mercoledì 8 maggio 2019

Il sogno della ninfa

di Stefano Lazzari





ROMA,  706 a.C.



Con  un  sospiro  di  sollievo  e  di  pura  libertà,  sognata  forse  più  da  un  re  che  non  dai  suoi  sudditi,  Numa  Pompilio  varcò  a  passi  svelti  il  ponticello  di  legno  sul  Fiume  Sacro.  L’alba  di  una  mattina  di  piena  primavera  progrediva  rapidamente  verso  una  giornata  azzurrissima,  da  respirare  fino  alla  fine  senza  pensieri,  per  fondersi  nell’abbraccio  di  una  natura  che  si  offriva  gioiosamente  e  liberamente  agli  sguardi  di  chiunque,  contadino  o  re.  Eppure,  in  quella  mattina  radiosa  dei  primi  di  maggio,  lo  sguardo  di  Numa  Pompilio  scivolava  senza  presa  su  ogni  immagine  bella  che  la  divina  benignità  aveva  creato  per  lui  e  per  il  suo  popolo.  Sospirò  ancora,  mentre  prendeva  un  sentiero  in  leggera  salita  che  lo  avrebbe  condotto  all’apice  di  un  rilievo,  dove  aveva  fatto  erigere  una  capannuccia  di  legno:  che,  in  effetti,  sembrava  proprio  il  ricovero  di  un  qualunque  pastore… ma  lì,  fra  quei  pendii  che  dolcemente  digradavano  a  valle,  non  sentiva  davvero  il  bisogno  di  circondarsi  di  simboli  regali:  e  senza  dimenticarsi  mai  i  suoi  compiti  istituzionali,  forse  soltanto  in  quel  luogo  riusciva  ad  incontrare  i  suoi  pensieri  di  uomo  qualunque,  alleggeriti  dall’assillo  del  dover  essere,  dover  fare,  che  arcigno  insegue  il  re  ogni  giorno,  dalla  mattina  alla  sera… curiosamente,  le  sue  divagazioni  del  momento,  e  senza  un’apparente  ragione,  lo  riportarono  indietro  di  nove  anni,  al  giorno  della  sua  incoronazione.  Avvenne  in  cima  al  Campidoglio,  con  la  cerimonia  e  il  verdetto  degli  aruspici  etruschi,  che  magari  preferivano  per  davvero  un  sabino  a  un  romano,  come  primo  successore  di  Romolo;  in  ogni  caso,  accettarono  i  segni  del  cielo.  E  il  cielo,  in  direzione  di  Monte  Albano,  centro  di  culto  latino,  offrì  al  loro  sguardo  un  volo  di  uccelli:  il  volere  degli  Dèi  era  dunque  propizio,  e  così  Numa  Pompilio,  figlio  del  sabino  Pompone  della  tribù  dei  Tities,  venne  eletto  secondo  re  di  Roma,  nonché  capo  militare,  giudiziario  e  religioso.  Ispirato  da  improvviso  timore,  fu  sul  punto  di  sottrarsi,  Numa:  ma  se  l’intendimento  degli  Dèi  era  stato  chiaro,  poteva  davvero  opporsi  ad  esso,  senza  mostrarsi  empio?  Così  accettò,  pregando  la  dea  Cerere,  sua  protettrice,  di  guidarlo  in  quell’arduo  compito.  Tuttavia,  da  uomo  avveduto  non  meno  che  pio,  si  affrettò  a  rivolgere  perorazioni  anche  a  tutte  le  altre  divinità  romane,  Giove,  Marte  e  Quirino  in  primis:  dotati  di  poteri  soprannaturali sì,  ma   anche  di  istinti  molto  umani,  questo  credeva  Numa,  e  dunque  perché  rischiare  di  accendere  la  loro  avversione  trascurandoli  proprio  in  quel  transito  così  critico  della  sua  vita?  