lunedì 22 agosto 2022

Il cavalier servente

 di Jessica Tommasi.






Nella piazzetta antistante il cortile alcune voci riecheggiavano più lontane di quanto, in realtà, non fossero. 
Era come un sogno nel quale agli umani non era concesso fare breccia.
Attraversando la calle, vide indugiare coppiette tra le ombre e dame imbellettate che amoreggiavano in segreto, alimentate dalla sofferenza che serpeggiava dalle sbarre della prigione sovrastante, profanando l'agonia dei reclusi con sacrileghi mormorii di piacere.
«Aspettate». 
Richiamò la giovane, che si voltò obbediente.
L'avventuriero Giacomo Casanova, donnaiolo impenitente e occultista, le si avvicinò, osservando il delicato pulsare del battito cardiaco sulla sua gola.
«Ho bisogno d’aria. Mi potete indicare il giardino?»
L’umana esitò un istante, le labbra schiuse come se non riuscisse a rifiutarsi, nonostante sapesse di doverlo fare.
La prese prima ancora di raggiungere un posto veramente appartato, mentre gli occhi si adeguarono subito all’oscurità del giardino. 
Le premette la mano sinistra sulla bocca, per soffocare qualsiasi suono avesse cercato di emettere, e con la destra scostò i capelli.
La bocca si posò languidamente sulla serica pelle della vittima.
La prima goccia gli lambì la lingua in un’estasi profonda, quasi dolorosa, colmandolo.
Era una dolcezza infinita e straniante a cullarlo in quella notte veneziana.
I canini affondavano tra prudenza e cupidigia nello splendido e vulnerabile solco della fanciulla, ornato di gemme azzurre e rubie.
Quando le funzioni vitali della ragazza diventarono più deboli, la mente di Casanova iniziò a divagare.
I denti scesero di un altro centimetro e avvertì l'essenza della ragazza, che pareva dormire abbandonata tra le sue braccia, varcando i confini tenebrosi di un mondo fatto di drappi e venti impetuosi. 
Si commosse saccheggiando un po’ della sua vita, come una gazza ladra nell'atto spregevole ma naturale di carpire ancora un poco di quell'oro prezioso.
Lanciò un’occhiata circospetta attorno a sé.
Dei passi sempre più rapidi.
Doveva essere veloce, il giardino illuminato dalla luna si stava animando.
Venezia non era mai stata così bella, se non fosse stato per i rantoli.


Estratto dal racconto "Il cavalier servente" di Jessica Tommasi, terzo piazzato a pari merito nel Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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venerdì 12 agosto 2022

Divieto di accesso

 di Alexandra Fischer.






