giovedì 28 gennaio 2021

Anbar

 di Gianluca Ricci.






IL GRANDE METAFISICO


Misconosciuti segni

quanti la mia età

(o il destino)

contiene

quest’oggi ritornano

come un’arte per vivere.

A loro fanno cornice

le specchiate virtù

del sogno.


19.8.1979



NON LA SOLITUDINE DI QUESTI MARI


Non la solitudine di questi mari

piuttosto l’incessante inquietudine

delle acque quando si muovono a tempesta

mi agita invece una stanchezza perenne

un moto infinito di cose irrisolte

sorrisi non ricambiati sguardi imbarazzati

la consapevolezza di un ciclo che chiude

e risponde con le stanche ritualità

del rinnovamento, i bilanci del dare

e dell’avere, la fatica dell’amore

o dell’avere amato...


2.4.1989



QUASI ALLA MANIERA DI OMAR KHAYYÅM


Ci infastidisce

- abituati a camminare al buio -

il tremore di una lampada,

ma tu porgi un canto nuovo,

una diversa nota s’accompagni

al vino che versi nel bicchiere.


17.7.1989



ORATORIO SU COSE SACRE E PROFANE


Se la bellezza è un fiore

che un giorno si disvela e muore

è pur vero che vecchiaia e malattia

di più non durano ed anzi

e con esse alla fine tutto tace

e s’invera nell’incanto estremo.


20.1.1998



ALLA FINESTRA SI PRESENTA


Alla finestra si presenta

un orto abbandonato,

rugiada sulle foglie

e sui vecchi attrezzi consumati:

poi tutti li carezza la luce del tramonto

e me pugnala la spina

di una rosa appassionata.


27.2.1998



IL SORRISO DI EPICURO


Che pena, che danno arreca al Demiurgo

un filo verde che in mare d’erba annega

o un grano di silice nella mota perso?

Nessuno o almeno quanto il sorriso

di un uomo nella notte spento.


5.6.1998



POICHÉ IL NERO ELLEBORO


Poiché il nero elleboro

possa dirsi vivo,

conviene che l’inverno

non sia concluso,

ma che la luna lo faccia

compagno al bucaneve

quando fiorisce

sotto il pungente vento.

Come te ama l’ombra

e le linee di confine

che il bosco traccia

tra sé ed i prati

allorché l’acqua

scende oltre il cerchio,

mai perfetto,

delle alte felci.

Allora, anche un campo

aperto è il regno

della viola e dell’oscuro

non-ti-scordar-di-me.


12.3.2000




PRIMA CHE MAGGIO


Prima che maggio riservi spazio

soltanto alla sua perfida regina,

che ogni colore assume

ed ogni forma vince,

la rosa, dico, una,

nell’infinita forma

del suo bocciolo,

ancora una parola ci accomuni

e salvi dall’oblio come quei fiori

che in gruppo vivono

o in siepe addirittura:

lo svenevole gelsomino,

l’azalea cespugliosa,

la torbida camelia

e la fragile gardenia

ed altri ancora,

ma non si dica che dall’uno

nasce sempre il tutto o che questo

in quello si riduce:

fiori si nasce, ma in petali

il vento ci sospinge.


26.3.2002



Estratto da "Anbar" di Gianluca Ricci, seconda edizione, ebook, Midgard Editrice 2020


http://midgard.it/anbar_ebook.htm


lunedì 18 gennaio 2021

Le divertenti storie della stella Luce

 di Margherita Merone.




