lunedì 5 agosto 2024

Ghoul (vendetta postuma)

 di Pier Francesco Grazioli.







Ah! Se solamente poteste immaginare quanto finalmente, piacevole sia il poter inalare l'atmosfera stantia che regna qui dentro!
Come poterla descrivere? 
Odore di marcio ed umido, culminano in un sudario invisibile impregnato del più disgustoso lezzo, il quale avvolge pietosamente il tutto; e che neanche l'oblio di una memoria perduta riesce a mitigare. 
Certo... è accaduto tutto molto tempo fa; quando mi fidavo ciecamente di coloro che essendo la mia famiglia, avrebbero dovuto proteggermi, tenermi al sicuro e soprattutto capire. 
Ma andiamo per ordine...
Mio fratello e sua moglie, avrebbero dovuto comprendere che il mio disturbo, se tale poteva essere considerato, richiedeva sì delle cure. 
Ma, con l'andar del tempo, quel lieve tremore accompagnato da un senso d'estraneità che raramente mi assaliva sin dalla nascita, sarebbe totalmente scomparso.
Ma capitò più volte che nell'età adulta, quel disturbo si manifestasse anche alla presenza di amici benpensanti. 
Una volta, accadde proprio durante il ballo del debutto di mia cugina. 
Si vede che certe tonalità musicali per le frequenze che emettevano, andavano a stuzzicare quella parte del mio cervello che era un po' più sensibile diciamo. 
All'inizio non caddi per terra e non persi conoscenza; restai solamente come imbambolato... come se tra me e le altre persone presenti nella sala si fosse alzato un muro invisibile, ma la sensazione più bella era che mi sembrava di uscire dal corpo.
Esatto, con la mia persona ero lì  ma non con la mia mente. L'orchestra, gli invitati, la sala; tutto era scomparso, ed al loro posto vedevo altri luoghi.
Una volta mi ritrovai di notte a camminare nel deserto sotto un bellissimo cielo stellato, con una luna che sembrava un grande disco d'argento; ed all'improvviso, la sua luce mi rivelò la figura di una gigantesca sfinge alla cui base vi era una scalinata di pietra.
Non capivo come potessi trovarmi lì, e nessuna spiegazione razionale sarebbe stata in grado di fare luce su ciò.
Forse la risposta stava in cima a quella scala; dove, rischiarata da una flebile luce, intravidi una porta. 
Decisi allora di salire, ma appena fatti pochi scalini, la sfinge iniziò a parlarmi... 
“Fermati! Chi sei tu che vaghi in questo deserto? Perché vuoi salire quella scala?”
Quella voce mi aveva pietrificato... non riuscivo a muovere un muscolo. 
Alzai lentamente lo sguardo verso quel volto di pietra che sembrava fissarmi con severità, per poi riabbassarlo subito come un ladro colto in flagrante.
A testa bassa e con voce tremante risposi: “Io non so come sia capitato qui e perché. So solo che mi succede da anni, ed indipendentemente dalla mia volontà.”
“Se sono delle risposte che cerchi, allora sali fino all'ultimo gradino. Una volta giunto, vedrai una statua della Dea Iside dal volto velato. Nelle sue mani unite a coppa giace una lanterna, la cui fiamma ti schiuderà la conoscenza che cerchi; ma solo se avrai il coraggio di sollevare il suo velo” disse la sfinge
Mosso dalla brama di sapere, salii lentamente quella scala, ed una volta giunto di fronte alla statua  esitai per un attimo. 
Poi, lentamente sollevai quel velo, rivelando un bellissimo volto di donna nei cui occhi erano incastonate due lucide pietre scure.  
Su quelle pupille inanimate, i riflessi della fiamma sembravano danzare, donando loro una vitalità surreale che catturò il mio sguardo al punto da non poterlo più distogliere da esse.
Fu come guardare in un'oscurità senza fine... ebbi l'impressione di precipitare in un ancestrale abisso, e quando mi sembrò di averne toccato il fondo, una scena raccapricciante si palesò ai miei occhi.
In una cripta dimenticata, degli esseri orrendi  dall'aspetto di canidi ne profanavano i sepolcri per cibarsi dei corpi in essi contenuti. 
Quei mostri con i loro artigli, strappavano i sudari e si gettavano su quei poveri resti facendone scempio, emettendo versi gutturali e lugubri ululati. 
Poi, mentre gli altri consumavano quel macabro banchetto, uno di loro prese un cuore e lo consegnò con riverenza a colui che è il giudice supremo. 
Sì, era folle il solo pensarlo... ma riconobbi con certezza il Dio Anubi! 



