di Chiara Cenci.
Quella mattina Marta, prima di prepararsi, guardò pigramente fuori dalla finestra: il viale antistante la sua casa era tempestato di oro e di rosso, amava i colori vivaci dell’autunno. Dopo aver fatto colazione, indossò un maglione color ocra, in sintonia con le tonalità della sua stagione preferita, affondò le sue dita affusolate nella morbidezza del cashmere, amava quella sensazione, i pantaloni color prugna le calzavano a pennello, e gli stivaletti alla moda slanciavano la sua armoniosa figura. Il suo sguardo indugiò a lungo sull’ovale incorniciato dal caschetto rosso: sì, decisamente il coraggio l’aveva premiata, il nuovo taglio e colore di capelli facevano risaltare “la fitta boscaglia impenetrabile”, così il caro amico Giovanni aveva definito i suoi occhi e il suo sguardo, spesso cupo e triste, come in quella fredda mattina autunnale. Si lasciò inebriare dalle folate di vento fresco; a terra le foglie dalle mille sfumature sembravano disegnare l’ordito di un tappetto orientale simile a quello che campeggiava nel suo salotto. Ebbe la sensazione di camminare nei colori, come se un quadro di Monet prendesse vita improvvisamente e lei si trovasse proprio in mezzo alle pennellate. Marta arrivò trafelata e un po' contrariata allo studio; mentre apriva la porta, si soffermò ad ammirare la targa dorata con il suo nome, per lei era sempre motivo d’orgoglio vedere incise le lettere che indicavano la sua professione “PSICOLOGA”. Le ritornavano in mente le parole di una sua paziente, poche frasi, ma incisive, che davano spessore e significato alla sua scelta: “Fidandomi di te, ho ritrovato la mia anima, è stata sempre nello stesso posto, però io non la percepivo, lei aveva seguito strade diverse, quelle indicate dagli altri. Ma io non sono gli altri, io non volevo quella vita che per tutti era la migliore, io ne volevo una diversa, atipica. Tu mi hai fatto recuperare la mia anima, che si era ammalata, mi hai costretto a guardarmi dentro, è stato un percorso lungo e doloroso, costellato di decisioni scomode, ma alla fine la mia anima si è risvegliata da un lungo assopimento, tu l’hai scossa, io ho ripreso in mano il mio timone per veleggiare verso il mare aperto, mentre una nuova brezza mi sferzava, dandomi vigore”. Si sentiva uno strumento di liberazione delle anime, quante belle anime aveva salvato dalla prigionia! Sì, era quella la sua missione. Mentre era assorta nelle sue riflessioni, lo squillo del cellulare la riportò alla realtà. “Buongiorno dottoressa Vecchi, sono il commissario Belleri, devo comunicarle una notizia della massima urgenza”. Marta si accasciò sulla poltrona dello studio, “Dio mio, che cos’è successo?” Proferì quelle parole con un filo di voce, era attonita e sconvolta, nella sua mente si accavallarono tanti pensieri tutti nefasti e confusi, stava tremando. “Mi dica, è capitato qualcosa di grave a un mio familiare? Forse a un conoscente? Mamma mia!” “Dottoressa deve venire il più rapidamente possibile qui in Questura dove le daremo spiegazioni dettagliate.” Marta si precipitò fuori dallo studio, aprì lo sportello della macchina e si mise alla guida dell’autovettura con un’agitazione tale da temere di non essere in grado di percorrere quei pochi chilometri che la separavano dal Commissariato di Polizia. Arrivò trafelata, all’ingresso si presentò a un poliziotto che la condusse dal commissario. Il dottor Belleri, un uomo sui cinquant’anni, dalla corporatura massiccia, l’accolse rivolgendole alcune domande in modo asciutto e distaccato: “Dottoressa, purtroppo, è accaduto un fatto grave: è avvenuto un omicidio nel centro storico, presso un’oreficeria abbiamo rinvenuto il cadavere di un uomo assassinato probabilmente nella serata o nottata di ieri.” “Oh mio Dio!” Gli occhi di Marta si spalancarono mentre inghiottiva la saliva con difficoltà. “Lei conosceva un certo Luigi Mecci?” “Sì, è un mio paziente, sono la sua terapista, mio Dio! È stato ucciso lui, immagino.” “Sì, purtroppo, l’abbiamo contattata perché, controllando il suo cellulare, ci risulta che lei sia stata una delle ultime persone chiamate dall’uomo”. “Sì, è venuto nel mio studio ieri pomeriggio per una seduta di psicoterapia. Pover’uomo, mi sembra impossibile che abbiano assassinato una persona gentile e innocua come Luigi”. Marta rispose ad alcune domande rivoltele dall’inquirente sugli orari del colloquio, soffermandosi su alcuni particolari che avrebbero aiutato l’ispettore a comprendere il vissuto e la personalità di Luigi. L’uomo era spesso timido e imbarazzato e manifestava frequentemente difficoltà a parlare di sé. Era una persona semplice: il suo abbigliamento non aveva nulla dell’estro degli artisti, sembrava quasi trascurato, indossava sempre un cappotto grigio un po’ consumato che avvolgeva il suo corpo esile. Le aveva confidato più volte di non riuscire a vivere serenamente poiché il rapporto con alcune persone era fonte di ansia. Era un uomo insicuro, la morte prematura del padre lo aveva portato ad isolarsi, si era sentito sempre a disagio anche per il contesto socio-economico miserrimo nel quale era vissuto: la madre aveva dovuto crescere tre figli da sola e ben presto Luigi, essendo il maggiore, era stato costretto ad interrompere gli studi per trovare un lavoro che gli avrebbe permesso di contribuire al sostentamento della famiglia”. “Ha svolto sempre la medesima attività, che lei sappia?” Chiese il commissario assorto totalmente nell’ascolto del racconto. “Sì, anche perché era geniale, un giorno mi confessò che il suo primo maestro orafo aveva intuito velocemente il grande talento che lo contraddistingueva. Aveva notato che i suoi monili erano incantevoli, particolari, questa sua creatività, già evidente in età adolescenziale, irritava il maestro che non perdeva occasione per denigrarlo, per lui era inaccettabile che un ragazzino introverso e insicuro potesse superare la sua maestria”.
Estratto dal libro di Chiara Cenci, Il mistero dell'orafo Luigi, Midgard Editrice
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