giovedì 12 febbraio 2026

Intervista a Domenico Luigi Pistilli

 






Buonasera, come nasce Prima che sia giorno?

Questa recente raccolta poetica nasce nel solco della precedente, "Prima che sia notte". 
Ho continuato ad esplorare le svariate forme della vita e dell'esistenza quotidiana  dove il "sentire" con il cuore e  l'istinto viene anteposto alla razionalità e ad una certa aridità  che ha invaso l'uomo di oggi.
Ciò che ho scritto in fondo in fondo  è un colloquio tra me e me cercando di percorrere un viaggio poetico inteso come un tragitto di verità.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Nascendo la poetica da  stimoli interiori notturni non si può non contemplare il tema della solitudine, infarcita a tratti di nostalgia ma anche di speranza. A tutto ciò si lega il fattore TEMPO inteso come un'entità tangibile. Il passato si affaccia nel presente ed il futuro non è ancora visibile. La notte quindi come momento topico  è terreno fertile  per confrontarsi con le variabili dell'esistenza, sotto ogni aspetto.
È una poetica del buio che non vuole essere  assenza ma una sorta di gestazione. Si scrive quindi nell'attesa della luce cercando i primi segnali di un'alba che non è ancora certezza ma previsione sicura e  speranza di novità.
È un volume  intimo e meditativo.
Suggerisce che il tempo non è una linea retta che va verso la fine, ma un ciclo di rinnovamento costante dove ogni "fine" è solo il preludio a una nuova alba.



Progetti futuri?

Ho in mente una terza raccolta poetica che potrebbe avere per titolo "E venne giorno".
Questa trilogia dovrebbe disegnare una parabola esistenziale, una sorta di "cronometro dell'anima" che si muove tra l'attesa, l'oscurità e, infine, la rivelazione.
Un viaggio poetico attraverso la metamorfosi della consapevolezza. Non è solo un conteggio cronologico delle ore, ma un'esplorazione del rapporto tra l'io e il tempo.
Simbolicamente  si dovrebbe chiudere il cerchio: non c'è più nulla da temere o da aspettare, perché la luce è qui. Rappresenta la maturità, la pace dopo il conflitto e la visione nitida della realtà.
Di più immediata realizzazione c'è l'uscita entro qualche mese di un romanzo dal titolo "Il segreto  di Paimpol". 
Racconta come il conoscersi fortuito rappresenti una opportunità che la vita dispiega a piene mani ai due protagonisti per risolvere vecchi problemi personali.




(Disponibile sul nostro sito. Prossimamente ordinabile anche su Amazon, IBS, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




martedì 10 febbraio 2026

Le armi magiche

 di Fabrizio Bandini








Nelle civiltà arcaiche le armi rivestivano una grande importanza.
Talune avevano un potere magico, che garantiva loro la massima efficacia contro i nemici.
Basti pensare a Gungnir, la lancia di Óðinn, a Mjöllnir, il martello di Thor, alla spada magica di Freyr, all’arco di Ullr, che gli Dèi del Nord usano per combattere le forze del caos e dell’oscurità, nella tradizione germanica-nordica.
Ma anche gli Uomini usano armi di vari generi e alcune di esse sono colme di potere magico, benefico o malefico, come narrano varie saghe di cui tratteremo.
Scrive la Isnardi: “Le armi sono generalmente di metallo: per questo posseggono il potere primordiale del fuoco che le ha forgiate e paiono di vivere vita propria, talvolta demoniaca. Questo carattere si rivela tra l’altro dal fatto che spesso le armi hanno un nome. Così la spada Tyrfingr, la spada Grásiða poi riforgiata in lancia, la spada Dragvendill, per non citare che qualche esempio. Taluni fra questi nomi, quali quello della corazza Finnzleif o della spada Dáinsleif, la cui seconda parte -leif f. vale per <<eredità>>, rivelano il legame delle diverse armi con la stirpe che le possiede, e il loro passaggio di padre in figlio simboleggia la trasmissione del potere di difesa e di accrescimento della prosperità della stirpe, la consegna di un oggetto ambivalente – ora benefico ora malefico – il cui uso dovrà essere a vantaggio esclusivo della famiglia”.
Alcune armi nelle saghe sono donate agli Uomini direttamente dagli Dèi.
Armi che i loro possessori si porteranno spesso anche nella tomba, una volta morti, e dal loro tumulo continueranno a proteggere la propria stirpe grazie ad esse.

