martedì 16 luglio 2024

Le ombre del passato

 di Maria Teresa Pellegrini.







Il padrone di Penna in Teverina aveva lo sguardo rivolto verso la parte in cui si trovava Celeste. 
Evidentemente era preso dalla bella visione, la stava osservando.
Filippo intuì il pensiero dietro quello sguardo. 
In poco più di un attimo interruppe quell’interesse.
“La donna che vedete viaggia con noi, è mia moglie, siamo sposati da pochi mesi. 
Insieme al Barone ho deciso che poteva unirsi alla guarnigione e affrontare il viaggio con il sottoscritto, suo marito”.
Con un cenno della mano Filippo la chiamò per farsi raggiungere e Celeste fu subito al suo fianco, prendendogli la mano.
Lei aiutava il cuoco, era brava a cucinare ma soprattutto conosceva l’uso delle erbe medicinali, sapeva medicare ferite e curare i malanni.
Era un’arte che la moglie del Barone aveva preteso che molte giovani del castello imparassero dalla sua amica guaritrice.
“Lei e l’intera guarnigione sono sotto la mia protezione”.
Asserendo quelle poche parole con tanta autorità, Filippo mise subito in chiaro che quella donna meritava rispetto quanto lui stesso e l’intera guarnigione.
Con un cenno e lo sguardo puntato sul volto di Filippo, il signore di Penna in Teverina fece intendere di aver capito. 
Ora toccava a lui rispondergli, specificare chi fosse e quali fossero le sue intenzioni riguardo a loro. 
Aprire le porte oppure rifiutarli, mandandoli altrove a cercar rifugio.
Nel frattempo, al signore se ne era raggiunto un altro molto più giovane ma come il più attempato aveva la postura fiera ed era elegantemente vestito. 
Stava con le gambe leggermente divaricate, le mani giunte dietro le spalle e girandosi verso il primo disse “padre chi è questa carovana di 
gente davanti a noi? Quale motivo li ha portati a Penna? Ma soprattutto, cosa vogliono?”.
Si capiva che erano padre e figlio.
I cavalli intanto erano stanchi di quel forzato riposo, scalpitavano inquieti, i cavalieri con addosso le loro armi sudavano sotto l’armatura.
Celeste, il cuoco e il resto della compagnia ogni tanto si guardavano facendosi delle domande.
Il padre alzò una mano verso il figlio che capì di aspettare e di non intromettersi. 
Rilassato il signore, rivolto a Filippo e all’intera guarnigione, indicando con il braccio come per mostrare il luogo, disse “siete a Penna 
in Teverina e in me è la figura del signore e padrone, rappresento un ricco casato dalle gloriose e antiche origini. 
Siamo i Serravalle, valorosi soldati, guerrieri e condottieri”.
Filippo, con al fianco Celeste, guardò padre e figlio, ovvero i padroni del paese.
Il padre, abbassandosi in un mezzo inchino, disse il suo nome con l’intera investitura.
“Sono Augusto Serravalle, signore di Penna in Teverina, poi si rivolse al figlio, “alla mia destra c’è il mio unico figlio, Giuliano Serravalle, cavaliere e capo del nostro esercito”.
Nel sentire il suo nome anche il giovane fece un breve cenno, abbassando la testa in segno di rispetto.
Augusto Serravalle aggiunse che Penna in Teverina era un luogo assai importante proprio per la sua posizione strategica, infatti, fungeva da controllo della via fluviale del Tevere e della valle sottostante.
Spostandosi di lato, insieme al figlio, col garbo del signore qual era, allargando le braccia verso la piazza li invitò ad entrare. 
Disse, in modo che tutti lo potessero sentire, “in pace siete venuti, in pace andrete via. Sarà un onore per noi Serravalle ospitare voi, capitano Filippo Demetri, e l’intera guarnigione unita alla graziosa signora vostra moglie, con l’intenzione di porre in questo modo le basi per un nuovo rapporto di amicizia e collaborazione col Barone di Montevalle, signore di Amelia e Alviano”.
Udendo tali parole, Filippo e la sua gente tirarono un grande sospiro di sollievo. Finalmente avrebbero avuto tre o forse quattro giorni di meritato riposo così come freschi rifornimenti per tornare a viaggiare, sia per gli uomini che per gli animali.
Il borgo venne allertato dell’entrata della carovana.
Augusto Serravalle ordinò come ogni cosa dovesse essere gestita, fatta e organizzata al meglio.
I servi erano pronti ad esaudire tutti i suoi comandi.
Augusto e il figlio Giuliano erano ansiosi entrambi di conoscere il motivo che avesse spinto quel contingente del Barone di Montevalle in giro per quelle terre, spesso in contrasto tra di loro.
Vennero tutti condotti in un sontuoso palazzo, contornato da un ricco giardino.
Scesi da cavallo, Filippo e Celeste, seguiti dai cavalieri, camminarono guardandosi intorno in silenzio, dietro ai due uomini e osservarono con piacere quanto quel palazzo fosse ben disposto, situato poco lontano dalla grande porta.
In uno spazio chiuso, recintato e protetto da alte mura, in modo che gli estranei difficilmente potessero penetrarvi, Celeste si muoveva piano, incantata da tanto splendore. 
Lungo il breve percorso erano disposte siepi ben curate di Bosso e Tasso, le piante in fiore erano piccole rose dai colori chiari che andavano dal bianco al rosa pallido. I pergolati di uva facevano ombra. 
Lungo il cammino si incontravano anche cespugli di gigli e di giaggioli.
Grandi orci di terracotta erano sparpagliati ai lati del breve viale.



