giovedì 27 agosto 2020

Solitudine e malattia in Cesare Pavese

 di Fabrizio Bandini







Il programma comunque viene portato avanti testardamente. 

Solo Fernanda Pivano in quegli anni lo trascina di nuovo nel gorgo della vita. 

Ma anche con lei fallisce. 

Non resta allo scrittore che tornare nel suo doloroso carcere, nella malattia, nella nevrosi. 

Per poi accorgersi, dopo qualche tempo di lacerante sfibramento, che la sua solitudine non è più voluta, eroica, stoica, ma oramai è imposta, subita, destinale. 

Così si confida alla Pivano: “In un lungo periodo, P. raggiunse una sua stoica atarassia attraverso la rinuncia assoluta ad ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere. 

Si sentiva come intontito e chinava il capo, e cercava di scrivere. 

Ma di mese in mese e di anno in anno scriveva sempre meno: la vita in lui si prosciugava. 

Diventava un fantasma. 

Pure P. teneva duro, perché sapeva che un franamento verso le creature, verso qualunque creatura, sarebbe stato soltanto una ricaduta, non una rinascita… 

Invece avvenne il franamento, e P. cercò di fermarsi a mezza strada, e non ci riuscì. 

Adesso sconta ogni istante della fittizia solitudine che si era creata. 

La vita si vendica con una solitudine vera. 

Sia come vuole la vita” (19).

Sono gli anni fatali in cui Pavese incontra la psicanalisi, l’etnologia, la storia delle religioni, l’antropologia, in cui legge assiduamente Freud, Frazer, Lévy-Bruhl, Jung, Frobenius, Kerényi, Eliade, Vico, i classici greci. 

È la scoperta del selvaggio, dell’inconscio, del mitico. 

La vita di Pavese accelera, comincia a seguire “un lavoro sempre più incalzante”, “una ricerca interiore sempre più marcata” (20). 

Egli si tuffa nel mondo vischioso e affascinante del mito, del pensiero arcaico, scopre “nel suo inconscio un simbolismo legato alla campagna e alla sua infanzia”, si interessa a “temi legati al mondo agreste”, alla sua “aggressività inconscia”, al “gusto erotico per le situazioni di sangue e di violenza” (21). 

Da quel momento in poi il mito diviene l’elemento ispiratore centrale della sua arte (22). 

Pavese non studia il mito, semplicemente lo vive (23). 

Scende nelle profondità, scopre simboli e archetipi, vede destini operanti ovunque nella Physis, scopre leggi, primordiali e implacabili (24). 

E le subisce. 

La Natura stessa non fa che celebrare ai suoi occhi un rito, impassibile, crudele, sanguinaria (25). 

O meglio: la Natura stessa, nella sua essenza, è rito. 

Un cadenzato nascere, vivere e morire, a cui nessun essere può sfuggire. Essa è rito, sacrificio, destino, furioso divenire, panta rei, Samsara. 

Come dice Anassimandro: “Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che dev’essere” (26).

Pavese seguendo questi segni svilupperà negli anni successivi una poesia mitica, monotona, ripetitiva, ritornante, come gli atti cultuali, i riti, i misteri, i miti (27). 

Un’arte poetica che evochi la mitologia, che sia mitologia (28). 

Una poesia che accenni, come le sentenze oscure-luminose di un oracolo (29), come le sentenze del dio di Delfi (30). 

L’impresa è difficilissima, titanica, solo pochissimi vi riescono. 

Ma Pavese vi si arrischia – sino al termine della sua vita – tuffandosi nel mondo mitico dell’infanzia, dell’inconscio, dello stato aurorale delle profondità della coscienza (31), come un cabalista alla ricerca delle scintille divine. 

Il rischio è di possedere il mito, portarlo a chiarezza, dandogli forma con la poesia, non viverlo più e così distruggerlo (32). 

Per questo la poesia deve essere mitica, come una fede, un evento unico, una rivelazione inaudita, un mistero. 

Ciò che Baudelaire ha nominato <<exstase>>. 

Il raccogliersi e l’abbandonarsi davanti all’assoluto, al gesto primordiale, all’unico (33).