Iniziamo ora  a vedere le armi principali degli Dèi del Nord una ad una, cominciando da Gungnir, la lancia magica di Óðinn, il dio supremo degli Æsir.
Essa è stata forgiata dai Nani, come narra lo Skáldskaparmál (Discorso sull’arte scaldica) della Snorra Edda:

Dopo di ciò Loki andò da quei nani che sono detti figli di Ivaldi , ed essi fecero la chioma e la (nave) Skíðblaðnir e la lancia che possedette Odino e che si chiama Gungnir. 

Viene detto inoltre che essa è talmente ben forgiata – evidentemente oltre che dalla perizia tecnica dei Nani anche dalle loro arti magiche - che è in grado di raggiungere qualsiasi bersaglio e avversario.
Il nome Gungnir significa in antico norreno l’oscillante.
Proprio con la sua lancia Óðinn darà poi inizio alla guerra contro i Vanir come è narrato nella celebre ventiquattresima stanza della Vǫluspá (Profezia della veggente) dell’Eldri Edda:

Fleygði Óðinn
ok í folk of skaut;
þas vas enn folkvíg
fyrst í heimi;
brotinn vas borðveggr
borgar ása,
knáttu vanir vísgpá
vǫllu sporna.

Levava la lancia Óðinn
e la scagliava nella mischia:
quella fu la battaglia
prima nel mondo;
infranto il riparo di legno
della rocca degli Æsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo.


Estratto dal libro "Le armi magiche nella tradizione germanica-nordica e nelle opere di J.R.R. Tolkien", Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Prossimamente ordinabile anche su Amazon, IBS, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)



mercoledì 4 febbraio 2026

Intervista a Carlo Pedini

 




Buonasera, come nasce La morte di Ercole?

Ogni volta che mi è capita di visitare i ruderi degli antichi Templi non posso fare a meno di pensare che quegli edifici un tempo erano vivi, gremiti di fedeli devoti alle diverse divinità. 
Ho sempre cercato di immaginare come siano stati poi abbandonati; come si saranno sentiti gli ultimi sacerdoti che li custodivano, come è accaduta la loro fine. 
Improvvisa e drammatica? 
O magari con un lento declino. 
Da lì è nata l’idea di questo racconto.


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Fondamentalmente il tema è il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, immaginato come uno scontro cruento fra due mondi antitetici. 
E vista con gli occhi dei Pagani.


La scrittura è scorsa via veloce oppure hai dovuto meditare su alcuni punti della storia?

Prima di tutto ho dovuto documentarmi. 
In particolare sull’epoca imperiale del IV secolo. 
E poi su come questo passaggio è raccontato dagli storici. 
Durante questo lavoro ho riflettuto sulle analogie sulla fine di questo mondo e quello della Vienna asburgica raccontata da Joseph Roth ne “La Cripta dei Cappuccini“. 
Questo mi indotto a costruire il breve romanzo seguendo passo dopo passo la storia narrata da Roth, anche utilizzando talvolta le stesse sue parole. 
Un’operazione che ho già sperimentato nei miei precedenti romanzi, “La Sesta Stagione” e “Il segreto di Cardano”, dove i romandi di riferimento erano il primo e l’ultimo di Thomas Mann.


https://midgard.it/product/carlo-pedini-la-morte-di-ercole/

(Disponibile sul nostro sito. Prossimamente ordinabile anche su Amazon, IBS, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)


martedì 3 febbraio 2026

Trame di polvere

 di Tiziano Mario Pellicanò.








Il rombo di un tuono in lontananza. Si scosse perché vide tremolare la fiamma della candela. Una folata gelida era entrata dalla finestra socchiusa scompigliando alcuni fogli sparsi sulla scrivania. Non sapeva per quanto altro tempo avrebbe resistito agli assalti il vecchio caseggiato, ormai decrepito, preda di ogni sorta di intemperie, una bocca aperta attraverso cui il vento inferociva tra le imposte sconnesse o assenti, a picco sul mare rumoreggiante. E sempre quella visione: una spianata ricoperta di cadaveri, oppressa dall’olezzo insopportabile della fine. La lenta dissoluzione dei corpi. Quante volte aveva avuto questa visione, fino a quando avrebbe potuto sopportarlo? 
Gli occhi incominciarono a fargli male, la lunga consuetudine col buio, la notte si stava aprendo lentamente un varco nella mente, oscurandola come una stanza dalle finestre a mano a mano murate. Fra non molto non avrebbe visto più. I dottori erano stati risoluti su questo punto: il glaucoma avrebbe fatto il suo corso. Non gli dispiaceva, anzi. L’Anticristo era alle porte, e forse non avrebbe fatto in tempo a vederlo. Non sapeva se rallegrarsene o dispiacersene. Questione di punti di vista. Il suo, ormai, non sapeva più qual era. Forse un tempo, certamente non ora, qualcosa al riguardo aveva   pensato, un tempo, appunto, non ora. Avrebbe voluto guardarsi dall’esterno. Spettatore furtivo e ladro di se stesso. In un tempo non molto lontano ci aveva provato, ma ora il suo volto rugoso si perdeva indistintamente come tutto il resto.