Estratto dal racconto "Ghoul (vendetta postuma)" di Pier Francesco Grazioli, dal libro "Hyperborea 8",  Midgard Editrice.
Racconto vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2024.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



giovedì 1 agosto 2024

Intervista a Riccardo Tennenini

 





Buongiorno Riccardo, come nasce questa nuova opera scritta a quattro mani con Raffaele Pescitelli?

L'opera nasce da un'intuizione mia e di Raffaele sulle molteplici similitudini storiche e filosofiche che intercorrono tra l'antica metafisica dell’Advaita Vedanta è le recenti scoperte della scienza moderna. Da questo presupposto ci è venuta l'idea di trovarci per mettere insieme queste similitudini che solo in apparenza possono sembrare diverse e inconciliabili. 



Quali sono gli argomenti principali del saggio? 

Per quanto riguarda la parte che ho curato sull’Advaita Vedanta tratto del sostanziale passaggio e cambio di paradigma dalla fisica classica alla fisica quantistica che ha aperto un nuovo modo di percepire la realtà. Permettendo in questo modo agli scienziati occidentali di rimembrare potremmo dire o riaffacciarsi e divenire di nuovo consapevoli della dimensione coscienziale profonda che da sempre contraddistingue l’Advaita Vedanta e non solo. Il significato del monosillabo Sacro Om, il vuoto secondo l’Advaita, la metafora della corda scambiata per serpente come immagine allegorica per descrivere il processo di conoscenza verso la realtà ultima, il rapporto che intercorre tra l'entanglement quantistico e il Velo di Maya,  del pensiero vibrante correlato alla vibrazione così com'è intesa dalla fisica quantistica e infine la concezione pranica come energia e fonte della vita e il modo con cui l'essere umano attraverso questa conoscenza possa giungere alla Liberazione.



Studi e segui la dottrina del Vedanta Advaita da molto tempo?

Sì ormai è da molti anni che studio questa che è la più elevata metafisica che esiste. La sua peculiarità secondo René Guénon sta nel fatto di essere probabilmente l’unica forma di induismo che mantiene ancora oggi una dimensione totalmente tradizionale e iniziatica con la successione ininterrotta dei maestri dal suo più famoso e celebre Śaṅkarācārya fino a quelli contemporanei. 




Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Unilibro, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti. 



Riccardo Tennenini, filosofo e studioso del Vedānta Advaita, autore di numerosi saggi e romanzi.


lunedì 29 luglio 2024

Intervista a Raffaele Pescitelli

 





Buongiorno Raffaele, come nasce questa nuova opera scritta a quattro mani con Riccardo Tennenini?

Buongiorno anche a te Fabrizio.
Quest’opera nasce da un’idea di Riccardo il quale mi propose di scrivere insieme un piccolo saggio che mettesse in evidenza le relazioni fra Scienza e Vedanta. Riccardo si sarebbe occupato della parte riguardante il Vedanta ed io della parte scientifica, in particolare di alcuni concetti di Fisica e di Neuroscienze. 
Da tutto ciò è nata una collaborazione appassionante che ha creato un clima intellettualmente stimolante.



Quali sono gli argomenti principali del saggio? 

Per quanto riguarda la parte di Fisica ho descritto le principali scoperte che furono effettuate all’inizio del XX secolo e che rivoluzionarono completamente la Fisica classica. 
Ho trattato la radiazione del corpo nero, l’effetto fotoelettrico, l’equazione di Schrödinger, la struttura dell’atomo e le particelle subatomiche.
Per quanto riguarda la parte relativa alle Neuroscienze mi sono focalizzato sull’aspetto della coscienza in quanto ci sono molti aspetti correlati con il Vedanta.