Tutto questo però non lo aiuta a sanare la frattura. 

La Natura, con le sue leggi e i suoi riti, gli appare selvaggia, oscura, barbara, crudele, inaccettabile, ingiusta.

Cosa proibita emersa dall’inconscio, superata, censurata violentemente (34). 

E ora ci deve fare di nuovo i conti. 

Inoltre la Physis gli si presenta come destino, dove tutto è già deciso, “predetto, voluto dal Dio” (35).


Estratto da "Solitudine e malattia in Cesare Pavese" di Fabrizio Bandini, Midgard Editrice.


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lunedì 24 agosto 2020

Il deserto delle maschere

 di Alexandra Fischer






Le sabbie viola rilucevano nella pienezza del lungo giorno desertico.

Pochi alberi contorti e spinosi intervallavano il percorso qua e là e il suolo era disseminato di sassi acuminati e spine.

Due figure affiancate cavalcavano a ritmo costante, ma non troppo frettoloso, per non sfiancare i loro animali provati dal lungo percorso.

La guida tirò il viaggiatore per l’angolo del mantello: “Guarda laggiù.

La distesa di sabbia, a un certo punto, era interrotta da una costruzione nera, di forma conica.

“Cos’è, un cimitero?

La guida si arrotolò le maniche dell’ampia tunica lasciandogli intravedere il bracciale di legno che portava.

Il viaggiatore ne notò gli inserti di ceramica e ciascuno raffigurava una serie di case dalla pianta a forma circolare e dalle facciate decorate con le sagome di pe-sci dal corpo serpentino.

“Allora è uno dei vostri luoghi di divertimento. E magari salterà fuori un bel pasto con uno dei pescetti che vedo lì.

“Non scherzare.

Gli occhi a mandorla blu della guida mandarono un bagliore gelido.

Lui distolse lo sguardo.

Sarai anche una fanciulla dalla tunichetta a ricami intonati a quelli degli stivali, ma che caratterino. Meriteresti due ceffoni, ma mi servi. Per ora.

Lei gli additò l’edificio: “Quella è la Città Dormiente.

Lui la sfidò: “La mia gente la chiama il Deserto delle Maschere.

La guida chinò la testa, lasciandogli vedere l’elaborata acconciatura di treccine nere trattenute da fermagli di metallo e legno decorati con pietruzze opalescenti.

Il dettaglio lo fece rabbrividire, perché conosceva la storia di quel popolo, sconfitto dal suo soltanto perché fin troppo ricco di magia, nascosta negli oggetti e negli individui più innocui.

Era stato proprio l’eccesso di potere a sconfiggerli, rendendoli servi del suo.

Come questa bella ragazza, ad esempio. Il suo posto dovrebbe essere quello di concubina di uno dei guerrieri di grado più alto, se non del governatore stesso.

Quando la rialzò lo fissò con un’espressione impassibile: “Sia pure. Certo, il Deserto delle Maschere. Il vostro Perlustratore è stato visto lì per l’ultima volta e credo abbia trovato qualcosa di interessante.

“Ma dovrebbe essere già rientrato.

Lei allargò le braccia: “Cosa volete che ne sappia? L’unica è recarsi laggiù, non credete, Custode dei Rotoli?

Lui si chinò in segno di deferenza scherzosa: “Chiamami pure Jyrzo. E tu davvero sei solo Dama Lojkter?

La fanciulla congiunse le mani e chinò la testa, ma il suo tono era gelido: “Sì. È un nome rimasto attaccatomi, nonostante io lo abbia rinnegato pur di essere libera. Per te sono solo la guida che ti porterà a destinazione.

Sono il doppio di lei e armato con un paio di lame e due coltelli di riserva, potrei ucciderla anche subito, ma ho paura di lei.

La fanciulla gli fece segno di scendere dalla cavalcatura e lo imitò subito dopo.

Lui la osservò deluso mentre legava le cavalcature smilze a un albero disseccato che si trovava nei paraggi.

Prima di andarsene, tirò fuori di tasca un paio di radici bluastre che offrì a ciascuna delle due creature.

