sabato 13 aprile 2019

Sywyn Yana: il demone di Kalisha

di Davide Zaffaina





Il tempo scorreva lento e noioso, scandito inesorabilmente da un fastidioso ticchettio di orologio a pendolo posto nella guardiola in fondo al corridoio che si allungava dietro l’angolo della cella. L’impossibilità di conoscere l’orario innervosiva molto l’elfo che non poteva nemmeno basarsi sulla posizione del sole che a sua insaputa splendeva sopra la cella incastonata nella montagna.

Gli altri due, un mezzorco di nome Kramer e Bodnik l’halfling, si sistemarono sulle loro brande mentre Sywyn rimase in piedi ad osservarli, quasi a scrutarli segretamente senza farsi vedere.

L’uno indossava pantaloni e maglia nera, di un tessuto spesso ed attillato. L’altro, infinitamente più grosso ed alto, portava un paio di pantaloni verde scuro ed una casacca marrone la cui stoffa, grezza e ruvida, era tappezzata in più parti di pelliccia d’orso.

Il più piccolo dei due era un halfling di corporatura esile e non più alto di un metro e trenta. La sua faccia rotonda era contornata da un folto pizzetto che, sopra il labbro superiore, si univa ai corti baffi. I cinerei capelli ricci, portati a caschetto, terminavano con due lunghe e sottili basette. I lineamenti rivelavano una natura allegra e giocosa che contrastava però con lo sguardo duro, penetrante e cinico tipico di un animale domato e costretto in gabbia. I suoi grigi occhi opachi, spenti di una luce morente che non lasciava spazio alla speranza, gridavano una vita non certo facile… Ma non tutto era arido deserto nell’animo di costui: un bagliore furbo, intelligente e curioso lo attraversava tutto manifestandosi in fondo al suo sguardo come un piccolo lumino nella notte.

Un particolare attirò Sywyn: l’halfling giocherellava continuamente con tre monete di legno facendosele passare da un dito all’altro e dalla mano sinistra a quella destra come farebbe un giocoliere.

L’altro detenuto era un mezzorco: tra elfi e mezzorchi non correvano certo buoni rapporti, anzi, ma se c’era una cosa che a Sywyn sembrava ingiusta e stupida quella erano i pregiudizi; lui non giudicava a priori così come non voleva che gli altri lo giudicassero senza conoscerlo.

La sua pelle verdastra, coriacea, ed i lunghi canini inferiori che come piccole zanne uscivano dal labbro non gli donavano certo un aspetto gioviale. La sua mole, poi, era davvero imponente: l’altezza superava i due metri, il torace era ampio e muscoloso, le braccia forti e vigorose ed infine le gambe, asciutte ma possenti come pilastri di pietra, facevano pensare ad una persona abituata allo sforzo fisico, alle lunghe marce ed ai lavori più pesanti.

I lineamenti erano squadrati, il volto villoso ed il naso schiacciato. Sotto le folte sopracciglia nere si schiudevano occhi di un intenso verde acqua, immobili come persi nel vuoto o nell’immensità di un pensiero fuggevole. Un che di fiero ed orgoglioso lo avviluppava tutto: ciò che in quella figura imponente ma non spaventosa, aveva colpito Sywyn alla prima occhiata erano la fierezza e la dignità lampanti anche se coperte da indumenti ridotti a brandelli.

Cercando di mettere la testa fuori dalle sbarre, l’elfo riuscì a contare undici celle in ognuna delle quali stavano gruppi di tre o quattro prigionieri. Tra i detenuti delle varie celle non c’era possibilità di comunicazione poiché, ad ogni accenno di frase che non fosse un sussurro, i secondini menavano violente randellate sulle sbarre producendo un martellamento assordante accentuato dal rimbombo che si spargeva terrificante per tutto il corridoio. Al secondo tentativo di comunicazione, le randellate si abbattevano sorde sui prigionieri fratturandone le dita intorpidite e spaccandone i denti lasciando lo sventurato di turno inerte e rantolante al suolo come un vecchio cane che stia per tirare le cuoia.