Sei appassionato di Fisica da molto tempo?

Mi sono appassionato a questa materia durante i miei percorsi di studio universitari. 
Pur non essendo laureato in Fisica ho avuto modo di conseguire alcuni esami riguardanti la Fisica che mi hanno permesso di acquisire quelle basi fondamentali e necessarie per comprendere molti fenomeni presenti in natura.




Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Unilibro, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti. 



Raffaele Pescitelli, laureato in Farmacia, Biotecnologie e scienze e tecniche psicologiche. Appassionato di fisica divulgativa.


giovedì 25 luglio 2024

L'anno degli indefessi

 di Arianna Coletta.








Nessuno si è mai ricordato di me per la mia capacità relazionale ma raggiunta una certa età ero riuscita a mostrare in pubblico semplici sorrisi di compiacenza e movimenti sussultori del capo che nella comune concezione stavano a significare un segno di assenso e ho appreso a mie spese che i miei simili amano essere assecondati, almeno sommariamente. Ma tutti, veramente tutti, possono raccontarvi di quando mi sono innamorata.
I fatti che sto per narrarvi sono avvenuti anni fa se di anni si può parlare e, modestie a parte, si parla più di me che delle elezioni del nuovo magister.
Correva l’anno degli indefessi. Per qualcuno che non conosce le nostre usanze potrebbe sembrare strano ma farò un breve cenno sul funzionamento del nostro calendario e non solo di quello.
Il sole era stanco. Da diverso tempo la sua luce non era più la stessa, la sua forza era andata assottigliandosi e il calore che emanava era tenue e scemava inesorabilmente verso un gelido freddo e la terra, dal canto suo, aveva smesso di girare su se stessa, lo fissava allontanandosi da lui; quell’antica forza di attrazione era persa nell’universo. 
La vita si era dovuta adeguare. Per non smettere di esistere i pochi sopravvissuti occupavano le terre assolate dimenticando le notti per andare a dormire dopo una giornata di lavoro, le notti per potersi alzare al mattino e iniziare una nuova giornata, le notti per guardare le stelle e sognare. 
Il nostro clan, il più numeroso di tutti, dettava legge su tutti gli altri. Il magister, al comando di tutti i terreni illuminati e capo di tutti i loro abitanti, un bel giorno di tiepido sole snocciolò tutte le regole che aveva alacremente studiato annoverandole con fervente ardore. Quando fu il turno del calendario spiegò per sommi capi che la numerologia era un mezzo subdolo per confondere le masse quindi, da quel momento, l’anno sarebbe stata una lode ad ogni categoria lavorativa e sociale; in quel preciso periodo ogni elemento appartenente alla suddetta classe avrebbe potuto godere di un riposo dal lavoro per tutti i trecento giorni e l’esenzione dalle tasse. I poveri mentecatti che non sapevano né leggere né scrivere acclamarono alla bontà del loro capo e quasi tutti votarono per alzata di mano (io e forse qualcun altro tenemmo basse le mani ma nessuno ci notò) a favore del nuovo sistema. 
Penserete voi che questa metodologia possa essere ancor più complicata rispetto alla naturale consecutio dei numeri ma anche qui la legge del più potente blatera la sua volontà. La truffa fu così legittimata: gli anni dei signori duravano cinquecento giorni, gli anni degli studiosi e degli alchimisti quattrocento giorni, gli anni dei mercanti e degli artigiani duravano trecento giorni e gli anni degli indefessi duravano centocinquanta giorni a malapena ma questo non poteva saperlo nessuno perché nessuno di noi aveva modo di poter controllare il tempo. I poveri diavoli scandivano il tempo solo grazie all’urlatore che segnalava la fine dei tre periodi in cui l’anno era diviso e non avevano altro mezzo per sapere. Il sole non sorgeva e non tramontava, era sempre lì. I nostri poveri operai lavoravano sempre non sapendo quanto riposare e non sapendo l’esatto momento di smettere se non quello del raggiungimento di un determinato obbiettivo del raccolto o della cura delle bestie, riposavano quel po’ che ritenevano sufficiente e ricominciavano mentre i signori, gli studiosi e gli alchimisti si facevano beffe di loro tracannando tutto quello che usciva dalle loro terre e dalle loro stalle.




