
Detto questo, gli autori che ammiro sono veramente tanti e qualche nome lo posso e lo voglio fare. Mi viene subito in mente Virginia Woolf e il suo romanzo autobiografico “Gita al faro”. 
La amo per essere stata una raffinata esponente del movimento chiamato “flusso di coscienza” laddove ella, in linea con le dinamiche lanciate dal movimento stesso, elimina la forma comune di dialogo diretto e porta l’attenzione della trama delle sue storie al monologo interiore dei protagonisti. 
Altra scrittrice che ho riletto più volte: Marguerite Yourcenar e le sue indimenticabili “Memorie di Adriano”: testo talmente vivido e reale da sembrare una biografia vera e propria più che un romanzo storico.
Vado adesso un po’ a raffica zigzagando qua e là con la memoria: Jack Kerouac, per gustare fino in fondo il mito della beat generation; Antonio Scurati, punto di riferimento del saggio storico-politico dell’Italia di ieri vista con lo sguardo e la consapevolezza di oggi; Maurizio De Giovanni e le serie dei suoi celebri gialli che sanno però nello stesso tempo di tenerezza e di poesia; Stephen King, campione indiscusso del brivido e dell’horror. Senza contare la suggestione dei maestri svedesi del noir come Stieg Laarson o Camilla Lackberg. Senza contare gli insegnamenti di due grandi filosofi del nostro tempo: Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.
Come si vede, a proposito di autori che mi hanno procurato in modo diverso sensazioni forti ed emozioni vivide, nel rispondere alla domanda ho mescolato tempi, stili e generi diversi omettendo peraltro tanto altro: tanti altri Autori che ho nella mente e nel cuore ma che mi sarebbe impossibile trascrivere ora senza incappare in vuoti di memoria e soprattutto in una interminabile e monotona sequenza.
Un’ultima considerazione in proposito: mi ha certamente ispirato, nella stesura del racconto, l’opera Neverwhere dell’inglese Neil Gaiman poiché in essa, da un lato, si affrontano importanti questioni psicologiche e sociali come l’alienazione, il potere e il gap esistente tra l’ordine civile e il caos primordiale; dall’altro lato, si esprime il concetto della coesistenza di due mondi paralleli nello stesso spazio geografico, tesi molto aderente al genere urban al quale, come detto, ho voluto qui rapportarmi.  


   
Quali sono i tuoi progetti futuri?
     
Attualmente sto scrivendo una serie di racconti ambientati nel mondo affascinante delle auto d’epoca e degli showroom museali che le accolgono e le sponsorizzano. Motivo: la pressione di un amico appassionato di quel mondo ed in contatto con la stampa delle principali pubblicazioni del settore.
In cantiere c’è pure un monologo teatrale a spessore psicologico dove realizzo un dialogo surreale vissuto dallo stesso protagonista nelle sue due diverse nature: materiale e introspettiva, in cui si incrociano i contrastanti desiderata dell’una e dell’altra dimensione. 
E poi… e poi c’è il sogno nel cassetto: una sorta di diario autentico indirizzato ad un soggetto ben definito, corredato di ricordi e di particolari minuziosi segnati nel tempo e destinati a rimanere scolpiti nella mente di chi scrive e del suo destinatario. Naturalmente quest’ultimo progetto non diventerà mai un’opera pubblicabile per evidenti motivi di privacy ma non solo: per la consapevolezza delle parole racchiuse nel segreto le quali generano forza e sono fonte di energia per altre opere future.


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mercoledì 14 ottobre 2026

Intervista ad Alessandro Bonanni

 



Buongiorno, come nasce il libro E poi però (Perdonabile)?

Salve, il libro in oggetto nasce da una riflessione sulla fragilità della vita di coppia esposta a tanti rischi con il passare degli anni insieme. 
Del resto siamo tutti imperfetti, a volte non sinceri con l'altro/a e neppure con noi stessi.



Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il tema è l'amore: l'amore carnale, coniugale, virtuale, mercenario, l'amore tradito, l'amore testardo e l'amore risorto, l'amore senza sesso e con sesso; insomma, le varie declinazioni dell'amore.
Poi si parla di malattia e di quasi-morte, di tradimenti, ma soprattutto di perdono.



Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di quest'opera?

Non credo di essermi ispirato a un romanzo o a uno scrittore in particolare. 
Amo Carrère, mi piacciono i racconti della Munro, McEwan e tanti altri.
Leggo di tutto, ma non la saggistica.

 

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lunedì 12 ottobre 2026

Avventure e disavventure del ragionier Nevio

 di Gianfranco Fungardi.