I lamenti di dolore causati da queste ed ancor più truci pratiche sortivano l’effetto di inibire gli altri carcerati a creare nuovi fastidi.




L’idea della fuga aveva iniziato a formarsi nella mente di Sywyn poiché, seppure dovevano essere trascorsi non più di un paio di mesi, non ce la faceva più a rimanere in gabbia, sottomesso ed annientato. Se i suoi due compagni erano ciò che sospettava gli sarebbero stati di grande aiuto nell’impresa.

Nel tombale silenzio della cella la mente dell’elfo già stava macchinando i piani di fuga quando l’halfling attirò la sua attenzione.

<<Le esecuzioni sono iniziate. Non si fermeranno finché non ci avranno uccisi tutti! Dite le vostre ultime preghiere e se qualche femmina vi aspetta a casa ricordatela nelle ultime ore.>>

Sywyn, serio e risoluto, con un filo di voce intimò ai due di avvicinarglisi.<<Non sapete nulla sul mio conto, del resto anch’io ignoro chi siate ma la difficile situazione richiede delle decisioni che non possiamo rimandare. Insieme potremmo elaborare un piano di fuga; io ho già parecchie idee ma mi serve il vostro aiuto, le vostre conoscenze della prigione e la vostra abilità.>>

Sywyn tacque per un po' valutando le reazioni degli altri due.

L’halfling si accarezzò il nero pizzetto con aria pensierosa.

<<Nessuno è mai riuscito ad evadere. D’altronde>> continuò <<se non agiamo in fretta la nostra sorte è segnata. Tu che ne pensi Kramer?>>

Il massiccio mezzorco si alzò dalla branda sulla quale era seduto.

<<L’impresa è senza dubbio disperata, le probabilità di uscirne vivi nulle. D’altro canto io sono un guerriero e non aspetterò di certo la morte senza combattere. Se devo morire morirò con onore nel mezzo della battaglia.>>

<<Avrai di certo bisogno anche di un abile ladro, giovane elfo. Del resto morire tentando di portare all’inferno qualche guardia è di certo preferibile che morire per un’esecuzione>> disse a bassa voce l’halfling, visibilmente eccitato al pensiero di una simile folle impresa.

<<Allora è deciso>> concluse Sywyn. 


Estratto da "Sywyn Yana: il demone di Kalisha" di Davide Zaffaina, in AA.VV., "Hyperborea", Midgard Editrice 2017



sabato 30 marzo 2019

La banalità del quotidiano

di Diana Pavel





XXXVI

Questa ipotetica voglia di mangiare viene e poi mi
abbandona.
Come le tue mani che non ne volevano sapere di

stringermi la primavera scorsa.

Adesso mi implorano di avere fame.
Io la rifiuto.

Detesto essere circondata da persone che non si
immaginano
cosa significhi avere la forza di non nutrirsi per
otto giorni
e svenire tra le contrade del Carmine.


XLIV

A volte vorresti solamente conoscere le vite degli altri:
mirarle senza pensare a niente e capire di quali amori siano

fatte le loro mattine.

Altre volte ti ritrovi a pregare Dio affinché ti tolga la vita e
non sai spiegarti il perché.

Allora ripensi a quanto i complimenti possano spaventare
e
ritorni in te.

L’intimità è degli insicuri:
abbi il coraggio di arrenderti.


LX

La mia malattia ha un nome che fatico a pronunciare:
un traguardo senza fine,
senza inizio,

senza pause.

Un continuo tormento privo di fondamenta,
un cambiamento mai relazionato all’amore che provo per
me stessa
e per te che mi guardi da lontano
senza dire niente,
senza fare la pace
con il mio corpo non ancora
abbastanza magro per
essere vivo.


LXXIX

Ho sempre sognato qualcuno che mi portasse la colazione
a letto e mi facesse credere che fossi il suo primo pensiero
del mattino,
attraversare la strada ancora in vestaglia da notte per
comprare due cornetti alla crema e mezzo litro di latte al
bar davanti a casa solo perché le mensole della cucina son
sempre vuote e la spesa mi dimentico di farla da troppo

tempo, oramai.

