martedì 29 ottobre 2024

L’angelo accorre allo spettacolo

 di Rita Morandi.








Scompaiono

All’alba tacevano gli uccelli 
Ascoltai la sua agonia 
cantò finché ebbe fiato
Poi silenzio
Riprese poi il canto un altro
ma non era il solito canto di ogni alba



E questa terra che geme tremando, buio esce dallo scheletro
del palazzo dalle finestre senza più vetro 
come fluido oscuro che avvolge 
i fantasmi di questi corpi vuoti le città vuote dietro le porte
Memoria
Ma nulla ho visto né sentito



La luce del mattino grida 
potente come raggio precoce 
nel vicolo ancora buio
che già tutta la notte ha visto 
Fugge una folla di uccelli
in mistico volo 
faticano a stare uniti 
sbattono contro i muri
si scontrano e non sanno
che là in fondo il Cielo li aspetta 
nello splendore mistico del sole 
Affondano e periscono
nel buio dell’inferno



Ecco che tutti gli uccelli
se ne vanno per sempre da quei Cieli 
Il nibbio dopo che tutto ha visto 
accuratamente controllato 
appoggiato al palo
Ancora uno sguardo intorno preciso e fondo 
Tutto era a posto
Anch’egli se ne va per non più tornare 
L’acqua di sotto come il cielo
di verde liquido velenoso 
dove l’animale tenta di fuggire
scivola dalle mani ma è ripreso 
per la cena serale



Estratto dal volume "L’angelo accorre allo spettacolo" di Rita Morandi, Midgard Editrice.




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venerdì 18 ottobre 2024

Intervista a Fausto Minnetti

 





Buongiorno Fausto, come nasce questa tua nuova opera, La storia infinita?

Buongiorno Fabrizio. In realtà già da diverso tempo avevo sentito parlare della parabola buddhista chiamata "Alla Ricerca del Toro" e avevo letto qualcosa riguardante l'argomento su di un testo di Yoga scritto, intorno agli anni '80, da Carlo Patrian, uno tra i più importanti Insegnanti di Yoga di quel periodo. Dopo diversi anni, circa nel 2015, ritrovai un accenno a questa storia, con le indicazioni editoriali del libro con lo stesso titolo in un testo che trattava delle filosofie orientali e quindi mi decisi di acquistare il libro suddetto.
Con grande sorpresa mi trovai tra le mani un libretto nel quale vi erano soltanto delle chiose, molte chiose suddivise in capitoli, collegate a delle immagini di antichi quadri pittorici.
Rimasi quindi abbastanza meravigliato accorgendomi che mai nessuno aveva fatto un commento a questa parabola, perlomeno  in tempi recenti, parabola che è ritenuta una tra le più importanti testimonianze collegate al Taoismo e allo Zen.
Ciò che sicuramente mi colpi fu che, tra le chiose e i dipinti, vi fosse un forte legame a testimoniare il fatto che, anticamente, qualcuno aveva avuto l'intuizione di mettere delle immagini che aiutassero l'interpretazione del racconto. Era un po' come se, molti e molti secoli fa, fosse stata scritta una "storia a fumetti", una lunga parabola, evidenziata da splendide immagini, da meravigliosi quadri poi, purtroppo, andati perduti.



Quali sono le tematiche più importanti del libro?