Estratto dal libro "Le ombre del passato" di Maria Teresa Pellegrini, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



giovedì 11 luglio 2024

Il volo dell’airone

 di Giacomo Villa.







Apparirono di nuovo, all’improvviso, due occhi gialli, freddi e crudelmente minacciosi che bucarono il buio silenzioso della notte cupa e gelida e, fiammeggiando come lame incandescenti nella loro luce abbagliante, spuntarono come sbucati dal nulla in fondo alla strada annerita dal silenzio delle tenebre che sembrava stendersi sull’oscurità fredda e inconsistente con la tetra consapevolezza d’un soffocante sudario che ghermisce la vita con le sue dita impalpabili. 
Ebbe di nuovo come l’impressione di tendere alla sommità d’un onda crescente, sempre più alta, come un’esile imbarcazione che mira alla punta di un flutto capriccioso senza mai valicarlo perché l’onda maligna continua a crescere allontanandosi e, alla fine, sembra di essere risucchiati in un mondo di lacerante sofferenza, quasi di semi-follia nel quale si è vagato rotolandosi inconsapevolmente nel fumigare di una pazzesca ossessione. 
Premette il viso nel cuscino sprimacciato e si sforzò di serrare le palpebre con forza, quasi con rabbiosa violenza, in un futile tentativo di riacquistare il sonno improvvisamente lacerato, ma l’incombente immagine non solo non scomparve, ma accentuò anzi il proprio incalzante incedere insinuandosi con maligna insistenza in quei meandri dell’anima dove niente e nessuno avrebbe mai potuto cacciarla via. 
Quando i vitrei barbagli dell’ingannevole fata Morgana scemarono con la struggente lentezza di una piuma che si muove nella melassa, l’attimo onirico sembrò dilatarsi fino a restituirle un misto di puro terrore e sfrenata eccitazione rinchiusi dentro un gigantesco shaker. 
Quando, madida di sudore, si ritrovò a balzare seduta nel letto e scoprì che, boccheggiando dolorosamente, riusciva ancora a respirare, il suo stesso ansito le rimbombò nelle orecchie assordandola mentre la lingua rovistava con ansia incontrollabile come una lima nella ruggine di una bocca secca e asciutta lasciandole solo il gusto che sa d’aceto della propria paura.
“Mamma!” Mormorò.
Solo allora parve accorgersi di aver istintivamente allungato la mano destra verso il comodino in legno di palissandro alla ricerca della abat-jour in vetro di Murano. 
Le era parso di avvertire un urlo improvviso salire dal profondo della sua stessa angoscia e, per un lungo, interminabile istante, fu invasa dalla paura di aver lacerato inconsapevolmente il gelido silenzio della notte. Solo dopo alcuni istanti lunghi come l’eternità, si rese invece conto di essere sola, circondata unicamente dall’assordante silenzio della propria camera da letto che, ancora una volta, aveva fatto da sfondo al suo incubo più ricorrente e si ritrovò con gli occhi angosciosamente sbarrati che piroettavano nelle orbite spalancate come navigli che avessero rotto gli ormeggi e, finalmente, calde lacrime silenziose presero a scorrere luccicando sulla pelle vellutata come gocce di rugiada che sfiorano i petali di un fiore, scintillanti perle di fiume che consegnavano  un sapore di acqua salmastra agli angoli della bocca. 
Con l’ansia che, sebbene attutita, continuava a martellarle in petto con la violenza di un maglio impazzito, abbandonò lentamente il letto, mosse sul parquet in rovere antico i pochi passi che la separavano dalla porta, la dischiuse frenando a stento l’agitazione che sembrava essersi impadronita dei suoi movimenti più comunemente banali e si accorse con sollievo che tutto il reparto notte della elegante villetta era immerso nel più totale silenzio. 
Sempre a piedi nudi, tornò verso il letto disfatto, spense l’abat-jour e uscì di nuovo muovendosi silenziosamente nel buio in direzione del bagno, vi entrò e, sempre in compagnia delle tenebre della notte, si sedette sullo spigolo della grande vasca idromassaggio in corian, la testa parzialmente china sul giovane petto ancora impetuosamente squassato da un fremito che solo ora sembrava accennare a placarsi un po’, le lunghe mani dalle belle dita affusolate tuffate nei capelli scompigliati. 
Quando si alzò e andò a cercare l’interruttore della specchiera sopra il lavabo in porcellana, quella che le fu restituita dall’illuminazione improvvisa fu l’immagine di un giovane viso scosso dal poco sonno e dalla troppa inquietudine.