Oggi i cornetti li compro da sola e poi torno a letto per
inzupparli in mezzo litro di latte,
proprio come piace a me.

E sto bene.


Estratto dal volume "La banalità del quotidiano" di Diana Pavel, Midgard Editrice 2018




sabato 23 marzo 2019

Metodo Ilai

di Morgana Serafini






Leggendo gli antichi documenti, sappiamo che ai pazienti affetti da polmonite venivano consigliate le passeggiate nei boschi, o anche vivere per un certo periodo di tempo all’interno di essi, o almeno nelle vicinanze..
Il primo lavoro che fu scritto in silvoterapia, “Influenza igienica delle piante e il valore terapeutico della foresta” non è stato scritto da un medico, come si potrebbe pensare, ma da Lucien Chancerel, un guardaboschi francese. Questo metodo terapeutico è indicato dai baleoclimatoterapeuti tanto alle persone sane, per mantenere il loro stato di salute, combattere la fatica e lo stress, quanto ai convalescenti e ai soffrenti di asma, bronchite cronica, aterosclerosi, ipertensione, nevrosi, insonnia, ecc.
Per le persone sane, silvoterapia significa camminare, correre o esercitare lo sport preferito nei boschi. In questo caso si parla di una silvoterapia attiva, che può essere praticata ogni giorno, weekend o vacanze. 
La forma passiva, destinata ai malati, consiste in passeggiate nei boschi, fatte ad una velocità di 3-5 chilometri all’ora, finalizzate con un ora di riposo all’ombra degli alberi e il tocco del tronco degli alcune specie di alberi. 
In alcuni paesi, sono stati progettati parchi forestali speciali, organizzati secondo gli obiettivi perseguiti: meditazione, tonificazione, rilassamento o stimolazione. Per il rilassamento e la meditazione ci sono molti cespugli e alberi di varie dimensioni e forme. Grandi effetti sedativi sono ottenuti combinando le linee orizzontali e curve delle chiome di alcuni alberi oppure le varietà dei colori dei fiori e delle tonalità predominanti di giallo. Per la stimolazione, gli alberi verticali ad alto fusto, rami ascendenti, vegetazione abbondante e vari colori hanno dimostrato la loro efficacia.
Nella mia personale esperienza ho trovato un riscontro positivo “immergendomi” in un bosco di Cerri da intensi profumi e miracolosi suoni risanatori; il mio albero mi ha chiamato a se, ci siamo scelti, attratti, come in un gioco d’amore; ho avuto un’alterazione di coscienza, una sensazione di sospensione spazio-temporale che mi ha fatto sentire sostenuta in un abbraccio di forza e nutrimento.
L’aria del bosco è un ottimo rimedio con più proprietà: attiva la circolazione sanguigna, aumenta il numero dei globuli rossi, facilita la respirazione dei malati polmonari cronici, favorisce il sonno, stimola tutte le funzioni degli organi e contribuisce al ritardo dell’invecchiamento attraverso un più efficiente processo di ossigenazione del cervello, rafforza la vitalità, crea uno stato di benessere, diminuisce l’irritabilità ed è un forte deodorante. Nella foresta, l’aria contiene notevoli quantità di ioni negativi di ossi-geno, che sono anche più numerosi durante l’estate. 
Un albero con un diametro di chioma di 15 m è in grado di produrre in un giorno il necessario giornaliero di ossigeno per 14 persone. 
Nella montagna, soprattutto nelle zone con boschi di conifere, vicino alle cascate e cataratte fatte dai torrenti, la concentrazione di ioni negativi aumenta a 5.000/cm3, mentre nelle grandi città, abitualmente si sta registrando una concentrazione di 100-250 / cm3, cioè circa. 40 volte di meno! 
Le molecole di ossigeno, che hanno un eccesso di carica negativa sono state chiamate anche “vitamine dell’aria”, in quanto stimolano e armonizzano i processi vitali, ma anche quelli della sfera psichica ed emozionale. In presenza di questi ioni, il sistema immunitario è molto attivo, l’assimilazione è capace ad autoregolarsi, la circola-zione si attiva, mentre i processi di riparazione sono stimolati.
La ionizzazione negativa dell’aria entro certi limiti, porta ad un rilassamento generale del corpo, abbassa la pressione sanguigna e la frequenza respiratoria, aumento l’equilibrio emodinamico (diminuzione della velocità di ossidazione negli eritrociti, aumento del numero di eritrociti, diminuzione delle cellule bianche nel sangue), migliora l’attenzione e capacità di lavoro, normalizza la funzione neurale centrale e autonoma.
Le ricerche hanno dimostrato che gli aeroionii esercitano una moltitudine di altri effetti benefici sul corpo, come ad esempio:

• accelera il processo di disintossicazione del corpo;
• migliora il sonno, la  meditazione e il rilassamento;
• aumenta la capacità polmonare;
• aumenta il tasso di assimilazione delle vitamine B e C;
• allevia mal di testa, allergie e febbre da fieno;
• attenua l'irritazione delle vie respiratorie;
• riduce la frequenza e l'intensità degli attacchi di asma;
• rinforza il sistema immunitario;
• normalizza l'equilibrio ormonale;
• riduce lo stato di irritabilità, depressione, tensione nervosa; migliora l’attenzione e la produttività durante il lavoro.

Altri “farmaci”’, che vengono continuamente prodotti della foresta sono sostanze fitocide, principi volatili emessi allo scopo della distruzione dei funghi e batteri. Ad esempio, le foglie dell’albero di quercia producono fitocidi che distruggono il bacillo dissenterico, quelli prodotti dal pino e da altre conifere uccidono i bacilli della difterite e tubercolosi. 
La più grande quantità di fitocidi è prodotta in estate e all’inizio dell’autunno.

Estratto del saggio "Metodo Ilai", Morgana Serafini, Midgard Editrice 2017

www.midgard.it/metodo_ilai.htm

mercoledì 6 marzo 2019

Intervista a Gianluca Ricci

Intervista a Gianluca Ricci, autore del libro “L’arte del kintsugi”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?
Questa silloge raccoglie tutte le poesie che ho pubblicato negli ultimi due anni, quasi giorno per giorno, nella mia pagina Facebook che ho usato impropriamente come un blog personale. Ogni composizione era infatti accompagnata o commentata da una istantanea di un amico fotografo o da un’opera d’arte, pittura prevalentemente o arte statuaria. Per questo la considero come un’opera diaristica o una autoterapia psicologica.



Quali sono le tematiche più importanti dell’arte del kintsugi?
Faccio prima a dire quali non sono. Pur avendo una coscienza politica non sono un poeta politico e, pur essendo sensibile al fascino dell’eterno femminino di carducciana memoria, non sono un poeta erotico. Diciamo che avendo raggiunto una venerabile età ed avendo molto tempo libero in quanto pensionato ho sentito l’esigenza di ricomporre il passato nel presente. Non mi sono dilungato, però, nella descrizione di singoli episodi, anzi, il più delle volte li ho rielaborati, creando situazioni nuove con frammenti di loro. Li ho rimasticati e rielaborati, ruminandoli abbondantemente,  forse perdendomi in essi come un mangiatore di loto, ma anche questo è una possibilità di dire la verità in altro modo.



Questa è la tua decima opera poetica. Quali divergenze e quali affinità con le altre?
Non ci sono grosse divergenze con le ultime tre raccolte. Ho continuato ad esternare la complessità del mio vissuto, il mio modo di vivere l’affettività, il senso di non appartenenza, il peso di uno scetticismo radicale, la natura come metafora, la presenza rassicurante di un patrimonio mitologico, la ferita teologica.
Diciamo che ho accompagnato questi versi con una maggiore consapevolezza critica sul loro ruolo. E questo l’ho voluto sottolineare addirittura con una mia prefazione e postfazione, cosa che non ho mai fatto prima, e che non sostituisce affatto quanto cortesemente premesso da Vittoria Maltese. In fondo, anche se di moda, il mio kintsugi è e non può essere che metafora personale.