E  dunque,  il  primo  atto  istituzionale  del  suo  regno  fu  quello  di  nominare  un  sacerdote  dedicato  al  culto  del  dio  Quirino,  a  fianco  dei  due  già  esistenti  dedicati  al  culto  di  Marte  e  di  Giove, riunendoli  poi  in  un  unico  collegio  sacerdotale,  detto  dei  flamini.  Ma  forse  più  importante,  almeno   per  la  vita  quotidiana  del   popolo  di  Roma  fu  l’istituzione  del  collegio  sacerdotale  dei  Pontefici,  diretti  dal  Pontefice  Massimo,  carica  che  lo  stesso  Numa  ricoprì  per  primo  e  che  aveva  il  compito  di  vigilare  sulla  moralità  pubblica  e  privata.  Ora,  non  si  poteva  certo  dubitare  che  il  primo  a  dare  il  buon  esempio  dovesse  essere  proprio  il  re:  tra  l’altro,  in  ragione  della  sua  rettitudine,  a  Numa  Pompilio  veniva  attribuito  l’appellativo  di  Pius,  perciò  onorarlo  tutti  i  giorni  sembrava  per  chiunque,  e  a  lui  stesso  per  primo,  uno  svolgersi  naturale  e  imprescindibile,  come  l’alternarsi  del  giorno  con  la  notte.  Eppure… eppure  lo  sapeva,  il  re,  che  anche  lui  non  poteva  dirsi  senza  macchia.  Sospirò  una  terza  volta,  mentre  ormai  pochi  passi  lo  dividevano dalla  sua  capannuccia  di  legno.  Stava  per  incontrare  il  suo  consigliere  sulle  leggi  religiose  e  sulle  riforme,  che  però  non  era  un  senatore  o  un  uomo  di  corte,  ma  una  ninfa  Camena,  Egeria.  Non  interamente  umana,  ma  neanche  interamente  divina,  Egeria  non  tardò  ad  aprire  una  breccia  irreparabile  nella  mente  e  nei  sensi  del  re,  guidandone  infallibilmente  i  migliori  slanci.  Forse,  ed  era  comunque  un’ipotesi  azzardata,  Numa  Pompilio  avrebbe  potuto  un  giorno  fare  a  meno  di  quel  fascino,  traducibile  soltanto  dal  dizionario  delle  emozioni;  ma  non  anche  della  sua  misteriosa  saggezza,  che  quasi  sembrava  sconfinare  nel  vaticinio.  Come  farei  a  regnare  senza  di  lei? pensò,  entrando  nella  capannuccia.  Ma  soprattutto,  come  farei  a  vivere  senza  di  lei? si  chiese,  serrando  le  mascelle.  Sbuffò,  non  era  certo  venuto  fin    per  caricarsi  di  altri  e  forse  più  tormentosi  assilli,  ma  soltanto  per  godersi  quei  momenti  che  di  una  Bellezza  inestimabile  gli  avrebbero  colmato  l’anima  e  i  sensi… certo,  alla  sua  soave  consigliera  lui  doveva  lasciare  qualcosa  di  molto  importante,  ma in  fondo  anche  quel  dovere  verso  di  lei  altro  non  rappresentava  se  non  un  piacere  dalle  forme  raffinate.   E  con  questo  bel  pensiero  in  testa,   uscì dalla  capannuccia  per  rimirare,    a  pochi  passi  dall’ingresso,  il  laghetto  a  forma  di  conchiglia  nel  quale,  spesso,  Egeria  prendeva  il bagno  insieme  all’altra  ninfa  Camena,  Carmenta.  Sogguardò  il  sole  di  maggio,  ora  decisamente  più  alto  proprio di  fronte  a  lui.  Egeria  non  avrebbe  tardato  ad  arrivare.  