Con ancora nelle orecchie il rumore della loro masticazione, Jyrzo le obbedì, ma non senza eccepire: “Così ci metteremo di più. E il resto del Consiglio è impaziente di avere sue notizie. Non è da lui sparire così.

“Me lo hai ripetuto un’infinità di volte, e devo riconoscere che l’anticipo per i miei servigi è stato generoso. Ma, per sbrigarci nel migliore dei modi, meglio proseguire a piedi.

Gli indicò la costruzione sempre più vicina.

Ai lati della strada gli alberi grigi rinsecchiti si fecero più numerosi.

I loro rami parevano slanciarsi per ghermirli.

In lontananza, le cavalcature emisero un verso rauco: “Cos’hanno?

“Fiutano la morte che c’è stata qui e che ancora non se n’è andata. Guardati intorno. Per questo ho deciso di lasciare legate a quegli alberi. Altrimenti ci avrebbero disarcionati.

La guida mosse le dita e una piccola luce si librò in volo scomparendo subito dopo.

Bastò per zittire i due animali.

“Cos’era?

“Un falso ricordo. Credono di essere nei prati accanto al fondaco da dove le abbiamo comprate.

Jyrzo fece una smorfia e sfiorò senza volerlo la lama più lunga appesa alla cintura: “Una delle illusioni nelle quali il tuo popolo è pazzamente abile? Quanto durerà, Chawtin?

La guida seppe dominarsi per entrambe le battute offensive: “Abbastanza per fare quello che dobbiamo.

Farmi capire che siamo una razza di folli e interpellarmi con il nome del mio popolo come se fossi una stracciona.

Resosi conto di avere esagerato, Jyrzo addolcì: “Magari ci fossero illusioni così anche per gli esseri umani.

“Chi ti dice che tu non ne stia sperimentando una sulla tua pelle proprio ora, Aujarks?” ribatté la guida.

Lui snudò la lama più corta e gliela puntò alla gola: “Se da quell’edificio uscirà anche una sola belva, sarà il tuo ultimo trucco.

“Dimentichi che la mia unica fortuna è di essere nelle grazie del mio governatore, altrimenti non sarei qui, però ammiro voi della Razza Superiore.

L’emissario, tuttavia, non era così facile da placare, neppure con quel titolo onorifico.

La stanchezza del viaggio, la consapevolezza di dover fare in fretta e la paura del deserto lo avevano stravolto, tanto da fargli rinfoderare la lama a fatica.

Ma cosa mi prende? I Chawtin e il nostro popolo ora sono in rapporti più che cordiali. Sembrano davvero essersi rassegnati alla nostra dominazione.

“Doveva consegnarci il solito dispaccio sullo stato della vostra civiltà. I patti fra noi sono stati chiari.

La guida gli fece un inchino: “Sicuro. Anche il nostro governatore è impaziente di vederlo.

Poi abbassò la voce e tirò fuori dalla bisaccia un sacchetto nel quale brillava una polverina multicolore.

“Ci servirà per quando entreremo.

La sfiorò con l’indice, e poi la ritirò nel sacchetto: “Certo, non è detto che ci sia il vostro Perlustratore. Dicono che lo abbiano avvistato con un paio di bisacce.

Da una spuntavano dei rotoli.

Jyrzo si calmò.

Il particolare quadra. Allora è passato di qui, e ora si starà gingillando chissà dove. Ho sempre odiato la sua mania di dilungarsi da queste parti. Va bene voler tranquillizzare il Consiglio dei Quattro, ma lui sembra averci preso gusto a vagabondare in questo posto.

Ricordava di aver visto le immagini di quegli stessi luoghi prima della guerra fra i loro popoli.

Coltivazioni lussureggianti, cascatelle artificiali, edi-fici dalle mattonelle decorate di terracotta invetriata con figure di pesci serpentini e cavalcature come le nostre. E poi miniere di pietre splendenti come quelle che vedo qui, in possesso della mia guida. Mi sembra persino impossibile che il nostro popolo sia arrivato a ridurre così questo posto.

Si guardò intorno.

C’era solo deserto, qualche albero morto e l’edificio.