Siccome tra i miei interessi particolari  c'è anche una ricerca inerente il Taoismo e lo Zen ed una curiosità  spirituale riguardo  la lettura  e l'interpretazione  dell'Oracolo  cinese, l'I Ching,  mi  venne subito l'intuizione  di scrivere un libro nel quale, commentando  la Ricerca del Toro,  avrei potuto inserire  conoscenze  e  orientamenti  riguardanti  le  principali  filosofie  orientali,  dallo Yoga  al Taoismo  Contemplativo  passando  per  l'Alchimia  e lo Zen,  senza  ovviamente  trascurare  le mie conoscenze  sulle  antiche  Filosofie  dell'India.  
Inoltre, facendo  riferimento  ai miei  studi  classici, sono  ritornato,  dopo  diversi  anni,  ripensando  al  Liceo,  a rielaborare  più  approfonditamente la visione  presente  nella  Filosofia  greca  in  cui,  personaggi  come:  Platone,  Eraclito,  Democrito, Leucippo ed altri sono stati, non solo dei grandi filosofi ma dei grandi Saggi, dei Risvegliati, degli esseri Illuminati, uomini cioè che, attraverso una "visione apparentemente  solo  filosofica"  ci hanno trasmesso le basi per andare ben oltre le filosofie con l'intento di approdare ad una Conoscenza dell'Essenza della Vita tipica di quella Spiritualità che l'essere umano  ricerca  da sempre. 
E così e stato.
C'è voluto del tempo, chiaramente, per intessere argomenti aventi pari importanza e consistenza, pur provenendo da culture apparentemente diverse, ma sono certo che il lettore riuscirà ad apprezzare questo mio lavoro di sintesi tra le varie visioni riguardanti comunque la millenaria Ricerca della Via e della Verità da parte di ogni essere umano.



Oltre che essere uno scrittore di saggi sulla spiritualità sei anche un insegnante di Yoga da molti anni, ci vuoi parlare di questa tua attività?

Sì, in effetti, ho iniziato la pratica dello Yoga quando avevo solo 19 anni ed ebbi la fortuna di conoscere e seguire gli insegnamenti di Andre Van Lisebeth, il Maestro di Yoga belga che, per primo, intorno agli anni '60 del secolo scorso, introdusse in Europa la teoria e la pratica dello Yoga, dello Hatha Yoga in particolare. Ho conosciuto infatti personalmente i suoi due figli, Francoise Berlette e Willie Van Lisebeth dei quali ho seguito la Scuola per diventare Insegnante ed i loro Seminari di approfondimento. 
Poi, insieme ad un gruppo guidato da Giorgio Astolfi, Presidente per diversi anni della Federazione Italiana Yoga, (anche lui uno tra i miei insegnanti), durante uno dei miei viaggi in India, ebbi modo, a Rishikesh, di entrare nei sancta sanctorum dello Yoga, cioè nell'Ashram di Swami Shivananda e poi, a New Delhi, in un altro luogo leggendario il Vishwayatan Yogashram di Dhirendra Brahamachari, il Maestro di Yoga che  preparò  gli astronauti russi per i viaggi nello spazio. 
È importante ricordare che 30/40 anni fa, la pratica dello Yoga, nella sua veste originale ed antica, era molto diffusa anche in Italia, soprattutto a Roma e Milano. 
Col passare del tempo pero, tale veste, pur rimanendo fedele a se stessa, ha subito delle variazioni fisiologiche le quali, senza snaturare la disciplina, consentono tuttora di proseguire una pratica corretta seguendo le direttive originali di essa. 
Lo Yoga infatti permette, a chi Io pratica, di acquisire una conoscenza e una percezione di sé che va ben oltre il piano fisico elevando gradualmente il praticante verso nuovi orizzonti per acquisire la possibilità di espandere la propria Coscienza verso nuove frequenze e nuove sensazioni interiori.




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sabato 12 ottobre 2024

La Tana di Venere

 di Stefano Giometti.