Tra le numerose isole dell’Oceano Pacifico ce n’era una che non era presente in nessuna cartina geografica. 
Qualcuno però la conosceva benissimo perché ci abitava da anni. 
Diana, una bambina di undici anni, viveva su quell’isola da quando era piccola, insieme a suo padre. 
Come fossero finiti su quell’isola lo ricordavano vagamente, l’unica immagine che non avevano dimenticato era il pomeriggio in cui si risvegliarono e si ritrovarono stanchi e feriti sulla spiaggia. 
La madre non era con loro, probabilmente era annegata o forse si era salvata in qualche modo, non potevano saperlo. 
Non c’era nessun altro sull’isola tranne loro e gli animali con cui avevano stretto amicizia, un lucertolone, una foca, un pappagallo e un fenicottero. 
L’isola non era grandissima, c’era anche un vulcano, ma fortunatamente non aveva mai dato problemi. 
In alcuni momenti dell’anno i monsoni mettevano paura, spesso erano costretti a ricostruire la casa con cura e pazienza, la pioggia incessante ed il vento fortissimo erano capaci di distruggere tutto in pochi minuti. Ormai si erano abituati, ma non era comunque una cosa piacevole.
Descrivere la loro casa è facile, basta pensare ad una di quelle che si vedono nei film d’avventura, solida e posta in alto, sugli alberi, per prevenire danni peggiori. Avevano costruito con alcuni tronchi letti per dormire, una specie di armadio dove poter mettere qualsiasi cosa, un tavolo dove poter lavorare. 
Il padre le aveva insegnato a non perdersi d’animo e a non arrendersi mai. 
Quando la vita diventava difficile era il momento in cui si doveva lottare, la vita è un dono le ripeteva sempre. 
Non mancavano di nulla, si erano ben organizzati. 
Erano riusciti a fare alcuni strumenti per poter pescare, in questo modo c’era sempre da mangiare.
Da quando erano finiti sull’isola Diana era tutta la sua vita. 
Attendevano ormai da anni il passaggio di qualche nave, con il fuoco avrebbero fatto notare la loro presenza, ma fino a quel momento non era mai accaduto. 
Diana sapeva attendere, era paziente, crescendo aveva imparato dal padre a non perdere la speranza. 
Il padre aveva costruito un’imbarcazione a vela, forte e resistente, per andare a pescare al largo, stando sempre attento agli squali che ogni tanto giravano nei dintorni. Era facile riconoscerli dalle pinne. 
Al padre di Diana piaceva scoprire le meraviglie dell’oceano, aveva letto tante cose, ma solo in quell’angolo di paradiso aveva avuto quella magnifica e reale opportunità di viverle. 
C’erano pomeriggi in cui si dedicava alla ricerca di alghe ed altri alla scoperta di animali marini sconosciuti.
Diana invece preferiva dedicarsi ai suoi animali, in particolare alle tartarughe. 
Quando nascevano bisognava stare attenti e non perderle di vista, c’era il pericolo che venissero divorate dai granchi, per questo motivo sorvegliava la riva e come nascevano se ne prendeva subito cura. Era un compito impegnativo, ma le piaceva tanto, sentiva la responsabilità e questo era un bene per lei. 
Il padre la lasciava fare, sapeva quanto la figlia fosse in gamba e avesse imparato a cavarsela in qualsiasi situazione. 
Le giornate trascorrevano spensierate e nell’allegria. 
Il padre era sempre intento a progettare qualcosa per migliorare la barca, Diana gli stava accanto, si metteva su uno scoglio e ammirava i pesci, ce n’erano tanti strani, alcuni erano piuttosto buffi. 
Aveva imparato a distinguere gli uccelli dandogli il loro giusto nome, qualche problema lo aveva ancora con gli alberi, difficile stabilire se fossero da frutto o meno. 
Tutta la natura che aveva intorno le parlava rivelandole dei segreti.


Estratto dal racconto "L'isola di Diana", in "Le divertenti storie della stella Luce", Margherita Merone, Midgard Editrice 2020


Illustrazioni di Valeria Bucefari



martedì 12 gennaio 2021

Brunella e i piatti di riso

 