Estratto da "Il volo dell’airone" di Giacomo Villa, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



martedì 9 luglio 2024

Dominique Vivant Denon

 di Alain Borghini.







Figlio in tutto e per tutto dell’Ancien Régime, Dominique Vivant Denon percorse tutti gli anni dalla Rivoluzione alla Restaurazione combattendo come una specie di Maresciallo dell’arte e della cultura.
Non fu mai un militare ma questo non lo esentò da avere una vita a dir poco avventurosa oltre che a partecipare in prima persona a molte delle grandi gesta guerresche del suo imperatore.
Nato a Chalon-sur-Saône il 4 gennaio 1747 in una famiglia appartenente alla piccola nobiltà, sin da giovane si contraddistinse per una spiccata propensione per l’arte nelle sue mille sfaccettature.
Basata su di una innata predisposizione personale, la sua cultura trovò origine da un lungo elenco di esperienze personali e professionali che caratterizzarono la sua vita.
Seppur giovanissimo, venne presentato alla corte di Luigi XV che gli affidò il compito di conservatore della collezione di incisioni su pietre dure formata per volontà della favorita Mme de Pompadour.
All'epoca non veniva fatta una grande distinzione fra i materiali oggetto dell'incisione per cui, già questa prima esperienza, lo portò ad avvicinarsi anche al mondo delle medaglie antiche di cui poi diventò un grande esperto.
In seguito a questo primo incarico, sotto il nuovo re, Luigi XVI, la sua carriera venne indirizzata verso la diplomazia. 
Fu attaché a San Pietroburgo da cui venne espulso per un affare di cuore, ed a Venezia dove lo colse lo scoppio della Rivoluzione. 
Fu iscritto nella lista degli emigrati in quanto non rientrato in Francia entro il termine stabilito e per un assurdo scherzo del destino, pur essendo considerato in patria un nemico della Rivoluzione, a Venezia venne interrogato prima e sottoposto a sorveglianza poi per il motivo opposto. 
Il governo dogale infatti lo riteneva, per le sue origini francesi, un personaggio scomodo e da tenere sotto controllo per una sua presunta attività di spionaggio a favore proprio del governo rivoluzionario. 
La situazione divenne insostenibile e nell’agosto del 1792, Vivant Denon fu costretto a lasciare la laguna veneta pur non potendo rientrare in patria. 
Decise quindi di trasferirsi a Firenze dove immaginava che le sue conoscenze e doti artistiche gli avrebbero garantito una buona posizione in società. 
Vi rimase fino all’autunno del 1793 quando venne a sapere che i suoi beni di emigrato, erano stati sequestrati e destinati alla vendita.
Uomo di grande temperamento seppur mascherato da modi cortesi tipici della vecchia corte, Denon decise di cogliere al volo l’occasione rischiando la testa pur di salvare il suo patrimonio. 
La sua situazione era veramente disperata se si pensa che il suo nome era già stato inserito in una lista di candidati alla ghigliottina realizzata dal famigerato Comitato di Sicurezza Generale. Ciononostante il suo coraggio fu premiato grazie ad un ennesimo caso della sorte. 
All’interno del Comitato di Sicurezza Generale sedeva infatti un giovane artista: Jaques Louis David di cui, nel 1788 prima dello scoppio della Rivoluzione, Denon aveva grandemente e sinceramente elogiato le doti artistiche guadagnandosene così stima e riconoscenza. 
David, che poi diventerà anche presidente dello stesso Comitato, fece valere la sua autorevolezza in seno a quel consesso non solo eliminando il nome di Denon dall’elenco e facendone dissequestrare i beni ma addirittura offrendogli del lavoro. 
Prima l’incarico di realizzare l’incisione del dipinto “Il giuramento della Palla Corda” e poi quello di incidere i costumi della Rivoluzione su disegno proprio di David.
Una volta salvatosi quasi per miracolo dalla lama del boia Sanson, la sua raffinatezza ed eleganza di modi gli permise di entrare ben presto nella cerchia delle persone più prossime ai membri del Direttorio ed in particolar modo di Barras grazie al quale conobbe prima Giuseppina e poi il giovane generale Buonaparte.