Avevano deciso di percorrere l’Appia.
O meglio, così aveva deciso Sbaffo anche per conto degli altri tre cazzari.      
- Perché non abbiamo fatto la Pontina?  - chiese con il consueto garbo Milorde, per la seconda volta, non avendo ottenuto risposta dieci minuti prima.
- Perché l’Appia è più bella… e mo’ basta! E nun rompe più li cojoni! - replicò scocciato Sbaffo, che di quella scorreria nelle terre pontine, di quell’avventura alla ricerca dell’oro in quel decantato Klondike del basso Lazio, era stato l’organizzatore.
Un Klondike identificato nelle campagne circostanti Sabaudia, dove era l’anguria, o meglio er cocommero, a incarnare l’oro.  
Fu Franchino, di due anni più grande, pluribocciato, a far circolare in classe, con insistenza, quei racconti a lui riportati da amici a suo dire fidati, di arricchimenti veloci, facili, dati dalla raccolta delle angurie a Sabaudia.  In una settimana si potevano guadagnare ottanta, novanta, fino a centocinquantamila lire a testa. Uno sproposito, in quarta superiore.
Un’occasione irripetibile, unica, da non lasciarsi sfuggire.
Sbaffo, che pretendeva di elevare al rango di baffi una peluria ispirante un’inestinguibile tenerezza, oltre ad avere già ispirato un soprannome oramai consolidato, si dibatté a lungo fra sogni e inquietudine, ma poi prese la decisione.
Doveva farlo, dovevano farlo, dovevano andarci.
Convinse, per sfinimento, quattro compagni di classe.
Per la fine di giugno dovevano partire, essere presenti prima di altri, sgobbare, raccogliere, lavorare per tre, quattro settimane, guadagnare, senza far circolare troppo la voce, non bisognava farlo sapere in giro.
Convinse, allora, Milorde, Cagnara, Abbiocco e Martufagno.
A parte quest’ultimo, fisicamente ben strutturato, il solo fra tutti abituato a sporcarsi le mani con la terra perché figlio di agricoltori, proveniente da un sobborgo al di fuori del Grande Raccordo Anulare, e per questo chiamato Martufagno, che aveva soppiantato il soprannome di Cicorione a partire dal secondo anno di Istituto Tecnico, gli altri erano soltanto semplici figli delle periferie urbane di Roma, dal fisico ancora acerbo, ragazzinesco, senza la minima ombra di calli sulle mani.
Milorde, di poche parole, si distingueva per un portamento distinto e per un linguaggio pulito, lineare, che filtrava a monte, apparentemente senza difficoltà, i vocaboli romaneschi, presumibilmente per un fatto di coerenza, per far risultare credibile il suo portamento signorile. 
Cagnara era il più irrequieto, il più vivace, non stava fermo un attimo, rissoso, logorroico in alcune giornate, il primo ad avere conseguito la patente per guidare, essendo nato a gennaio. Sbaffo l’aveva convinto a prendere la sua macchina, una Fiat 850, per andare a Sabaudia.  Lui accettò subito, a patto di costituire, prima di partire, un fondo cassa per la benzina “Sennò ‘sti cazzi”. 
Abbiocco, agli antipodi di Cagnara, era il più bonario, pacioccone fino al midollo, indolente, non rinunciava mai alla pennichella, dovunque si trovasse nella fascia oraria post-prandiale. Aveva accettato di far parte di quella squadra di avventurieri non per intima convinzione, ma solamente per non contrariare Sbaffo e per rimanere in amore e in accordo con tutti gli altri.
- Ma dove kaiser se deve gira’?...Borgo Hermada, borgo qui, borgo là… nun ce sto a capi’ un kaiser de gnente. Porca troia! - sbottò Cagnara, che da poco aveva lasciato l’Appia e si era ritrovato su rettilinei tutti uguali che incrociavano altri rettilinei tutti uguali, in mezzo a campi tutti uguali.
- Devi tornà verso Borgo Vodice, poi prendi la Migliara 49.  Borgo lì, borgo là… nun sapete un cazzo de storia! Qui c’è stata la bonifica delle paludi pontine durante il Ventennio e hanno dato ai borghi i nomi di battaglie della Prima Guerra Mondiale.  