Una nebbiolina bluastra salì dalle sabbie e lo circondò, provocandogli sofferenze terribili: si sentì percosso e accoltellato.

La guida lo immobilizzò, mentre la nebbiolina si infittiva e il dolore aumentava.

Jyrzo svenne.

Quando riaprì gli occhi mise a fuoco con grande difficoltà la sagoma nerastra di un edificio rettangolare.


Estratto dal racconto "Il deserto delle maschere" di Alexandra Fischer, antologia fantasy "Hyperborea 4", Midgard Editrice 2020


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www.ibs.it/hyperborea-vol-4-libro-vari/e/9788866722144

www.mondadoristore.it/Hyperborea-4-na/eai978886672214/


venerdì 21 agosto 2020

Intervista a Federico Monni

Intervista a Federico Monni, autore del libro “Il battito della natura”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.









Buongiorno, parlaci di questa opera, come nasce? 

Buongiorno, l’opera nasce dalla spontaneità, in un periodo non proprio bello per me, per usare un eufemismo.

In questo periodo mi sono cimentato nella stesura di qualche poesia, la poesia come ho spiegato più volte è stata ed è tuttora un canale di comunicazione, dove io riuscivo ad esternare emozioni che a volte nemmeno io comprendevo e che grazie alle poesie uscivano e divenivano comprensibili anche se, inizialmente, solo a me stesso.

Dunque piano piano cresceva in me quest’esigenza di scrivere per essere capito e gettare fuori parti “marce” di me stesso, con il desiderio di farle divenire armoniose e utili.

Ed eccoci poi al come è venuto fuori il libro, un mio amico vedendo le mie poesie mi ha spinto a provare a mettere insieme una raccolta ed inviarla ed eccola qua, la raccolta “Il Battito della Natura”, dove ho cercato di restituire al lettore quella sensazione di unitarietà con l’Universo e con me stesso che ho provato in questo brutto periodo.



Quali sono le tematiche più importanti della tua poetica?

Innanzitutto non credo ci siano tematiche più o meno importanti all’interno del libro.

Il libro tocca numerosi punti, vuole essere un inizio per creare discussioni, partendo dalla nostra essenza, dunque dalla natura.

Si passa dalla consapevolezza della piccolezza umana, alla tracotanza dell’uomo stesso che ergendosi a legislatore delle leggi della natura, ne dimentica l’importanza.

Il libro vuole stimolare il lettore ad interrogarsi ed a non lasciarsi travolgere dalla sfavillante apparenza del conformismo.

Si tocca con sensibilità il tema della diversità e delle emozioni incomprensibili, potenti, che spesso ci fanno così paura da chiuderle in un cassetto ed etichettarle come “negative”.

Le poesie sono uno strumento attraverso il quale comprendere più noi stessi, lanciando il messaggio che non esiste una normalità oggettiva, un invito a guardarsi dentro, senza paura.

Un invito a far tramontare l’apparente luce delle nostre vite, per assaporare il vero Sole che è sopra di noi, ma prima di ciò si deve necessariamente imparare a nuotare negli oscuri laghi che ci sono dentro di noi.

Tutta la poetica vuole far cadere la becera maschera che abbiamo per lasciar spazio a quella spontaneità, a quella bellezza, originalità che risiede in ognuno di noi, anche attraverso la riscoperta della nostra vera casa, la terra.

Infine, credo che il messaggio più denso, più importante sia quello di non lasciarsi annichilire dalla potenza dell’oscurità, soprattutto in un periodo come questo, dove siamo stati e forse saremo chiamati a passare più tempo con noi stessi che con gli altri, dove è sempre più facile cadere nei baratri da noi costruiti, è di vitale importanza non perdere mai di vista l’essenza positiva di tutto ciò.

Riflettere sulla positività del negativo, questa forse è la tematica più attuale e il compito più grande che ognuno di noi è chiamato a fare.



Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Gianluca Kaja. Come è stata la collaborazione con lui?

Sì esatto, più che impreziosito direi completato dalle illustrazioni di Gianluca.