Estratto da "Dominique Vivant Denon" di Alain Borghini, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



venerdì 5 luglio 2024

Il segreto di Cardano

 di Carlo Pedini.







Ad Almarelle una vera scuola non c’era. 
A dirla tutta non c’era nemmeno un vero paese dal momento che si trattava piuttosto di un toponimo, un’area geografica un po’ dispersa di ottocento anime o giù di lì, con le abitazioni disseminate lungo la provinciale e la vasta rete di strade vicinali che da essa si snodavano. 
Anche gli abitanti non si riconoscevano in una qualche automa identità che potesse ricondursi a quel luogo: appartenevano per lo più a quelle antiche famiglie di contadini che fiorivano in tutto il viterbese, come anche nelle colline lì intorno, umbre e toscane, che guardano il Lago di Bolsena. 
La “Regia Scuola Rurale” era stata portata su quei monti ai tempi del Duce: era a classi miste, maschi e femmine, che frequentavano tutti assieme la prima, la seconda e la terza classe elementare. 
Chi avesse voluto proseguire con la quarta e la quinta doveva necessariamente andare a Boschetto, il paese vero e proprio, sei chilometri prima del bivio per Almarelle; o ad Acquapendente, alla “scuola urbana”, ma qui la distanza sarebbe stata più che doppia. 
In povere parole era una delle tante scuole di campagna disperse per il territorio, a quasi seicento metri di altitudine, sulle colline a nord del lago, a venti minuti di cammino dal capolinea delle corriere.
La scuola era sistemata in un modesto edificio, un vecchio casale dove abitava la proprietaria, la sora Lorenza, una donna probabilmente ancora giovane ma dall’età indefinibile, vedova, che viveva con la figlia, la piccola Agnese che tutti chiamavano Luna, una bimbetta piccina e paffutella di sei o sette anni, sempre sorridente, dal viso pallido e tondo ma con due belle gote rubiconde. 
Agnese era la sola rimasta in casa, dopo che i due fratelli maggiori si erano trasferiti a Roma per lavorare come domestici presso qualche famiglia altolocata, e aveva appena cominciato a frequentare la prima classe elementare. 
La sora Lorenza gestiva una piccola rivendita di generi di ogni necessità, attigua alla propria abitazione, come spesso capitava di trovare nelle piccole frazioni di campagna. 
Le due parti, negozio e abitazione, così come la grande stanza adibita a magazzino, erano comunicanti, così che la proprietaria alla fine della giornata poteva chiudere tutto dall’interno, passando dal luogo di lavoro a quello domestico senza uscire in strada.
Il casale era collocato su un poggetto un po’ rialzato rispetto alla strada provinciale, da cui si scostava poche decine di metri, e insieme ad un pugno di altre piccole abitazioni costituiva un po’ il centro della vita sociale di Almarelle. 
Il Comune di Acquapendente nel 1938, per trecento lire all’anno, aveva preso in affitto il secondo piano e ci aveva sistemato l’aula scolastica e l’abitazione dell’insegnante. 
C’era anche una cucina che veniva utilizzata non solo dal maestro, ma anche dalla sora Lorenza per preparare i pasti del piccolo refettorio, a cui erano ammessi gli alunni più bisognosi e quelli che giungevano dalle frazioni più lontane che non avevano modo di tornare a casa per il pranzo, quando era previsto il rientro pomeridiano. 
