lunedì 16 dicembre 2019

La birra di Platone

di Maria Grazia Giuliani






Quella mattina di primavera una luce tenue, assonnata irradiava di luce Perugia, mentre un viavai di pendolari inondava le strade e le saracinesche dei negozi cigolavano, sollevandosi. Un vago odore di cappuccino rapiva le narici di chi transitava dinanzi ai bar. La dimora dei marchesi di Sorbello si stagliava nitida in un cielo chiaro. Sembrava un’impavida roccaforte eretta contro le miserie del mondo, lei che di miserie ne aveva viste tante nei suoi poco più di quattrocento anni di vita. Superba e conscia di contenere nel suo ventre tesori come quadri, porcellane, manoscritti e tessuti ricamati antichi e di pregevole fattura.
Sotto le sue volte affrescate, nella sala Carlo III, si compivano i preparativi: persone in divisa percorrevano a grandi passi l’interno prezioso del museo, altre in borghese discutevano indicando le teche in vetro disposte lungo le pareti.
Queste persone si spostavano, poi, nelle altre due sale adiacenti per ultimare gli stessi lavori.
Un uomo alto e snello, vestito con un elegantissimo abito blu, guardava fuori dalla finestra tormentandosi con due dita la folta barba grigia. Sembrava assorto, mentre fissava i tetti spioventi.
«Professore» lo chiamò una giovane donna dalla testa piccola e ben fatta, circondata da un’aureola di corti ricci color bronzo, come in un quadro dell’Annunciazione. Era la sua assistente.
«Maia?»
«Professore mi perdoni, hanno terminato l’allestimento della mostra» disse lei a bassa voce.
«Molto bene» sospirò rumorosamente. «Attendiamo l’arrivo del dottor Dominici per disporre i gioielli nelle teche.»
«La bottiglia di birra di Platone?»
«La bottiglia di birra?» Sorrise.
«La chiamano tutti così ormai.»
«Anche per quella attenderemo l’arrivo del dottor Dominici.»
«Speriamo che non sia in ritardo, alle diciotto si apriranno i cancelli ai visitatori.»
Il professore le regalò un ulteriore candido sorriso e si allontanò. Nella sala c’era ancora qualcuno che lucidava le teche, poi quasi tutti sparirono.
«Professore venga,» disse un uomo in tuta da lavoro «venga con me.»
Si fermarono sulla soglia della sala Ugolino.
«Tutto è pronto,» disse l’uomo «adesso proveremo gli allarmi per l’ultima volta.»
«Sì, credo proprio che sia necessario. Procediamo.»
Qualcuno si avvicinò alle teche, poi allungò una mano e la poggiò sul vetro.
Scattarono delle assordanti sirene che emisero il loro suono acuto accompagnato dal lampeggiare blu di due lampade interne alla sala e di una esterna posta sulla porta d’ingresso. Quattro telecamere interne a ogni sala e cinque esterne avrebbero ripreso gli spostamenti dei visitatori.
«Nessuno oserà toccare le teche» disse l’uomo.
«Ottimo lavoro. Ora potete andare. È arrivato Dominici?» fece il professore a voce alta.
«Non ancora» rispose Maia.
«Sempre in ritardo quell’uomo! Venite.»
Maia, due uomini e due donne lo seguirono attraverso un corridoio sino nei sotterranei. I due vigilanti si fermarono all’ingresso di una stanza. Il professore trasse dalla tasca una chiave e aprì. Gli studenti di Belle Arti che collaboravano al progetto e Maia, entrarono. La sala era angusta, con le pareti di pietra viva, umida e fredda. Sul lato destro c’era una cassaforte che il professore aprì.
«Perdonate il ritardo» disse entrando un uomo che si asciugò il capo calvo con un fazzoletto e la mano tremante.
«Finalmente dottor Dominici, l’attendevamo.»
«Il traffico, gli impegni. Scusate.»
Dominici era un uomo robusto e alto, con uno sguardo acuto in un viso tondo, sfrontato.
Il professore contrasse le mascelle mentre la voce scorreva ancora dolce tra le labbra serrate.
«Va bene, va bene, mettiamoci al lavoro.»
 Il dottore, eminente archeologo, bofonchiò ancora delle scuse mentre oscillava sulle gambe.
A un cenno del professore gli studenti estrassero dalla cassaforte alcuni scrigni e li aprirono.
«Meravigliosi, unici, magnifici» commentarono i presenti con le pupille dilatate.
Il dottore fece un passo avanti, trasse fuori un bracciale tempestato di diamanti, avvicinò il monocolo e l’osservò.
«Unico. Un esemplare unico. Lo zar Nicola Romanov lo regalò alla zarina Alessandra. Questa a sua volta lo regalò a quel cialtrone di Rasputin, credendo che stesse guarendo suo figlio dall’emofilia.»
Estrasse alcuni collier e anelli con pietre preziose grosse come fagioli.
«Sono di ottima fattura veneziana. Sono il frutto di razzie compiute da Gengis Khan quando invase il Nord Italia,» disse Dominici «ma adesso aprite la cassaforte che contiene il pezzo più importante della collezione.»