Il ruolo dell’immagine all’interno del libro è molto rilevante visto che senza immagini mentali probabilmente io non sarei stato in grado di dar vita a nessuna poesia.

Grazie alle immagini si è cercato di dare al lettore una visione più densa e coinvolgente dell’emozione che sta dietro alla poesia e per me non è stato difficile individuare in Gianluca il ragazzo adatto a fare ciò.

Con Gianluca collaboriamo praticamente da 5 anni ormai, fin dai tempi del Liceo siamo stati propensi a idee di ogni genere, che potessero far fare un primo passo alle nostre vite.

Non solo, lui è stato una delle persone che mi è stata più vicino e forse l’unica con la quale sono riuscito a rompere quel muro dell’incomunicabilità e dunque ad ergere questo sistema che abbiamo creato.

La collaborazione è stata ottima, siamo andati avanti di pari passo, i disegni rispecchiavano l’immagine che io avevo in testa al momento della stesura delle poesie, ma soprattutto ho premuto affinchè ci fosse tanto della sua interpretazione perché come più volte ripeto, qualunque emozione la poesia susciti nel lettore è da considerare autentica.

Ci tengo particolarmente ad elogiare il suo lavoro perché lui tende a mettersi in secondo piano a non prendere i meriti, ma le immagini sono veramente belle e sono un abito perfetto per le poesie; soprattutto ci tengo ad esaltare la persona, sempre in prima linea, pronto a qualunque sacrificio per se stesso e per le persone a cui tiene, è stato facile e logica conseguenza condividere questa prima avventura insieme.

Dico prima, perché già abbiamo numerose idee sulle quali stiamo lavorando, che spero possano presto prendere vita.

Un grazie doveroso alla casa editrice per aver creduto nell’opera, per primi.

Infine tengo particolarmente a ringraziare il professor Massimo Fico per la disponibilità nello scrivere la prefazione e soprattutto per la dedizione, passione con le quali ci ha introdotto sulla via dove siamo oggi.




Quali sono i poeti, contemporanei e non, che apprezzi di più?

Onestamente non sono uno studioso di poesia e dunque non conosco moltissimi poeti contemporanei.

Detto ciò, visto il valore che io do alla poesia credo siano tutti meritevoli di stima al di là del contenuto, visto che soprattutto al giorno d’oggi è coraggioso mettersi in gioco e voler contribuire all’espansione di un’arte così nobile che fa assaporare il gusto delle emozioni, specialmente quelle più profonde e oscure di noi stessi.

Per quanto riguarda poeti che mi hanno colpito più intensamente è doveroso nominare Giacomo Leopardi, le sue “Operette Morali” e i “Canti”, dalle quali ho tratto numerose idee e spunti per le mie teorie, come la poesia “Granelli di felicità” che si ispira alla “Ginestra” e il “Dialogo al Sole” che si ispira al “Dialogo della natura e di un islandese” e al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Un altro poeta a cui mi sono largamente ispirato è Fabrizio De André, tra l’altro nella raccolta è presente anche una poesia omaggio dedicata a lui, ovvero “Al Ballo Mascherato”, ma più in generale ci tengo a sottolineare quanto la sua musica e la sua Weltanschauung mi abbiano influenzato e accompagnato durante i momenti più riflessivi del mio percorso fin qua.

Inoltre ci tengo a voler rimarcare quanto la mia poetica sia influenzata più dalla filosofia che da altro, infatti specialmente in questa raccolta mi sono ispirato molto all’Etica di Baruch Spinoza e al suo concetto di “Deus Sive Natura”, in più ultimamente nei miei lavori il filosofo più presente è senza ombra di dubbio Friedrich Nietzsche, soprattutto la sua opera la “Gaia Scienza”.


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martedì 18 agosto 2020

Dipinto

 di Marco Bertoli




«Dunque? Che ne dici, elfa? Accetti l’incarico o devo cercarmi un altro scagnozzo?» L’inflessione della voce era quella di un individuo non abituato ad attendere per avere una risposta.