 

 


 

 

 

Furono mesi di gioia. Alla casa del popolo lo vedevano raramente, se non per cercare qualche amico da portare nelle sue scorribande e in qualche rara sera per riposarsi.
Nell’amico Franco aveva sempre una spalla su cui contare, spesso si vedeva una Simca verde sfrecciare lungo le strade con i finestrini aperti e due ragazzi con i capelli al vento che ridevano come matti.
Non era passato nemmeno un anno e Nevio aveva già percorso più di sessantamila chilometri. Quella macchina non dava più le soddisfazioni di un anno prima, troppo lenta, tendeva a scivolare di coda se prendevi le curve troppo veloci.
Una sera attese Franco all’uscita di casa, lo fece salire sulla macchina e partì senza parlare.
< O Nevio, che sei rimasto senza parole?
< Ascolta Franchino, ma questa macchina che ti piace?
< Mi sembra una vasca da bagno lo sai.
< Ho deciso di cambiarla, me la dai una mano a cercarne una più raffinata e più veloce.
< Come la vuoi? Berlina, familiare o sportiva.
< La voglio che sia bella, che vada veloce e regga la strada come una sportiva di lusso e che costi poco.
< Prova a mandare una letterina a Babbo Natale, ci sta che lui te la costruisca e a Natale te la porti.
< Accidenti a te, ma è possibile che non si faccia un discorso serio con te.
< O grullo, se tu chiedi l’impossibile io e un  t’aiuto; andiamo a vedere qualche concessionario e valutiamo un po' di modelli.
< Allora domani alle tre vengo a prenderti e si va a fare un giro. Se tu lavori datti malato perché non si può rimandare.
Il pomeriggio dopo, Nevio uscì dal lavoro, arrivò a casa dove la mamma aveva preparato pastasciutta al sugo e coniglio fritto, mangiò due fili di pasta e un cosciotto di coniglio, mentre sua mamma strillava che non avrebbe più cucinato, si lavò mani e viso e alle due e mezza era già in macchina.
Erano le due e quaranta quando Franco sentì un suono insistente di clacson e scese in strada senza guardare o chiedere chi era.
< Accidenti a te Nevio, ma che suoni, la tu mamma non ti dà niente da mangiare. Dove vuoi andare a quest’ora che sono tutti chiusi.
< Intanto si guardano le vetrine, se si vede una macchina bella si va a chieder quanto costa.
< O Nevio, così ci vuole un mese, non ti potresti schiarire il cervello.
< O Franchino, io lo so che voglio, bella, veloce e che costi poco.
Era inutile parlare con Nevio quando aveva in testa una cosa. Si accomodò sul sedile e lasciò che andasse dove voleva.
Tornarono a casa alle sette e mezza con quattro concessionari visitati.
< O Franchino che ti s’è seccata la gola e un tu dici più niente.
< Che ti devo dire, sono stanco.
< Che è colpa mia se non ho visto una macchina giusta.
< Ma che macchina vuoi? Abbiamo visto Alfa Romeo, bella ma cara, la Lancia, troppo da famiglia, la Fiat da operai e alla Opel tu gli hai mangiato mezza scatola di caramelle.
< Ma erano buone, come facevo a smettere con quella bella signora che continuava a dire, prenda, prenda.
Domani alla stessa ora ti passo a prendere, mi raccomando non mi fare il bidone.
Il giorno dopo alle due e quarantacinque, Nevio suonava il clacson sotto casa di Franco.
< Sveglia Franchino, la macchina nuova ci aspetta. Oggi si trova quella giusta. Stanotte ho scritto a Babbo Natale e mi ha detto che è pronta per me.
Partirono ridendo con i finestrini aperti e i capelli al vento.
Nevio era Nevio e con lui non si sarebbe salvato nemmeno Babbo Natale.
Entrarono alla Peugeot ma non trovarono niente che soddisfacesse le aspettative di Nevio. 
Mentre stavano andando verso un'altra concessionaria, Nevio frenò bruscamente, mise la retromarcia e si fermò davanti ad una vetrina messa in disparte alla fine del paese.
< Franchino, guarda che bella che è quella. Andiamo a sentire quanto costa, voglio quella.
In vetrina, c’era una Porche nera con i cerchioni argento che brillava da fare impressione.
< Te tu hai il cervello bacato, lo sai quanto costa quella, riparti prima che ci vedano con questa carretta.
< Ma sentiamo quanto costa e si va via.
< Nevio, se ti va bene sono ottanta milioni, te ce l’hai
ottanta milioni.
Senza dire più niente, mise in moto la macchina e partì per la fermata successiva.
Entrarono in un salone dove avevano più marche di auto e si misero a guardare accolti da un simpatico venditore.
< Buonasera ragazzi, posso fare qualcosa per voi?



Estratto dal libro di Gianfranco Fungardi, Avventure e disavventure del ragionier Nevio

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