La torre in pietra azzurra svettava in tutta la sua magnificenza nel cielo di aprile.
Le sue mattonelle, decorate con una vernice speciale a specchio, avevano ammaliato parecchi visitatori venuti da tutto il mondo.
Era un fascino mortale, come provava la macchia di sangue sul marciapiede di fronte alla facciata; poco lontano da una macchia, c’era un carretto con sopra un tappeto intriso quasi completamente dello stesso fluido vitale.
Il conducente di quel carretto aveva notato che un angolo della trama era intatto e mostrava il disegno di una creatura a sei zampe coperta di piume metalliche blu notte e dal muso tondo, incorniciato da una raggiera di peluria simile a una corona di fiammelle e dagli occhi stravolti in un’espressione demente e sembravano irridere alla tragedia avvenuta poche ore prima.
Particolare, questo, che lo ha lasciato freddo: incidenti simili erano aumentati per colpa dei troppi turisti.
Lui ne dava anche causa alla torre e se ne teneva lontano il più possibile: sulla lunetta della porta d’ingresso, quello che sembrava un innocuo motivo di campanule bianche in un prato blu notte, era in realtà un monito per gli incauti.
Entrare, significava morire e lui poteva vederlo da sé il rigonfiamento del tappeto, la mano piagata dalle ustioni attraverso le frange, tutti dettagli che non era riuscito a nascondere, quasi la creatura a sei zampe si fosse indispettita al punto da voler mostrare ai passanti l’accaduto.
Il conducente del carro sbuffò, per la calura e il timore di imbattersi in qualche curioso; non sopportava il modo di fare di quel tipo di individuo: fingeva di ammirare le case vicine dalle mattonelle color pesca e le finestre dalle vetrate a motivi di ninfee e stagni dalle acque argentee, per poi gironzolare di proposito intorno alla torre finché il custode non arrivava e cominciava a tradurgli il testo del cartello collocato sulla porta.
Subito dopo, il custode metteva in guardia il curioso di turno in merito alla pericolosità della torre, sospirava, e si stupiva di come la gente fosse tarda a fare proprio l’avvertimento del cartello posto all’ingresso. 
Il custode viveva in una casupola di pietra accanto alla torre ed era sempre impegnato a dissuadere qualcuno: non solo i turisti, la città era piena di monelli incauti. 
Nulla da fare, neanche quando era ricorso ai racconti delle morti atroci avvenute fra quelle mura e con tanto di prove: la torre restituiva qualcosa degli sventurati, un bottone, la lente di un occhiale, il tacco di una scarpa.
I turisti si erano lamentati di lui e per questo era stato ammonito dal capo degli addetti alle ronde diurne e notturne di restare al suo posto: a cosa serviva mostrare loro frammenti sbiancati e graffiati di oggetti qualunque?
Il conducente del carro, presente al momento del rimprovero, si era dispiaciuto parecchio per il custode.
Il capo della ronda lo aveva afferrato per il bavero della tunica e gli aveva rinfacciato che doveva il posto alla carità pubblica.
Il custode era rimasto zitto, si era lisciato le pieghe dell’indumento per poi rientrare nella casupola a testa china.
Il conducente aveva ancora nella mente l’imponente figura del capo, strizzata in una divisa multicolore di seta e con in mano un tirapugni, oltre che l’inseparabile fucile a tracolla.
Guidava il carro con lentezza, e non solo per via dell’indolenza causata dalla calura.
Ogni volta che passava di lì, era certo che il tempo scorresse molto più lentamente rispetto al resto della città e che quel luogo fosse riparato da una sorta di Nicchia Invisibile.
Sì, certo, rifletté, era tardo pomeriggio e cominciavano già ad allungarsi le prime ombre, ma a lui era ben contento di allungare il tragitto per il trasporto della salma, significava maggior guadagno, ma c’era un’altra ragione, una curiosità nei riguardi del defunto, uno straniero rimasto fin troppo a lungo nella città tante volte ricostruita a dispetto degli incendi e dei tafferugli.
Se ne era chiesto il motivo tante volte: dietro agli splendori delle case di pietra decorate con pietre disposte a motivi di raggi solari e dalle vetrate dipinte in modo da dare l’impressione di distese d’acqua si nascondevano umidità e sporcizia.
E questo, glielo avrebbe saputo dire il custode della torre, situata proprio in centro.
Il conducente del carro compativa quell’uomo: si era guadagnato il lavoro di custode per essere sfuggito per caso alla Nicchia 
Invisibile, però non il rispetto.
Chi aveva un certo potere lo maltrattava, gli rinfacciava di essere poco appetibile per le forze che allignavano nella torre.
Chi invece era ai margini della società, lo temeva, perché lo riteneva talmente incattivito con la città da essere sceso a patti con le forze della torre e spesso lo blandiva, per arrivare a fare altrettanto.
Tutti discorsi che lui sentiva al baracchino dove spesso si fermava a mangiare stufato con le spezie e bere birra dai sentori agrumati.
I sapori fantasma gli solleticavano il palato, ma la sete e l’appetito se ne andavano al ricordo dei criticoni del custode, vicini di tavolo che venivano dai laboratori di vetro, dalla conceria e dalla bottega dei tappeti.

Estratto dal racconto "Divieto di accesso" di Alexandra Fischer, secondo piazzato a pari merito nel Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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lunedì 8 agosto 2022

I marchesi di Fumone

 di Tommaso Sala.






