martedì 20 ottobre 2026

Thackery Hightop, la storia del Cappellaio

 di Livia Murph.

 

 


 

 

 

C’era silenzio nella Sala del Tè.
Non il silenzio gentile che accompagna il sonno…
Ma quello denso e strano che arriva solo quando un sogno sta per morire.
Tutto era immobile.
La teiera fumava ancora, eppure il vapore non si muoveva. Le tazze sospese a mezz’aria, bloccate a metà di un brindisi che non arrivava mai. I cucchiaini, fermi come soldati sotto incantesimo.
E sul tavolo, il suo vecchio nemico: l’orologio del Coniglio Bianco.
La cassa era aperta. Il ticchettio assente. Le lancette – 6 e 6 – come due coltelli piantati nel cuore del tempo.
Un tempo che aveva smesso di battere.
«È tardi,» sussurrò il Cappellaio, le dita macchiate d’inchiostro che tremavano leggere. «Ma nessuno corre più. Nemmeno lui.»
Si guardò intorno. La sedia della Lepre Marzolina era vuota, ancora coperta da brandelli di ragnatela fatta di zucchero filato. Il Ghiro? Scomparso. O forse mai svegliato.
E del Coniglio… solo l’eco. Solo l’odore lontano di lavanda e paura.
Il Cappellaio passò una mano fra i capelli, scompigliandoli ancora di più.
Sentiva che qualcosa stava cambiando. Il Mondo delle Meraviglie perdeva pezzi. I colori si scolorivano. I fiori ridevano meno. Il cielo non cantava più.
— «Stanno dimenticando. Tutti. Anche lei…»
Chiuse gli occhi.
Alice.
Quel nome aveva un sapore dolce amaro sulla lingua, come marmellata dimenticata troppo a lungo in un armadio.
Lei gli aveva sorriso, un tempo. Nei sogni. Nei sogni di quando erano bambini, quando il mondo reale era ancora un’ombra e la fantasia era un regno.
La vedeva ogni notte. La cercava anche da sveglio.
Ma ora… ora era diverso. Lei non sognava più. E lui… lui non sapeva se fosse mai stato davvero reale.
S’alzò dalla sedia. Il suo cappello, alto e sproporzionato, oscillava leggero sulla testa come un pensiero instabile.
Camminò fino all’armadio.
Lo aprì.
All’interno, il tempo dimenticato: scampoli di ricordi, biglietti mai spediti, una sciarpa color ciliegia che profumava ancora di infanzia. E sotto tutto questo, una scatola. Piccola. Di legno scuro. Legata con un nastro rosso, come una ferita ben chiusa.
La aprì. Lentamente. Come se stesse aprendo sé stesso.
Dentro, una chiave.
Fatta di porcellana, screziata, fragile. Il manico inciso a mano, con lettere traballanti: Alice.
Il Cappellaio la prese tra le dita.
In quel momento, il Mondo delle Meraviglie si frantumò.
Non con un rumore, ma con un sospiro. Come se l’universo avesse trattenuto il fiato troppo a lungo.
Chiuse gli occhi.
E fu bambino.

“Thackery! Vieni! Vieni a giocare!”
La voce di Alice riecheggiava tra gli alberi in fiore.
Il cielo sopra di lui era azzurro e semplice. Non c’erano carte volanti, né orologi crudeli. Solo lei. E lui.
Due bambini. Due sognatori.
Uno destinato a restare. L’altra a dimenticare.


Estratto dal libro di Livia Murph, Thackery Hightop, la storia del Cappellaio

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