di Bianca Nannini.
Ascoltavo la musica dei 45 giri che caricavo sul giradischi arancione, seduta su un grande tappeto morbido e colorato.
Qua e là, libri di favole sparsi.
Quando ero piccola non sapevo cosa mancava.
Ma mancava.
Era un’assenza che prendeva spazio, come un mobile troppo grande in una stanza stretta.
Stava lì, senza nome, e ci giravamo attorno.
Ognuno a modo suo.
C’era chi alzava la voce, chi taceva, chi rideva troppo, chi si allontanava.
Nel letto, la sera, mi arrivavano immagini di cose grandi, giganti che mi sovrastavano e mi spaventavano.
Poi passavano.
Sognavo stanze inondate d’acqua, ma continuavo a respirare.
Sognavo scale che salivano in alto, senza fine.
Poi mi sono accorta che scrivere mette ordine.
Raccontare era un modo per dire: “Ecco, adesso so dove metterti”.
Allora ho iniziato a dare nomi alle assenze.
Alcune erano fatte di paura.
Alcune di prepotenza.
Altre ancora di parole mai dette.
Ma quando le scrivevo, diventavano piccole.
E io, un po’ più grande.
E quella musica, quei libri, sono ancora sparsi qua e là.
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