Estratto da "Il sogno della ninfa e altri racconti" di Stefano Lazzari, Midgard Editrice 2019


venerdì 26 aprile 2019

Quiver

di Stefano Pagnotta




Un nuovo giorno stava sorgendo ad Undoniél; alle prime luci dell’alba Ethir era già pronta per la giornata che l’attendeva. 
Fece colazione, sbocconcellando del pane tostato e sorseggiando un infuso elfico dal colore bluastro, il trinel, ricavato dalle foglie essiccate di un fiore che gli umani conoscono come “acquabruma” proprio a causa del suo colore. Finito di consumare il suo pasto, Ethir si allacciò il corpetto della sua armatura in pelle, riempì la faretra e, avvoltasi nella cappa cerimoniale color cremisi, si recò verso la piazza grande del villaggio.
Undoniél era una tra le più grandi città elfiche che, nell’era d’oro dell’impero, aveva svolto un importantissimo ruolo di snodo commerciale e di conseguenza anche culturale, nonostante fosse avvolto dalla foresta, come la stragrande maggioranza del resto delle città.
Con la caduta dell’impero, Undoniél aveva comunque conservato una vasta estensione e, come tutti i più grandi centri abitati elfici, era finita per diventare una città stato indipendente, che riusciva nel proprio sostentamento nonostante il commercio con gli umani fosse ormai raro.
Ad Ethir piaceva ascoltare le storie riguardanti il mondo esterno e, ogni volta che uno straniero giungeva alla locanda di suo padre, non faceva altro che fare un mucchio di domande su quali fossero le usanze e le culture al di fuori del mondo elfico.
Ma, oramai che la guerra era dilagata, non giungeva più nessun visitatore e le uniche occupazioni della giovane elfa erano quelle di raccogliere erbe per aiutare la madre alchimista e dedicarsi al tiro con l’arco.
Fu proprio per questa sua abilità di arciere, che Ethir uscì di casa quella mattina. Quello infatti era un giorno speciale, poiché sarebbe stata nominata capo degli Haruneth, il miglior esercito di sentinelle mai conosciuto in tutta la storia elfica, il cui compito era quello di salvaguardare l’indipendenza ed i confini della città.
Era una fresca mattinata di inizio primavera, la brina aveva già lasciato il posto alla rugiada e, nonostante l’ora fosse ancora abbastanza presta, la vita a Undoniél era già iniziata da un pezzo e parecchi elfi si affannavano tra le strade pavimentate in pietre bianche che conferivano un aspetto quasi etereo alla città, rendendola elegante ma ineffabile allo stesso tempo.
Ethir si appoggiò ad una statua di marmo bianco raffigurante l’antica dea Daelnaranai che si ergeva fiera nell’area limitrofa alla piazza principale, dove a breve si sarebbe tenuta la cerimonia. Le colonne del palazzo erano adorne di stendardi dai colori cangianti, nei quali spiccavano il blu e l’oro separati da una sottile linea nera e con sopra l’elaborato ricamo a forma di albero bianco, simbolo della città.  Il suono dei corni richiamò la sua attenzione, si affrettò verso il palazzo principale e raggiunse Calaras, il governatore che aveva il compito di officiare la cerimonia.
Dopo le parole ed i cerimoniali di rito, che durarono per un’ora buona, Ethir venne accompagnata alla caserma, dove le venne mostrato il suo nuovo alloggio. Le nuove mansioni non erano troppo impegnative poiché, nonostante la guerra infuriasse a sud, di rado i conflitti giungevano fino a Undoniél, e, quando ciò accadeva, l’unica minaccia era costituita da esploratori in cerca di informazioni, che venivano in fretta dissuasi ad addentrarsi oltre dalle frecce degli Haruneth.
Questa nuova occupazione lasciava ad Ethir molto tempo libero, poiché spesso non doveva andare di pattuglia e questo le permetteva di affinare le abilità di alchimista apprese dalla madre.
Un giorno, giunse in città un viandante umano in cerca di un aiuto, che riuscì a malapena e trascinarsi verso Ethir, in quel momento di guardia. L’elfa poté constatare come quell’uomo fosse ricoperto da profonde ferite e decise di portarlo dal guaritore Delfias, il solo a poterlo salvare.
Con il passare del tempo, il ragazzo si rimise in sesto ed Ethir ebbe così modo di approfondirne la conoscenza: -Allora- chiese la giovane elfa, -potresti dirmi chi sei e cosa ti ha portato oltre i confini della foresta?- dopo alcuni secondi di silenzio ed incertezza, l’uomo si decise finalmente a rispondere: -Mi chiamo Gilnas e mi sono trascinato oltre confine per avere una speranza di salvezza. Non volevo certo violare le vostre terre…- si interruppe, gettando un’occhiata all’uniforme dell’elfa. -Continua pure, se avessi avuto intenzione di farti del male non ti avrei di certo fatto curare, non trovi?-
-Immagino che tu abbia ragione… comunque non avevo alternative, sono stato colpito da un dardo goliath e non riesco ancora a capacitarmi di come sia possibile che sia ancora vivo, dato che nessuno dei nostri guaritori, chierici od alchimisti, sia riuscito ancora a trovare l’antidoto al loro maledetto veleno.-
-Goliath?- l’elfa era stupefatta -pensavo che la loro esistenza fosse solo una leggenda!-



