martedì 28 aprile 2020

Ricordi di una principessa clandestina

di Brisa (Fabrizia Fioroni)






Eclisse

Tra la Luna e il Sole
mancano le parole,
quelle che non diciamo,
ma quelle che confessiamo.
Quella che sono
e quella che sono stata.
Tra la Luna e il Sole
mancano le parole.
Spero che un giorno
esista un’eclisse
per poter capire
quello che volevo dire.


Caos

E questo frastuono
di idee confuse
trasforma in silenzio
i rumori della strada.


Il tempo che fu

Il calore di un tempo
avvolge le fredde emozioni di oggi.
Il tempo è il ritratto
delle lacrime che scorrono,
clandestine
fugaci ed eterne.
Ma qui
ora,
amiche di notti effi mere,
compagne di rimpianti ormai vissuti.


Essenza

Sono solo un intervallo
tra una poesia ed un’altra.


Gocce

Le gocce
eterno tintinnio.
Gocce di pianto,
gocce di felicità.
Gocce di mare,
gocce di neve.
Gocce di lacrime
tristi e felici.
Gocce.
Ho riempito il mio cuore.
Gocce.


Poesie da "Ricordi di una principessa clandestina", Brisa (Fabrizia Fioroni), Midgard Editrice 2020




venerdì 24 aprile 2020

L’Uomo Spaventato

di Davide Schito






Milano, quartiere Lambrate.
Una sera d'inverno. Una fredda sera, di un altrettanto freddo inverno.
Ha appena smesso di nevicare, una nevicata lunga, costante, di quelle che in poche ore riescono a bloccare l'intera città, mai abbastanza preparata. Fuori, centinaia, migliaia di auto incolonnate, persino il suono penetrante dei clacson ovattato dal manto bianco.
Ma non nella piccola via privata.
Qui, il silenzio regna sovrano. Complice lo scarso passaggio, la via è deserta. La neve immacolata, eccetto per alcune impronte, ha raggiunto ormai i parafanghi delle poche auto parcheggiate.
Le due vetrine del locale sono completamente appannate. Il calore dell'aria all'interno, scontrandosi con i vetri gelidi, ha prodotto un sottile strato di condensa, tante piccole gocce che cadendo le une
sulle altre diventano sempre più grandi, come in un'innocua slavina.
L'interno, solitamente stracolmo di gente tutti i giorni della settimana, è ora deserto, ad eccezione di due uomini che occupano uno dei tavolini in fondo, appena sotto le grandi finestre di vetro
smerigliato che danno sul cortile interno del vecchio stabile di ringhiera.
Persino il barista, finito di lavare gli ultimi bicchieri, si è assentato uscendo dalla porticina di servizio posta vicino al bagno.
Nell'aria, una musica a basso volume. Anni 50, Platters, The great pretender. Così diversa dal rock sparato a tutto volume nelle sere del fine settimana, quando un variegato mix di studenti,
sfaccendati e uomini in carriera si accalcano di fronte al bancone in attesa di degustare le ottime birre artigianali prodotte nel piccolo birrificio sul retro.
Gli unici due avventori si scambiano una veloce occhiata attraverso il bicchiere pieno a metà di birra, mentre, sollevandolo in un movimento quasi sincrono, bevono due lunghi sorsi. Il tipo di birra che stanno bevendo è lo stesso: una Weiss, inconfondibile nel bicchiere la cui forma ricorda la Coppa del Mondo di calcio, ed il cui nome richiama la cattedrale simbolo di Milano.
Le similitudini tra i due, però, finiscono qui.
