sabato 11 aprile 2026

Alghesiras (Algeciras)

 di Giuseppe Riotto.

 



 

 

Il professore di filosofia Giovanni Bottega si alza dal letto con fatica, odia la sveglia, qualche mattina la schiaccia sotto i piedi, o peggio ancora la butta dalla finestra, con il rischio di colpire in testa qualche passante, meglio evitare, pensa. Con gli occhi socchiusi attraversa il corridoio, entra in cucina e prepara la moka, nell’attesa che sale il caffè, si siede. Cazzo, la sera devo andare a letto prima, al massimo entro la mezzanotte. La notte divora romanzi su romanzi, ama leggere di notte, ama i classici. “La montagna incantata” l’ha riletto dopo vent’anni. Il capolavoro di Mann, l’ha divorato in tre notti. Beve lentamente il suo caffè, gode quando lo sorseggia, il retrogusto è importante. Apre la finestra, dà fuoco al sigaro, e guarda fuori, nebbia, pioggia, due, tre tiri, richiude la finestra. La pianura padana mi deprime, ha pensato.
Entra in bagno, lava i denti, si guarda allo specchio. Il professore di filosofia è ancora affascinante: capelli corti brizzolati, occhi marroni scuri molto espressivi, barba corta con pochi peli bianchi. Vanitoso quanto basta, si piace ancora il professore, essere bello e affascinante a sessantacinque anni, mica male si sussurra guardandosi allo specchio, infine un po’ di cera nei capelli, infine guarda l’orologio.
Ultimo anno scolastico, anzi, solo sei mesi, e poi si va in pensione, pensa, mentre indossa una giacca di velluto blu notte. Chiude a chiave la porta di casa, scende le scale, tira su la saracinesca del garage, gira la chiave di accensione della sua Pallas Citroen verde scuro, e via con lo “squalo” verso il liceo classico più importante della Città: il “Romagnosi”
Alcuni colleghi lo temono, i suoi alunni lo amano. Il professore di filosofia Giovanni Bottega attraversa il corridoio della scuola, con alcuni colleghi intrattiene rapporti puramente formali, con altri che ritiene molto intelligenti ed acculturati intrattiene rapporti intellettuali. Con i primi chiacchiera; con i secondi parla e si confronta.
Gli alunni lo definiscono il Socrate degli anni moderni. Il professore non vuole insegnare agli alunni, ma fa tutto il possibile per aiutarli a partorire la loro verità. Il bambino viene portato alla luce dalla levatrice, Socrate portava alla luce piccole verità dal discepolo. La maieutica non è l’arte di insegnare ma l’arte di aiutare. La verità è un sapere dell’anima. La verità non può essere insegnata.
Il professore di filosofia Giovanni Bottega non inculca le proprie idee agli alunni, ma fa di tutto per far partorire ad ognuno la propria verità.
Ama il dubbio il professore, il dubbio è tutto. Il dubbio è intelligenza. I mediocri non hanno dubbi, ecco perché sono presuntuosi, dice.
Dubium sapientiae initium. Il dubbio è l’inizio della conoscenza, diceva bene Cartesio.
Quando fa meno freddo, e c’è il sole, gli alunni, il professore li porta al fiume. Odia le aule, loculi senza luce, l’uomo deve stare a contatto con la natura, mica deve vivere di cemento, di traffico, di smog, di telefonini, di gente che corre per le strade, sui marciapiedi, sulla tangenziale. Gente che corre per andare al lavoro, gente che ritorna correndo, mangia qualcosa al volo correndo, vomita ignoranza correndo.



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martedì 7 aprile 2026

Intervista a Fabrizio Lelli

 



Buonasera, come nasce il libro Miserie e Miraggi?


Buonasera. La gran parte delle composizioni di questa raccolta furono scritte negli anni 80, quando ero poco più che ventenne. Il titolo della raccolta, postumo alle poesie, è la condensazione estrema di un tempo dell'anima che fu fortemente inquieto, caratterizzato da tensioni spirituali catartiche alternate da smarrimenti della volontà verso forme sensuali torbide e di estrema raffinatezza. Questo, se vogliamo, è stato il leitmotiv della mia navigazione giovanile. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?


Nelle poesie di quel tempo ritrovo un costante invocare, sicuramente ingenuo però anche fortemente sincero, alcuni degli antichi Dèi mediterranei, che di volta in volta  sublimano tutte le ascesi e tutte le cadute, le follie dell’ebrezza e le nostalgie dell’infinito atemporale. Il divino quindi gioca con le nostre vite, versando a suo piacere i semi dell’estasi o della disperazione. 


 
Ci sono scrittori che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua poesia?