Le minute dita di Maia estrassero una cassa più piccola e la depositarono con cura sul tavolo.
«Ecco la birra di Platone, il grande filosofo.»
Aveva estratto una brocca di ceramica dal corpo allungato e l’apertura rotonda. L’ansa unica e alta si sollevava al di sopra dell’imboccatura. Sembrava che il tempo non l’avesse sfiorata: era appena sbeccata e l’ansa presentava un pezzetto in meno nel punto in cui si congiungeva alla pancia tonda e affilata. Era dipinta di nero alla base e all’estremità superiore, mentre il resto era ricoperto da un leggero colore rossastro su cui spiccavano guerrieri di colore nero. Era ricoperta da un tappo di vetro, all’interno era visibile una sorta di liquido marrone scuro.
«È un’olpe, veniva usata per versare il vino o la birra» disse Dominici.
«Come è arrivata a noi?»
«Probabilmente è stata scoperta in qualche scavo a Ercolano o Pompei.»
«Sarà stata venduta sottobanco a qualche collezionista per una cifra che non oso neppure immaginare» disse il Professore.
 «Se ne ignorava persino l’esistenza. Un anno fa il conte Brandi ce l’ha donata sostenendo di ignorare che i suoi avi la possedessero» concluse Dominici.
«Ma cos’è quel liquido all’interno? E come è giunto dopo tanti secoli sino a noi?»
«Bella domanda,» il dottore sorrise «in realtà la brocca era sigillata ermeticamente da un tappo di lava solidificata.»
«Capisco,» disse Maia «il contenuto non essendo a contatto con l’aria non è evaporato.»
«Brava.» Dominici fremeva nel suo completo blu scuro di ottima fattura.
«E dunque?»
«Attraverso un delicato processo è stato prelevato e analizzato: si tratta di birra. È stato poi versato in un contenitore di vetro sottovuoto per preservarlo e il contenitore inserito nella brocca.»
«E poi?»
«Poi la brocca è stata richiusa con un tappo di vetro. Tutto qui.»
«Attirerà molti visitatori» disse il professore.
«Dobbiamo ringraziare i marchesi Bourbon di Sorbello per averci concesso di organizzare questa mostra nel loro antico e rinomato palazzo accanto agli oggetti preziosi che appartengono a questo museo.»

Estratto dal racconto "La birra di Platone", vincitore del Premio Giallobirra 2014, pubblicato nell'antologia giallo-noir "Giallobirra Volume 3", Midgard Editrice 2018