L’uomo seduto sulla destra è infreddolito, nonostante il riscaldamento del locale funzioni a pieno regime. E soprattutto è spaventato. Lo si capisce da come si muove, dal continuo movimento della testa e degli occhi che sembrano non voler stare fermi, ma continuano a scandagliare i dintorni alla ricerca di un potenziale pericolo. Non sappiamo il suo nome, per comodità ci riferiremo a lui usando l’appellativo di Uomo Spaventato.
Colui che gli sta di fronte, invece, sembra sicuro di sé. Spavaldo, quasi. Spalle larghe, dritte, è elegante. Indossa un completo, quasi sicuramente di sartoria, giacca, pantaloni e cravatta neri, camicia bianca. Fossimo in un film americano, potrebbe benissimo essere un agente della CIA o dell’FBI.
Da quando sono entrati, una decina di minuti prima, non hanno ancora aperto bocca. Si sono limitati a guardarsi, occhiate distratte e diffidenti tra un sorso di birra e l’altro.
È l’Uomo Spavaldo a prendere per primo la parola.
- Hai paura?
Nessuna risposta. L’Uomo Spaventato sembra bloccato, come se il freddo gli avesse paralizzato muscoli e corde vocali, impedendogli qualsiasi tipo di movimento che non sia bere o guardarsi attorno.
- Hai paura? – ripete l’Uomo Spavaldo, una punta d’impazienza nella voce. Una voce maschile anonima, priva di accento, quasi meccanica.
- Sì. Sì, ho paura. – risponde infine l’Uomo Spaventato passandosi le dita sugli occhi stanchi – Come mi hai trovato?
Un sorriso beffardo increspa ora le labbra dell’Uomo Spavaldo. Si aspettava questa domanda, in fondo gliela fanno tutti. Ogni volta. Il suo lavoro, si ritrova a pensare, può essere davvero ripetitivo a volte.
- Davvero ti interessa saperlo?
- No. Suppongo di no.
Sorso di birra. Per prendere coraggio, o almeno illudersi.
- Non credevo ora. Così presto. – prosegue l’Uomo Spaventato, cercando di non far tremare la voce roca. Ora sembra un po’ più sicuro di sé. O forse solamente un po’ più rassegnato, come un perdente che per un attimo ha avuto paura di vincere, ma che ora è tornato nella sua dimensione e aspetta il familiare momento della sconfitta con tranquillità.
Fruga nella tasca del pesante giaccone nero che indossa nonostante nel locale ormai si sia diffuso un discreto tepore. Estrae una foto, sgualcita dal tempo, i colori sbiaditi, un angolo strappato, una macchia di inchiostro che la sporca appena. E’ stata scattata con una di quelle ormai vecchie macchine fotografiche analogiche a rullino che rendevano necessario sviluppare le foto scattate per vedere se erano venute bene. Prima del boom delle digitali con le quali si scattano migliaia di foto inutili destinate a rimanere solo un cumulo di bit nell’hard disk di un computer, fino a quando un virus non renderà necessaria una formattazione.
La mette sul tavolino di legno, passandola verso il compagno di bevute.
- È a causa loro vero?
L’Uomo Spavaldo prende tra le dita la fotografia. La guarda, e nei suoi occhi azzurri gelidi come l’inverno che fuori dalla porta spinge per entrare, per un attimo passa come un velo. Ritrae una donna ed un bambino. Lei avrà sì e no trent’anni, indossa un maglione a losanghe e i suoi capelli sono mossi e cotonati come andavano di moda nei primi anni 90. Sorride, un sorriso radioso di
quelli che si fanno quando, almeno per un attimo, nell’istante dello scatto della foto, si riescono a mettere in un angolo i problemi e le preoccupazioni della vita di tutti i giorni. Cosicché, riguardando la stessa foto a distanza di anni, ci si possa illudere più facilmente che sia esistito un tempo in cui si  è stati felici.