Estratto del racconto "Quiver" di Stefano Pagnotta, in AA.VV., Hyperborea, Midgard Editrice 2017





giovedì 18 aprile 2019

Libellula

di Lisa Bresciani






Era pomeriggio, ed io come sempre mi trovavo strapiena di lavoro. In redazione, alle sei non c’è quasi mai nessuno, resta soltanto accesa la luce dell’ufficio di Alberto, assistente mio e di altri giornalisti come me. 
Mi piace lavorare a quell’ora, nessuno che ti disturba, o che ti chiede il favore di dare uno sguardo al suo articolo. 
Guardai  fuori dalla finestra e vidi una mamma e la sua bambina entrare dal fornaio. 
Mi ricordarono le cure affettuose che mia madre riservava sempre a me e mio padre. 
Quando un genitore ci lascia per sempre, avvertiamo impotenti la nostra mortalità, pensai. 
Un nodo allo stomaco mi costrinse a volgere lo sguardo in alto, e lì tra i verdi e morbidi colli si ergeva San Luca. 
Per molti bolognesi era simbolo di protezione e spiritualità, per me era solo San Luca. 
Avevo smesso di credere, molto tempo prima. 
Qualcuno bussò alla porta del mio ufficio interrompendo quelle riflessioni prima che sfociassero in lacrime. 
Padre Mattia si fece largo nella stanza, superando Alberto che stava per annunciare il suo arrivo. <<Mi dispiace, Cami. Gli ho detto che eri impegnata, ma ha insistito per entrare.>>
Mi spiegò dispiaciuto il mio assistente. 
Feci cenno al prete di sedersi, e poi liquidai Alberto rassicurandolo che era tutto apposto. 
<<Padre, sarei venuta da voi domani come ogni sabato mattina! Scusate se non ho risposto alle vostre chiamate ma non …>>
Lui mi bloccò subito dicendo a bassa voce :<< Non è per questo che sono qui, ma per una questione più importante.>>
Gli suggerii di continuare: <<Un mio collega, Padre Francesco, parroco presso il piccolo borgo di Castiglioncello, non risponde più da un mese alle mie telefonate. Ho parlato con alcune persone che hanno famigliari che vivono in quel paese, ma anche a loro non rispondono.>> 
Sembrava preoccupato. 
Ma non capivo cosa volesse da me, inoltre gli chiesi: <<Ma Castiglioncello non è stato abbandonato da anni ormai? Sapevo che era disabitato!>> 
Si passò una mano tra i capelli bianchi, come a trovare la forza di andare avanti nella spiegazione. 
<<No, in realtà circa una decina di famiglie vivono lì. Sono tutti pastori e contadini, e i bambini vanno a scuola in un paese vicino. Tempo fa Padre Francesco, mi aveva avvisato di una ragazzina che stava manifestando segni di una forte possessione demoniaca. Temo per le vite di quelle persone. E ora entri in scena tu, mia cara.>>
Scossi la testa con fare deciso, sapeva che odiavo immischiarmi nelle questioni di Chiesa. 
<<Non credo che potrei esserti di aiuto, sai che non sopporto queste cose!>> 
Padre Mattia mi prese la mano, e la strinse forte alla sua. Vidi una lacrima solcargli la guancia destra. 
<<Ti prego ascoltami, poi sarai libera di fare ciò che vuoi come hai sempre fatto. Tu mia piccola e forte libellula.>> 
Erano anni che non mi chiamava così. 
Sapendo della mia sofferenza, mi aveva cresciuta come una figlia, e era solito descrivermi libera e allo stesso tempo fragile come una libellula. 
Prese fiato, e continuò dicendomi :<<Dobbiamo andare in quel paese insieme, e tu con la scusa di essere una giornalista potrai fare qualche ricerca. 
Se troviamo veramente una ragazzina posseduta, dovremo unire le forze>>. 
Quello che gli risposi, fu semplicemente un no secco, chiedendogli perdono per non credere ancora alle storielle dei demoni. 
A quelle mie parole, il suo sguardo divenne malinconico, si alzò e fece per andarsene. 
Quando aprì la porta, si voltò e senza insistere ulteriormente, con voce debole mi disse: <<Domattina alle sei, ti aspetterò per dieci minuti all’istituto, e poi se non verrai andrò da solo.>>
Non riuscii a replicare. 
Ero talmente scossa, che corsi subito da Alberto per raccontargli la cosa. 
Scoprii che lui, a differenza mia, era credente ma che comprendeva a pieno i miei dubbi visto il mio passato. 
Tornai a casa in fretta quella sera, e attaccandomi a una bottiglia di assenzio, decisi di impostare la sveglia per le sette e mezza, come ogni mattina. 
Fu il mio più grande rimpianto. 
Il giorno dopo al lavoro, verso l’ora di pranzo, il mio telefono squillò e quando lessi che la chiamata proveniva dall’istituto, un oscuro presentimento si impossessò del mio cuore. 
Era il guardiano, che mi avvisava della morte di Padre Mattia. 
In preda al panico, gli domandai cosa gli fosse successo. 
Dall’altra parte la voce mi rispose affranta:<<Un infarto. Hanno trovato il suo corpo nella macchina alle porte di un paese, mi pare si chiamasse Castiglione o Castiglioncino.>>
Lo corressi meccanicamente:<< Castiglioncello. Il paese si chiama Castiglioncello.>> 
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime, e offuscarsi la vista. 
Lasciai cadere il cellulare a terra. 
Mi sentii mancare, e per quanto volessi gridare dal dolore, la voce mi si spezzava in gola. 
Era soltanto colpa mia. 
Non sapevo se fosse vera o no quell’assurda storia di possessioni, ma pensavo che se fossi andata con lui avrei potuto fare almeno qualcosa per salvargli la vita. 
E invece no, io l’avevo lasciato andare via da solo. 
E ora avevo perduto il mio amico per sempre. 
Non credevo che avrei riprovato la stessa sensazione di smarrimento e perdita, che provai quando vidi portare via i corpi esanimi dei miei genitori. 
Non credevo, eppure successe e fu lacerante. 
Di nuovo.