- Tutta opera del grande Benito! Ignoranti! - stabilì con veemenza Sbaffo, che oltre ad essere, da sempre, un saputello, si stava rivelando, negli ultimi tempi, come un manifesto simpatizzante del Movimento Sociale Italiano, come granitico assertore del quanto di buono avesse fatto il Duce durante il Ventennio, andando così incontro a discussioni, anche violente, con la maggioranza dei compagni di classe, apertamente schierati col PCI e con la Sinistra extraparlamentare.
- Vaffanculo a te e a ‘sto fascista der cazzo! -  gridò Cagnara, esasperato più dalle due ore consecutive di guida che dalle precisazioni storico-politiche di quel coglione che sedeva dietro a lui, e che gli allungò un frontino dopo essersi sollevato di un palmo dal sedile di similpelle rossa.
- Ma che cazzo fai? - s’indignò Cagnara, che fu lesto a governare la macchina durante l’accenno di sbandamento che seguì a quello schiaffo in fronte - Ho capito, mejo che ce fermamo…
La Fiat 850 si accostò all’imbocco di un vialetto sterrato accompagnato in tutta la sua lunghezza da eucalipti smisurati. 
Scese per primo Cagnara, svelto a inclinare il suo sedile, impaziente di far scendere Sbaffo, di affrontarlo al più presto.
Sbaffo esitò prima di uscire, poi si decise, se lo trovò di fronte, ché lo aspettava al varco, si scambiarono uno sguardo minaccioso.  
Una spinta con entrambe le mani allontanò il torace altrui, senza che parola venisse proferita.  Finì lì.
Si distaccarono per sgranchirsi le gambe e buttare giù, nel profondo, l’odore pungente degli eucalipti, comunque non sufficiente a sostituire un caffè bollente che loro due, già fuori, e gli altri, ancora dentro, avrebbero, a quel punto, desiderato. 
Nel frattempo, anche gli altri due erano scesi dalla macchina.
- Quanto manca ancora per Sabaudia? - chiese Milorde.                            
Nessuno si degnò di dargli una risposta.
Cagnara, intanto, aveva sollevato il cofano per prelevare dal suo zaino una delle pagnottelle che la madre gli aveva preparato. Scostò dalla ruota di scorta la lattina dell’olio che il padre di Milorde aveva affibbiato loro per permettere di cucinare qualcosa di decente, snodò i lacci dello zaino di tela grigioverde che aveva acquistato qualche giorno prima al mercato dell’usato di Via Sannio e agguantò un cartoccio che scoprì, svoltolandolo, contenere una pagnottella con la frittata. 
Abbiocco, in quel mentre, con un prezioso lavoro nell’ombra, controllava a uno a uno i ganci delle corde elastiche che serravano al portabagagli la grande tenda da campeggio, forse pregustandone l’allestimento per poterci entrare e fare quanto prima una pennichella.
- Daje, ché manca poco. Sabaudia è laggiù - disse Sbaffo, allungando un braccio verso il mare, rinfrancando Milorde con uno stacco di tempo comunque ingiustificabile. 
Rimontarono in macchina, rincuorati. 
L’atmosfera all’interno dell’850 si era fatta tranquilla.
- Fai tutta la Migliara, sempre dritto. Arriviamo a Sabaudia, poi il campeggio dovrebbe trovarsi vicino al mare, sulla destra. Comunque chiederemo, appena arrivati in paese - indicò Sbaffo in modo sereno, pianamente, rivolgendosi in primis a Cagnara, che era il guidatore, e poi di rimbalzo agli altri due, per fare tabula rasa dei nervosismi e delle piccole incomprensioni che fino a quel momento avevano inficiato un’aspettativa che invece doveva rimanere pura e inscalfibile, agguantabile a piene mani da quei diciottenni, in modo palese affamati di esistenza, di soldi nelle indoli esuberanti di Sbaffo e Cagnara, mentre Abbiocco e Milorde andavano a rimorchio, rivestiti da una patina di inintelligibilità riguardo a eventuali aspirazioni e sentimenti, ma non per questo, molto probabilmente, meno affamati di vita. 