Si era seduta su quella sedia dove di solito si sedeva lui quando convivevano e, ai tempi, tutto sembrava funzionare a meraviglia. La loro unione era durata due anni e avevano vissuto tutto il periodo in sintonia. Concordavano in ogni cosa compresi anche i discorsi sociali e politici; bastava un cenno che da solo parlava di loro due e di come all’unisono dicevano sì o no. Il sorriso in ogni occasione e la sintonia anche sessuale li soddisfaceva in un crescendo che liberava frenesie e inabissava tabù. Seduta su quella sedia ripercorreva il periodo in cui l’amore di lui l’aveva fatta sentire donna e femmina allo stesso tempo; un periodo breve ma intenso che era finito in un addio assurdo. Un addio che non era stato altro che uno dei tanti momenti no del suo vivere, da sempre. Quella era la sedia ove lei spesso si sedeva sulle ginocchia di lui a mo’ di bambina in cerca di calore e lui le donava l’affetto e l’amore che mai aveva ricevuti prima, se non in una unica e breve precedente convivenza.
Ora invece, seduta su quella sedia aveva poggiato i gomiti sul tavolo e, posto il viso tra le sue mani sempre curatissime, cercava di tornare ai tempi passati con il ricordo di quando tutto era iniziato nel suo negozio di creazioni floreali e lui era entrato per la prima volta nella sua vita.
“Buongiorno” aveva detto lui mentre si girava per accompagnare la maniglia della porta che si richiudeva, rivolgendo quindi le spalle allo sguardo di lei che passava dall’ennesima composizione da mettere in vendita per la festa di San Valentino a quella figura di uomo, molto alto ed elegantissimo.
“Buongiorno a lei, come posso servirla…” e non finì la frase perché lui si era girato verso di lei e avvicinandosi le apparve come un adone con i suoi occhi scuri, gli zigomi pronunciati e i baffi curatissimi.
“Vorrei una composizione di fiori per la mia amata. Ma deve suggerirmi lei con quali fiori realizzarla.”
Brunella intanto aveva fissato il suo sguardo in quegli occhi scuri e dopo aver ingoiato saliva a stento rispose: “Guardi dipende da cosa vuole raccontare alla sua amata” la sua voce da tremula pian piano aveva ripreso il tono di chi deve vendere un prodotto. “Ho già realizzate tutte quelle confezioni che vede su quello scaffale. Può sceglierne una oppure posso realizzarne una come lei desidera.”
“Sa. È da poco che ho perso la testa per lei” rispose lui, “e non so proprio cosa fare; mi suggerisca lei. Non importa il prezzo la devo veramente sorprendere.”
Come avrebbe voluto essere lei quella donna. Pochi attimi e, come a volte succede alle donne, quell’uomo in un istante aveva cancellato tutti i suoi sentimenti della sua vita vissuti fino a quel momento.
“Ora, signore, le suggerisco io cosa donare alla sua donna. Se permette io partirei come base da questa composizione” disse prelevando una composizione da un piano vetrina, “e aggiungerei delle orchidee rarissime come queste che mi sono appena arrivate. Lei che ne pensa?”
“Può anche darmi del tu, ora io abito qui vicino e sicuramente potrò diventare un suo cliente.”
“Ok signore, allora procedo come ti ho suggerito.”
Un minuto di silenzio, per lei bellissimo, mentre ornava la composizione e quel bel cliente osservava distrattamente i fiori messi in bella mostra. Stranamente le sue mani avvertirono un leggero tremolio, forse per l’emozione di quel primo incontro e con difficoltà teneva in piedi le orchidee prima di completare l’opera.
Lui se ne accorse e disse con un fil di voce: “Posso aiutarti?”
“Grazie” rispose lei e così poté terminare il lavoro. Ma mentre
legava il tutto con un vistoso nastro la sua mano sfiorò quella posta intorno al cellophane da lui ed avvertì un calore tenerissimo che la pervase tutta. Cercò di superare il momento e pose in bella vista l’omaggio floreale.
“È bello?” chiese.
“È bellissimo” rispose lui. “È magnifico signora… Quale è il tuo nome… se posso?”
“Brunella… mi chiamo Bruna ma fin da piccola tutti mi hanno sempre chiamato Brunella. Ed il tuo… ti va di dirmelo?”
“Certo io sono Omar, Omar e basta, vengo da molto lontano ma ora abito qui per inseguire il mio amore.
Sai Brunella è un nome bellissimo e poi complimenti per la tua maestria, questa composizione è un’opera d’arte…
Quanto devo pagare… Brunella?”
“Sono 42 Euro, Omar.”
“Posso pagare con il bancomat?”
“Certamente signore.”
Mentre Omar digitava il codice del pin sulla tastiera lei osservò le sue mani da maschio che le ricordavano quelle di suo padre quando da bambina, anche se molto raramente, la prendeva per mano e la portava nel parco.
“Bene Brunella, ti ringrazio e spero proprio di fare bella figura.”
“Stai tranquillo Omar, da donna posso garantirti che è bellissimo. Almeno secondo i miei gusti.”
“Arrivederci, alla prossima.”
“Arrivederci Omar” rispose lei con un sorriso accattivante, ma non riuscì a capire se lui lo avesse afferrato.