Progetti futuri?
Ho rallentato moltissimo la mia produzione lirica. Ho dubbi di poter dire ancora qualcosa di nuovo e chance esistenziali nuove non ne vedo per me. Sto riesumando dal cassetto, invece, una quindicina di racconti, più o meno fantastici, più o meno bizzarri, composti nella solitudine delle valli bergamasche o della Valnerina, quando vi ero stato confinato per motivi di lavoro…


www.midgard.it/larte_delkintsugi.htm

venerdì 22 febbraio 2019

Intervista a Marco Canonico


Intervista a Marco Canonico, autore del libro “Le rivolte di Amore”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.







Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?

L’opera “Le rivolte di Amore” è una raccolta di quattro racconti ed è nata in maniera particolare. 
L’intenzione originaria era quella di scrivere, sottoforma di diario personale, la vicenda che mi è capitata e che è narrata fedelmente nel primo racconto intitolato “Resurrezione”. Esso è nato appunto come diario per ricordare un momento particolare e difficile della mia vita. 
All’inizio l’ho scritto solo per dare sollievo alla mia anima;  poi in un secondo momento ho ritenuto giusto far pubblicare l’opera, che contiene altri tre racconti inventati ma ispirati a fatti realmente accaduti, per rendere conto a coloro che mi sono stati vicini e a me stesso di cosa fosse successo in un lasso di tempo assolutamente buio.
Posso dire che l’uscita dal tunnel è iniziata proprio con la scrittura de “Le rivolte di Amore”. Dunque per me la scrittura è stata una sorta di medicina.



Quali sono le tematiche più importanti della tua opera?

Le tematiche dell’opera sono varie: forse il sentimento maggiormente trattato è quello dell’abbandono, presente nel primo e nel quarto racconto, del dolore, della delusione.
Ma “Le rivolte di Amore” non raccontano solo storie tristi, infatti c’è anche speranza, voglia di risollevarsi. 
Ovviamente, come dice il titolo l’amore sta al centro di tutto, tuttavia ho voluto analizzarlo in modo non banale ma nelle sue particolari sfaccettature.
Nell’opera ci sono anche molti riferimenti e richiami musicali di artisti a me cari. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che, la vita di ogni persona di qualsiasi età è piena di trappole, di interruzioni, di fregature ma anche di gioie ed è per tale ragione che va vissuta sempre al massimo: tutto ciò rientra nella mia opera che è rivolta a tutti.



Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Su questa risposta sarò piuttosto breve.
Ritengo che la scrittura sia un mezzo per comunicare emozioni, un mezzo per gioire e rattristarsi a seconda delle situazioni. È semplicemente una parte di me ed è il modo ideale per far parlare di se stessi anche quando si è assenti.




Che artisti ti piacciono e ti ispirano?

Se devo essere sincero mi ispiro a un numero di artisti enorme, che vanno dalla letteratura, alla musica e all’arte. Se iniziassi a fare l’elenco completo probabilmente verrebbe fuori un nuovo libro. Visto che comunque ho citato la musica, che è uno dei fattori che tanto mi ha ispirato, posso dire che ho rivolto nell’opera la mia attenzione in particolare ad artisti come Zucchero Fornaciari e Nek. Dal punto di vista artistico amo molto le pitture di Caspar David Friedrich e, uno dei suoi capolavori “Il mare di ghiaccio”, che tra le altre cose è una delle opere che più mi emozionano, l’ho scelta proprio come immagine di copertina. Poi ovviamente ce ne sono molti altri: Delacroix, Géricault, Goya, ecc.
Invece per quanto riguarda la letteratura il mio poeta e scrittore preferito è Gabriele D’Annunzio, seguito a ruota dallo scapigliato Ugo Tarchetti di cui amo profondamente “Fosca”. Nel calderone metto anche Dino Campana e il pittore/scrittore Lorenzo Viani. Le loro opere, chi in un modo, chi in un altro mi hanno dato l’ispirazione per il mio libro e sono sicuro che continueranno a darmela anche in futuro.