Estratto dal racconto "L'anno degli indefessi" di Arianna Coletta, dal libro "Hyperborea 8",  Midgard Editrice.
Racconto vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2024.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



sabato 20 luglio 2024

Il dono speciale

 di Alexandra Fischer.







Selynà si sistemò la sciarpa intorno al collo prima di seguire il suo amico Dilarz lungo il sotterraneo. 
Faceva freddo, e l’umidità aveva scrostato i muri. Dai pannelli delle porte pendevano stoffe lacere, macchiate di umidità.
“Sei sicura di aver visto quella bestia?
“Non la chiamare così.
“Perché no? Dopotutto, fa parte della razza degli artigliati.
Selynà si scostò il ciuffo dalla fronte: “Ti assicuro che ti sbagli. Katyra non è come nelle leggende che ti hanno insegnato.
Dilarz la guardò con un sopracciglio alzato: “E com’è allora? Io so che tende a mentire.
Selynà si mise le mani sui fianchi: “Se ci ha invitati qui, vuol dire che si fida di noi. 
Dilarz sbuffò: “E va bene, come vuoi tu. 
Selynà gli indicò la porta chiusa di fronte a loro: “Credo che faremmo meglio ad affrettarci. Katyra odia aspettare.
Dilarz la seguì, non senza essersi prima sistemato il giaccone dalle molteplici tasche e aver controllato la sacca.
Selynà batté il piede: “Insomma, cosa stai facendo? Non dobbiamo certo portarle delle offerte.
Dilarz le sorrise: “È per il tesoro. Volevo assicurarmi che ci fosse abbastanza posto per tutto.
Selynà alzò gli occhi al soffitto: “Veramente, non si tratta di quello che immagini.
Nella mente di Dilarz oggetti d’oro e gemme si dissolsero come sogni. 
Si incupì. 
“Cosa dovrei aspettarmi?
Selynà aprì la porta.
La tappezzeria era rovinata in più punti, ma si potevano intravedere teste e zampe di gatto. 
L’odore di umidità era tale che Dilarz si volse verso Selynà: “Siamo sicuri di essere nel posto giusto? Qui è tutto decadenza e marciume.
Lei si portò l’indice sul labbro: “Zitto.
Dilarz gliene domandò il motivo.
Selynà socchiuse gli occhi, quasi inebriandosi di quell’odore: “Katyra è da queste parti. Ha voluto darci appuntamento qui per motivi molto gravi.
Dilarz impallidì: “Vorresti dire che sono venuti anche da loro?
Selynà abbassò la voce: “Evita di nominarli, soprattutto in sua presenza. Lei è l’unica in grado di aiutarci e ha rischiato molto per venire qui.
Dilarz mosse la mano nel gesto di tagliare corto: “Senti, ignorerò parecchie cose sulla gente di Felyna, ma so bene perché ci troviamo qui. Il tesoro.
Selynà si morse il labbro. 
Dilarz credeva di poter corrompere i nemici con un forziere pieno di gemme e metalli preziosi. 
Trasse un lungo respiro prima di avvertirlo: “Senti, dietro a quella porta non c’è proprio quello che credi.
Dilarz la fissò basito. Diede un pugno al muro: “Maledizione. E io che credevo di essere sulle tracce di un tesoro.
Selynà gli accarezzò la spalla: “C’è, eccome. Solo che non servirà a corrompere nessuno.
Dilarz la osservò con una smorfia di frustrazione: “Immagino che neppure noi ci guadagneremo nulla.
Selynà allargò le braccia: “Libereremo Lago delle Quattro Delizie dalla sua maledizione”. 
Si tastò la giacca colma di tasche e si guardò i pantaloni che le cascavano addosso da tutte le parti.
“Dubito che i demoni del buio si acquieteranno con le gemme e l’oro. Hanno rovinato il raccolto. 
Selynà tastò la borsa con le provviste: “Queste dovranno bastarci per un bel po’ prima di tornare indietro con il dono di Katyra.
Dilarz alzò un sopracciglio: “Un dono? Perché non un’arma?
Selynà lo fissò gelida: “Non sono servite a nulla contro di loro. Se le sono mangiate, ricordi?
Dilarz la guardò da sotto in su: “Per quel poco che so della razza di Katyra, mi aspettavo qualcosa di micidiale. Sai, un’arma a forma di artiglio, in grado di squarciare le tenebre.
Selynà gli fece segno di seguirlo e aprì la porta: “Avanti, abbiamo chiacchierato fin troppo.
La stanza era arredata con un enorme cuscino sul quale era appoggiata una gatta dal mantello argentato e gli occhi viola.
La tappezzeria alle pareti era in uno stato migliore rispetto a quella che si trovava nelle stanze precedenti: un dettaglio che stupì Dilarz, il quale rimase zitto per evitare figuracce. 
Notò che la gatta stringeva un involto di stoffa colorata fra le zampe e recuperò speranza. 
Di certo doveva contenere qualcosa per il quale era valso il viaggio.
Katyra si leccò il manto azzurro ghiaccio e fissò Dilarz con noncuranza.
Selynà le fece un piccolo inchino: “Scusa se ti abbiamo fatto rischiare tanto, ma è per via della maledizione che affligge il nostro villaggio. Non vorremmo mai che si estendesse qui a Felinia.