Estratto dal racconto "Libellula" di Lisa Bresciani, in Hyperborea 2, Midgard Editrice 2018







sabato 13 aprile 2019

Sywyn Yana: il demone di Kalisha

di Davide Zaffaina





Il tempo scorreva lento e noioso, scandito inesorabilmente da un fastidioso ticchettio di orologio a pendolo posto nella guardiola in fondo al corridoio che si allungava dietro l’angolo della cella. L’impossibilità di conoscere l’orario innervosiva molto l’elfo che non poteva nemmeno basarsi sulla posizione del sole che a sua insaputa splendeva sopra la cella incastonata nella montagna.

Gli altri due, un mezzorco di nome Kramer e Bodnik l’halfling, si sistemarono sulle loro brande mentre Sywyn rimase in piedi ad osservarli, quasi a scrutarli segretamente senza farsi vedere.

L’uno indossava pantaloni e maglia nera, di un tessuto spesso ed attillato. L’altro, infinitamente più grosso ed alto, portava un paio di pantaloni verde scuro ed una casacca marrone la cui stoffa, grezza e ruvida, era tappezzata in più parti di pelliccia d’orso.

Il più piccolo dei due era un halfling di corporatura esile e non più alto di un metro e trenta. La sua faccia rotonda era contornata da un folto pizzetto che, sopra il labbro superiore, si univa ai corti baffi. I cinerei capelli ricci, portati a caschetto, terminavano con due lunghe e sottili basette. I lineamenti rivelavano una natura allegra e giocosa che contrastava però con lo sguardo duro, penetrante e cinico tipico di un animale domato e costretto in gabbia. I suoi grigi occhi opachi, spenti di una luce morente che non lasciava spazio alla speranza, gridavano una vita non certo facile… Ma non tutto era arido deserto nell’animo di costui: un bagliore furbo, intelligente e curioso lo attraversava tutto manifestandosi in fondo al suo sguardo come un piccolo lumino nella notte.

Un particolare attirò Sywyn: l’halfling giocherellava continuamente con tre monete di legno facendosele passare da un dito all’altro e dalla mano sinistra a quella destra come farebbe un giocoliere.

L’altro detenuto era un mezzorco: tra elfi e mezzorchi non correvano certo buoni rapporti, anzi, ma se c’era una cosa che a Sywyn sembrava ingiusta e stupida quella erano i pregiudizi; lui non giudicava a priori così come non voleva che gli altri lo giudicassero senza conoscerlo.

La sua pelle verdastra, coriacea, ed i lunghi canini inferiori che come piccole zanne uscivano dal labbro non gli donavano certo un aspetto gioviale. La sua mole, poi, era davvero imponente: l’altezza superava i due metri, il torace era ampio e muscoloso, le braccia forti e vigorose ed infine le gambe, asciutte ma possenti come pilastri di pietra, facevano pensare ad una persona abituata allo sforzo fisico, alle lunghe marce ed ai lavori più pesanti.

I lineamenti erano squadrati, il volto villoso ed il naso schiacciato. Sotto le folte sopracciglia nere si schiudevano occhi di un intenso verde acqua, immobili come persi nel vuoto o nell’immensità di un pensiero fuggevole. Un che di fiero ed orgoglioso lo avviluppava tutto: ciò che in quella figura imponente ma non spaventosa, aveva colpito Sywyn alla prima occhiata erano la fierezza e la dignità lampanti anche se coperte da indumenti ridotti a brandelli.