Estratto dal volume "La Tana di Venere" di Stefano Giometti, Midgard Editrice.




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martedì 8 ottobre 2024

Intervista a Rita Morandi

 





Buongiorno Rita, come nasce questa tua nuova opera, L’angelo accorre allo spettacolo?

Questo nuovo libro nasce da una necessità di rinascita in seguito ad un lutto anzi due: mia madre e il mio compagno. Questi versi sono la testimonianza di un processo interiore. Nella mia pratica poetica scrivere è come l'atto di qualcosa che andrò a capire soltanto in un secondo momento. Non si tratta in realtà neanche di comprendere ma di lavorare sulla forma affinché il messaggio possa raggiungere il lettore senza che debba necessariamente decifrarlo, anzi, che sia libero di interpretarlo attraverso i propri filtri emotivi e intellettivi purché se ne faccia qualcosa! 



Quali sono le tematiche più importanti del libro?

In questo libro, così come nella mia precedente trilogia : Verso l’altrove / Rinascita / La caduta degli Angeli ricorre la tematica della morte e della rinascita. Questo ossimoro accompagna tutto il libro in un clima onirico, surreale, inquieto in cui gli opposti si toccano e si sale verso i cieli in una spinta dove le acque si confondono verso un destino nostalgico che porterà alla fine del libro i due a ricongiungersi e fare Uno. Pensando a come rispondere a questo quesito  mi sono tornate a mente, non a caso le parole di Freud secondo cui: “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte e che gli esseri privi di vita sono esistiti prima di quelli viventi”. A mio avviso, la poesia non è una pratica dell’io, forse per questo motivo mi sto appellando a Freud per restituire una qualche chiave di lettura per addentrarsi nel testo. Si tratta forse di tentativi incessanti di nascere ancora   lungo processi che non si compiono mai del tutto se non in quello “spazio intermedio” segnalato da Rilke in “Rilke e la natura dell’oscurità” Flavio Ermini. Spazio, tra vita e morte, dove compare il terzo, un Angelo testimone.



Hai dei poeti e degli scrittori che ti ispirano?

Poeti che mi ispirano no. Ho dei poeti che amo…come R. M. Rilke o Paul Celan…il grande visionario William Blake, Holderlin, Saint John Perse…e tanti altri.
Forse c’è un autore che, in qualche modo, mi ha ispirato…il filosofo francese Gaston Bachelard con le sue poetiche del fuoco, dell’acqua, della terra e del riposo, dell’aria dello spazio etc.
Sono ispiranti e influenzanti su di me comunque anche le letture di filosofia e psicoanalisi.




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mercoledì 2 ottobre 2024

Intervista a Michela Cinque

 




Buongiorno Michela, come nasce questa tua nuova opera, Le bambole di Jenny?

Buongiorno direttore Fabrizio. Le bambole di Jenny, è un progetto che nasce dal desiderio di avvicinare alla lettura un segmento particolare di lettori, quello compreso tra i 10 ed i 15 anni circa. A loro mi sono ispirata per dare vita al personaggio di Alessandra, una ragazzina come tante, che va a scuola, pratica sport, studia musica, ha un rapporto privilegiato e confidenziale con la mamma e si appresta a vivere un momento particolare della vita, la pre-adolescenza, con tutto ciò che essa comporta. La formula utilizzata è quella del romanzo fiabesco che mi permette di inserire, in una trama verosimilmente reale, elementi magici e garantire sempre e comunque un lieto fine anche di fronte a situazioni problematiche e complesse.



Quali sono le tematiche più importanti del libro?

Dai primi capitoli quella narrata può sembrare la storia di Natale di una famiglia felice, amante e rispettosa delle tradizioni, con un’inaspettata sorpresa: una ricca eredità. Il vero lascito testamentario, invece, consiste in una missione molto impegnativa: aiutare cinque bambole di porcellana a prendere vita. Alessandra, la predestinata, per riuscirci si imbatterà in tematiche sociali di grande attualità quali: i disturbi alimentari, il bullismo, la fuga dalla guerra, l’identità di genere e le malattie genetiche. Queste “storie di bambine coraggiose” vissute e raccontate da Charlotte, Akanke, Nuri, Giselle e Donatella accompagneranno e coinvolgeranno il lettore per tutta la seconda parte del libro.



Hai degli scrittori che ti ispirano?

Nessuno in particolare, sebbene negli ultimi tempi leggo molto. Il mio autore di fiabe preferito però è il grande ed impareggiabile Hans Christian Andersen. 




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giovedì 26 settembre 2024

Intervista a Sara Carletti

 





Buongiorno Sara, come nasce il progetto La voce dell’abbandono?

La passione per i luoghi abbandonati mi accompagna ormai da diversi anni. 
Ho conosciuto questi posti durante il mio percorso universitario, dopo una serie di progetti realizzati attraverso la fotografia e il video. 
Il libro era un sogno nel cassetto che mai mi sarei aspettata. 
Volevo che tutti conoscessero la bellezza di questi luoghi e mi piaceva l’idea che magari, un giorno, potessero ritornare a “vivere”. 