All’epoca della gran parte di questi scritti, prediligevo la poetica tardo romantica e decadente con particolare passione verso Baudelaire, Poe, Gautier, Mallarmè e D’annunzio, citando soltanto i più noti. L’influenza di questi grandi autori ha avuto sicuramente un forte riverbero nei miei modesti scritti. Trascorso quel periodo però ho sentito fortemente il bisogno di tornare ai classici dell’epica e della filosofia greca e romana e allo studio della religione indoeuropea in tutte le sue declinazioni. Sono fortemente legato difatti anche alle saghe nordiche, agli Dèi e agli eroi di quei popoli.


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venerdì 3 aprile 2026

Prima che sia notte

 di Domenico Luigi Pistilli.







VERDE VALLATA   

Di verde vallata
la casa poggia
come quercia dei miei sensi
Affranta lasciai
Ritorno a te
cresciuta
L’occhio sul  sentiero
rinasce 
come nuovo bocciolo alla vita 
Mi inchino
Ora donna 
ma ancora dentro bambina



PICCOLO FIORE 

Di rosso vestito piccolo fiore
Bocciolo di vita
Petali raccolti
Con la grazia 
dei capelli nella cuffia
Riesci a lenire i dolori del mondo  
a chi in Dio non ha mai creduto
con il solo apparire
Frutto di forza
Respiro quieto della terra
Ampiezza di luce mai doma



MARE D’INVERNO     
  
Freddo vento sul viso 
L’anima mi abbraccia calda
Deserta la battigia 
Schiumosa l’onda
Fanno compagnia al silenzio 
che faccio mio
Sento del mondo 
il battito profondo
in un respiro 
che tutto prende
Tu mare 
lo sai
Conosci dei  sogni miei 
il senso della solitudine 
mia la forza
E come il mare d’inverno 
spoglio di persone e grida
aspetta nuova vita
affido al pallido sole
ogni speranza 
che sorga luminosa e viva




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mercoledì 1 aprile 2026

Intervista a Daniela Spattini

 





Buonasera, come nasce il libro La felicità profuma di panettone?

L’idea di questo libro è nata in seguito alla rottura della relazione tra mio fratello e la sua compagna, e conseguente realizzazione che le mie speranze di diventare zia si fossero notevolmente affievolite. 
Non avendo figli né nipoti, mi sono chiesta cosa avrei potuto tramandare di mio... e così ho deciso di lasciare un ricordo del mio amatissimo cane, che fa parte integrante di chi sono oggi e che quindi in un certo modo mi rappresenta.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il tema principale è il rapporto tra cane e padrone, che in questo libro viene esaltato a vero e proprio legame indissolubile, quasi di simbiosi. 
Un altro tema di cui si parla è il passare inesorabile del tempo... tempo che purtroppo è limitato per tutti ma ancor di più per i cani. 
Ed è per questo che bisogna trovare la felicità ogni giorno, anche nelle cose più semplici, e apprezzare appieno ogni singolo istante – proprio come fanno i nostri amici a quattro zampe.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua
prosa?

Amo leggere i classici americani, e adoro soprattutto scrittori come Mark Twain e John Steinbeck, ma anche Harper Lee con il suo capolavoro “Il buio oltre la siepe”.
Pur scrivendo in epoche e contesti diversi, tutti presentano un tratto comune, offrendo una critica alla società del loro tempo ed affrontando tematiche come razzismo, diseguaglianze sociali e ingiustizie.
Il mio libro non contempla assolutamente questi temi, ma mi piaceva l’idea che fosse raccontato dal punto di vista del cane, attraverso la sua anima dolce ma anche buffa e spiritosa (proprio come Scout e Huckleberry Finn, che raccontano le loro avventure tra innocenza e profondità emotiva).



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lunedì 30 marzo 2026

Intervista a Gianfranco Fungardi

 





Buonasera, come nasce il libro Avventure e disavventure del ragioner Nevio? 

Il libro nasce dalle avventure che ho condiviso con un amico. Si tratta della continuità del primo libro sul ragionier Nevio detto Frizzina. Un ragazzo nato nelle campagne Toscane, arguto e intelligente che ha preso la vita con una filosofia spicciola, ponendo la sua libertà davanti a tutti i compromessi e alla ricchezza. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Attraverso racconti di vita, a volte reali, a volte romanzati, si scoprono le debolezze degli uomini. Uomini che sembrano attraversare la vita con i paraocchi come venivano messi ai muli. persone incapaci di decidere con le loro teste e sempre agli ordini di altri non migliori di loro. Toccano la politica con le sue incongruenze che sfociano in barzellette. La religione mascherata da buonismo, con le sue ricchezze che fanno riflettere Nevio sulla povertà e gli insegnamenti di San Francesco.  Questo senza perdere di vista la realtà che questo libro vuole essere: un libro di racconti per passare serenamente, sorridendo, due ore della vita del lettore. 



