lunedì 11 maggio 2026

Intervista a Giuseppe Riotto

 



Come nasce Alghesiras?

 
Alghesiras nasce in maniera spontanea. Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, non avevo in mente una trama ben definita, e menomale. Dico questo in quanto per la mia esperienza relativa al mio modo di scrivere, avendo una trama ben definita nella mente mi porta ad aver un blocco. Il famoso blocco dello scrittore, un’incapacità temporanea di scrivere o produrre un testo “Paura della pagina bianca”. Perché mi succede questo? Probabilmente perché la mia scrittura potrebbe essere definita a “Getto”. Amo scrivere seguendo i flussi di coscienza, che come si sa, provengono dall’inconscio, e non da un “Io” condizionato, come ci insegnano grandi filosofi come Arthur Schopenhauer, o Friedrich Nietzsche. La trama ben definita, mi porta a scrivere con razionalità. Ma la razionalità è l’antitesi dell’arte. L’arte vera risiede nell’inconscio, l’arte è irrazionale, ed io cerco nei momenti d’ispirazione, di trarre qualcosa dal profondo, e poi in maniera semplice, trasportarlo su un foglio di carta bianca. Per me, l’elemento fondamentale della scrittura, è la trasmissione simbolica o psicologica, che riguarda emozioni, traumi o identità. In La coscienza di Zeno, per esempio, la narrazione stessa è un modo per trasmettere e rielaborare l’esperienza interiore del protagonista. La trasmissione simbolica o psicologica nei romanzi serve a mostrare che l’identità dei personaggi non nasce dal nulla, ma è il risultato di ciò che ricevono — consapevolmente o no — dagli altri e dal loro passato. Nei romanzi, il termine trasmissione indica l’azione di trasferire, inviare o diffondere qualcosa da un soggetto a un altro; tuttavia, questo “qualcosa” non è quasi mai solo materiale, ma soprattutto immateriale: valori, memoria, identità, conoscenze, emozioni o traumi. Ma soprattutto amo che, nei miei romanzi vi sia una certa trasmissione di immagini vivide, “trasferire” al lettore immagini mentali forti, concrete e dettagliate, come se le vedesse direttamente. Non si tratta solo di descrivere, ma di far percepire scene, ambienti o emozioni in modo immediato e sensoriale. La trasmissione di immagini vivide serve a: rendere la narrazione più coinvolgente, facilitare l’immedesimazione, trasformare le parole in esperienza quasi visiva.
La trasmissione porta il lettore a viaggiare con la mente. Alghesiras è un romanzo che è nato senza una trama, o perlomeno con una trama non ben strutturata, e poi in un certo senso è andato avanti da sé, cercando di trasmettere al lettore qualcosa di interessante.


Quali sono le tematiche principali di questa opera?

 
Il tema principale di questa opera è l’amore, e non solo l’amore tra una donna e un uomo, ma l’amore per la cultura, la curiosità, l’amore per il viaggio che cavalca l’esistenza attraverso il tempo, lo spazio, l’immaginazione, focalizzandosi sulla bellezza fragile della vita.
Il tema predominante è l’amore tra Giovanni e Elizabeth. Giovanni che lascia la Calabria con il cuore pieno di sogni e nostalgia, diretto a Parma per costruirsi un futuro attraverso lo studio. È lì tra le aule universitarie che incontra Elizabeth, studentessa di Storia Contemporanea, originaria di Alghasires, un paese della Spagna in Andalusia. Spirito libero, ironica e intensa, Elizabeth rompe il suo equilibrio e lo spinge guardare oltre i confini che ha sempre conosciuto.
Tra libri, caffè affollati, studio, nasce un amore che li cambia profondamente. Insieme decidono di intraprendere un viaggio verso le origini di lei, ad Alghasires, per ritrovare frammenti del passato e dar senso al presente. Quel viaggio diventa la pietra miliare di una nuova vita: si sposano, diventano genitori di una bambina, si costruiscono un mondo fatto di piccoli gesti e grandi sogni.
Ma la vita, con la sua imprevedibile fragilità li mette davanti alla perdita più dolorosa. Elizabeth muore, lasciando un vuoto che Giovanni dovrà imparare a colmare con la memoria, l’amore che resta, e la forza di ricominciare per sé e per la loro figlia. Un romanzo delicato e profondo sullo sradicamento, le radici, l’amore che attraversa frontiere, l’amore sulla bellezza fragile della vita, capace di risorgere nel viaggio.


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Se dovessi indicare alcuni autori che spesso emergono come influenze nello stile che produco, direi:
Virginia Woolf – per la sensibilità nel seguire il flusso dei pensieri e delle percezioni.
 Thomas Mann: la sua prosa è ampia, controllata, quasi architettonica. Frasi lunghe ma lucidissime, un tono spesso ironico sotto la superficie seria, e una capacità straordinaria di intrecciare psicologia individuale e grandi temi (decadenza, arte, borghesia, malattia). Leggerlo significa entrare in un pensiero che si sviluppa con calma, ma senza mai perdere precisione e profondità.
 Thomas Bernhard: qui invece cambia tutto. Frasi torrenziali, ripetizioni ossessive, ritmo martellante. Una voce che sembra parlare senza prendere fiato, piena di invettiva, sarcasmo e disperazione lucida. Dove Mann costruisce, Bernhard scava—fino quasi a consumare il pensiero stesso.
James Joyce aggiunge un’altra dimensione ancora—ed è forse il più radicale dei tre.
Con Joyce la prosa smette quasi di essere solo “prosa” e diventa esperienza mentale diretta. Pensa a flusso di coscienza, ma anche a qualcosa di più: linguaggio che si piega, si deforma, gioca, si reinventa continuamente. In opere come Ulysses o Finnegans Wake, la frase non serve solo a raccontare—serve a far accadere il pensiero.

 

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