Come hai scelto i luoghi da visitare e da fotografare? 

Sono partita facendo delle ricerche su internet, volevo trovare luoghi abbandonati attorno alla provincia di Perugia e concentrarmi su alcune tipologie differenti. 
Sono rimasta molto colpita da varie fotografie trovate sul web, ma la cosa che più mi ha incuriosita di questi luoghi è stata la loro storia, sapere cos’erano prima del loro abbandono. 
La conferma del loro fascino l’ho avuta quando sono arrivata sul posto e attraverso i tantissimi oggetti trovati all’interno ho potuto rivivere le storie passate di chi ha abitato questi luoghi.  



Quale di questi luoghi ti ha colpito di più?

Sicuramente il “Castello di Schifanoia”. 
Ho un legame molto particolare con questo luogo e fin da subito l’ho trovato molto affascinante. 






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martedì 24 settembre 2024

Intervista a Gino Celoria

 




Buongiorno Gino, come nasce questa tua raccolta poetica?

Caro Fabrizio, per essere più cool (uso gergale) ho intitolato il libro “Collected Poems”, alla Dylan Thomas. Sono sempre stato umile.
Tu hai rimesso il treno sui giusti binari chiedendomi lumi sulla mia “raccolta poetica”. Così facendo mi hai gratificato, ma nel contempo hai inquietato il nostro comune amico, il vecchio Hank, aka Charles Bukowski. Ricordi?
“Non pensate che io sia un poeta” rispose alle domande dei soliti critici che la sanno sempre lunga. Un po’ come Patrizia Cavalli quando rispose: “Le mie poesie non cambieranno il mondo? Certo che le mie poesie non cambieranno il mondo!”
Great! 
Ora, tornando a bomba, il nostro Hank, così grande che il suo turpiloquio non infastidiva nemmeno le suore di clausura perché era vero, naturale, il peccatore non pentito a cui avevano concesso ugualmente la festa in cielo, talento puro, niente photoshop della vita reale, di animo buono, odiato dai comunisti perché non era un collettivista (fino a quando iniziò a stravendere e allora lo adottarono), un mago del dialogo alcolico, talento puro…basta, continuò: “Scrivo poesie per scopare!” e dopo dieci minuti nei reading era già ubriaco.

Nella mia breve sinossi in quarta di copertina praticamente c’è la risposta di come nasce la raccolta poetica, a tuo dire. Giocavamo, Massimo e io soprattutto, a scrivere qualcosa che somigliasse alle poesie-racconto di Bukowski per andare a donne, oggi tutti griderebbero al patriarcato: no, era solo testosterone e voglia di Sunset Boulevard lomellini! Massimo beveva di più ed era più bravo, io bevevo di meno ed ero meno bravo. Però ero più colto e optai per la “contaminazione”: OK Los Angeles, ma mettiamoci dentro un po’ di mammismo italico, un po’ di sarcasmo, molto disincanto, uno spruzzo di piùomenistica, il tutto shakerato con un’overdose di fancazzismo. A volte usciva dai tasti della macchina Olivetti anche qualcosa di aulico, (stiamo parlando di 40 anni fa), a volte riuscivamo nell’intento, (di “ammaliare” le donne), altre no.
P.S. Massimo è dopo Romeo Giovannini la seconda dedica in epigrafe mancante, la sola persona con cui riesco a dialogare stando zitto.