Estratto dal racconto "L'Uomo Spaventato" di Davide Schito, vincitore del Premio Giallobirra 2011, dall'antologia Giallobirra 2012, Midgard Editrice


giovedì 16 aprile 2020

Piccole cose 3

di Umberto Innocenti






II

Ci ritroviamo ancora lì
seduti in ordine sparso su di una spiaggia
davanti ad un palcoscenico naturale
teatro di strane circostanze.
Pregni di grottesche situazioni
osserviamo senza interesse
una barca che prende il largo
con calma lasciandoci
ricchi di voglie non tolte.


III

Attraverso la porta del mondo
seguito dalla mia lunga ombra
soltanto per capire perché la stessa
scompare per poi ricomporsi
precedendomi.


XV

Conduco la mente là
dove al mio corpo è proibito entrare
apprestandomi a vivere un sogno
senza confini,
senza povertà di ricordi,
senza futili speranze.


XVI

L’uomo va e viene tra notte e giorno
in un paese anonimo dove per strada
si confondono profumi di certezze
prese in trappola dal tempo.



XVII

Vago tra sogni e realtà
vago per le vie di una città anonima
vago tra scorci di cielo irreali
vago sfogando la mia rabbia
perché quel che voglio non so spiegare.


Estratto dal volume "Piccole cose 3" di Umberto Innocenti, Midgard Editrice 2020

midgard.it/piccolecose3.htm


giovedì 9 aprile 2020

Intanto Johnny Depp non sbaglia un film

di Mirco Gatti





Ventiquattro fotogrammi sono il numero di immagini che scorrono in un proiettore 35 mm in un secondo.
Quarantotto fotogrammi sono una striscia di pellicola (due secondi) che tengo chiusa in una scatola come ricordo di un’esperienza unica.
Fare il proiezionista è l'unica cosa che so fare e, probabilmente, meno bene di tanti altri.
Tuttora, se devo pensare a quale altro lavoro avrei potuto fare, non mi viene in mente nulla...
Avrò avuto dieci anni, quando cominciai a prendere dimestichezza con la pellicola, in una cabina di proiezione che somigliava a un paese delle meraviglie con i suoi odori stantii, di muffa e polvere.
Poco più che ventenne, mi dividevo tra il lavoro come lavapiatti e il Cinema; come proiezionista, avevo un contratto part-time, cercando di studiare il modo per pagarmi un affitto e rendermi autonomo.
Nel 1999, l'anno in cui ci fu il passaggio dalla lira all’euro, andai (sempre per arrotondare) a fare il "figurante" per l'ultimo film di Roberto Benigni: "Pinocchio".
Pagavano centomila lire al giorno, l'altra metà dei soldi me la diedero con un assegno in euro.
Chi l'avrebbe mai detto che sarei stato scelto per un primo piano?!
Al trucco, chiesi alla ragazza che si occupava delle comparse se poteva farmi un’acconciatura alla
 "Buster Keaton", la bella ragazza romana mi rispose: "E come no!".
Gran parte del film si girava nei teatri di posa di Papigno, a Terni.
Dopo aver girato alcune scene di massa, mi divertivo a curiosare qua e là per il set; conobbi un signore che stava sempre vicino alla cinepresa e mi spiegava tante cose interessanti sul tipo di luce che voleva dare al film.
In quei dieci giorni imparai tante cose da quel signore sconosciuto (Dante Spinotti).
Le pause tra una ripresa e l'altra erano interminabili, noi figuranti venivamo scaglionati e smistati.
Ogni gruppo aveva la sua mezz'ora di ripresa per poi risprofondare in ore e ore di attesa.
La memoria mi riportò a quando facevo il militare.
I ritmi erano circa gli stessi e le soddisfazioni pure; infatti, quando scattava l'ora del pranzo, vedevi le facce mogie delle comparse o dei commilitoni riprendere vigore.
Arrivava il tuo bel cestino con primo, secondo e contorno.
Finito, mi avvicinavo al catering che preparava le vettovaglie e ci serviva pure il dolce e il caffè! Fantastico!
Poi tornavamo in fila ad aspettare l'aiuto regista per ricominciare il tran tran delle riprese, quindi "motore"... "partito"... "sileeenzio"....... "AZIONE!".
Ricordo che quando mi vide Benigni, scrutò il mio volto, prima mi fissò serio per qualche secondo e poi... mi fece un sorriso del tipo: "Buongiorno principessa! - io, stordito - poi disse all'aiuto regista che andavo bene per quella scena.
Trovarsi dalla solitudine di una cabina di proiezione all'essere catapultati in un set cinematografico di quella portata è per me tuttora un ricordo talmente vago che, se ci ripenso, ancora non ci credo.
Ricordo il calore delle lampade puntate su di me, sulla mia faccia, il trucco, i ragazzi che mi facevano da "cornice"... eeee... Ciak!
La scena consisteva in un’inquadratura panoramica su un centinaio di ragazzi che si dimenavano trovandosi nel Paese dei Balocchi.
Altre comparse trainavano una torta gigante coperta di panna e fragole, lasciandola proprio in mezzo all'inquadratura, quindi arrivavo io e con il piede destro dovevo atterrare in quel pezzo di scotch giallo che uno dei tecnici aveva attaccato al linoleum; infine, dovevo fare una faccia sorpresa e compiaciuta per poi afferrare la fragola, infilarmela in bocca senza guardarla e scappare via. Sembra semplice... sembra!
Per fare quello che in fase di montaggio durerà due secondi (48 fotogrammi), ci mettemmo mezzo pomeriggio.
Dieci ciak, dieci ciak, Cristo Santo!
Vedere Benigni incazzato e sapere che lo avevi fatto incazzare tu, non era così gratificante.
Dopo il quarto ciak, mi bloccai e non ci fu modo per sbloccarmi.
Una volta ero io, una volta non era a fuoco la cinepresa, un'altra volta qualcos'altro, fatto sta che m’inceppai e più provavo a essere disinvolto, più il panico saliva; in più, nel frattempo, si era sparsa la voce che ero di Perugia.
Tra Perugia e Terni c'è sempre stata una sorta di antipatia di matrice calcistica.
Quindi, durante le riprese, alle mie spalle, mentre facevo finta di essere felice e spensierato nel Paese dei Balocchi, sentivo frasi del tipo... "stu perugino de merda!"
Il giorno dopo, durante una delle innumerevoli pause, fece capolino sul set proprio lui, Roberto Benigni.
Ancora stavo rosicando e maledicendomi per quell'occasione (forse) andata persa per la mia maledetta timidezza.
Mi sentii chiamare da dietro le scenografie del Paese dei Balocchi di Danilo Donati: "Mirrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrco!". Mi giro, era lui. Si avvicina.
Vedendomi impacciato, mi stringe la mano e mi abbraccia dicendomi: "Ieri sera ho rivisto le scene e ho scelto la n. 4. Nel film ci sarai".
Il film non ebbe il successo sperato.
Ancora oggi, conservo da qualche parte quei fotogrammi "tolti" da una delle copie del film e le figurine tridimensionali, dove mi vedo mentre tiro le freccette al Grillo Parlante (Beppe Barra).
Capii sulla mia pelle, sul tempo prezioso dei macchinisti, sulla pazienza di Benigni, che non potevo (né volevo) fare l'attore.