Ardweena ingen mic Cróga de Iolair mac Sionnach clistey serrò le labbra carnose e rimase in silenzio a fissare l’uomo tracagnotto seduto scomposto sopra una poltrona rivestita di broccato. Ribolliva di stizza. Bartolomeo Caratto Podregher le aveva già mancato di rispetto per non averla invitata ad accomodarsi. Adesso le rivolgeva la parola con un tono adatto a interpellare un brigante di strada, non certo un’appartenente alla gilda delle ‘Cacciatrici di taglie’.

Tipico di un mercante che sguazza nei grossoni e ritiene che il resto del mondo sia al suo servizio, rifletté. La responsabile cittadina della congrega l’aveva informata sullo status del committente, dopo che le aveva assicurato la propria disponibilità ad assumere l’incombenza. Tutte le colleghe locali, infatti, erano impegnate in altre missioni. Lei era solo di passaggio, però si trovava a corto di denaro e aveva acconsentito. Ora se ne rammaricava. Arricciò il naso in una smorfia di disgusto. Percepiva nell’aria un tanfo di sangue: proveniva dalle mani dell’uomo. Non solo tracotante. Questo maiale gode nell’infliggere dolore a chi non può difendersi. Puzza di sadismo da rivoltare lo stomaco. Contrasse i pugni per non lasciarsi sopraffare da un conato di vomito. «Non posso. Sono una ‘Kopfgeldjäger’, non una sicaria né, tantomeno, una ladra.»

«Non puoi o non vuoi? Non sarà che te la fai sotto dalla paura?»

Uno sforzo di volontà le impedì di sguainare Lathymora e mozzare il capo dell’insolente. Era comunque giunto il momento di mettere in chiaro chi detenesse il potere in quella stanza.

«Di norma non concedo il tempo di pentirsi a chi mi dà della vigliacca. Vedi questi?» Toccò i tatuaggi incisi sulle gote di madreperla. «Le serpi verdi intrecciate a formare una coppia di triangoli equilaterali indicano che mi fregio del grado di ‘Droch mac tíre’. ‘Lupo feroce’ a pronunciarlo nel gracidio del tuo linguaggio. Non si arriva a questo livello della gilda senza mettere a repentaglio la vita in decine di circostanze. Puoi ringraziare il vincolo della contrattazione se la tua testa pelata non sta ruzzolando sui marmi del pavimento.» Le frasi furono scandite con noncuranza. Ebbe la soddisfazione di osservare che le pupille del commerciante si dilatavano per il terrore.

Bartolomeo Caratto Podregher si raddrizzò sullo schienale. «Perdonami, non era nelle mie intenzioni recarti offesa. L’ossessione per il dipinto di cui ti ho parlato mi manda fuori di cervello.»

«Scuse accettate. Del resto è un comportamento normale per un discendente di Qad-Amon. Noi figli di Ure Ratavùll non permettiamo ai sentimenti di obnubilarci la ragione» infierì. Non sempre, almeno. Si astenne, però, di esprimere la considerazione.

«Buon per voi» sospirò il mercante. «Consentimi di rimediare alla mia maleducazione.» Indicò una poltrona gemella della propria. «Prego, mettiti comoda.»

Ardweena accettò l’invito. In un tintinnio dell’armatura di maglia e cuoio, si sedette e accavallò le gambe da cerbiatta. «Tornando alla tua richiesta, riconosco che una necromante è un’avversaria assai pericolosa da affrontare, ma non è questo il motivo del mio rifiuto. Neppure sottrarre il quadro che t’interessa una volta eliminata. La gilda sorvola se qualche oggetto prezioso della vittima ci resta appiccicato ai polpastrelli. ‘Il resto, mancia’ tanto per intendersi.»

«E allora, qual'è il problema?»

L’elfa giocherellò con un ricciolo dei capelli color rame lunghi sino alle natiche. «Te l’ho già illustrato: sono una ‘Cacciatrice di taglie’, non un’assassina. Per questo genere di commissioni, devi rivolgerti al ‘Sindacato dei Percussores e Affini’. Suppongo che abbiano un distaccamento anche qui.»

«Ora sei tu che mi offendi» brontolò Bartolomeo Caratto Podregher. « Come se non l’avessi già fatto! Mi hanno liquidato con uno “Spiacenti, ma il gioco non vale la candela. Per quanto allettante, non importa l’entità del compenso, se poi non si può goderselo.”»