Se l’epigrafe manca e c’è solo la dedica secca, allora in esergo e terza c’è anche Donatella, grande lettrice, fanciulla di rara sensibilità, che si era incapricciata di me (non ricambiata). Mi hai chiesto la genesi della raccolta, vero? Allora non sono ancora andato fuori tema, perché mentre i fogli delle c.d. poesie aumentavano, Donatella li trafugò un giorno da sotto un sedile della mia auto e li portò a un grande toscano che era venuto a morire in Lomellina, Romeo Giovannini, scrittore, giornalista, critico letterario, amico di Bocca, Alfonso Gatto etc. e grande lettore di poesie e conoscitore di poeti. Per farla breve Donatella, che gli era amica, gli portò a mia insaputa il 90% di ciò che tu hai letto oggi. Egli scrisse una recensione su una vecchia busta da lettere, diventammo amici, continuò a dirmi di inviare le mie poesie a “Nuovi Argomenti”, cosa che io non feci mai e poi morì.
A distanza di 40 anni ho inviato a te il manoscritto e tu, “per intervalla insaniae”, lo hai ritenuto degno di considerazione. Tutto qui. Ti sembra un po’ banale la Genesi?
Avresti preferito anche Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio?
Beh, allora rivolgiti a Mosè!
Procedamus con la seconda domanda.



Quali sono i temi che ami trattare nelle tue poesie? 

Beh, bisogna citare Giacomo “dentro covile o cuna è funesto a chi nasce il dì natale!”
Come prequel non poetico, ça va sans dire, Schopenhauer.
Come sequel filosofico ovvio Emil Cioran.
Ergo, il primo tema, il tema dei temi, il pessimismo.
Vi ricordate il barbuto Marx che niente ha a che vedere col comunismo, il suo Capitale impolverato nelle case dei russi, come il Vangelo lo è nelle case dei cattolici? Disse. “La religione è l’oppio dei popoli”. Da allora è stato parafrasato in mille modi. La parafrasi migliore la scrive in una cartolina il grande Milan Kundera. La fa scrivere in realtà da Ludvik Jahn, studente ceco all’inizio degli anni Cinquanta, protagonista del suo magnifico romanzo “Lo scherzo”. Ludvik scrive una cartolina a una studentessa che gli piace: “L’ottimismo è l’oppio dei popoli!”. Viene espulso dal Partito e…leggete il libro!

Dal pessimismo al disincanto il passo è breve, forse sono solo varianti di uno stesso colore. Dicono il nero per convenzione, dicunt.

Il disincanto porta al sarcasmo, alla dissacrazione dei valori, compresi quelli nicciani transvalutati. Il sarcasmo è una forma di rimozione dell’infelicità, ma io non credo in Freud, credo in Darwin, in un Darwin modificato da Kerouac con la sua “dannazione della consapevolezza”.

Il mio mentore, Romeo Giovannini, scrittore, giornalista, critico letterario (andate su Wikipedia) a cui è dedicata insieme ad altri due la mia cosiddetta “raccolta poetica”, nel lontano 1987 recensì le mie poesie su una sgualcita busta da lettera usata, come solo i grandi sanno fare. Scrisse che io avevo un disgusto sincero da monaco medievale: il fetore della donna. Scrisse anche dietro questi versi il cenobio.
Sul disgusto e sul cenobio mi trova d’accordo, ma non associati al fetore della donna, bensì all’accidia, all’akedia greca, all’acedia latina, quella che assaliva i monaci nel primo pomeriggio, lo spleen che assaliva Baudelaire.
Indifferenza inerte, tristezza, malinconia.

Il fetore della donna è termine troppo forte, ma da qui possiamo passare all’onnipresente tema dell’amore.
Nelle mie poesie troverete soprattutto amori incompiuti, abbandoni, amori idraulici, perché in 70 anni non ho ancora capito che cosa significhi amore, se non chimismo cerebrale o, da giovane, testosterone testicolare.
E da qui il cinismo, quasi sempre terapeutico, menzognero.

Con che tema concludiamo? Ovvio, con quello della morte!
Permea tutto il libro, sotto forma di malattie, di vite sfatte, di vite vinte, di madri lontane, di padri stronzi, di tradimenti, di solitudini, di forme di esistenze mancate, di squallore andersoniano, di…non pensate di psicanalizzarmi, Freud l’ha già distrutto quel genio di Onfray!

Caro Fabrizio, vuoi una chiusa aulica?
Il fenomeno kantiano è percepito nella sua nudità, la fanciullezza è lontana, il mondo è presentato senza filtri e falsi miti.
Consigliato.



Quali poeti, antichi o contemporanei, ami?