Cercando di mettere la testa fuori dalle sbarre, l’elfo riuscì a contare undici celle in ognuna delle quali stavano gruppi di tre o quattro prigionieri. Tra i detenuti delle varie celle non c’era possibilità di comunicazione poiché, ad ogni accenno di frase che non fosse un sussurro, i secondini menavano violente randellate sulle sbarre producendo un martellamento assordante accentuato dal rimbombo che si spargeva terrificante per tutto il corridoio. Al secondo tentativo di comunicazione, le randellate si abbattevano sorde sui prigionieri fratturandone le dita intorpidite e spaccandone i denti lasciando lo sventurato di turno inerte e rantolante al suolo come un vecchio cane che stia per tirare le cuoia.

I lamenti di dolore causati da queste ed ancor più truci pratiche sortivano l’effetto di inibire gli altri carcerati a creare nuovi fastidi.




L’idea della fuga aveva iniziato a formarsi nella mente di Sywyn poiché, seppure dovevano essere trascorsi non più di un paio di mesi, non ce la faceva più a rimanere in gabbia, sottomesso ed annientato. Se i suoi due compagni erano ciò che sospettava gli sarebbero stati di grande aiuto nell’impresa.

Nel tombale silenzio della cella la mente dell’elfo già stava macchinando i piani di fuga quando l’halfling attirò la sua attenzione.

<<Le esecuzioni sono iniziate. Non si fermeranno finché non ci avranno uccisi tutti! Dite le vostre ultime preghiere e se qualche femmina vi aspetta a casa ricordatela nelle ultime ore.>>

Sywyn, serio e risoluto, con un filo di voce intimò ai due di avvicinarglisi.<<Non sapete nulla sul mio conto, del resto anch’io ignoro chi siate ma la difficile situazione richiede delle decisioni che non possiamo rimandare. Insieme potremmo elaborare un piano di fuga; io ho già parecchie idee ma mi serve il vostro aiuto, le vostre conoscenze della prigione e la vostra abilità.>>

Sywyn tacque per un po' valutando le reazioni degli altri due.

L’halfling si accarezzò il nero pizzetto con aria pensierosa.

<<Nessuno è mai riuscito ad evadere. D’altronde>> continuò <<se non agiamo in fretta la nostra sorte è segnata. Tu che ne pensi Kramer?>>

Il massiccio mezzorco si alzò dalla branda sulla quale era seduto.

<<L’impresa è senza dubbio disperata, le probabilità di uscirne vivi nulle. D’altro canto io sono un guerriero e non aspetterò di certo la morte senza combattere. Se devo morire morirò con onore nel mezzo della battaglia.>>

<<Avrai di certo bisogno anche di un abile ladro, giovane elfo. Del resto morire tentando di portare all’inferno qualche guardia è di certo preferibile che morire per un’esecuzione>> disse a bassa voce l’halfling, visibilmente eccitato al pensiero di una simile folle impresa.

<<Allora è deciso>> concluse Sywyn. 


Estratto da "Sywyn Yana: il demone di Kalisha" di Davide Zaffaina, in AA.VV., "Hyperborea", Midgard Editrice 2017



sabato 30 marzo 2019

La banalità del quotidiano

di Diana Pavel





XXXVI

Questa ipotetica voglia di mangiare viene e poi mi
abbandona.
Come le tue mani che non ne volevano sapere di

stringermi la primavera scorsa.

Adesso mi implorano di avere fame.
Io la rifiuto.

Detesto essere circondata da persone che non si
immaginano
cosa significhi avere la forza di non nutrirsi per
otto giorni
e svenire tra le contrade del Carmine.


XLIV

A volte vorresti solamente conoscere le vite degli altri:
mirarle senza pensare a niente e capire di quali amori siano

fatte le loro mattine.

Altre volte ti ritrovi a pregare Dio affinché ti tolga la vita e
non sai spiegarti il perché.

Allora ripensi a quanto i complimenti possano spaventare
e
ritorni in te.

L’intimità è degli insicuri:
abbi il coraggio di arrenderti.


LX

La mia malattia ha un nome che fatico a pronunciare:
un traguardo senza fine,
senza inizio,

senza pause.

Un continuo tormento privo di fondamenta,
un cambiamento mai relazionato all’amore che provo per
me stessa
e per te che mi guardi da lontano
senza dire niente,
senza fare la pace
con il mio corpo non ancora
abbastanza magro per
essere vivo.