Estratto da "Brunella e i piatti di riso" di Nardino Cesaretti, Midgard 2020




venerdì 8 gennaio 2021

Intervista a Monica Pica

Intervista a Monica Pica, autrice del romanzo “Jane Eyre ed Io”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

Buongiorno Fabrizio, come sempre i miei racconti nascono in modo molto istintivo. Una scintilla, un’idea si insinua nella mia mente e da lì inizio un viaggio che non so mai dove mi porterà. Ho conosciuto anch’io la protagonista, Maria Sole, pagina dopo pagina, riga dopo riga. È stata lei che mi ha guidato alla scoperta della sua vita, iniziata in un piccolo paese del sud negli anni ’70 e proseguita fino al suo arrivo a Roma, la città che l'ha adottata, che l'ha accompagnata nel percorso di scoperta della vita, dei suoi sogni, senza risparmiarle gli aspetti più brutali. Ci tengo a dire che non considero Maria Sole un'eroina. È semplicemente una donna che vive la sua vita, con le sue debolezze e lati oscuri, una donna che ama e odia, che cade e si rialza, che fa fatica a perdonare, un po' come ognuno di noi.


Quali sono le tematiche più importanti del tuo romanzo?

Innanzitutto l'autodeterminazione, attraverso cui ogni essere umano deve seguire la sua strada, sulla base delle proprie inclinazioni personali, delle proprie aspirazioni.

Questo, credo, sia stato il timone che ha guidato questa storia. Ho affidato ad una donna il compito di raccontare l'evoluzione personale ed intima di ogni individuo alla ricerca di se stesso, ma il tema è universale. Certo, una donna deve fare i conti anche col pregiudizio di genere molto spesso e quindi trasportare un carico ancor più pesante, ma non impossibile. 

Lascio poi al lettore o alla lettrice la libertà di trovare, tra le sue pagine, qualcosa di sé. 


Domanda obbligatoria, qual è il tuo rapporto con Jane Eyre di Charlotte Brontë ?

“Jane Eyre" è stato uno di quei libri che mi ha segnato, non solo per la storia, ma anche per lo stile letterario, la durezza di certe immagini, la capacità di raccontare in un unico libro gli innumerevoli aspetti dell'esistenza,  la ricchezza, la povertà, l'amore, l'odio, la pazzia, la felicità, la disperazione, l’indifferenza, la cattiveria, la generosità, tutto spalmato sul gelido terreno della brughiera. È questo che ho cercato di fare anch’io, senza la pretesa di essere la nuova Charlotte Bronte, raccontare la vita.


http://midgard.it/janeeyre_edio.htm


lunedì 28 dicembre 2020

Hyperborea 4: un’antologia fantasy esotica







La parola che più di tutte, secondo il mio parere, descrive l’antologia Hyperborea 4 è “esotica”.
I racconti di quest’antologia fantasy permettono al lettore di visitare molti posti diversi tra loro, tutti caratterizzati in maniera molto specifica e originale: grazie ad Alexandra Fischer possiamo visitare il Deserto della Maschere e le sue polverose rovine; con Marco Bertoli possiamo sperimentare la sensazione di essere imprigionati in buie e sporche sale di tortura; attraverso le parole di Giulio Rosani visitiamo l’antico castello di Hohenstein che sorge sui pendii di una collina coperta da una folta foresta e, infine, Ottavio Nicastro ambienta il suo racconto in una dimensione urbana dei giorni nostri.
Un viaggio attraverso stili diversi, ambientazioni diverse, ere diverse che non può non arricchire il lettore incuriosendolo e tenendolo incollato a ogni pagina dell’antologia.