«Per i testicoli di Damh! Sono stupita. Ecco una perla di autentica saggezza! Come ho accennato dianzi, non è consigliabile scherzare con un’incantatrice di quella genia… Bene, chiarito il malinteso, ritengo che il nostro colloquio finisca qui.» Ardweena fece per alzarsi.

«Un attimo. Hai detto che l’ostacolo al tuo intervento consiste nella mancanza di una taglia sulla testa di Sehilde.»

«Esatto. Se non è ricercata da nessuna autorità o istituzione, pubblica o privata non ha importanza, non ho una giustificazione legale per agire»

Un sorriso da faina illuminò il volto del mercante. «A questo posso rimediare. Il Capitano di Giustizia ha con me un debituccio che non ha ancora provveduto a saldare nonostante ne siano scaduti i termini: pretenderò il suo pagamento immediato. Entro stasera avrai il documento che serve per tacitare la tua deontologia professionale.»

«Ne sei così sicuro? Anche fra la mia gente circola il proverbio che ‘A pagare e a morire c’è sempre tempo’.»

«Al cento per cento. Essere sulla bocca di tutti per non avere onorato la scadenza di una cambiale può avere conseguenze catastrofiche. Specie se chi l’ha firmata ha la reputazione di uomo integerrimo e rispettoso delle leggi.»

L’elfa annuì. «Ammesso e non concesso che tu abbia ragione, veniamo al mio onorario. Ti avverto che i miei servigi non sono per niente a buon mercato.»

Il volto di Bartolomeo Caratto Podregher si tramutò in una maschera di pietra. «Sputa.»

Ardweena vide con lo sguardo della fantasia una casetta vicina a un laghetto su cui galleggiavano giacinti d’acqua appena sbocciati. Udì la risata cristallina di Artemisia danzare nella mente. Sentì l’anima riscaldarsi al sogno di poter abbandonare quella vita di affanni e pericoli. «Millecinquecento grossoni.»

«Ti ha dato di matto? Non mi sarei arricchito se mi lasciassi abbindolare come una gallina. Con quella cifra posso assoldare un reggimento di mercenari, compreso uno squadrone di cavalieri e un paio di catapulte. Cinquecento.»

«Sai bene che il numero di lance e spade non conta quando si combatte contro la magia. Milleduecentocinquanta.»

«Stai sopravvalutando le tue abilità, ‘Kopfgeldjäger’. Qua da noi si usa dire che ‘Chi si loda, finisce che s’imbroda’. Settecentocinquanta.»

«Mille e non se ne parla più. Metà in anticipo, il resto a missione completata. Prendere o lasciare.»

Il mercante si succhiò un labbro per qualche secondo. «E sia. Vada per mille.» Scosse la testa. «È la giusta punizione per la mia taccagneria: tutta questa storia è nata perché ho voluto risparmiare dieci miserabili monete d’oro.»

La ‘Cacciatrice di taglie’ inarcò le sopracciglia sottili. Tentò per un attimo di resistere all’innata curiosità del suo carattere, quindi cedette: «A cosa ti riferisci?»

La spiegazione uscì dalla bocca di Bartolomeo Caratto Podregher come se fosse estratta dalle tenaglie del boia. «Io e la necromante partecipavamo a un’asta di opere d’arte e siamo entrati in competizione per accaparrarci “La fustigazione di Domitilla d’Anduze de Saint-Bonnet”.»

«Però. Che profonda comunione creatasi fra spiriti di natura tanto dissimile.»

Il mercante ignorò il sarcasmo del commento. «Abbiamo rilanciato l’uno dopo l’altra a puntate di dieci grossoni sinché ne ho offerti trecento.»

«Per Tymosune! Un bel gruzzolo per una crosta simile… Perdonami, noi elfi seguiamo canoni estetici diversi da quelli umani.»