Progetti futuri?

Il progetto futuro è quello di continuare assolutamente a scrivere. Ho tante idee sparse per la testa e tanti progetti e sono sicuro che da questo groviglio di pensieri uscirà fuori un altro libro: non sono sicuro se racconti o un romanzo.
Qualora scegliessi tale genere sarà un romanzo di tipo breve, in quanto amo essere coinciso e andare dritto al punto della situazione. Preferisco catapultare i lettori direttamente al centro delle questioni trattate, senza troppo preamboli.
Un altro progetto che ho in mente è anche quello di scrivere un saggio o fare un’analisi critica di qualche opera della classicità o della letteratura italiana, due argomenti da cui sono particolarmente attratto.
Come detto ho solo idee e ancora nulla di concreto, però che vi posso dire…
Occhi aperti e orecchie spalancate!


www.midgard.it/lerivolte_diamore.htm

mercoledì 13 febbraio 2019

Intervista a Roberto Tirloni

Intervista a Roberto Tirloni, autore del libro “Omonimo”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.




Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?
Buongiorno a te, e grazie per avermi offerto l'opportunità di concedere questa intervista.
Dunque, premetto che mi risulta ancora difficile focalizzare di esser riuscito ad esordire in ambito letterario.
Soltanto un semestre fa, non avrei minimamente pensato di voler pubblicare questa raccolta
di poesie, che timidamente erano sparse all'interno di vari taccuini; poi, sul finire della scorsa estate, riordinando il materiale, ha cominciato a balenarmi l'idea di rivolgermi ad una
piccola tipografia per far stampare circa trenta copie di un volume, in occasione del mio cinquantesimo compleanno.
In quel periodo, ho ricevuto apprezzamenti da una persona competente, che mi ha suggerito di inviare il materiale a varie case editrici attive nel settore poesia; così, grazie ad una ricerca sul web ho scovato per puro caso il sito della Midgard, che è rimasta soddisfatta del mio lavoro ed ha proposto un contratto editoriale.


Quali sono le tematiche più importanti della tua opera?

Gli scritti inclusi nella raccolta sono puramente autobiografici, ed il tema principale è senza
dubbio l'amore.
Ho voluto mettermi a nudo, raccontando attimi che ho vissuto soprattutto nell'ultimo lustro, e sperando vivamente di poter restituire qualche grammo di passionalità e sentimento all'attuale epoca, che francamente, a mio avviso, risulta essere piuttosto povera in tal senso.
Pare che l'essere umano stia volgendo verso un preoccupante individualismo, perlopiù di stampo autolesionista, dimenticando la propria caratteristica di mammifero sociale.
La mia impressione è che i principali punti di riferimento, famiglia, scuola e lavoro, la banalizzazione della cultura di massa e, specialmente, l'eccessivo utilizzo di strumenti tecnologici come pc e smartphones siano in buona parte veicoli pericolosamente diretti verso il disgregamento di fondamentali valori come socializzazione, amicizia ed appunto,
amore.
Negli ultimi anni, ho conosciuto numerose persone, perlopiù coetanei, che sembrano indifferenti a tutto ciò; parecchi di essi, sono affetti da quella che definirei la “Sindrome regressiva di Peter Pan”, ultraquarantenni che tendono a comportarsi alla stregua di giovani adolescenti, consumando smodatamente bevande alcoliche e cambiando frequentemente amici e partners con disarmante facilità.
La gioia, il privilegio di conoscere una persona, frequentarsi, innamorarsi, costruire un rapporto di amicizia o di coppia concreto e duraturo, è qualcosa di unico ed irripetibile, elemento base della nostra esistenza, e credo nessuna persona dovrebbe ridimensionarne l'importanza, o addirittura rinunciarvi.
Nonostante tutto, spero vivamente che avverrà un cambiamento; nutro fiducia nelle giovani
generazioni, ai quali abbiamo il dovere di trasmettere importanti segnali, lasciare in eredità
il lato più autentico e prezioso dell'esistenza.
Da felice papà quale sono, sento che questo passaggio di testimone sia una vera e propria missione da compiere.