Stentava, in quella notte piovosa, a prendere sonno. Non solo inquietudine, l’età che avanzava. Aveva sempre goduto di una discreta salute, nessuna malattia pericolosa aveva attentato al suo corpo. Il suo commento all’Apocalisse di Giovanni procedeva a rilento. Era in atto un processo di immedesimazione che più volte l’aveva costretto a svegliarsi in piena notte per domandarsi se la fine era già in atto. 

Il carisma era una dote che sentiva innata, per quanto non fosse andato a fondo sull’origine di questa dote. Si riconosceva alcuni meriti e non credeva fosse presunzione, piuttosto un modo da parte degli dèi di renderlo suo strumento tra i suoi simili. Forse era anche per questo motivo che gli si rivolgevano con l’appellativo di Rettore, termine che lui disprezzava perché gli ricordava gli anni terribili passai in gioventù in seminario. La sua era una comunità che aveva assorbito tutte le energie che gli rimanevano. Le autorità religiose  guardavano con sospetto, se non con aperta ostilità, sia lui, sia i suoi accoliti, e non di rado erano apparsi trafiletti e articoli corposi su testate locali e nazionali in cui li si bollava senza mezzi termini come ‘un gruppetto di spostati’. Si parlava, per attaccarli, di promiscuità sessuale e di un’idea comunitaria dei beni che prevedeva anche l’abolizione di ogni distinzione di classe e di genere. Si diceva che tra quelle mura ci fossero anche dei bambini, anche se prove non ce n’erano.  Questo perché la sua era una comunità che non aveva niente a che fare con la religione istituzionalizzata, né con le tante che si erano insediate nella zona. Sapeva attirare l’attenzione, rendere partecipi. Non era cosa da poco. L’avevano seguito, aveva fatto proseliti anche tra gente di un certo rango. Poi erano arrivate, del tutto inaspettate, alcune donazioni anonime – la nobiltà e il capitale subivano il fascino di quel mondo di gente singolare, confinata in quel casermone fatiscente che chiamavano ‘Abbazia’. La sua comunità aveva preso a prosperare in quella parte dell’isola appartata, lontana dal trambusto del turismo, per molta parte dell’anno inaccessibile. Spesso il maltempo, d’inverno, li tagliava fuori dal mondo e il freddo si faceva pungente. Dal niente aveva visto nascere e crescere la sua creatura ed ora che l’età avanzava non nascondeva un certo compiacimento, frammisto però all’amarezza nel vederla sempre più scarna e immiserita. Agli arrivi erano seguiti gli abbandoni, e il bilancio negli ultimi tempi s’era fatto negativo. Forse era stato un bene.


Estratto dal romanzo "Trame di polvere" di Tiziano Mario Pellicanò, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




lunedì 26 gennaio 2026

La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza

 di Paola Gileno Fusco.