Estratto da "Intanto Johnny Depp non sbaglia un film", Mirco Gatti, Midgard Editrice 2012

midgard.it/intanto_johnny_depp.htm

giovedì 2 aprile 2020

Il mistero di Artesia

di Lorenzo Paoli e Serena Biagini






Il vetro leggermente appannato rifletteva l’immagine di Lucia, una ragazzina di quattordici anni, il viso rotondeggiante attraversato da un’impressione di stupore, non si stancava mai di guardare e rimirare il paesaggio che vedeva dalla finestra della sua camera, al 150° piano di un modernissimo palazzo, le cui finestre restavano sempre ermeticamente sigillate.
La meraviglia sul volto riguardava la straordinaria tecnologia di cui era impregnata la sua città, palazzi altissimi, strade sopraelevate che si intersecavano tra loro in un groviglio armonico, dando a Lucia, da sempre, una sensazione di stabilità e d’inquietudine allo stesso tempo.
Veicoli volanti fluttuavano come grandi sciami, in un cielo terso, senza nuvole. In lontananza, all’orizzonte di questa grande metropoli, s’intravedevano le sagome delle montagne.
Un tempo sua nonna le raccontava di antiche storie dove si diceva che il verde dei boschi e delle colline degradava sino alla pianura e nella città vi erano delle oasi naturali, dove le persone andavano a passeggiare.
Verde, foreste, erba, parole difficili da comprendere per Lucia, che era sempre vissuta in questa incredibile città tecnologica, dove tutto era composto da acciaio, leghe speciali, cemento e schermi digitali che promuovevano continuamente i più innovativi prodotti presenti sul mercato.
Nessuno aveva più desiderio di andare in quei luoghi, in montagna, perché la città offriva già tutti i confort desiderabili.
Lucia però, si era ripromessa un giorno di visitarli, quei boschi, insieme ai suoi amici.
Lo sguardo della ragazza, che scorreva lungo il panorama, si soffermava spesso sui cumoli delle antiche rovine che contrastavano con la perfezione e l’ordine del paesaggio circostante.
La maggior parte di questi edifici demoliti erano stati una volta Musei d’Arte, teatri, antiche biblioteche.
Lucia soffriva tutte le volte che li guardava, perché avrebbe desiderato vivere al tempo in cui essi erano ancora uno splendore.
Nell’anno Galattico 3050, l’Arte stava scomparendo definitivamente dal pianeta Terra e Lucia non voleva rassegnarsi a questo evento.
Era una ragazzina prossima ai quindici anni alla quale piaceva molto fantasticare ad occhi aperti, a volte perdeva la dimensione del tempo che passava, come adesso.
Mentre era persa nei suoi pensieri, accovacciata sul letto vicino alla finestra, fu scossa dalla squillante voce di sua madre: “Lucia, alzati, sono le sette e mezzo!”
Lucia rispose: “Accidenti, farò di nuovo tardi a scuola!”
La ragazza balzò giù dal letto trafelata e corse in bagno a lavarsi i denti: “Due secondi e arrivo!” disse a sua madre, che era in cucina a preparare delle omelette.
Lucia cercava di recuperare il tempo perduto, uno spazzolino volante si era posizionato davanti a lei per pulirle i denti, mentre una modernissima spazzola, fluttuava nell’aria, pettinandole, velocemente i lunghi capelli castani che lambivano le spalle, contemporaneamente il piumino robotico della cipria aveva inondato di polvere il suo naso, sollevando una nuvola rosa tutto attorno.
La ragazza starnutì più volte, mentre inciampava in tutti gli oggetti robotici che le giravano attorno come il mini Hair Dryder, un moderno asciugacapelli di forma circolare che si era sollevato da terra pronto per la sua mansione.
Lucia, fissandolo imbronciata, esclamò: “Non ho proprio tempo di lavarmi i capelli adesso, sono molto molto in ritardo!”
Al suono della sua voce il minirobot tornò ubbidiente alla sua postazione.