lunedì 9 dicembre 2019

Tempi da lupi

di Giulio Volpi e Nardino Cesaretti






La strada attraversava a mezza costa quella zona di montagna e seguiva, adattandosi alla morfologia del terreno, lo stesso percorso di allora.
Curve molto strette e scomode costringevano spesso a rallentare e guidare con attenzione, solo qualche breve rettilineo permetteva un minimo di rilassamento consentendo l’osservazione del paesaggio, bello e selvaggio.
Il fondo stradale era asfaltato, unica differenza da quel lontano periodo quando c’era ancora la guerra ed il passaggio dei mezzi militari sollevava una polvere così fitta da impedire quasi completamente la vista.
Il fiume rimaneva sulla sinistra e scorreva molto più in basso rispetto al livello della carreggiata, quasi in fondo a un dirupo, e lei riusciva a scorgerlo solo in quei rari e brevi tratti dove la fitta vegetazione si interrompeva.
Cercava di riconoscere quei luoghi individuando qualche punto di riferimento: il paese ormai doveva essere vicino.
Di là dal fiume, in cima al colle più alto, le sembrò per un attimo di scorgere la vecchia torre seminascosta tra gli alberi, ma la presenza di alcune case che non ricordava ci fossero in quel tempo le fece perdere di nuovo l’orientamento finché, giunta in prossimità di un bivio, gli apparve il mulino.
Riconobbe quel posto: la strada bianca che partiva sulla destra era quella che portava ai Casali.
La vecchia costruzione, ormai in disuso e abbandonata, era ancora riconoscibile nonostante i fitti cespugli di rovo l’avvolgessero quasi completamente.
La grande ruota, costruita parte in legno e parte in ferro, era ancora visibile e così pure, una decina di metri più in là, ciò che rimaneva della saracinesca per il passaggio dell’acqua che veniva aperta solo quando si doveva macinare.
Dall’altra parte della strada, la fontana.
Brandelli di ricordi le affollarono d’improvviso la mente: quante volte era scesa fin lì per andare a prendere l’acqua! La casa dove abitava era lontana e questa incombenza toccava quasi sempre a lei.
La vasca era ancora quella: scavata sulla stessa roccia da cui sgorgava l’acqua, accompagnata allora da un coppo rovesciato, sostituito adesso da un meno romantico tubo di ferro con relativo rubinetto a farfalla.
Non poté fare a meno di fermare la macchina sullo spiazzo antistante anche se, poco distante, seduto su una grossa di pietra, c’era un tizio col cappello calato sugli occhi, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la sigaretta accesa tra le dita della mano abbandonata.
Sembrava mezzo addormentato.
Ai suoi piedi era accovacciato un grosso cane bianco con delle macchie grigie.
“C’è un albergo da queste parti?” domandò.
L’uomo alzò la testa di scatto; aveva la barba lunga e portava un paio di occhiali molto scuri.
Forse è cieco, pensò.
Lui se li aggiustò come per cercare di vederci meglio restando per un attimo imbambolato.
Subito dopo gettò la cicca a terra e la spense col tacco della scarpa.
“Può andare al Leon D’Oro” disse con voce interrotta da qualche colpo di tosse. “Lo trova poco più avanti… lungo la strada.”
“Non è di qui vero?” aggiunse poi mentre la donna si avvicinava alla sorgente.
“No, vengo da Roma” rispose frettolosamente Nella, e si mise a riempire una bottiglia di plastica dopo aver bevuto alcuni sorsi dal palmo della mano.
“È buona vero?  Questa è la fonte più vecchia della zona. Una volta, tanti anni fa, venivano tutti qui a prendere l’acqua, e qualcuno viene ancora, anche se adesso ci arriva direttamente a casa.”
Lei lo ringraziò e salutò risalendo in macchina.
Avrebbe scambiato volentieri qualche altra parola con quel tipo singolare ma preferì affrettarsi: era molto stanca dopo quel lungo viaggio. 