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua 
prosa? 

Non credo che ci sia stato uno scrittore che abbia influenzato la mia scrittura. Quello che io reputo il più grande scrittore Italiano, oggi troppo dimenticato, è Giovannino Guareschi. Se dovessi prendere spunto da uno scrittore, lo farei dai suoi libri. Devo dire per onestà, che i miei racconti qualche volta somigliano ai suoi quando mettono a nudo le piccolezze degli uomini. Ma non mi sfiora l’idea di essermi avvicinato nemmeno lontanamente a uno scrittore tradotto in tutto il mondo, e qui conosciuto solo per Don Camillo e Beppone. Ci sono comunque molti altri buoni scrittori in Italia che mi piacciono. Credo che l’importante sia leggere e scegliere i libri con la propria testa senza farsi influenzare dalla televisione o dai giornali.



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mercoledì 25 marzo 2026

Intervista a Livia Murph

 






Buonasera, come nasce il libro Thackery Hightop, la storia del Cappellaio? 

Thackery Hightop nasce da una frattura silenziosa: quel momento in cui la realtà smette di bastare e l’immaginazione diventa un rifugio, ma anche un linguaggio necessario. 
Non è stato un libro pensato a tavolino, ma qualcosa che è emerso lentamente, come un sogno che insiste per essere ricordato. I personaggi si sono formati prima delle risposte, prima della logica. Il Cappellaio, in particolare, è nato come una presenza fragile e irrequieta, una coscienza sospesa tra ciò che è stato dimenticato e ciò che chiede di essere salvato. 
Scrivere questa storia è stato attraversare un luogo interiore dove il tempo si spezza, la memoria si trasforma, e l’identità non è mai qualcosa di stabile. È un libro che non nasce da una certezza, ma da una domanda: cosa resta di noi, quando smettiamo di ricordare chi siamo? 


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Al centro del romanzo c’è la memoria, non come archivio, ma come forza viva e fragile. In questo mondo, dimenticare non è un gesto neutro: è una perdita, una trasformazione, a volte una difesa. 
Il libro esplora il legame profondo tra identità e ricordo, e il modo in cui l’amore può sopravvivere anche quando tutto il resto si sgretola. Il rapporto tra il Cappellaio e Alice attraversa questo confine: è un legame che esiste anche quando non può più essere riconosciuto. 
C’è poi il tema della percezione della realtà. Wonderland non è semplicemente un luogo fantastico, ma uno spazio interiore, dove ciò che appare assurdo è spesso più autentico di ciò che chiamiamo reale. In questo senso, la follia non è perdita, ma una forma diversa di lucidità. 
Infine, la trasformazione: ogni personaggio è costretto a cambiare, a confrontarsi con ciò che teme o ha rimosso. Perché crescere, in fondo, significa anche accettare di non poter restare intatti. 


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la 
tua prosa? 

Le mie influenze non sono mai state lineari. Mi attraggono le scritture che riescono a muoversi tra visibile e invisibile, tra logica e simbolo, senza il bisogno di spiegare tutto. 
Amo le narrazioni che sfiorano il sogno, che accettano l’ambiguità e lasciano spazio all’interpretazione, perché è lì che il lettore diventa parte della storia. Più che singoli autori, mi hanno guidata certe atmosfere: quelle in cui l’assurdo diventa linguaggio emotivo, e il fantastico si rivela profondamente umano. 
Scrivendo, ho cercato di restare fedele a questa tensione: non raccontare semplicemente una storia, ma evocare uno stato, un’esperienza, qualcosa che si possa sentire prima ancora che comprendere.



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venerdì 20 marzo 2026

Tre gocce di inchiostro blu

 di Gianluca Ricci.







Vexata quaestio. Una volta i bambini mangiavano educatamente, anche quando venivano serviti ad un desco familiare. In caso contrario andavano a letto senza cena. Il giorno dopo, magari, avrebbero consumato proprio quanto prima era avanzato. I più ricchi, invece, per non scandalizzare i bambini con discorsi inopportuni, da non far trapelare fuori delle mura di casa, preferivano organizzare mense separate. In più a quella dei bambini sedevano arcigne educatrici delegate all’apprendimento delle buone maniere o di lingue straniere. Io, purtroppo e per fortuna, sono cresciuto senza sapere come sbucciare un’arancia con le posate, anzi con qualche strillo e scappellotto in più, ma con i miei genitori che mi allungavano sul piatto il boccone più buono. Ora, qualcuno mi dice che quelli della mia generazione si sono portati dietro traumi, più o meno permanenti, a causa delle frustrazioni ricevute da sorpassati metodi educativi. Forse hanno ragione, ma nessun rimprovero potrà mai nascondere il fascino di alcune scoperte successive, come quelle che non esistono cibi di punizione e che stare educatamente a tavola con i grandi corrisponde ad aver superato un vero e proprio rito di passaggio.