LXXIX

Ho sempre sognato qualcuno che mi portasse la colazione
a letto e mi facesse credere che fossi il suo primo pensiero
del mattino,
attraversare la strada ancora in vestaglia da notte per
comprare due cornetti alla crema e mezzo litro di latte al
bar davanti a casa solo perché le mensole della cucina son
sempre vuote e la spesa mi dimentico di farla da troppo

tempo, oramai.

Oggi i cornetti li compro da sola e poi torno a letto per
inzupparli in mezzo litro di latte,
proprio come piace a me.

E sto bene.


Estratto dal volume "La banalità del quotidiano" di Diana Pavel, Midgard Editrice 2018




sabato 23 marzo 2019

Metodo Ilai

di Morgana Serafini






Leggendo gli antichi documenti, sappiamo che ai pazienti affetti da polmonite venivano consigliate le passeggiate nei boschi, o anche vivere per un certo periodo di tempo all’interno di essi, o almeno nelle vicinanze..
Il primo lavoro che fu scritto in silvoterapia, “Influenza igienica delle piante e il valore terapeutico della foresta” non è stato scritto da un medico, come si potrebbe pensare, ma da Lucien Chancerel, un guardaboschi francese. Questo metodo terapeutico è indicato dai baleoclimatoterapeuti tanto alle persone sane, per mantenere il loro stato di salute, combattere la fatica e lo stress, quanto ai convalescenti e ai soffrenti di asma, bronchite cronica, aterosclerosi, ipertensione, nevrosi, insonnia, ecc.
Per le persone sane, silvoterapia significa camminare, correre o esercitare lo sport preferito nei boschi. In questo caso si parla di una silvoterapia attiva, che può essere praticata ogni giorno, weekend o vacanze. 
La forma passiva, destinata ai malati, consiste in passeggiate nei boschi, fatte ad una velocità di 3-5 chilometri all’ora, finalizzate con un ora di riposo all’ombra degli alberi e il tocco del tronco degli alcune specie di alberi. 
In alcuni paesi, sono stati progettati parchi forestali speciali, organizzati secondo gli obiettivi perseguiti: meditazione, tonificazione, rilassamento o stimolazione. Per il rilassamento e la meditazione ci sono molti cespugli e alberi di varie dimensioni e forme. Grandi effetti sedativi sono ottenuti combinando le linee orizzontali e curve delle chiome di alcuni alberi oppure le varietà dei colori dei fiori e delle tonalità predominanti di giallo. Per la stimolazione, gli alberi verticali ad alto fusto, rami ascendenti, vegetazione abbondante e vari colori hanno dimostrato la loro efficacia.
Nella mia personale esperienza ho trovato un riscontro positivo “immergendomi” in un bosco di Cerri da intensi profumi e miracolosi suoni risanatori; il mio albero mi ha chiamato a se, ci siamo scelti, attratti, come in un gioco d’amore; ho avuto un’alterazione di coscienza, una sensazione di sospensione spazio-temporale che mi ha fatto sentire sostenuta in un abbraccio di forza e nutrimento.
L’aria del bosco è un ottimo rimedio con più proprietà: attiva la circolazione sanguigna, aumenta il numero dei globuli rossi, facilita la respirazione dei malati polmonari cronici, favorisce il sonno, stimola tutte le funzioni degli organi e contribuisce al ritardo dell’invecchiamento attraverso un più efficiente processo di ossigenazione del cervello, rafforza la vitalità, crea uno stato di benessere, diminuisce l’irritabilità ed è un forte deodorante. Nella foresta, l’aria contiene notevoli quantità di ioni negativi di ossi-geno, che sono anche più numerosi durante l’estate. 
Un albero con un diametro di chioma di 15 m è in grado di produrre in un giorno il necessario giornaliero di ossigeno per 14 persone. 
Nella montagna, soprattutto nelle zone con boschi di conifere, vicino alle cascate e cataratte fatte dai torrenti, la concentrazione di ioni negativi aumenta a 5.000/cm3, mentre nelle grandi città, abitualmente si sta registrando una concentrazione di 100-250 / cm3, cioè circa. 40 volte di meno! 
Le molecole di ossigeno, che hanno un eccesso di carica negativa sono state chiamate anche “vitamine dell’aria”, in quanto stimolano e armonizzano i processi vitali, ma anche quelli della sfera psichica ed emozionale. In presenza di questi ioni, il sistema immunitario è molto attivo, l’assimilazione è capace ad autoregolarsi, la circola-zione si attiva, mentre i processi di riparazione sono stimolati.
La ionizzazione negativa dell’aria entro certi limiti, porta ad un rilassamento generale del corpo, abbassa la pressione sanguigna e la frequenza respiratoria, aumento l’equilibrio emodinamico (diminuzione della velocità di ossidazione negli eritrociti, aumento del numero di eritrociti, diminuzione delle cellule bianche nel sangue), migliora l’attenzione e capacità di lavoro, normalizza la funzione neurale centrale e autonoma.
Le ricerche hanno dimostrato che gli aeroionii esercitano una moltitudine di altri effetti benefici sul corpo, come ad esempio:

• accelera il processo di disintossicazione del corpo;
• migliora il sonno, la  meditazione e il rilassamento;
• aumenta la capacità polmonare;
• aumenta il tasso di assimilazione delle vitamine B e C;
• allevia mal di testa, allergie e febbre da fieno;
• attenua l'irritazione delle vie respiratorie;
• riduce la frequenza e l'intensità degli attacchi di asma;
• rinforza il sistema immunitario;
• normalizza l'equilibrio ormonale;
• riduce lo stato di irritabilità, depressione, tensione nervosa; migliora l’attenzione e la produttività durante il lavoro.

Altri “farmaci”’, che vengono continuamente prodotti della foresta sono sostanze fitocide, principi volatili emessi allo scopo della distruzione dei funghi e batteri. Ad esempio, le foglie dell’albero di quercia producono fitocidi che distruggono il bacillo dissenterico, quelli prodotti dal pino e da altre conifere uccidono i bacilli della difterite e tubercolosi. 
La più grande quantità di fitocidi è prodotta in estate e all’inizio dell’autunno.

Estratto del saggio "Metodo Ilai", Morgana Serafini, Midgard Editrice 2017

www.midgard.it/metodo_ilai.htm

mercoledì 6 marzo 2019

Intervista a Gianluca Ricci

Intervista a Gianluca Ricci, autore del libro “L’arte del kintsugi”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?
Questa silloge raccoglie tutte le poesie che ho pubblicato negli ultimi due anni, quasi giorno per giorno, nella mia pagina Facebook che ho usato impropriamente come un blog personale. Ogni composizione era infatti accompagnata o commentata da una istantanea di un amico fotografo o da un’opera d’arte, pittura prevalentemente o arte statuaria. Per questo la considero come un’opera diaristica o una autoterapia psicologica.



Quali sono le tematiche più importanti dell’arte del kintsugi?
Faccio prima a dire quali non sono. Pur avendo una coscienza politica non sono un poeta politico e, pur essendo sensibile al fascino dell’eterno femminino di carducciana memoria, non sono un poeta erotico. Diciamo che avendo raggiunto una venerabile età ed avendo molto tempo libero in quanto pensionato ho sentito l’esigenza di ricomporre il passato nel presente. Non mi sono dilungato, però, nella descrizione di singoli episodi, anzi, il più delle volte li ho rielaborati, creando situazioni nuove con frammenti di loro. Li ho rimasticati e rielaborati, ruminandoli abbondantemente,  forse perdendomi in essi come un mangiatore di loto, ma anche questo è una possibilità di dire la verità in altro modo.



Questa è la tua decima opera poetica. Quali divergenze e quali affinità con le altre?
Non ci sono grosse divergenze con le ultime tre raccolte. Ho continuato ad esternare la complessità del mio vissuto, il mio modo di vivere l’affettività, il senso di non appartenenza, il peso di uno scetticismo radicale, la natura come metafora, la presenza rassicurante di un patrimonio mitologico, la ferita teologica.
Diciamo che ho accompagnato questi versi con una maggiore consapevolezza critica sul loro ruolo. E questo l’ho voluto sottolineare addirittura con una mia prefazione e postfazione, cosa che non ho mai fatto prima, e che non sostituisce affatto quanto cortesemente premesso da Vittoria Maltese. In fondo, anche se di moda, il mio kintsugi è e non può essere che metafora personale.



Progetti futuri?
Ho rallentato moltissimo la mia produzione lirica. Ho dubbi di poter dire ancora qualcosa di nuovo e chance esistenziali nuove non ne vedo per me. Sto riesumando dal cassetto, invece, una quindicina di racconti, più o meno fantastici, più o meno bizzarri, composti nella solitudine delle valli bergamasche o della Valnerina, quando vi ero stato confinato per motivi di lavoro…


www.midgard.it/larte_delkintsugi.htm