Vado a braccio, a naso, come si faceva nelle osterie di una volta.
Comincio con quelli che non amo, i soliti greci liceali, non li cito perché tutti li conoscono, ma io non è che me ne intenda molto di poesia, non sono raffinato,
colto e classico. Andando un po’ indietro nel tempo, VIII sec a.C. forse, e quindi forse “Le opere e i giorni” di Esiodo, anche se la mena un po’ troppo con la necessità del lavoro per l’uomo.
Passiamo a Roma dimenticando la escort ade-purgatoriale di Dante e ricordando Orazio e il suo “est modus in rebus”, arriviamo a Lucrezio con il suo “De rerum natura”, siamo nel I sec. a.C., perché fa conoscere Epicuro ai Romani, che insieme a Eraclìto (o Eràclito a seconda dei giorni), è uno dei tre filosofi greci più fighi. 
Il terzo è Parmenide.
Lasciate Platone nella caverna e Aristotele ad Alexander/Colin Farrell.
Della triade Leopardi, Foscolo, Pascoli tutti direbbero Giacomo, anche se Ugo con le sue tombe potrebbe insidiare chiunque. Io invece dico Giovanni, perché mi sono sempre piaciute le “urne molli e segrete.”
Dante, è ovvio, lo lasciamo a Benigni.
Avviciniamoci di più ai nostri giorni, bypassiamo i francesi con una menzione speciale per “Il vampiro” di Baudelaire, attraversiamo la Manica in direzione della perfida Albione, e arriviamo a uno dei più grandi poeti mai esistiti: Thomas Stearns Eliot, born in USA, Missouri nel 1888, ma naturalizzato britannico, terra d’adozione dove morì nel 1965. Di solito lo trovate scritto T.S. Eliot, ma è sempre lui. Ora provate a leggere, se non l’avete mai fatto, “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” e poi provate ancora a scrivere poesie se ne siete capaci! Se poi proprio volete suicidarvi, con “La terra desolata” erigerete la vostra forca!
Siamo in UK, Galles, Dylan Thomas citarlo è un must, anche se un po’ mi scoccia perché mi ricorda Zimmerman, premio Nobel che ora dipinge e che ha fregato il nome al giovane alcolista Thomas (gli apologeti smentiscono) e che a me non piace.
Prima di portarvi dal grande Hank, tre italiani, il già citato Pascoli, Giorgio Caproni che è una potenza e Camillo Sbarbaro un po’ misconosciuto, un po’ come Tenco.
Cercate anche Rocco Scotellaro e Bartolo Cattafi, da qualche parte.
Lasciate stare anche qui i soliti liceali: massì Montale è intoccabile, chi lo nega, ma a me è stato chiesto chi amo. Un omaggio a una donna però ci vuole: Patrizia Cavalli, morta purtroppo due anni fa, nata a Todi. 
Di straforo Edgar Lee Masters e la sua “Antologia di Spoon River”. Così ricordiamo anche Faber e l’amica Pivano. E arriviamo in USA dal grande Charles Bukowski, di cui ho già detto sopra, l’uomo che ascoltava gli adagi mahleriani con una radiolina da un dollaro comprata dal robivecchi. Opera omnia, ovviamente. Insieme a John Fante e Raymond Carver, ma non sono poeti. Non è del tutto vero: Carver, il più grande raccontista breve del mondo e dialoghista slang (podio che condivide con Truman Capote), si è cimentato anche con la poesia. Gli apologeti dicono che sono belle, lasciate perdere, leggete Carver il narratore!
Non mi toccano più di tanto quelli della beat generation. Andate su Google.
Per ultimo ho lasciato un altro grande, ovviamente misconosciuto, di nicchia:
Pedro Pietri, nato portoricano nel 1944, morto statunitense nel 2004. Leggete le sue “Cabine telefoniche”. Ne cito una, a caso:

Cabina telefonica 48

cimiteri a sinistra
cimiteri a destra
cimiteri davanti
cimiteri dietro
miglia e miglia e miglia
di mute pietre tombali
è impossibile avere un’erezione
a Long Island.

Per palati non troppo fini! 
Ciao a tutti, Fabrizio compreso.






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