martedì 1 settembre 2026

Fino a otto

 di Simona Cappellini.

 

 


 

 

In confronto al condominio dove era cresciuto Yannik, la borgata di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana sembrava Beverly Hills.
Un cortile stretto, irriverente, colonizzato da felci selvatiche e carrelli della Superal, era il centro geometrico e simbolico attorno al quale orbitavano palazzi grami come le vite che ci abitavano, anime danneggiate, destinate a sbriciolarsi senza clamore.
Al primo piano viveva Marianna, moglie senza fede di Rodolfo, che se la faceva con uno zingaro soprannominato Modugno, non per via della voce, ma perché stava tutto il giorno seduto su uno sgabello da campeggio a cantare Volare, a squarciagola e stonato, come se potesse redimere il mondo con la sola potenza del diaframma.
Al terzo piano c’era Roberta con la cappella aperta — il soprannome lo aveva guadagnato senza fatica — che abitava con la figlia Silvia e accudiva, si fa per dire, Loredana, un’anziana in modalità aereo da almeno due anni. Si preparavano a ereditarne l’appartamento con la stessa calma e costanza con cui si fanno bollire le ossa per il brodo.
Alba Rosalba, invece, era una cleptomane gentile con gli occhi sempre un po’ fuori dalle orbite, che rubava senza cattiveria, quasi per gentilezza, quasi per dire: “Se non lo prendo io, lo prenderà qualcun altro”. Accumulava oggetti senza peso né utilità: tappi, cucchiai piegati, pantofole spaiate. Bastava uscire con una busta per la spazzatura perché lei spuntasse come un’ombra: “Posso prenderlo?”
Poi c’era Giovanna Galli Fabbri Pirà, che era, o era stata, una nobildonna. Di quelle che si riconoscono più dalla postura che dal nome, perché il nome – lungo, sonoro,  ormai svuotato – nessuno lo pronunciava tutto, neppure lei. Stava con Piero, un sardo ex pescatore, oggi alcolista a tempo pieno, che gridava tutto il giorno dal balcone “Ciofanaaa!” con quella "f" che sembrava una bestemmia repressa, un venditore d’acqua nel deserto del decoro. Yannik non sapeva, non poteva sapere, che quel nome altisonante, quella voce che trascinava le vocali come se ogni parola fosse un ricordo, erano un segno. Un segno vago, che si sarebbe rivelato solo più tardi, quando la sua strada si sarebbe intrecciata con i nobili – veri, falsi, decaduti. Allora avrebbe ricordato Giovanna, mentre aspettava il taxi nel cortile con la boccuccia pronunciata e quell’aria da snob consumata, un’attrice uscita di scena ma ancora in costume, come se il mondo le dovesse un ultimo applauso che non sarebbe mai arrivato. 
Infine c’era Andreina Stellina, una donna di ottant’anni che non parlava mai del passato e non aveva futuro, ma una fama immortale nel quartiere: sapeva mettere un preservativo con la bocca. Nessuno sapeva se fosse leggenda o verità, ma ogni volta che si nominava il suo nome, anche le antenne paraboliche si giravano.
Yannik era cresciuto lì dentro.
Con quelle voci, quegli odori, quelle strane traiettorie di umanità. Eppure, più che abitare il cortile, sembrava sfiorarlo, come se vi passasse accanto camminando sul ciglio di un sogno sbagliato.
Suo padre era un uomo grande, grosso e sbrigativo. Ristoratore per istinto, manesco per forma mentis, con mani come pale e una voce che faceva tremare i frigoriferi. Nelle foto da giovane sembrava un buttafuori balcanico, negli anni ne aveva solo guadagnato in volume e in scorza. Quando si arrabbiava (e si arrabbiava spesso), gli oggetti prendevano il volo: mestoli, piatti, padelle. Sembrava cucinare con l’anima e l’ira.
Yannik lo aiutava da quando aveva dodici anni. Doveva. Andava dopo la scuola, tra la puzza di olio bruciato e la tristezza dei piatti del giorno. La madre, ormai trasparente come le camicie che indossava, passava le giornate tra il frigo e i conti.



Estratto del libro di Simona Cappellini, Fino a otto, Midgard Editrice

https://midgard.it/product/simona-cappellini-fino-a-otto/

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