«L’ho pensato anch’io. Non della qualità del dipinto, che è un piccolo capolavoro, ma della somma. M’è parsa una pazzia e così non ho ribattuto nel momento in cui Sehilde ha sibilato “Trecentodieci”. Idiota e imbecille! Il folle sono stato io. Non mi troverei in questa situazione di…»

«Fhalbh ha una cadenza più armoniosa.»

«Se non avessi ascoltato la mia stramaledetta avarizia.» Si alzò. «Inutile sprecare altro tempo in chiacchiere. Vieni, andiamo a stilare il contratto.»


Estratto dal racconto "Dipinto", antologia fantasy "Hyperborea 4", Midgard Editrice 2020


midgard.it/hyperborea4_ebook.htm

midgard.it/hyperborea4.htm

https://www.ibs.it/hyperborea-vol-4-libro

https://www.mondadoristore.it/Hyperborea-4



martedì 4 agosto 2020

Intervista a Ottavio Nicastro

Intervista a Ottavio Nicastro, autore del racconto “The Monster”, terzo piazzato al Premio Midgard Narrativa 2020, edito nell’antologia fantasy “Hyperborea 4”, nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.







Buongiorno Ottavio, parlaci del tuo racconto, come nasce?
 
Potrebbe sembrare retorico, ma come succede alla maggior parte delle cose destinate a incontrare il consenso da parte del prossimo, è la casualità a decidere.
Mia figlia vive e lavora a Milano. Una sera d’inizio primavera passeggiavamo lungo il naviglio, dove la movida è più accesa. Ho visto una giovane donna, molto bella incontrare un giovanotto. Socializzare e dopo andar via insieme. La fantasia si è accesa e la storia ha preso corpo. La prerogativa di chi scrive libri è di poggiare un piede nella realtà, l’altro da un’altra parte. La creatività non è soggetta a condizionamenti. Agisce in perfetta autonomia e quando meno te lo aspetti. 


Il racconto mescola tematiche e ambientazioni horror, Dark fantasy e Urban fantasy. Ti piacciono molto questi generi letterari?

Moltissimo. È innegabile che la realtà di tutti i giorni si rifletta in differenti universi. Immaginari quanto irreali, almeno in apparenza. I mostri che agiscono nel quotidiano sono il frutto dei nostri sogni, pronti a emergere dall’Io inconscio per mostrarsi ai nostri occhi. È l’immaginazione a crearli a volte agendo in piena incoscienza, altre in modo proprio. Sia nell’uno sia nell’altro coso, tali manifestazioni rappresentano il frutto delle nostre paure, delle incertezze. Delle fobie. Dei timori che la vita del quotidiano esercita in ognuno di noi. Come sarà il domani? Che cosa riserva il destino? Domande destinata a non aver risposta. Ed ecco che il timore atavico rischia di travolgerci. È innegabile che la paura più terrificante di tutte sia: 
La Paura di Avere Paura.   


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Essenziale. Importante. Decisivo. La creatività è un dono raro quanto prezioso. Maledetto per alcuni. Le storie nascono nella mente, presto assumono vita propria. Premono per uscire, raggiungere la carta e mostrarsi agli altri. Adesso lo scrittore è libero ed ha finito di soffrire, almeno fino a quando la successiva storia non prenderà forma e consistenza di se. E tutto è destinato a ricominciare in un caleidoscopio infinito dove gioia e dannazione rappresentano le due facce della stessa medaglia.


Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?

Tutti quelli bravi e sono tanti da non poterli contare. Il mio primo libro l’ho letto che avevo sei anni. Lo ricordo come se fosse adesso. È stato L’Ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Da allora non ho mai smesso. Adesso i libri letti sono centinaia, forse un migliaio. Poco importa. In ognuno di loro ci trovi fantasia, inventiva. Saggezza. Spirito di giustizia. Amore, passione. L’uomo è una creatura meravigliosa, quando da sfoggio di se mostrando il lato benevolo che il Creatore nella sua immensa saggezza, ha voluto donargli. L’arte si esprime in svariati modi. Ma qualunque sia quello scelto: un libro, un quadro, un brano musicale, una statua. Una pièce teatrale, un film di successo, è innegabile che in quella creazione sia presente una goccia dello spirito dell’Onnipotente.