Non è facile ripercorre le tappe di un dolore soprattutto quando riguarda il ricordo di una malattia grave che mette a rischio non solo la propria vita, ma mette in pericolo la serenità di due bambini già privati dalla “natura matrigna” del proprio padre.
Questa storia ripercorre le vicende della vita della mia famiglia e il filo conduttore che le lega è il tumore, alla mammella e non solo.
L’arco della storia che racconto è abbastanza vasto: si parte dal 1963 per arrivare al giorno d’oggi e si raccontano storie ed emozioni che non sono esattamente cronologiche, ma seguono un arco per lo più emotivo.
Si parte dal 1963, la malattia di mia madre, nodulo alla mammella, che fu scoperto e con rapidità operato alla Fondazione  Pascale di Napoli e si ripercorre l’arco genetico familiare che parte da mia madre per approdare a mia figlia .
Di quattro donne “innocenti” soltanto una soccombe, mia sorella che apre una ferita non ancora rimarginata nel cuore di tutti noi : aveva 33 anni e tre figli da crescere.
Mi sono ispirata all’umile e caparbio fiore della ginestra, poeticamente raccontato da Leopardi, perché continua a nascere in terreni difficili , ogni anno risorge e ci regala il meraviglioso colore giallo, simbolo della felicità e della speranza, della positività, dell'energia e dell'ottimismo.   
Anche il malato che guarisce rinasce dalle sue ceneri, come la ginestra.
Le mie parole e il mio racconto vogliono essere un incoraggiamento per tutte le donne che si ammalano a non arrendersi e ad  uscire dal macrocosmo pieno di paure, a guardarsi intorno, a vedere con occhi diversi la natura, il mondo, il sorriso delle persone, a non perdersi nulla, dal minimo gesto d’amore ad un abbraccio sentito.
Per raccontare ho aspettato anni: ricordare è un atto di coraggio che è diventato per me stranamente un atto di liberazione, perché i ricordi difficili vengono magicamente trasferiti altrove, volano sulla carta e chiedono di diventare speranza ed amore più appassionato della vita. 
Io sono insieme a tutte le donne “amazzoni” che vivono con una piccola o grande menomazione del seno. Siamo una squadra numerosa che deve trasmettere forza e speranza.
«Perfino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome ad una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza; è un gesto letterario prima ancora che una questione medica».
Siddhartha Mukherjee non è solo un eccellente oncologo, ma uno studioso che comprende la creatività della letteratura scientifica nell’attribuzione dei nomi dati alla malattia.
La brevità del nome e il suo potere evocativo aiutano a comprendere la tipologia del male e a definirlo.
I molteplici nomi della malattia si pronunciano a bassa voce, per non svegliare il demone che vive dentro  di noi e che è entrato a nostra insaputa, senza una logica, senza un progetto. Arriva in silenzio, il mostro, e non chiede permesso e soprattutto non si fa riconoscere facilmente. Si rende invisibile finché può e vive indisturbato all’interno delle nostre cellule con l’intento di recare danno e dolore quando decide di uscire allo scoperto.
I nomi delle malattie antiche, dice il nostro oncologo Siddharta Mukherjee, sono metafore: tifo, una malattia che colpisce come una tempesta con accessi improvvisi di febbre, deriva dal greco thiphon, il padre dei venti; il termine influentia racconta di medici medievali che pensavano che le sue cicliche epidemie fossero provocate da stelle e pianeti che si avvicinavano o si allontanavano dalla terra.



Estratto da La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza di Paola Gileno Fusco, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su Amazon, IBS, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




sabato 17 gennaio 2026

Hypnotic: viaggio verso l'infinito

 di Maria Elena Gatto.












Secondo alcuni studi la dinamica dell’amore è spiegata con la compatibilità degli esseri, con una certa simbiosi, per cui e i due innamorati si pensano come un NOI.
Relazioni tossiche? 
La relazione tossica, generalmente, si crea quando uno dei due partner non accetta la libertà dell’altro, vuole vederlo ripetutamente, vuole sentirlo costantemente, vuole starci sempre insieme. 
C’è un NOI in questa relazione? 
Evidentemente no, per molti motivi.
Manca lo SPAZIO, il TEMPO, la RESISTENZA, senza queste non si crea una relazione sana ma bensì una manipolata.
L’idealizzazione non corrisponde alla realtà.
C’è una conclusione? 
Ebbene sì, perché successivamente tutti noi ci accorgiamo che la vita è fatta di tanto altro come le conoscenze del prossimo e delle ORIGINI. 
È essenziale l’equilibrio.
Cos’è la reciprocità? 
Il nostro cervello è una macchina particolare, che ci permette di captare ogni azione, a cui corrisponderà una reazione.
Si può manipolare? 
Certamente.
La manipolazione emotiva o psicologica per esempio è un tipo di influenza, che con metodi subdoli e subconsci, intacca la nostra mente. 
Sostanzialmente possiamo dire che il manipolatore è colui che con metodi illusori tende nel far cambiare la percezione della realtà alla vittima. 
Il suo obiettivo è quello di gratificare solamente se stesso.
Secondo Ombretta Cecchini bisogna puntare a realizzarsi mentalmente e psicologicamente in maniera corretta, esponendo al partner o al prossimo i nostri dubbi e i nostri problemi.
Per quanto riguarda le relazioni di coppia, lei sostiene che queste hanno diverse sfaccettature, con problematiche totalmente differenti. 


Estratto da Hypnotic: viaggio verso l'infinito di Maria Elena Gatto


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su Amazon, IBS, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)




 



giovedì 8 gennaio 2026

Gianni Bar

 di Frank Minozzi.







