Buongiorno, come nasce il libro Ciò che giace sotto il fiume?
Più che il ‘’come’’, credo sia importante raccontare il ‘’quando’’. E, a pensarci bene, posso dire che la gestazione di questo romanzo sia stata lunghissima, iniziata molti anni prima che ne scrivessi la prima parola.
Tutto ebbe inizio con il primo libro che ricordo nitidamente di aver letto: ‘’The Pagemaster’’. Fu tra quelle pagine che nacque la mia passione per la lettura e, soprattutto, per i crossover letterari, per quell'affascinante possibilità di far convivere personaggi, mondi e immaginari apparentemente lontanissimi tra loro.
La storia racconta di un bambino che, per riuscire a tornare alla realtà, deve affrontare le proprie paure attraversando i mondi della letteratura e incontrando alcune delle sue figure più iconiche: il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il mastino dei Baskerville, Moby Dick e il pirata Long John Silver.
Credo che sia stato proprio il giorno in cui voltai l'ultima pagina di quel libro che, inconsapevolmente, presi una decisione: prima o poi avrei dato forma alla mia immaginazione, costruendo un universo narrativo tutto mio.
In fondo, Marco Marenghi, il protagonista del mio romanzo, non è altro che il mio alter ego letterario. È quel bambino di ‘’The Pagemaster’’ che non ha mai smesso di esplorare mondi sconosciuti, di confrontarsi con le proprie paure e di cercare risposte.
Un bambino che, nel frattempo, è diventato adulto, ma che continua a crescere e a trasformarsi attraverso gli eventi che vive.
Forse, in definitiva, scrivere questo libro è stato il mio modo di tornare tra quelle pagine, questa volta non più soltanto come lettore, ma come creatore della storia.
Quali sono le tematiche principali dell’opera?
È un libro di critica sociale, nato dall'esigenza di dare voce a un'indignazione profonda nei confronti di una società sempre più dominata dal nepotismo, dall'opportunismo e dall'individualismo.
Viviamo in un'epoca in cui appare sempre più evidente, e sempre meno necessario nascondere, come gli interessi di pochi, spesso sempre gli stessi, vengano anteposti al bene comune e al benessere della collettività.
Attraverso quest'opera ho voluto esprimere non soltanto la mia indignazione, ma anche quel senso di impotenza che si prova assistendo a un progressivo e apparentemente inarrestabile deterioramento dei valori su cui dovrebbe fondarsi una società civile.
È una riflessione amara sulla nostra discesa verso il nichilismo, sulla progressiva scomparsa della solidarietà e dell'empatia, sull'incapacità sempre più diffusa di riconoscere nell'altro un essere umano anziché un ostacolo, uno strumento o un'opportunità.
Non ho scritto questo libro perché credo di avere delle risposte, ma perché ritengo che smettere di porsi delle domande significhi aver già accettato ciò che stiamo diventando.
Che scrittori ami leggere? Qualcuno di loro ti ha ispirato nella scrittura di quest'opera?
H.P. Lovecraft ha sempre esercitato un'influenza profondissima sul mio immaginario letterario. La sua straordinaria capacità di insinuare nel lettore un senso di angoscia, quasi fisico, di stringergli lo stomaco attraverso ciò che non viene mostrato o che sfugge alla comprensione umana, mi ha sempre affascinato. L'universo e il pantheon che ha saputo creare sono stati, senza dubbio, tra i principali motori della mia passione per la letteratura fantastica.
Un altro autore fondamentale per la mia formazione è Neil Gaiman, del quale ho letteralmente divorato ogni opera. I suoi mondi meravigliosi, sospesi tra realtà, mito e fiaba, hanno alimentato la mia immaginazione. In particolare, è stato *Stardust* a ispirarmi il concetto di Velo, quella sottile separazione tra il mondo che conosciamo e ciò che potrebbe celarsi appena oltre i confini della nostra percezione.
Non posso poi dimenticare Michael McDowell, autore forse meno conosciuto di quanto meriterebbe e prematuramente scomparso, capace di raccontare un Sud americano dalle atmosfere cupe, sporche e viscerali, popolato da personaggi e ambientazioni che sembrano trasudare decadenza. La sua capacità di rendere il degrado quasi tangibile è qualcosa che ho sempre ammirato.
E naturalmente Anne Rice, con le sue *Cronache dei vampiri*, una saga della quale mi sono letteralmente innamorato. I suoi personaggi, tormentati, malinconici, bellissimi e profondamente contraddittori, mi hanno insegnato quanto anche una creatura mostruosa possa essere straordinariamente umana. È proprio questa complessità emotiva a rendere i suoi protagonisti indimenticabili.
Guardando alla letteratura italiana, adoro Luca Terenzi e la sua fantasia fuori dal comune. Considero la *Trilogia dei dannati* una delle saghe fantasy contemporanee più interessanti, divertenti e innovative, capace di intrecciare immaginazione, ironia e originalità narrativa.
Ma se dovessi indicare un solo nome, quello dello scrittore che più di ogni altro ha segnato il mio modo di concepire la letteratura, non avrei dubbi: Valerio Evangelisti.
Per me Evangelisti è stato un autentico genio visionario, un autore capace di costruire universi narrativi potentissimi senza mai rinunciare al significato profondo delle proprie storie. Nei cicli di Eymerich e dei Pirati ho trovato qualcosa che raramente ho incontrato altrove: la capacità di fondere immaginazione, storia, inquietudine e critica sociale in opere tanto ambiziose quanto coinvolgenti.
È probabilmente da lui che ho tratto uno degli insegnamenti più importanti: la letteratura fantastica non deve necessariamente essere una fuga dalla realtà. Può diventare, al contrario, uno degli strumenti più potenti per raccontarla, metterla in discussione e denunciarne le contraddizioni.
Ed è proprio questo ciò che, nel mio piccolo, ho cercato di fare con il mio romanzo.
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