Quando vide il Castello di Fumone da fuori, poco prima, Bellisario ebbe l’impressione che quel posto fosse tetro e vuoto.
La struttura sorgeva in cima ad un colle, non troppo lontano dalla capitale del regno di Enotria. Era circondato da un fossato profondo e un ponte lo collegava al resto del colle. Non sembrava, ad un primo sguardo, un luogo desolato e su cui aleggiasse qualcosa di macabro. Ma gli occhi dei due soldati, a guardia del ponte, e la totale assenza di persone dicevano il contrario.
All’interno, le impressioni di Bellisario furono confermate. La grande sala in cui si accomodò, su invito del capo delle guardie Teodoro, lo stesso che lo aveva reclutato alla locanda la notte prima, era vuota. Sembrava quasi che fosse vuota da anni, ma non c’erano ragnatele, né segni di incuria né legno marcio. Era come se il castello fosse stato abbandonato dalla vita, ma non dalle persone.
- È silenzioso questo posto - disse Bellisario, mentre attendeva l’arrivo della signora del Castello.
- Già… siamo rimasti in pochi, a causa del demone.
- Siete sicuri si tratti di un demone? - chiese Bellisario, non fidandosi dell’opinione di quell’uomo, che sembrava soltanto un normale soldato senza troppa istruzione, ma che aveva fatto carriera. Nei vent’anni che aveva vissuto da Cacciatore dell’Ignoto, aveva imparato che è meglio vedere con i propri occhi, anche a rischio della vita, invece di fidarsi dell’opinione di un ignorante.
- Sì, ve lo assicuro. Si aggira di notte, nei sotterranei del castello. Con l’arrivo dell’alba si defila e scompare. Ha già ucciso diverse guardie, strappando loro la testa dal corpo. Ditemi voi se un uomo può farlo.
- Ho conosciuto uomini capaci di farlo, ma poco importa. Se è come dite, probabilmente abbiamo a che fare con un Figlio dell’Ignoto Primordiale, con cui non si discute e si può solo combattere. Ma stanotte lo scopriremo.
- Non avete paura?
- Non avete idea di cosa ho affrontato in vita mia…
Prima che Bellisario concludesse il suo discorso, Teodoro si alzò di scatto dal tavolo: Irene, la marchesa di Fumone, aveva fatto il suo ingresso.
Bellisario fece lo stesso.
La marchesa era una donna di mezza età, bionda, ma di aspetto ancora piacevole. Era accompagnata da un’altra donna, con almeno la metà dei suoi anni, Diana, la figlia.
- Perché mi hai disturbata, Teodoro…
La donna sembrava irritata. I suoi occhi erano stanchi e appesantiti dalle occhiaie.
- Mia signora, permettetemi di presentarvi Bellisario di Enotria, qui per aiutarci contro il demone dei sotterranei.
- Al vostro servizio - disse Bellisario, con un inchino molto forzato.
La marchesa lo ispezionò con uno sguardo carico di rabbia e con labbra serrate.
Non disse niente e se ne andò, quasi che l’atteggiamento di Bellisario l’avesse infastidita o offesa.
- Simpatica… - commentò lui.
- Perdonate mia madre, ma sono tempi duri per lei - Diana cercò di compensare la maleducazione di Irene ed invitò i due uomini a sedersi al tavolo.
- Gli ultimi anni hanno messo a dura prova noi tutti. La scomparsa di mio padre, tre anni fa; l’apparizione di questo demone; e la morte di mio fratello, di soli dieci anni, il colpo di grazia al cuore di mia madre. Sembra che queste antiche sale siano maledette.
La ragazza si guardò intorno, con uno sguardo carico di nostalgia.
- Non dite così, mia signora. Ora abbiamo dalla nostra Bellisario di Enotria.
- La vostra fama vi precede – disse Diana, interrompendo Teodoro.
- E lui ci libererà da questa maledizione. E un giorno, voi riporterete queste terre alla loro gloria passata - Teodoro parlò con molta enfasi.
- Ditemi - intervenne Bellisario - quando è apparso il demone?
- Pochi mesi fa, durante una notte con una luna cremisi. Il nostro sonno fu squarciato da delle grida terrificanti. Era un rumore acuto, lancinante…
- Quasi una voce bianca.
- Esatto, Teodoro. Due guardie scesero nella cripta e non tornarono più su. Abbiamo trovato i loro cadaveri il giorno dopo, senza testa e aperti in due.
- E siamo fuggiti.
- Già, abbiamo abbandonato il castello e ci siamo rifugiati in una residenza in campagna.
- E poi? Come mai siete tornati? - chiese Bellisario.
- Mia madre. Ordinò a tutti di tornare al castello. Odiava stare in quella residenza. E così tornammo. E da mesi ormai viviamo sotto lo scacco del demone.
- Quindi, se capisco bene, nessuno di voi ha visto effettivamente il demone, giusto?
Sia Teodoro che Diana fecero di no con la testa.
- Ditemi un’altra cosa… in che occasione è morto vostro fratello? Mentre eravate alla residenza?
Diana si fece molto triste in volto.
- Eugenio è morto prima della comparsa del demone - disse Teodoro, con un tono seccato.
- Perdonate per come ho posto la domanda - disse Bellisario, convinto di aver ferito Diana.
- Non vi preoccupate. Diteci… cosa avete intenzione di fare? Le guardie del castello sono a vostra disposizione.
- No, grazie - replicò con semplicità Bellisario.
- Come? - la ragazza rispose allibita.
- È inutile mettere a rischio la vita di uomini innocenti. Scenderò nella cripta e valuterò la situazione. Se avrò bisogno di aiuto, lo chiederò.
- Come volete - intervenne Teodoro - riteniamo che il demone inizi ad aggirarsi nella cripta intorno a mezzanotte, perché è a quell’ora che sentiamo i primi rumori. Vi conviene scendere a quell’ora…
- No. Scenderò più tardi, a ridosso dell’alba.
- E perché?
- Semplice. Non ho idea, perché voi non avete idea, di cosa si muova là sotto. Preferisco non correre rischi. Devo sapere con cosa ho a che fare, prima di combatterlo. Lo affronterò quel tanto che basta per capire di cosa si tratta e poi deciderò come agire.