Estratto dal romanzo "Tempi da lupi" di Giulio Volpi e Nardino Cesaretti, Midgard Editrice 2019




lunedì 2 dicembre 2019

Il volto perduto

di Monica Pica





Era il 21 marzo 2001, festa di San Benedetto, primo giorno di primavera, anche se l’aria era ancora gelida a quell’ora della notte. Le Torri Gemelle erano ancora lì, al loro posto, Facebook non c’era, né WhatsApp o Instagram. Il mio cellulare aveva solo due funzioni, chiamata e sms e fu una vera svolta quando riuscii a comprarne uno di dimensioni più piccole rispetto a quello, enorme, che avevo acquistato di seconda mano nel ’99. Ero appena scesa dall’auto che avevo parcheggiato sotto casa, stavo frugando nella maxi borsa in cerca delle chiavi del portone.
“Prima o poi dovrò fare pulizia in questa borsa”, dicevo tra me e me.
Afferrai le chiavi che riconobbi al tatto nascoste sul fondo, quando mi apparve davanti lui. “Eccolo di nuovo”, pensai, e prima che potesse aprir bocca gli dissi «Senti, è tardi e fa freddo e sinceramente non ho voglia di parlare, anche perché credo che ci siamo detti tutto. Vai a casa».
Non rispose, stava lì, aveva perle di sudore che gli colavano dalla fronte, nonostante il freddo, i capelli arruffati. Continuava a fissarmi con quegli occhi rossi che mi raggelavano il sangue. Distolsi lo sguardo e infilai la chiave nella serratura, ma prima che riuscissi ad aprire mi disse «Aspetta … ti faccio vedere come si tratta una puttana».
Non so bene cosa sia successo dopo. Ricordo di essermi accasciata a terra, forse per istinto di auto protezione. Le orecchie mi fischiavano, i suoni erano grevi e lontani, tentai di urlare con quanto fiato avevo in gola, ma non usciva nessun suono, un dolore acuto e sordo iniziò a divorarmi il viso, sentivo i capelli scoppiettare come se stessero prendendo fuoco, ma non c’erano fiamme intorno a me e poi nulla più, solo quelle parole che mi risuonavano in testa “Ti faccio vedere come si tratta una puttana”. Tutto ciò che so della mia vita negli istanti e ore successive mi è stato restituito dai racconti di chi mi ha soccorso e assistito in ospedale.
Arrivò l’ambulanza e fui portata al reparto ustionati, accompagnata dai miei genitori che erano stati chiamati da un vicino giunto sul luogo poco dopo l’accaduto. Tolte le bende del primo soccorso, i medici diagnosticarono un’ustione da acido muriatico. La prima emergenza da affrontare fu l’occhio sinistro. Intervennero subito, ma non assicurarono un recupero completo della vista. Rimasi sedata per alcuni giorni, sopportare il dolore delle ustioni sarebbe stato intollerabile. In quell’innaturale dormiveglia continuavo a sentire il suono di quelle parole “Ti faccio vedere come si tratta una puttana”.
Quando tornai semicosciente avevo la bocca arsa, come se avessi attraversato il deserto a piedi, l’occhio sinistro era bendato e col destro riuscivo a malapena a distinguere luci ed ombre. Pian piano le immagini si fecero più nitide e i suoni più definiti. Sentivo la voce tremante di mia madre, continuava a soffiarsi il naso, stava piangendo. D’improvviso un dolore assordante mi attraversò la parte sinistra del volto. Urlai richiamando l’attenzione del medico e dell’infermiera che si avvicinò e iniziò a trafficare con la flebo per aumentare il flusso di antidolorifici.
«Sono morta?», sussurrai a mia madre. Non ebbi il tempo di ascoltare la sua risposta perché caddi di nuovo in un sonno senza sogni.

Estratto dal volume "Il volto perduto" di Monica Pica, Midgard Editrice 2019





mercoledì 20 novembre 2019

Omonimo

di Roberto Tirloni





Essenza
è la guarigione dell'anima.
Il tuo viso radioso,
colmo di luce riflessa,
le tue mani,
fonti di terso calore,
legittimazione di forza
e presenza.
Il tuo sguardo profondo,
soave e sincero,
più intenso di
molteplici parole.
Respiriamo all'unisono,
pigramente ed intensamente,
come profondi sublimi abissi.
Danziamo fieri e solenni,
nell'attesa di un vivido sogno...