I servizi igienici erano fuori, sistemati in un casotto di mattoni intonacati, e, cosa insolita per l’epoca, erano in due stanzini, distinti in maschili e femminili, con una latrina alla turca per i primi e un water in ceramica nuda per le seconde. 
Da allora poco o nulla era cambiato, se non l’intitolazione della scuola: da un’ormai inopportuno “Arnaldo Mussolini” – il fratello del Duce, che in gioventù era stato insegnante elementare – si era passati dopo la guerra ad un molto più rassicurante “Edmondo De Amicis”.
La stanza utilizzata come aula era ben alta, come in tutti i casali, 
ed era molto spaziosa: più che sufficiente per gli alunni che la frequentavano. 
Era anche ben illuminata, con due grandi finestroni che guardavano a sud, in direzione del lago. 
Nell’aula c’era un grande camino, che d’inverno ogni mattina veniva acceso dagli alunni con la legna che portavano da casa, o con qualche ramoscello che potevano aver raccolto lungo la strada. 
Purtroppo, per le sue dimensioni, non riusciva mai ad essere ben riscaldata e spesso, nei giorni di gran freddo, bambini e maestro dovevano indossare sciarpe e cappotti durante tutta la lezione. 
Questi piccoli lavori, di cui ci occupavamo noi alunni, facevano parte delle materie imparate a scuola: il maestro, oltre a leggere, scrivere e contare, ci insegnava anche tutte quelle attività che appartenevano alla vita quotidiana e per le quali tutti erano chiamati a dare il proprio contributo. 
Come fare legna e accendere il fuoco, ma anche andare a prendere l’acqua alla fontana, o spazzare la stanza alla fine della lezione per raccogliere i tanti trucioli delle matite temperate via via durante la giornata.
Bisogna dire che l’aula, se pur arredata modestamente, risultava funzionale alle esigenze scolastiche: un grande armadio a vetri raccoglieva i materiali di cancelleria, con quaderni a righe e a quadretti, matite, gomme, penne, pennini, inchiostro e qualche calamaio di riserva. 
Conteneva pure qualche straccio, gessetti bianchi e colorati, fogli bianchi da disegno, elastici e qualche vasetto di “coccoina”, una colla bianca e liscia, dal dolce sapore di mandorla, che il maestro per prudenza riponeva sempre sul piano più alto, per evitare che i bambini se la mangiassero di nascosto, come spesso accadeva. 
Alle pareti alcune mensole servivano per riporre altro materiale, mentre un lungo asse di legno con dei ganci attaccati ad altezza di bambino fungeva da attaccapanni. 
C’era anche qualche quadretto disegnato dagli alunni, che abbelliva la stanza, mentre due nuovissime carte geografiche dell’Italia fisica e politica avevano preso il posto della vecchia carta del Regno e dell’Abissinia. 
I vecchi ritratti del Re e del Duce erano spariti da tempo, sostituiti da quello del Presidente della Repubblica, un uomo occhialuto, dallo sguardo simpatico, con un paio di baffetti ingrigiti sopra due labbra appena accennate, tirate all’indietro e allargate a disegnare un sorrisetto spiritoso, quasi beffardo, che disponeva l’animo al buonumore. 
Invece il crocifisso al centro della parete, dietro la cattedra, era sempre lo stesso. 
Era l’unico arredo appeso che non fosse cambiato dai tempi del Re, a ricordarci – erano parole del maestro – che «…cambiano gli uomini e cambiano i governi, ma il Padreterno resta sempre al suo posto.»