Estratto dal racconto "I marchesi di Fumone" di Tommaso Sala, secondo piazzato a pari merito nel Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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venerdì 5 agosto 2022

Intervista a Morgana Serafini e Miriana Perruzza

Intervista a Morgana Serafini e Miriana Perruzza, autrici del volume "Un libro per starci dentro", edito nella Collana Fiabe della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlateci della vostra opera, come nasce? 

Morgana: Buongiorno, la nostra opera nasce dal desiderio di meravigliarci insieme ai bambini rispetto al nostro sentire emotivo, dando poi un nome alle emozioni, utile a riconoscerle e comprenderle, in un contesto di relazione e crescita.

Miriana: Buongiorno, il libro è nato da una necessità: imprimere su carta un percorso fatto dai e per i bambini, nel quale ci si è avvicinati ed immersi nel concetto di emozione. L’albo non nasce, quindi, come premeditato ma come scelta in itinere, in risposta al flusso degli eventi.


Quali sono gli obiettivi principali che volete cogliere con questo libro?

Morgana: Ci siamo molto focalizzate sull'aspetto relativo alla comprensione delle emozioni e della comunicazione non verbale rispetto alle stesse, in un'ottica in cui le emozioni vengono percepite tutte come utili e non come "inaccettabili", in contrapposizione con molti stereotipi sociali.

Miriana: Gli obiettivi presenti alla base del percorso sono confluiti nel testo e possiamo considerarli come linfa che ha irrorato ogni singola pagina. L’interfacciarsi con l’emozione propria e dell’altro ha favorito e incentivato i rapporti con il proprio mondo e quello dell’alterità. Ogni immagine e parola scritte ha avvicinato i bambini al raggiungimento delle competenze sociali e creative di cui si parla nella Raccomandazione del consiglio dell'UE del 2018.


Come è stata la collaborazione con i bambini?

Morgana: Fantastica e densa, abbiamo assecondato il fluire libero veicolato dal processo creativo.