Menco - Domenico, quando vestiva giacca e cravatta - vendette il TIR, suo amico più che fraterno da una vita, per acquistare un barettino in periferia (possibilmente dotato di ampio parcheggio: oggi non si fanno più di dieci metri a piedi!), perché, a suo dire, era arrivato il momento di meglio disciplinare quanto rimaneva del suo errabondo campare.
Niente da eccepire, comprensibile aspirazione, da assecondare.
Il Paolino, dal momento che la figlia e il compagno si erano trasferiti in città (nella capitale per la precisione), rimasto solo con l'aiutante Abdullah, extra comunitario – la moglie lo aveva "lasciato" di recente, a causa del solito "male incurabile" - decise di appagare il desiderio del Riccini, che da sempre aspirava all'acquisto del poderino (pochi ettari) del Paolino, appunto, confinante con il suo, per dare maggior consistenza e appetibilità alla sua proprietà.
Il Paolino, nella trattativa, come richiesto dal Riccini, concesse pure l'Abdullah (gratuitamente!), perché era un affare per entrambi: chi meglio di lui sapeva dove le galline facevano l'uovo e le chiocce covavano? Vi pare poco? Ciò, come vedremo, era garanzia di affidabilità!
Qui apriamo un piccolo spaccato di vita agreste, giusto per capirci e approfittare di un approfondimento delle nostre reminiscenze chianine e il tutto in forma squisitamente gratuita (vien da dire: calmati novello cultore di quanto con semplicità asseriva il poro Platone, tsè!!). Un'occasione, comunque, invitante!!
Le aie dei contadini di una volta erano molto capienti, erano pressoché il centro di tutte le più importanti attività, giornaliere e periodiche. 
Dovevano essere comode, per sistemarvi, ad esempio, tutti i componenti l'operazione della trebbiatura (trattore, cinghione, trebbia e scala), che impegnavano l'occupazione di uno spazio, in lunghezza, di venti metri e passa. La scala, ultimo elemento dell'operazione della "battitura", riversava la paglia nel posto in cui, più o meno, lo stollo indicava da quasi sempre dove si sarebbe eretto il pagliaio.
L'aia quasi sempre era delimitata, nel versante prospiciente l'inizio dei campi, da siepi, generalmente di sambuco, perché resistente alle intemperie e in primavera / estate con fioriture intensamente profumate, che contribuivano ad alleviare quanto tutta quella caterva di animali indisciplinatamente rilasciava qua e là, senza ritegno!
Nell'aia, dicevamo, veniva sistemato anche il pagliaio del fieno e della lolla (pula, il rivestimento dei chicchi del grano).
Non a caso è stata resa appropriata quell'antica sentenza, in cui si definiscono sciocche le galline.
E questo forse è vero perché, ad esempio, queste non sempre depongono le uova nelle apposite ceste, che per comodità e funzionalità la massaia dispone nei luoghi in cui poi vengono sbrigativamente raccolte.
Anzi alcune, secondo quella legge (come sostiene il buon Mainardi) legata all'istinto di sopravvivenza della specie, scelgono nuovi siti e anfratti in cui deporle, tra i più reconditi e quindi di difficile individuazione.
A coronamento di ciò, un plauso alla Rossa della televisione, da rispettare e condividere per l'impegno e l'amore con cui perora la causa degli animali, nel raccontare almeno un paio di spettacoli che le rendono giustizia.
Noi, un po’ indifferenti, in questo caso ci siamo dovuti rivedere, perché fortemente coinvolti: la chioccia, sbucata da chissà dove, che precedeva una covata di pulcini (sette o otto) e che nessuna massaia - padrona della situazione - si sarebbe mai aspettata di vedere!
Che cosa era successo?
Semplice: alcune galline, con la benedizione del gallo, scegliendo di deporre le uova in un luogo tipo pagliaio o siepi, avevano permesso alla chioccia di turno di covarle e, nel giro di una ventina di giorni, autorizzata anche a strombazzare l’eccezionalità dell'evento, si era concessa il vezzo di far sfilare nel firmamento dell'aia i suoi piccoli e il tutto, pensate, senza l'intercessione della "massaia levatrice", da sola!!
Il nostro stupore ci ha imposto un approfondimento, che non poteva che confermare che l'istinto della conservazione della specie (nane mute volgarmente e faraone, quali ultime addomesticate) era così pregnante da ricalcare gli albori delle nascite delle specie, appunto!



(Disponibile sul nostro sito. Nei prossimi giorni ordinabile anche su Amazon, IBS, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)