Estratto da "Il segreto di Cardano" di Carlo Pedini, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



venerdì 28 giugno 2024

Lune sospese

 di Gianluca Ricci.








ACQUAZZONE A SETTEMBRE

Di sicuro c’è la metafora,
di incerto la sua durata,
di probabile l’uggia
che vince nell’attesa,
ma all'acqua che ora cade dal cielo
non importa somigliare
a lacrime d'uomo,
preferisce scivolarci addosso
e consegnarsi alla terra.

23.9.2019 



LACRIME D'ITALIA
(Il fiore)

Ogni fiore è identità nascosta,
con foglie e poi frutti,
punti sospesi su uno scrivere,
muto, ma non cieco.

24.9.2019



CANZONE DELL'ALBERO STRANIERO

Passerà l'inverno
e a primavera torneremo
a dir male dell'ailanto,
a luglio imprecheremo
per la sua devastante vigoria,
incapaci di sottrarci al sole
sotto i suoi rami,
l'unico albero che non ci tradirà
a settembre.

26.9.2019



PARCHE
(Per una donna del destino)

Avrei dovuto immaginarlo
ma ora che la luce
disegna il tuo volto
lama perfetta
tra il giorno e la notte
ora so con certezza
che sei quella che fila,
tesse e spezza per sempre
le vie del mio cuore.

27.9.2019



Estratto da "Lune sospese" di "Gianluca Ricci, Midgard Editrice.




Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



martedì 25 giugno 2024

I racconti di Arrlonn: Vendette

 di Luca Benedetti.







All’inizio non esisteva nulla; solo un immenso buio.
Questo era il periodo del grande nulla. 
Non esisteva male, bene, dolore, amore, esseri viventi o inanimati. 
In questo buio c’era Silenzio, il re del grande nulla, che odiava la vita ed ogni forma d’esistenza. 
Di esso si pensa avesse enormi corna ricurve all’indietro e che il buio lo ricoprisse interamente. 
Ed egli aveva poteri magici di altissimo livello. 
Nell’altra dimensione, accanto alla dimensione di Silenzio, regnava il grande Maldon, un potentissimo mago che più di ogni altra cosa voleva conquistare tutte le dimensioni esistenti.
Ci fu una grande lotta fra i due contendenti, si disse che durò trenta lunghissimi secoli, in un pianeta chiamato Mabnen. 
La battaglia, visibile dal vicinissimo pianeta Ebran, fu combattuta giorno e notte, senza mai fermarsi né per mangiare, né per dormire. 
Il pianeta Mabnen era nella dimensione di Maldon, il mago che ne uscì vincitore. 
Per lunghissimi anni egli si ritirò nel pianeta Ergamon, dove erano situati i monti più alti della dimensione e la magia era più forte.
Dopo duecento secoli si trasferì nella sua nuova dimensione e lì creò un nuovo ordine di maghi: gli EroMo. 
Ne creò cinquanta i quali diedero vita ad altri maghi i PiccoloMo, i quali dovevano abitare nel pianeta posseduto dal proprio maestro, controllare la situazione del pianeta e tenere informato il maestro.
Tutti i maghi dovevano osservare i regolamenti lasciati da Maldon, i quali erano scritti in pergamene di carta, proveniente dalle Lune di Sidor del pianeta Tzerbitta, il quale era nella dimensione di Maldon, nella galassia di Secron.
Nei regolamenti vi era scritto che i maghi creatori dovevano creare mondi nei quali il male non esisteva e non dovevano creare creature di tipo onnipotente, che potessero sfuggire al controllo dei padroni conquistando l’intera galassia o peggio l’intera dimensione.
Nell’ordine vi era un mago, chiamato Filaamo, il quale non era contento di questo regolamento al punto tale che un giorno disse al suo allievo Eklatos: «Io mi staccherò da quest’ordine, e creerò un mondo tutto mio, con le mie regole; e tu mi aiuterai in questo, giovane Eklatos».
Dopo trent'anni furono convocati tutti i maghi nella casa di Maldon il quale era giunto alla fine della sua vita, ormai arrivata alla notevole età di duecentomila secoli.
Erano stati convocati anche i maghi della prima dimensione posseduta da Maldon, «Mie creature, siete state chiamate perché come sapete io sto per abbandonare la vita, e mi sto dirigendo verso i campi Nolta dove verrò sepolto», i campi Nolta erano campi immensi nei quali venivano sepolti i maghi creatori, «Ora io dono ad uno di voi tutte le mie dimensioni». 
Ci furono borbottii fra i presenti: «Chi sarà? Chi avrà il potere!», oppure, « Sarò io o tu, Laran?», ma poi arrivò Filaamo che, sicuro di sé, disse ad alta voce: «No no, sarò io il “Padrone” di tutto!», i brusii, però, furono interrotti da una flebile voce, «Non sarai tu, Filaamo. Il mio erede sarà…», rispose Maldon, tossendo bruscamente, «…Sarà Sedroul».
Ci furono nuovi borbottii fra la gente. Ma tutti erano d’accordo con la decisione presa da Maldon.
Il vecchio morì prima del calar del sole.
Questo avvenimento è stato ritenuto dai maghi come presagio di sventura, poiché quel giorno tutti i meteoriti e le stelle cadenti di tutte le galassie caddero dal cielo, facendosi vedere da tutti i pianeti.
I Maghi lì presenti, mentre Maldon spirava, si misero a parlottare dell’accaduto come se stesse per finire la vita in tutte le galassie.
 Alla sera ci fu un rito per il morto, che venne messo in una barca guidata da Eklatos il più giovane dei maghi. 
Egli lo accompagnò nell’immenso campo, dove lo seppellì accuratamente scavando una fossa profonda. 
Infine, con un incantesimo, strappò l’anima dal corpo di Maldon in modo da liberarlo dalla morte senza vita.