Affezionarsi ai personaggi che danno vita alle quattro storie raccontate in Hyperborea 4, e odiare alcuni di loro che si pongono spesso come antagonisti di spessore e profondità narrativa, è inevitabile. La maestria degli autori nel descriverli nei tratti fisici, nel carattere e nei comportamenti è tale che alla fine dell’antologia dispiace sinceramente doverli lasciare: una malinconia frutto del piacere che ha dato averli conosciuti e della tristezza di doverli lasciar andare per riviverli solo nella memoria… O in letture successive.


ll deserto delle maschere - Alexandra Fischer
Un fantasy decisamente Sword and Sorcery impregnato di mistero dall’inizio alla fine.
Alexandra racconta le traversie di una guida e di un viaggiatore alla scoperta di antiche rovine perdute tra sabbia e dune.
Il Deserto delle Maschere era un tempo abitato da una popolazione ormai sconfitta e in via di estinzione a causa del troppo potere che attraverso la loro magia avevano risvegliato. Le antiche rovine nascondono molti segreti e uno di questi, se rivelato, è in grado di riportare alla luce un potere che forse non dovrebbe essere ridestato.
La guida è una fiera ma domata appartenente ai Chawtin, popolo ormai domato e spezzato dai dominatori di cui Jyrzo è rappresentante di spicco. Suo malgrado, la Chawtin dovrà guidare Jyrzo attraverso le antiche rovine e farlo arrivare illeso alle maschere: potente manufatto sul quale i dominatori vogliono a tutti i costi mettere le mani.
Non sarà un viaggio di piacere, per nessuno dei due: acciaio e magia, nemici insidiosi, tradimenti e colpi di scena faranno da prodromo a un finale inaspettato.


Dipinto - Marco Bertoli
Qui le tinte si fanno fosche, gotiche, e l’ambientazione fumosa e sporca come in un romanzo di Howard Phillips Lovecraft. Proprio come in uno di quei racconti del terrore, nell’opera di Marco Bertoli l’umanità rivela tutte le sue più ignobili fattezze: lussuria, avidità, masochismo, sete di vendetta e ira. Tratti forti, decisi, che pennellano un racconto che va letto tutto d’un fiato.
Al centro di tutta la vicenda sta “La fustigazione di Domitilla d’Anduze de Saint-Bonnet”, un dipinto tanto sublime per realismo quanto atroce nel suo soggetto giacché rappresenta la scena di una ragazza allo stremo delle proprie forze sottoposta a crudeli quanto lussuriose e indecenti torture da parte di un uomo on indosso un cappuccio nero e la cui bocca è distorta in un ghigno che non possiede nulla di umano.
Il possessore di tale dipinto è un uomo altolocato e rispettato nei salotti che contano ma che ama sguazzare nell’indecenza, nel peccato e sopra ogni cosa nel masochismo: ciò cui tieni maggiormente è infatti la sua collezione di quadri raffiguranti donne seviziate; una collezione che riempie le pareti dello studio e dalla quale trae piacere ogni volta che il suo istinto lo richiede.
Qualcuno ha avuto l’ardire di rubargli proprio “La fustigazione di Domitilla d’Anduze de Saint-Bonnet”, il quadro a lui più caro, e per recuperarlo assolderà due cacciatrici di taglie: Ardweena e Artemisia, un’Elfa e la sua compagna unite da affari di soldi ma anche di letto. Le due cacciatrici di taglie oltre a riportargli il quadro dovranno consegnargli la testa del ladro. 
Per le due la missione si rivelerà assai ardua per via dell’identità del ladro in questione: una Necromante.
Anche qui il finale è quello da lasciare esterrefatti, a bocca aperta. Nulla finirà come ce lo si aspetta… Leggere per credere.