Qual'è il rapporto tra scrittura ed il resto della tua vita?

Per ciò che mi riguarda, scrivere è un atto puramente istintivo, e quando scatta un particolare momento, sento la necessità di annotarlo sui taccuini che, da alcuni anni, mi accompagnano sempre.
Spesso sono idee, schegge, pensieri che successivamente prendono forma; raramente mi riesce di terminare un lavoro senza modifiche più o meno significative, ma quando è accaduto, probabilmente ho realizzato i versi più soddisfacenti.
Tutto è strettamente legato alle fasi esistenziali che sto attraversando.


Che artisti ti piacciono e ti ispirano?

Sono tutt'altro che un fervente lettore e non amo particolarmente la forma romanzo.
In passato, apprezzai alcune opere di Georges Simenon ed Ernest Hemingway; più di recente, oltre a Murakami Haruki, grazie alle mie figlie mi sono appassionato nella lettura di autori come Roald Dahl e J.K. Rowling, ma non ho ancora affrontato i cosiddetti “grandi classici” della narrativa.
Preferisco cimentarmi nelle brevi distanze; in primis, adoro Emily Dickinson e Giuseppe Ungaretti.
Ulteriori punti di riferimento sono Jacques Prevert, Nazim Hikmet e Giacomo Leopardi, così come la poesia viscerale di Pablo Neruda e Federico Garcia Lorca.
Essendo da sempre musicofilo e dilettandomi in pratiche strumentali, credo che i miei scritti
abbiano un legame intimo con il mondo delle sette note.
Purtroppo non sarò mai un valido esecutore o compositore, ma ora non è più certamente un dramma; considero già un enorme traguardo la pubblicazione di questo libro, figuriamoci.


Progetti futuri?

Attualmente sono in fase di “pausa creativa”, dato che mi risulta difficile uscire dalla tipologia di scrittura che ho già sperimentato ed utilizzato.
Vorrei evitare di adagiarmi in ciò che viene definito “esercizio di stile”, ma spesso non è altro che il continuo ripetersi, utilizzare la stessa formula senza tentare percorsi differenti.
Ho ricominciato le mie timide pratiche musicali, che spero di esibire in occasione della presentazione del libro, coadiuvato da persone decisamente più abili in materia.
Mi auguro di riuscire a concretizzare questo connubio tra musica e poesia, brani musicali
intervallati dalla recitazione di alcune pagine tratte da “Omonimo”, più un paio di inediti.
Di certo, la mia vita non cambierà più di tanto; desidero soltanto uscire lievemente allo scoperto e lasciare qualcosa, una minuscola spora che possa nutrire il fertile sottobosco del nostro pianeta.


www.midgard.it/omonimo.htm


sabato 2 febbraio 2019

Intervista ad Alessandro Chiocchia


Intervista ad Alessandro Chiocchia, autore del libro “Emozioni essoteriche”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.








Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 
Emozioni essoteriche è la raccolta di alcune poesie, che ho scritto anni fa.



Quali sono le tematiche più importanti della tua opera?

Direi che sono le emozioni, come recita il titolo. Emozioni sia positive sia negative, quelle che ci fanno sentire bene e leggeri come piume e anche quelle che ci fanno stare male e ci lasciano il piombo nello stomaco e nella testa. Le ho chiamate essoteriche perché fin dalla loro nascita le mie poesie sono destinate a un pubblico il più largo possibile (essoterico è il contrario di esoterico), visto che prima di raccoglierle in questa opera le ho pubblicate sul mio blog.



Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

La scrittura è un importantissimo strumento che mi consente di dare vita e forma a quello che sento dentro.



Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?

Per quanto riguarda la poesia, i miei autori preferiti sono Majakovskij, Montale e Ungaretti. Per quanto riguarda invece la prosa, il romanzo più importante della mia vita è Il barone rampante di Calvino, e ho amato molto anche Fenoglio e Camilleri.



Progetti futuri?

Scrivere un altro libro.