Estratto dal racconto "Il dono speciale" di Alexandra Fischer, dal libro "Hyperborea 8",  Midgard Editrice.
Racconto vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2024.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



martedì 16 luglio 2024

Le ombre del passato

 di Maria Teresa Pellegrini.







Il padrone di Penna in Teverina aveva lo sguardo rivolto verso la parte in cui si trovava Celeste. 
Evidentemente era preso dalla bella visione, la stava osservando.
Filippo intuì il pensiero dietro quello sguardo. 
In poco più di un attimo interruppe quell’interesse.
“La donna che vedete viaggia con noi, è mia moglie, siamo sposati da pochi mesi. 
Insieme al Barone ho deciso che poteva unirsi alla guarnigione e affrontare il viaggio con il sottoscritto, suo marito”.
Con un cenno della mano Filippo la chiamò per farsi raggiungere e Celeste fu subito al suo fianco, prendendogli la mano.
Lei aiutava il cuoco, era brava a cucinare ma soprattutto conosceva l’uso delle erbe medicinali, sapeva medicare ferite e curare i malanni.
Era un’arte che la moglie del Barone aveva preteso che molte giovani del castello imparassero dalla sua amica guaritrice.
“Lei e l’intera guarnigione sono sotto la mia protezione”.
Asserendo quelle poche parole con tanta autorità, Filippo mise subito in chiaro che quella donna meritava rispetto quanto lui stesso e l’intera guarnigione.
Con un cenno e lo sguardo puntato sul volto di Filippo, il signore di Penna in Teverina fece intendere di aver capito. 
Ora toccava a lui rispondergli, specificare chi fosse e quali fossero le sue intenzioni riguardo a loro. 
Aprire le porte oppure rifiutarli, mandandoli altrove a cercar rifugio.
Nel frattempo, al signore se ne era raggiunto un altro molto più giovane ma come il più attempato aveva la postura fiera ed era elegantemente vestito. 
Stava con le gambe leggermente divaricate, le mani giunte dietro le spalle e girandosi verso il primo disse “padre chi è questa carovana di 
gente davanti a noi? Quale motivo li ha portati a Penna? Ma soprattutto, cosa vogliono?”.
Si capiva che erano padre e figlio.
I cavalli intanto erano stanchi di quel forzato riposo, scalpitavano inquieti, i cavalieri con addosso le loro armi sudavano sotto l’armatura.
Celeste, il cuoco e il resto della compagnia ogni tanto si guardavano facendosi delle domande.
Il padre alzò una mano verso il figlio che capì di aspettare e di non intromettersi. 
Rilassato il signore, rivolto a Filippo e all’intera guarnigione, indicando con il braccio come per mostrare il luogo, disse “siete a Penna 
in Teverina e in me è la figura del signore e padrone, rappresento un ricco casato dalle gloriose e antiche origini. 
Siamo i Serravalle, valorosi soldati, guerrieri e condottieri”.
Filippo, con al fianco Celeste, guardò padre e figlio, ovvero i padroni del paese.