La fine di un lavoro ben fatto - Giulio Rosani
Giulio Rosani contribuisce a Hyperborea 4 con un racconto classicamente fantasy nell’ambientazione e nella trama.
L’avventura di Hannah si svolge interamente all’interno dell’antico castello di Hohenstein che, a detta dell’autore, “si ergeva su una collina coperta da una folta foresta e dominava la pianura sottostante”.
Il classico castello dalle solide e alte mura di pietra all’interno del quale, in tempi remoti, abitava il signore di quelle terre assieme alla sua famiglia, alle guardie e ai paesani artigiani e contadini. Un castello che ha visto tempi migliori e che, al tempo narrato da Giulio Rosano, è poco più di qualche rovina abitata da una malvagia creatura.
È proprio nei pressi di quel castello che Hannah, assoldata dall’Abate di San Giorgio, deve recarsi per stanare l’immondo essere che lo abita e liberare così, una volta per tutte, le terre che lo circondano dal suo malvagio influsso. L’avventuriera, già avvezza a simili incontri, dovrà infine dar fondo a tutte le sue risorse e a tutte le sue abilità magiche e di guerriera forgiata dalle molte battaglie per avere la speranza di vedere il sole sorgere ancora una volta. 
Hannah dovrà anche scegliere tra la vita e la morte, tra la sua missione e la sua coscienza: nel corso dell’avventura, infatti, scoprirà di non essere sola e che oltre alla presenza maligna che ammorba l’aria del castello altri avventurieri sono lì per cercare gloria e fortuna… Chi sopravvivrà alla notte?
Leggete questa epica avventura fantasy per scoprirlo.


The Monster - Ottavio Nicastro
Tornano in questa antologia fantasy le tinte gotiche e il mistero alla Edgard Alla Poe.
Nella normalità di ogni giorno, tra le strade e i palazzi delle nostre città, nelle case dei nostri stessi vicini possono nascondersi verità scomode da raccontare e atroci anche solo da pensare. Eppure esistono.
Ottavio Nicastro narra una di queste vicende che vede una persona normale che si reputa e che è reputato dalle altre persone un buon vicino, un uomo onesto e instancabile lavoratore trasformarsi in qualcosa in cui non vorrebbe trasformarsi e diventare qualcosa che avrebbe mai pensato di poter diventare. Eppure, in una certa misura, non è certo colpa sua bensì di quella vicina terribilmente affascinante: una donna alta, statuaria, provocante e dagli occhi di un nero così profondo da penetrare nell’intimo di ogni uomo lasciandovi un segno indelebile. Se non fosse già abbastanza, quella donna fatalmente desiderabile è essa stessa così desiderosa di compagnie maschili che con una frequenza disarmante passa da un amante all’altro. Tutti quanti uomini molto belli: fisici scolpiti da lunghe ore in palestra, uomini giovani e forti, maschi procaci.
Al povero Luigi, uomo comune nelle finanze e nell’aspetto, non rimaneva che osservare e sognare e, alle volte, sperare. Luigi sempre osservava di soppiatto quella donna che l’aveva stregato e, per questo, si sentiva terribilmente in difetto, quasi un mostro. Poteva davvero definirsi un mostro o solamente vittima di tanto fascino?
Un bel giorno le sue speranze diventano realtà: Caterina lo degna di uno sguardo, gli parla e addirittura lo invita a entrare in casa… La vita finalmente sorride a Luigi!
Ciò che succede da quel punto in poi non mi è concesso raccontarvelo, dovrete scoprirlo da soli. 

Davide Zaffaina 





martedì 22 dicembre 2020

Intervista a Stefano Sensi

Intervista a Stefano Sensi, autore di "Stefullgass", edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.






Parlaci della tua opera, come nasce?

L’opera Stefullgass nasce da un mio desiderio di raccontare la mia storia per poter dare forza agli altri e anche far conoscere la condizione di una persona con la distrofia di Duchenne. Credo che la vita sia bella ed appassionante malgrado i problemi e le sfide che possiamo incontrare. Devo dire grazie al mio amico Carmelo Provvidenza che è stato probabilmente il primo a darmi l’input del libro; prima infatti avevo dentro di me questo bisogno di raccontarmi ma non sapevo bene in quale modo avrei potuto fare. Poi, una volta coltivata questa idea ho sperato di trovare subito qualcuno che mi desse una mano per realizzare questo sogno, ma non è stato semplice. C’è chi mi diceva di aiutarmi ma poi non era abbastanza costante e il progetto sfumava. Bisogna infatti avere una certa caparbietà per arrivare alla fine di un progetto ed è importante trovare persone che ci credono quanto te e vogliono arrivare fino in fondo. 