Estratto da "I racconti di Arrlonn: Vendette" di Luca Benedetti, Midgard Editrice.




Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



mercoledì 19 giugno 2024

Tesoriere di parole

 di Natalya Letyayeva.







Miraggio

Miraggio alla fine della Via Lattea
Torna lentamente
Siamo degli sciocchi
Crediamo a ciò che crediamo
Sentiamo ciò che vogliamo sentire
Vediamo questo miraggio.


Мираж

В конце Млечного пути мираж
Возвращайся потихоньку.
Мы глупцы:
Верим,в то что верим
Слышим то,что хотим слышать
Видим этот мираж.


Re

Se tu sei un Re
Allora io sono la Regina
Se sei un eroe
Rischia per amore
Cosa mi importa
Cosa c'è e com'è
Ho la mia carne, il mio sangue
E poi ciò che accadrà
è soltanto sconosciuto 
Sono un'aquila libera
Ho bisogno di spazio
Tu eri, e io sono
Se sei con me è scacco matto.


Король

Если ты король,
То я королева!
Если ты герой,
Рискуй за любовь.
Какое мне дело
Что там и как там
У меня своя кровь
Своя плоть.
А что будет потом
Неизвестность и только
Я вольная птица
Мне нужен размах
Ты был,а я есть
Если будешь со мною
Шаху мат


Love story

È solo ed è un cretino
Lei è sola e condannata
Legata a lui.
Il sangue sulla manica,
è lunga la strada!
Colore turchese,
è un falso allarme!
Al settimo anno
Con passo leggero
Si avvicinò un angelo
Con l'andatura di un bambino
Ha convocato i parenti
Ad un grande incontro
E dei doni ha distribuito:
Povero - anello
Dormiente - sogno
Miscredente - fede
Orgoglioso - lotta per buona sorte
E la terra è viva
Rifiorisce di nuovo
Fiumi e campi
Città e villaggi!


Love story

Он один и он дебил
Она одна ,обречена,с ним повязана
Кровь на рукаве-дальняя дорога
Бирюзовый цвет-ложная тревога
На седьмом году
Легкою походкой
Ангел подошёл поступью ребенка
И созвал родных на большую встречу
И раздал дары:
Бедному колечко,спящему мечту
Неверующему веру
Гордому борьбу за благое дело.
И жива земля!
Расцветают снова
Реки и поля,
Города и села!



Estratto da "Tesoriere di parole" di Natalya Letyayeva, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.