Il padre, abbassandosi in un mezzo inchino, disse il suo nome con l’intera investitura.
“Sono Augusto Serravalle, signore di Penna in Teverina, poi si rivolse al figlio, “alla mia destra c’è il mio unico figlio, Giuliano Serravalle, cavaliere e capo del nostro esercito”.
Nel sentire il suo nome anche il giovane fece un breve cenno, abbassando la testa in segno di rispetto.
Augusto Serravalle aggiunse che Penna in Teverina era un luogo assai importante proprio per la sua posizione strategica, infatti, fungeva da controllo della via fluviale del Tevere e della valle sottostante.
Spostandosi di lato, insieme al figlio, col garbo del signore qual era, allargando le braccia verso la piazza li invitò ad entrare. 
Disse, in modo che tutti lo potessero sentire, “in pace siete venuti, in pace andrete via. Sarà un onore per noi Serravalle ospitare voi, capitano Filippo Demetri, e l’intera guarnigione unita alla graziosa signora vostra moglie, con l’intenzione di porre in questo modo le basi per un nuovo rapporto di amicizia e collaborazione col Barone di Montevalle, signore di Amelia e Alviano”.
Udendo tali parole, Filippo e la sua gente tirarono un grande sospiro di sollievo. Finalmente avrebbero avuto tre o forse quattro giorni di meritato riposo così come freschi rifornimenti per tornare a viaggiare, sia per gli uomini che per gli animali.
Il borgo venne allertato dell’entrata della carovana.
Augusto Serravalle ordinò come ogni cosa dovesse essere gestita, fatta e organizzata al meglio.
I servi erano pronti ad esaudire tutti i suoi comandi.
Augusto e il figlio Giuliano erano ansiosi entrambi di conoscere il motivo che avesse spinto quel contingente del Barone di Montevalle in giro per quelle terre, spesso in contrasto tra di loro.
Vennero tutti condotti in un sontuoso palazzo, contornato da un ricco giardino.
Scesi da cavallo, Filippo e Celeste, seguiti dai cavalieri, camminarono guardandosi intorno in silenzio, dietro ai due uomini e osservarono con piacere quanto quel palazzo fosse ben disposto, situato poco lontano dalla grande porta.
In uno spazio chiuso, recintato e protetto da alte mura, in modo che gli estranei difficilmente potessero penetrarvi, Celeste si muoveva piano, incantata da tanto splendore. 
Lungo il breve percorso erano disposte siepi ben curate di Bosso e Tasso, le piante in fiore erano piccole rose dai colori chiari che andavano dal bianco al rosa pallido. I pergolati di uva facevano ombra. 
Lungo il cammino si incontravano anche cespugli di gigli e di giaggioli.
Grandi orci di terracotta erano sparpagliati ai lati del breve viale.



Estratto dal libro "Le ombre del passato" di Maria Teresa Pellegrini, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.



giovedì 11 luglio 2024

Il volo dell’airone

 di Giacomo Villa.