Una piacevole serata
di inizio estate
non empie il vacuo
della mia quotidianità.
Assente è la luna
lungo la visuale,
intenta assai
a rinfrancar spiriti
ebbri d'amore.
Sprazzi di vita
mi circondano,
ma ho il privilegio
di ponderare
in quieta lontananza.
Non tutti i compagni
di viaggio
sono ideali,
complementari,
né tantomeno
le coppie
di innamorati,
che sovente
recitano ignare
fasulle pagine
di tenerezza.
Da ampi scalini
medito,
scruto,
resisto.
Dopotutto,
esisto.


Comunicazione passiva,
essenza primordiale della nostra epopea
per sopravvivere a ciò
che percepiamo come buio,
vuoto da riempire
spesso con nefaste idee,
volgari pratiche,
afone voci
incapaci di farsi ascoltare,
mentre il nostro tacere
libra elevato
verso dedali di seta,
sfere fatate
ed enigmi
che il nostro tempo
saprà decifrare.


Poesie dal volume "Omonimo" di Roberto Tirloni, Midgard Editrice 2019



martedì 12 novembre 2019

Amore e sacrificio

di Elisabetta Trottini





Un uomo di circa trent’anni tiene in braccio per la prima volta sua figlia. È così bello guardarla che rimarrebbe ore a imprimere nella mente i suoi lineamenti. Tuttavia non può. Sa che presto la piccola sarà in pericolo e lui dovrà proteggerla da forze ben peggiori di quelle che un semplice uomo può affrontare.
“Dobbiamo portarla via” gli mima sua moglie. Presto sapranno di quello che lui e sua moglie hanno fatto e verranno per la bambina. Ma soprattutto ci saranno delle conseguenze, non si è mai sentito di un matrimonio come il loro e la loro progenie è in pericolo. La suocera lo incita spaventata a emergere in superficie, altrimenti lo cattureranno. Ormai li sente alle calcagna. La tuta da sub gli rende difficoltosi i movimenti, ma l’amore verso sua figlia è più forte. Una volta salito sulla sua barca, riprende fiato, stringendo ancora di più a sé quel fagottino che tiene tra le braccia.
“Ron, stanno arrivando!” le urla sua moglie riemergendo improvvisamente.
“Malis, sali” le ordina preoccupato Ron. Ma ormai vede l’esercito avanzare. Il re si fa avanti, sovrastando con la sua figura Malis.
“Questo abominio deve essere eliminato. È contro ogni regola” dice a Ron con un accento marcatamente non umano.
“Non ucciderai mia figlia!” replica Ron minacciandolo con la lancia da pesca.
“Quel bastone non mi fa paura, sai bene che sei molto più debole di me. Quindi risparmia la scena e consegnami la bambina” il re è perentorio, non odia gli umani e neanche Ron, ma conosce le conseguenze di lasciare in vita quella creatura. Gli si spezza il cuore, eppure è necessario.
“No, mai” Malis si mette in mezzo.
“Portatela via, sarà condannata per essersi innamorata di un umano”. Ron non può fare nulla se non vedere sua moglie portata via dal generale dell’esercito. Ma la sua mente lavora febbrilmente, e presto la situazione si ribalta: accende il motore della barca e mette quanta più distanza tra lui e quell’essere che voleva uccidere sua figlia.
“Scappa quanto vuoi, ma presto il richiamo del mare la porterà da me” considera il re amareggiato, osservando la nave fuggire in acque a loro inaccessibili.

Estratto dal racconto "Amore e sacrificio" di Elisabetta Trottini, in Hyperborea 3 (Midgard Editrice 2019)


sabato 9 novembre 2019

Intervista a Ruggero Hakim

Intervista a Ruggero Hakim, autore dell’opera “Dissipare dissapori”, edita nella Collana Poesia della Midgard Editrice.





Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?
Buongiorno, la mia opera nasce negli ultimi tre anni, quando mi sono dedicato appieno alla scrittura e all'introspezione, contemplando sempre parecchio, osservando il mondo  che ci circonda. Pensieri, riflessioni, che hanno sempre fermentato dentro di me, nel mio essere controverso ma obiettivo, non potevo che esternarle attraverso le poesie, che come forma di messaggio e comunicazione sono un "urlo silenzioso", a cui pochi credo sanno dargli un senso oggi.