Miriana: poter osservare il laborioso fare dei bambini è stato, ed è sempre, un privilegio. Sentire, percepire e fare sono gli infiniti che hanno accompagnato la creazione del libro. Ci è stato possibile vederli crescere, sempre più uniti, verso la presa di consapevolezza del proprio mondo interiore.





martedì 2 agosto 2022

Diario delle ceneri

 di Lorenzo Peka.







Eppure quell’episodio mi aveva dato speranza.
Ricordo che la locanda era calda e luminosa, piena del vociare degli uomini, e dei guizzi delle braci sull’ottone dei candelieri.
«Non lo sai?!» aveva esclamato un tale, un mezzadro dai grossi baffi grigi seduto davanti a me, sgranando gli occhi. «Non l’hai mai visto? Non sai la paura che fa!» 
«Ho sentito qualcosa» avevo detto, asciutto.
Lui si era raggricciato, stringendosi le spalle. «Una cosa da far gelare il sangue. Io l’ho visto da lontano. Una cosa che non t’immagini, ragazzo.»
«Addirittura?»
Era saltato su come se lo avessi offeso.
«Mi prenda un accidente!» aveva imprecato. «Se ne va in giro sul cavallo più grande che abbia mai visto, con un mantellaccio nero, una falce dietro la schiena, e lame e catene da tutte le parti. Non si ferma mai, non ha amici – come potrebbe? – tutti fuggono quando passa... e... e sai cosa ci porta, attaccato alla sella?»
Non avevo cercato di indovinare.
Lui aveva spostato il boccale e si era sporto verso di me. «Ossa» aveva scandito sussurrando con forza, «ossa di rapitori. Capito, ragazzo? Di rapitori.» Aveva fatto un gesto di scongiuro. «Di quelli che ammazza. Le ha da tutte le parti: appese alla sella, ai quarti del cavallo, dovunque. Ha perfino messo in testa al cavallo il cranio di uno di quei maledetti cavalli infernali, a mo’ di testiera! Merda e sangue! Una sola di quelle ossa porta a chi la tocca la sfortuna nera, una iattura che ci vuole un esorcista. E lui se ne porta una montagna, come trofei di caccia! Deve essere un demonio, e così pure il suo cavallo, non c’è altra spiegazione.»
«Però ammazza i rapitori» avevo interloquito, mentre l’uomo tracannava un sorso dal boccale, come per sciacquarsi la lingua e riprendersi.
«Sì» aveva ammesso, «li ammazza. A centinaia. Più di tutte le coorti del re. Come mosche. Per questo lo chiamano il Mietitore, l’Ammazza-ombre e... in quegli altri modi che... beh...» Era rabbrividito. Poi aveva continuato: «C’è chi dice che è dalla nostra parte, che andrebbe considerato alla stregua degli eroi per questo, ma... non lo so. Uno del genere non può essere dalla parte dei vivi, no? È inquietante, ecco. Da’ retta a me, ragazzo, quel tale è maledetto. Maledetto.»
Dopo la sua sentenza, l’uomo era rimasto in silenzio.
Avevo finito la birra ed ero uscito dalla locanda.
Fuori non c’era nessuno. Il pergolato per gli animali era immerso nel buio della notte; l’intera locanda era immersa nella foschia della brughiera, che sembrava inghiottire tutti i suoni.