Seduto all’interno di un ristorante gestito da un amico, mi sto gustando il classico pranzetto domenicale. Teoricamente, posso eccedere con tutto il cibo segnato sul menù, e in più con quanto la sapienza del cuoco, di origine iraniana, la stessa persona di prima, riesce a propormi. Ad alcune sue ricette mi sono affezionato di più di quelle di casa nostra, nazionali o regionali che siano. L’ambiente di solito è molto tranquillo ed i camerieri discreti ed efficienti. In più manca poco a Natale e non mi va di star solo e soprattutto di cucinare per me soltanto. Del resto, non ho mai sostenuto di essere un gourmet, ma più onestamente una buona forchetta, non uno chef.
Il mio ristorante, mio si fa per dire, non è un Tre stelle esclusivo. Forse potrebbe aspirare a essere definito un bib gourmand o un home restaurant. È un locale ampio, arioso, ben arredato, ed io mi ci sono sempre trovato a mio agio. Dopo una giovanile ubriacatura di cucina cinese, ho rifiutato ogni altra espressione etnica, ma riso basmati, yogurt, spiedini di carne, stufato di melanzane sono ancora nell’orbita della mia capacità di tolleranza, anzi, mi piacciono proprio. 
Sono seduto e sto aspettando che mi portino quanto ordinato. La sala non si è riempita al completo, ma tutti stanno relativamente in silenzio. 
A rompere il raccoglimento entra, proprio ora, un piccolo gruppo di persone: due donne, due bambini e due uomini, due famigliole, come ce ne sono tante oggi, che è festa, impegnate a fare una gita magari fuori porta e difatti si capisce subito, soprattutto dalla cadenza del parlato, che sono di un’altra città. Uno dei due uomini mi incuriosisce. Vestito vistosamente casual, ha una barba che gli incornicia il volto e non si toglie il berretto grigio che porta calcato in testa. È un copricapo sportivo, senza pretese, magari comprato in un negozio gestito dai cinesi. Vorrei fargli notare che non ci si siede a tavola a testa coperta, ma poi mi prende il dubbio: e se fosse un ebreo tradizionalista o di qualche confessione religiosa diversa dalla mia, per cui a tavola si sta proprio così? Soprassiedo. Cominciano a servire le varie portate ed il nostro uomo tira subito fuori un bastone. Oddio, e se fosse un terrorista? Niente paura, è solo un bastone per selfie, una diavoleria moderna. Osservo meglio, sta per fotografarmi sullo sfondo. Mi copro la faccia all'improvviso e l'uomo mi nota. Non so cosa possa aver pensato, ma rinuncia alla foto. Il primo contatto è preso. Sa che ci sono e che non sono consenziente.
Passata la prima fame, i bambini si alzano, senza che nessuno li obblighi a restare seduti. Forse sono stati educati nel culto della libera espressione personale e al rifiuto di ogni forma di censura. Inoltre, nella tavolata da sei, in fondo alla sala, si è già alzata una bimbetta di poco più piccola degli altri, forse di cinque - sei anni. Seduta sul gradino più alto di un soppalco interno al locale, è intenta in un gioco elettronico. Non è molto convinta e lo abbandona subito. I tre ragazzi non socializzano subito tra loro. La ragazzina comincia a saltare i gradini del soppalco, a due a due, e più di una volta. Beati i tempi in cui i genitori intimavano, severi, di smettere, di non dar fastidio ai vicini. Le mamme ed i papà, entrati per ultimi, continuano a mangiare e a scambiarsi opinioni di viaggio o aneddoti di vita vissuta. I maschietti si sono messi ad imitare i giochi inventati dalla femminuccia, così quando lei torna dal bagno, accompagnata dalla madre, si guardano un po’ in cagnesco. Questione di territorio. Chissà che avrebbe potuto dire Konrad Z. Lorenz, il papà dell’etologia. Ognuno vuole avere il monopolio del soppalco. Salva la situazione il padre, che riporta la figlia provvidenzialmente al proprio tavolo, dal quale non si è mosso nessun altro adulto. Ma è un attimo. Adesso i bambini si sono rimescolati ed hanno preso a giocare tutti insieme. Uno grida garrulo: "Io non mi arrendo!" Nel gioco di ruolo che stanno inventando forse crede di essere un pirata.



Estratto dal libro di Gianluca Ricci, Tre gocce di inchiostro blu, Midgard Editrice


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