“Uffa.. ma perché devo sempre fare queste corse? Non riesco proprio ad essere puntuale la mattina! Accidenti!” proseguì, mentre dava gli ultimi comandi vocali ad alcuni dei suoi oggetti da toilette, che come un esercito di soldatini si ricollocarono sugli scaffali del bagno.
Si diresse poi precipitosamente verso l’armadio di camera, per scegliere la tuta scolastica da indossare, mentre la spazzola robotica dal bagno la inseguiva per terminare il suo lavoro.
Davanti allo specchio, in mutandine e reggiseno, scrutava timidamente i cambiamenti del proprio corpo e si compiaceva delle prime curve che si accennavano sui fianchi; da qualche tempo si era accorta che i ragazzi la guardavano in modo diverso e questo la turbava.
L’occhio le cadde sullo schermo digitale inserito nella parete dove, tra le varie news, era pubblicizzata l’immagine della coppia dell’anno, secondo il famoso computer centrale che, ormai, da lungo tempo, elaborava dati per formare le varie coppie del pianeta.
“Chissà dove sarà la mia anima gemella? Forse anch’io dovrei passare dal mega cervellone per qualche dritta!” si chiese, sorridendo e arrossendo involontariamente..
L’uniforme spaziale scolastica era molto simile a quelle impiegate negli uffici di lavoro, una tuta intera aderente, con pantaloni e maniche lunghe, a collo alto, bianca, con delle grosse bande laterali nere o blu.
Se esposta al sole questa brillava, come se fosse tessuta con dei materiali anch’essi metallici; in vita, un’ampia cintura scura, mentre ai piedi portava degli stivali neri, lunghi fino alle ginocchia.
Ad ogni modo quelle moderne divise rendevano piuttosto asettici ed uniformi gli esseri umani, tanto da sembrare tante piccole formiche identiche fra loro; la logica delle praticità dominava sovrana e soltanto in occasioni speciali, quali, feste, celebrazioni, private e pubbliche, era usanza indossare, tute di forma e colore diverso.
“Buongiorno mamma, buongiorno papa!” disse Lucia entrando in cucina e baciando suo padre frettolosamente sulla fronte, mentre stava bevendo il caffè, e la madre sulla guancia, mentre programmava Charly.
Debby Hoffman, la madre di Lucia, era una donna di media statura, dal volto sereno e dai lunghi capelli ondulati castani, dal carattere dolce, comprensivo, paziente, ma anche tenace, proprio per queste sue qualità era stata scelta come segretaria di Roger.
Taylor, presidente dell’Istituto Rosental, il Centro di Raccolta Dati di tutta la City.
Era risaputo che Taylor aveva un pessimo carattere e licenziava continuamente tutte le assistenti che lo affiancavano, la signora Hoffman si compiaceva quindi di detenere il primato come segretaria più longeva, infatti erano già tre anni che lavorava al suo fianco.
Il lavoro che svolgeva le piaceva, ma doveva stare sempre molto attenta a come si rapportava con il capo per non compromettere la sua posizione, come quando veniva rimproverata senza ragione, e durante gli scatti improvvisi di lui; in quei momenti si sentiva incompresa e alzava spesso gli occhi al cielo, pensando al viaggio premio che la sua azienda riconosceva come bonus alla fine di ogni anno agli impiegati più meritevoli.
Debby stava introducendo, su uno schermo digitale olografico sospeso nel vuoto della stanza, le informazioni per la cucina ovvero il programma che gestiva tutti gli elettrodomestici e le loro mansioni.
“Stasera Charly vorrei un paio di uova ben cotte, siamo d’accordo? E niente scherzi, ti tengo d’occhio, intesi?” disse, rivolgendosi al computer di casa.
Questo rispose con voce robotica: “Sì, d’accordo Signora Hoffman, come desidera...”


Estratto dal romanzo "Il mistero di Artesia. Il Risveglio dei Cavalieri dell'Arte", Midgard Editrice 2020