Com’è stata la collaborazione con Giacomo Fiorucci e Alvaro dal Farra?

È accaduto che un giorno, mentre scrivevo un articolo per L’AltraNocera, il mensile della mia città, Nocera Umbra, assieme al mio caro amico Giacomo Fiorucci, gli ho detto, quasi scherzando : “Ti andrebbe di aiutarmi a scrivere un libro sulla mia vita?” Giacomo mi ha preso subito sul serio e mi ha detto un “Sì” molto deciso. Ero molto felice e gli avevo da subito manifestato tutto il mio entusiasmo, tuttavia dentro di me sapevo che poteva essere solo una illusione. Del resto, scrivere un libro richiede tempo e non potevo sperare che qualcuno ne impegnasse così tanto senza poi stancarsi. Invece abbiamo iniziato a lavorarci sopra e non abbiamo mai smesso di essere entusiasti entrambi. È stata una bellissima avventura. Per le restrizioni del Covid spesso abbiamo dovuto sentirci solo telefonicamente, ma abbiamo avuto continuamente modo di correggere e perfezionare il lavoro. Questo libro tuttavia è stato molto spontaneo: io ho dettato praticamente tutto a Giacomo, tramite dei vocali su WhatsApp o vedendoci di persona, e lui ha ritrascritto fedelmente parola per parola. Lui poteva prendere spunto dai miei racconti e renderli più romanzati ma secondo lui bisognava lasciare esattamente com’erano, per rendere il tutto autentico e vero. Nella seconda parte del libro non sono io che parlo ma ci sono degli interventi di amici che ho voluto coinvolgere. Voglio ringraziare in maniera particolare Giacomo Crescenzi e Valerio Scassellati. Mentre scrivevamo il libro ho infine chiesto al mio caro amico Alvaro Dal Farra se voleva essere l’autore della prefazione e lui non solo ha accettato con entusiasmo ma ha rilasciato a me e Giacomo una intervista esclusiva presente a fine libro. Alvaro non è solo un campione nel suo ambito ma anche in quanto a generosità; è una grande persona.


Dei campioni che hai conosciuto quali sono quelli che ricordi con maggior stima e simpatia?

I piloti che ricordo con maggiore simpatia e stima sono Valentino Rossi, Pierfrancesco Chili, Lorenzo Savadori ( che ho conosciuto nel 2018), Colin Edwards e Randy Mamola. E ovviamente Dovizioso.


http://midgard.it/stefullgass.htm






lunedì 21 dicembre 2020

La colpa imperfetta







Il Dottor Privitera aveva già fatto presenti le sue prime considerazioni. L’ecchimosi non era molto vasta, sembrava che il colpo fosse stato inferto con un oggetto non appuntito ma di piccole dimensioni, comunque con una certa violenza. 

“È probabile che sia lesionato anche l’osso parietale… la morte però sembra avvenuta per annegamento”, aveva detto al Commissario.   

Di sicuro però il cane era stato ucciso con un’arma da fuoco. 

“Domani, dopo le analisi, sarò più preciso”, aveva promesso il medico legale mentre gli addetti stavano caricando il cadavere sul furgone.

 “L’assassino dovrebbe essere entrato superando la recinzione metallica sul retro della villa, facilitato dal dislivello del terreno. Sono evidenti i segni del passaggio che hanno deformato la rete in quel punto; all’interno è ancora appoggiata una delle poltroncine che forse gli è servita per superare di nuovo la recinzione”, osservò Cantoni rivolto al suo superiore.

Gli agenti della scientifica, diretti dal Dottor Reni, stavano ancora perlustrando il luogo alla ricerca di indizi: avevano raccolto i mozziconi di sigaretta dal posacenere che stava sul tavolino e altri oggetti trovati lì intorno, al fine di rilevare eventuali impronte e tracce di DNA, sistemando ogni cosa in piccoli contenitori di plastica.  

