giovedì 11 giugno 2026

Intervista a Egidio Burnelli

 



Buongiorno, come nasce il saggio Le mani nel fango?

Il mio saggio nasce dall’intento di indagare il fenomeno delle alluvioni in Italia, con particolare attenzione non soltanto agli aspetti naturali e idrogeologici, ma anche alle risposte sociali e comunitarie che tali eventi hanno generato nel corso dei decenni.
L’idea originaria alla base del lavoro prevedeva la realizzazione non soltanto di un’elaborazione scritta, ma anche di un possibile documentario che potesse dare voce diretta ai protagonisti delle emergenze: volontari, cittadini e istituzioni che si sono attivati in occasione di tre eventi simbolici – l’alluvione di Firenze del 1966, quella di Genova del 2011 e le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2023.
Tuttavia, a causa delle tempistiche ristrette e della complessità organizzativa necessaria per un prodotto audiovisivo di qualità, non è stato possibile realizzare questa parte del progetto. La dimensione documentaria rimane comunque presente all’interno del saggio attraverso l’utilizzo di fonti orali, interviste e materiali raccolti dai protagonisti stessi degli eventi, che confluiranno nella strutturazione di un archivio digitale open access, con l’obbiettivo di una sua possibile futura creazione. In tal modo, anche se in forma diversa rispetto a quanto inizialmente immaginato, il lavoro intende valorizzare la memoria collettiva e garantire la conservazione e la fruizione pubblica delle testimonianze.



Quali sono le tematiche principale dell’opera?
 

La tematica fondamentale del saggio è quella di far emergere le forme di volontariato e di come queste sono mutate nel corso dei tempi.
La ricerca si fonda su un approccio di storia orale, che riconosce la memoria come processo dinamico, selettivo e in continua trasformazione. Le testimonianze raccolte non sono considerate semplici racconti soggettivi, ma vere e proprie fonti storiche, capaci di restituire dignità e centralità a esperienze spesso escluse dalla storiografia tradizionale. Particolare attenzione è rivolta al ruolo delle emozioni, delle relazioni e della soggettività, nonché all’analisi critica degli scarti e delle imprecisioni della memoria attraverso l’incrocio delle fonti. Un ulteriore asse di riflessione riguarda l’uso dei social network come strumenti di ricerca e di contatto con i testimoni.  
L’esperienza ha mostrato i limiti delle reti digitali nel generare partecipazione attiva, evidenziando al contrario l’importanza delle relazioni dirette e delle reti personali, in linea con le riflessioni di Robert Putnam sul capitale sociale. Nel confronto tra i tre eventi emerge un filo rosso che attraversa epoche diverse: la solidarietà come risorsa fondamentale per la tenuta sociale delle comunità colpite.  
Il saggio mostra come, pur mutando forme e strumenti, la solidarietà resti un elemento strutturale della risposta ai disastri, confermando il ruolo della Public History nel dare voce alle persone comuni e nel trasformare l’emergenza in patrimonio condiviso di memoria e conoscenza.


 
A chi è rivolto il libro?
 

Il libro è rivolto prevalentemente a storici o ad appassionati di storia. Però credo possa essere una lettura agevole anche per chi non è del mestiere. Dopodiché spero che la mia ricerca possa interessare qualcuno e che si possano aprire nuovi sviluppi anche grazie all’intervento di qualcuno che dopo aver letto il mio saggio ne rimanga incuriosito e voglia aiutarmi a completare l’archivio open access che nel testo viene solo strutturato.

 

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