Avevo ripreso il mantello nero, lasciato a coprire la sella, e mi ero tirato il cappuccio sulla testa. Mi ero rimesso a tracolla il falcetto. Tutto abbastanza vero, avevo pensato con un mezzo sorriso amaro, richiamando le parole del mezzadro. Ma Nephasus non è poi così grande. Lo avevo accarezzato sul muso mentre lo conducevo fuori, prima di rimontare. Le ossa di rapitori occhieggiavano alla luce lunare, inumane come i loro proprietari.
Beh, che dire... Immagino che anche il Mietitore, l’Ammazza-ombre – o che altro – possa concedersi un po’ di naturale riposo, qualche rara volta. Perché, dopotutto, è un fragile umano come tutti gli altri. Non ho tatuaggi esoterici o marchi a fuoco sul volto, malgrado le voci che lo affermano; anche se a volte mi traviso con una sciarpa o della fuliggine, per evitare una fama che mi renderebbe più difficile trovare dove posare il capo. Un problema che, a dire il vero, diventa sempre meno rilevante: da mesi ormai non si trovano che villaggi abbandonati, e gli unici umani vivi che s’incontrano tra le vaste campagne sono vecchi e dementi abbandonati a loro stessi, soldati morenti e pellegrini appestati.
Ora sono passate due settimane da quando mi ero fermato alla locanda. Ho attraversato una foresta morta, punteggiata di rovine.
Dove sono passate le orde dei Caduti, i villaggi sono distrutti e la gente massacrata. Un orrore. Dove le persone sono appese agli alberi, invece, non sono stati i Caduti: si sono impiccate da sole, se non hanno potuto scappare. Così sugli alberi secchi fioriscono i cadaveri.
Così, sebbene senza mantello e cavallo nessuno mi riconosca, ho sempre un fremito quando entro in un luogo sicuro ancora popolato di vita umana: temo che il livore, e le macchie del male visto, subito e fatto, abbiano segnato e sgarbato anzitempo il mio viso, rivelando a tutti, come per istinto, che io sono lui.
Per questo, l’episodio della locanda mi aveva dato speranza. Quando abbandono le nere spoglie e nessuno sa, sento che l’oscurità non è ancora arrivata. Non fino in fondo, almeno.
Ma sono momenti sempre più rari, sperduti, come quella locanda sprofondata nella bruma con i suoi caldi occhi di brace accogliente. Dopo, ogni volta, la palude mi riaccoglie nel suo grembo, come una compagna in muta e fiduciosa attesa.
Le notti nella pianura bagnata sono fredde, e troppo umide per accendere un fuoco. 
Vengo preso da un dolore ai visceri, ormai divenuto usuale. Non è una ferita; non è una ferita esterna, almeno, non è una piaga. È un male. L’ultima volta che ho controllato, c’era solo una macchia sottopelle, una striatura livida. Ma non mi interrogo più di tanto: è normale che le cose marciscano, in tempi come questi. Andiamo verso un inverno che non potremo superare.