Quali sono le tematiche più importanti nella tua poesia?
Vi sono vari “correnti” di pensiero o come preferisco chiamarli flussi di coscienza, ci sono poesie che trattano luoghi, altri manifestazioni culturali e poesie dedicate a persone, qualcuna indiretta e qualcuna diretta.
Ho scritto contro l’expo, manifestazione che ha messo in risalto mondiale Milano la città in cui sono nato ma che ha portato anche tanti disagi. C'è un poema sul salone del mobile, kermesse che mi è cara poiché avviene una volta all’anno, non dura più di una settimana, che trasforma e adorna Milano al massimo. Ho dedicato alcune poesie alle mie amanti, scritte sempre nel mio stile in originale, ci sono dei saggi, non in prosa, sul tema dell' alienazione sociale e critiche sul modus vivendi borghese attuale.



Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Credo che ogni scrittore vive la scrittura in maniera molto personale e ciascuno filtra, discerne, quelle che possono essere le sue tracce o argomenti, usa metodi e personalizza la sua forma per finalizzare i suoi componimenti. Come dico spesso alle persone che per me la scrittura "è un percorso non una carriera, è una vocazione non un mestiere".


Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?
Questa è una bella domanda, incominciamo da quelli che oltre che a piacermi e ho letto hanno ispirato le mie scritture, sempre a livello di "prosecuzione" non di imitazione. Sicuramente D'Annunzio, il massimo esponente italiano dell'estetismo.
Vi sono temi legati anche alla decadenza, quindi Oscar Wilde. Diciamo che Wilde e D' Annunzio mi sono molto cari, in quanto dandy, con le loro personalità controverse e antiborghesi, quali potrete leggere in alcune mie poesie. Sono fan anche degli esistenzialisti Leopardi e Nietzsche, perché credo che abbiano riassunto parecchio il malessere dell' uomo, o come lo chiamavano i poeti maudits lo "spleen".
Apollinaire anche trovo molto affascinante, ho a casa una copia di "Memorie di un giovane libertino", e non potevo che scrivere narrare delle mie muse in una forma erotica ma non volgare o spudorata.
Degli scrittori attuali apprezzo molto l' americano Palahniuk coi suoi contenuti stile e anti-mainstream.


Progetti futuri?
A questa domanda non so mai cosa rispondere e mi ha sempre messo un po' in empasse, simile a quando mi chiedevano che cosa vuoi fare da grande, non sapevo esattamente che cosa rispondere. Non avrei mai risposto che sarei diventato poeta, ci nasci così, uno ce l'ha dentro, e se ne accorge, chi presto chi più tardi. Di sicuro vorrei stare nel campo delle arti, questo della scrittura è stato il mio primo passo. Bisogna mandare un messaggio là fuori, imprimerlo di beltade e verità.