“Strano” disse Sansoni, “il cane era libero e quindi deve aver assalito l’intruso che gli ha sparato uccidendolo. A questo punto però la vittima avrebbe dovuto essersi allertata e di conseguenza cercato di difendersi. Sul bordo della piscina però non c’è nessun elemento che possa far pensare ad una colluttazione o comunque ad un tentativo di difesa, anzi sembra che sia stata colta di sorpresa e colpita con un solo colpo, preciso, alla tempia.”   

Dopo aver dato ordine agli agenti di chiudere e sigillare l’abitazione e di accompagnare la colf in commissariato per la deposizione, i due salirono sull’Alfa parcheggiata poco distante per rientrare al distretto.

“Ci mancava proprio quest’omicidio adesso!” esclamò Sansoni mentre stavano tornando in auto. “Impegnati come siamo a seguire le tracce di quel Bardassini! Sembra che siamo sempre sul punto di beccarlo, ma scivola via come un’anguilla e la droga intanto continua a girare in città: anche sabato notte abbiamo fermato dei ragazzi fatti e con la roba in tasca. Deve avere degli informatori quello: non può essere solo per fiuto che evita tutti gli appostamenti, che finiscono sempre con un niente di fatto… i ragazzi sono delusi e stanchi.”

“Lo farà prima o poi un passo falso!” esclamò Cantoni.

“Non c’è giorno poi che il questore non chiami…” continuò il Commissario… “per conoscere gli sviluppi dell’indagine sul giro di tangenti che pare coinvolga anche alcuni politici. Non vede l’ora di venirne a capo per togliersi questa spina e chiede in continuazione se ci sono novità…”

In centro il traffico era intenso: sembrava che i fiorentini quell’estate non avessero proprio intenzione di andare in vacanza e i turisti erano quelli di sempre. La colonna di auto avanzava lentamente in via Pisana e Sansoni decise di fermarsi per andare a fare colazione. Accostò l’auto in Piazza Pier Vettori, poi i due si avviarono a piedi verso il Bar più vicino. 

“Hai visto mio nipote di recente?” domandò Sansoni al giovane commissario, mentre girava lo zucchero nel caffè.  

“Ultimamente no, sta concludendo l’ultimo anno di specializzazione e quindi è molto impegnato. Ci sentiamo però spesso al telefono e siamo d’accordo di tornare a Contea insieme non appena sarà possibile.”

Il Commissario Sansoni e il giovane collega Cantoni, di fresca nomina, si conoscevano da diversi anni, da molto prima che Enzo, allora studente di Scienze Politiche, entrasse in Polizia. La decisione era maturata dopo la perdita della giovane fidanzata, ma già da allora il ragazzo aveva mostrato predisposizione per il lavoro investigativo. Il suo intuito, insieme ai tre amici di sempre, tra cui Maurizio, nipote del Commissario, aveva portato a scoprire un giro malavitoso. I ragazzi erano stati in seguito presi di mira per questo ed erano stati anche oggetto di attacchi intimidatori per aver favorito l’intervento dell’allora Ispettore Sansoni.  

Enzo aveva superato brillantemente il Corso di Scuola di Polizia ed era stato destinato alla sede di Firenze, dove il Sansoni aveva il ruolo di Commissario Capo, con una brillante carriera alle spalle e la imminente nomina a Vicequestore. Aveva voluto Enzo nella sua squadra e non perdeva occasione per portarselo appresso e fargli fare esperienza.   

Alto, sulla cinquantina, Andrea Sansoni conservava un fisico atletico, risultato di una intensa attività sportiva praticata in gioventù e frequentava ancora la palestra di judo. La barba, sale e pepe, corta e curata contribuiva a dare al suo aspetto un’aria elegante e il suo modo di fare, calmo e pacato, faceva trasparire sicurezza trasmettendo all’interlocutore rispetto e fiducia. La sua rapida carriera era stata favorita da diverse indagini brillanti con le quali aveva risolto casi importanti, alcuni anche piuttosto intricati. 


Estratto del romanzo "La colpa imperfetta" di Giulio Volpi, Midgard Editrice 2020


http://midgard.it/lacolpa_imperfetta.htm