Apparirono di nuovo, all’improvviso, due occhi gialli, freddi e crudelmente minacciosi che bucarono il buio silenzioso della notte cupa e gelida e, fiammeggiando come lame incandescenti nella loro luce abbagliante, spuntarono come sbucati dal nulla in fondo alla strada annerita dal silenzio delle tenebre che sembrava stendersi sull’oscurità fredda e inconsistente con la tetra consapevolezza d’un soffocante sudario che ghermisce la vita con le sue dita impalpabili. 
Ebbe di nuovo come l’impressione di tendere alla sommità d’un onda crescente, sempre più alta, come un’esile imbarcazione che mira alla punta di un flutto capriccioso senza mai valicarlo perché l’onda maligna continua a crescere allontanandosi e, alla fine, sembra di essere risucchiati in un mondo di lacerante sofferenza, quasi di semi-follia nel quale si è vagato rotolandosi inconsapevolmente nel fumigare di una pazzesca ossessione. 
Premette il viso nel cuscino sprimacciato e si sforzò di serrare le palpebre con forza, quasi con rabbiosa violenza, in un futile tentativo di riacquistare il sonno improvvisamente lacerato, ma l’incombente immagine non solo non scomparve, ma accentuò anzi il proprio incalzante incedere insinuandosi con maligna insistenza in quei meandri dell’anima dove niente e nessuno avrebbe mai potuto cacciarla via. 
Quando i vitrei barbagli dell’ingannevole fata Morgana scemarono con la struggente lentezza di una piuma che si muove nella melassa, l’attimo onirico sembrò dilatarsi fino a restituirle un misto di puro terrore e sfrenata eccitazione rinchiusi dentro un gigantesco shaker. 
Quando, madida di sudore, si ritrovò a balzare seduta nel letto e scoprì che, boccheggiando dolorosamente, riusciva ancora a respirare, il suo stesso ansito le rimbombò nelle orecchie assordandola mentre la lingua rovistava con ansia incontrollabile come una lima nella ruggine di una bocca secca e asciutta lasciandole solo il gusto che sa d’aceto della propria paura.
“Mamma!” Mormorò.
Solo allora parve accorgersi di aver istintivamente allungato la mano destra verso il comodino in legno di palissandro alla ricerca della abat-jour in vetro di Murano. 
Le era parso di avvertire un urlo improvviso salire dal profondo della sua stessa angoscia e, per un lungo, interminabile istante, fu invasa dalla paura di aver lacerato inconsapevolmente il gelido silenzio della notte. Solo dopo alcuni istanti lunghi come l’eternità, si rese invece conto di essere sola, circondata unicamente dall’assordante silenzio della propria camera da letto che, ancora una volta, aveva fatto da sfondo al suo incubo più ricorrente e si ritrovò con gli occhi angosciosamente sbarrati che piroettavano nelle orbite spalancate come navigli che avessero rotto gli ormeggi e, finalmente, calde lacrime silenziose presero a scorrere luccicando sulla pelle vellutata come gocce di rugiada che sfiorano i petali di un fiore, scintillanti perle di fiume che consegnavano  un sapore di acqua salmastra agli angoli della bocca. 
Con l’ansia che, sebbene attutita, continuava a martellarle in petto con la violenza di un maglio impazzito, abbandonò lentamente il letto, mosse sul parquet in rovere antico i pochi passi che la separavano dalla porta, la dischiuse frenando a stento l’agitazione che sembrava essersi impadronita dei suoi movimenti più comunemente banali e si accorse con sollievo che tutto il reparto notte della elegante villetta era immerso nel più totale silenzio. 
Sempre a piedi nudi, tornò verso il letto disfatto, spense l’abat-jour e uscì di nuovo muovendosi silenziosamente nel buio in direzione del bagno, vi entrò e, sempre in compagnia delle tenebre della notte, si sedette sullo spigolo della grande vasca idromassaggio in corian, la testa parzialmente china sul giovane petto ancora impetuosamente squassato da un fremito che solo ora sembrava accennare a placarsi un po’, le lunghe mani dalle belle dita affusolate tuffate nei capelli scompigliati. 
Quando si alzò e andò a cercare l’interruttore della specchiera sopra il lavabo in porcellana, quella che le fu restituita dall’illuminazione improvvisa fu l’immagine di un giovane viso scosso dal poco sonno e dalla troppa inquietudine.


Estratto da "Il volo dell’airone" di Giacomo Villa, Midgard Editrice.


Ordinabile anche su Mondadoristore, IBS, Amazon, Unilibro, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.