giovedì 7 novembre 2019

Diamond. Magia e incanto

di Ramona Saperdi





Il sole stava tramontando a Diamond e molto presto la prima stella della sera avrebbe fatto capolino nel cielo.
Andres era seduto sulla radice di un albero che sbucava dal terreno, lo sguardo perso verso l'orizzonte nell'attesa di perlustrare i confini della città per assicurarsi che tutto andasse bene; era un elfo alto e forte, capitano dell'esercito e amante delle armi, ma non della guerra al contrario di suo padre che la riteneva necessaria. Gli elfi nascevano guerrieri e questo non sarebbe mai cambiato. Inutile pensarci! Ormai era temuto e rispettato dai nemici di Diamond e non avrebbe mai lasciato Lara, la regina delle fate, perché l'amava troppo. Non c'era niente che impedisse la loro unione; fate ed elfi si sposavano da millenni. Il problema, forse, era per il ruolo che entrambi ricoprivano nella città: lui si occupava della sicurezza degli abitanti e reclutava nuovi elfi da addestrare e lei... beh, lei era la regina e non c'era nient'altro da aggiungere. Le fate chiedevano la protezione degli elfi perché la città era ricca di diamanti, molti dei quali rari. Era stata attaccata diverse volte, ma erano sempre riusciti a difendersi.
Per millenni avevano collaborato e lavorato sodo e i risultati erano stati ottimi.
La sera giunse su Diamond e per Andres era arrivato il momento più atteso della giornata, la parte che preferiva del suo lavoro: il giro di ricognizione. La città era bellissima sotto il cielo stellato e il suo cammino iniziò dal confine est.
Qui vivevano tutte le fate che possedevano capacità artistiche: c'erano pittrici, ballerine, cantanti, scrittrici, attrici e musiciste. Questo luogo sembrava essere sempre in festa; qui si celebrava la notte del solstizio d'estate e la festa della luna piena.
Dopo qualche chilometro Andres era giunto al confine sud. In questo luogo vivevano le fate artigiane: il loro compito era costruire, nonché aggiustare, oggetti che potessero servire per la vita di tutti giorni. Erano ingegnose e il capitano molto spesso si era rivolto a loro per costruire nuove armi. Il paesaggio in questa zona era come una grande fabbrica. Andres ne rimaneva sempre sbalordito.
Proseguendo il suo cammino l'elfo giunse a ovest della città dove vivevano le fate giardiniere dedite alla cura degli animali e alla protezione dei paesaggi incantevoli che regalava Diamond. Grandi montagne definivano il confine e si elevavano fino al cielo, tanto che dalla valle non si riusciva a vederne la vetta. Tra queste montagne venivano estratti i diamanti da elfi specializzati.  
Ogni gruppo di fate aveva una leader e questa aveva la responsabilità di sorvegliare le altre e di procurarsi i diamanti necessari per il loro lavoro, i quali venivano utilizzati per i motivi più vari per esempio durante la festa dei fiori per crearne di nuovi, sempre più belli, o nelle notti di luna piena per pozioni e amuleti.
Dopo tanto camminare il capitano arrivò al confine nord. Qui c'era il campo di addestramento degli elfi, un luogo che lui conosceva benissimo e che, nonostante tutto, amava. Ormai era abituato a tutto questo e anche se un tempo non avrebbe scelto questa vita, ora, per ironia della sorte, non riusciva a vedersi da nessun’altra parte.
Ad ogni elfo veniva donato un cavallo dotato di un diamante invisibile ad occhio nudo che gli permetteva di avere prestazioni migliori durante un combattimento. Eros, così Andres aveva deciso di chiamare il suo, con piena approvazione di Lara, in onore del Dio greco dell’amore fisico e del desiderio che tante volte avevano sentito menzionare dagli uomini.
Salutò i suoi allievi impegnati a ripulire e sistemare il campo per le esercitazioni e si diresse verso la sua abitazione: non era molto grande, ma graziosa ed arieggiata, non essendo amante del lusso aveva chiesto alle fate artigiane di costruire mobili essenziali e poco lavorati. Dalla finestra del salone riusciva a vedere perfettamente il castello dove risiedeva Lara e ogni volta pensava a come sarebbe stato vivere insieme. Con un po' di malinconia andò in camera sua, si tolse l'armatura e fece un bagno. Al ritorno trovò sul suo letto la regina, bellissima come sempre.
-Ti stavo aspettando!
Lara ruppe il silenzio imbarazzante che era sceso nella stanza. Andres sbalordito dall'audacia della sua amata arrossì. Non era la prima volta che si incontravano di nascosto nella notte per amarsi, ma l'elfo ogni volta aveva quella reazione. La fata possedeva un fascino d’altri tempi e lui ne era attratto.
-Adesso arrossisci! 
La fata lo stuzzicò un po', gli si avvicinò e lo baciò con trasporto. In un attimo si ritrovarono nudi sul letto e un’altra notte li avrebbe visti consumare il loro amore.

Estratto dal racconto "Diamond. Magia e incanto" di Ramona Saperdi, nell'antologia fantasy "Hyperborea 3", Midgard Editrice 2019