Estratto dal racconto "Diario delle ceneri" di Lorenzo Peka, vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.




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martedì 26 luglio 2022

Come in uno specchio

 di Massimo Giachino.






«Buongiorno Cora, come stai?!» esordì il corpulento uomo, entrando nella bottega di antichità
«Ciao Tom, hai qualcosa per me?» rispose la ragazza, alzando gli occhi dal registro che stava compilando.
«Ho un carico di cianfrusaglie che ho recuperato dalla casa di una vecchia pazza, dai un’occhiata se trovi qualcosa di interessante!» rispose l’uomo, le cui folte basette provocavano da sempre in Cora un senso di repulsione. Era un uomo di notevole stazza ma dall’aspetto bonario. Cora non ricordava di averlo mai visto senza il suo berretto da baseball.
La ragazza scivolò via dal polveroso bancone in legno lavorato, uscendo all’esterno del negozio.
Si avvicinò al retro del camion e Tom aprì gli sportelli, per mostrarle il contenuto.
«Più che altro mobili, ma qualche pezzo sembra essere antico. Ho pensato di farteli vedere prima di rivenderli al solito rigattiere, d’altronde l’esperta sei tu…» disse Tom togliendosi il berretto, visibilmente accaldato. L’estate era ormai alle porte.
«Sembra che la proprietaria della casa sia morta in circostanze violente. Eppure fino al giorno prima tutti la dipingevano come un’anziana signora molto gentile. Dopo la morte del marito ha dato di matto…o almeno questo è quello che mi hanno detto i vicini» aggiunse Tom.
«Questo non è sufficiente per far salire il prezzo!» rispose Cora, con sarcasmo.
Tom scoppiò in una sonora risata, facendo apprezzamenti sulla tagliente ironia della ragazza. Cora sapeva bene che Tom aveva un debole per lei, e spesso cercava di far fruttare la debolezza dell’uomo a suo vantaggio.
«In ogni caso qui sopra hai un carico di ciarpame, l’unico pezzo interessante è quella grande specchiera ovale in ebano. Sicuramente non ha niente a che spartire con il resto della mobilia, deve essere un pezzo acquistato in un secondo momento dalla donna» disse Cora, mentre Tom l’aiutava ad eliminare l’imballo che lo proteggeva, passando ad esaminare minuziosamente quel pezzo d’arredamento così inusuale.
L’oggetto sfiorava i due metri di altezza e poteva ruotare su due perni laterali, in modo tale da poter trovare la posizione ideale dello specchio.
I due sostegni sulle fiancate presentavano degli intagli in cui erano raffigurate scene infernali, con fauni danzanti e anime dannate e sofferenti.
La spessa cornice che racchiudeva il vetro dello specchio rappresentava invece un anello di lingue fiammeggianti.
Pur considerandosi ormai un’esperta in materia antiquaria, Cora non riusciva a datare con certezza quel misterioso oggetto. Per un breve attimo ne restò quasi ipnotizzata, e decise infine di acquistarlo.
Non fu sorpresa di spuntare un prezzo a lei particolarmente favorevole, e si fece aiutare da Tom a scaricarlo e portarlo all’interno del negozio.
Una volta salutato l’uomo si premurò di cercare un telo per coprirlo, in modo che non prendesse polvere.
Tornata dietro al bancone poggiò i gomiti sul piano e chiuse le mani a pugno, posandone al di sopra il suo viso. Gli occhiali scivolarono sulla punta del naso, mettendo in evidenza i suoi occhi azzurri, fissi su quello specchio:
«Quali segreti mi nascondi?» disse, prima di riprendere il lavoro che amava di meno, ovvero la parte burocratica.
Cora aveva compiuto da poco 36 anni, era diventata maggiorenne per la seconda volta, come scherzosamente amava sottolineare lei stessa.
Fin da bambina era rimasta attratta dall’arte in tutte le sue forme, tanto da aver brillantemente conseguito una laurea in arti antiche, prima di buttarsi a capofitto nell’avventura dell’antiquariato, ramo che aveva da sempre stimolato la sua curiosità.
Da ragazzina non era raro che passasse i suoi pomeriggi in qualche sperduta bottega di Londra, alla ricerca di pezzi di cui il proprietario ignorava l’effettivo valore.
Al compimento del suo 18° compleanno suo padre le regalò un autentico uovo Fabergé, facente parte dell’antica collezione imperiale di 52 uova, commissionate dallo Zar Alessandro III di Russia in persona.
Non era mai riuscita a scoprire di come suo padre fosse venuto in possesso di un cimelio simile, ma Cora ricorda spesso con malinconia quel giorno.
Gli occhi di suo padre erano lucidi e pieni di fierezza quando le donò quell’oggetto, consapevole di quanto sua figlia fosse così simile a lui.
Ancora oggi le sembra di sentire quelle parole quando chiude gli occhi:
«Cora, oggi è un giorno molto speciale, non solo per te ma anche per me e per tua madre. Sei diventata ufficialmente una donna, anche se per noi rimarrai sempre la nostra bambina. Sei il nostro bene più prezioso, e come tale intendiamo farti un regalo all’altezza del tuo valore. Questo è un autentico Uovo di Fabergé, quello dell’orologio per la precisione. Non è tanto il suo valore venale che ha importanza, ma quello che rappresenta. Il tempo è il dono più raro e importante che abbiamo a disposizione. Non va sperperato, ma al contrario va vissuto in ogni singolo istante. Non vi è giorno che non venga assalito dal rimorso per non aver goduto più tempo insieme a te, e quel tempo ormai è passato, e niente e nessuno potrà riportarmelo indietro. Non commettere il mio stesso errore, insegui i tuoi sogni e sfrutta il tuo talento e le tue capacità, probabilmente non hai ancora coscienza di quello che puoi realizzare. Non dimenticare mai queste parole piccola mia, buon compleanno!».
Qualche giorno dopo, in un incidente stradale, i suoi genitori morirono lasciandola sola ad affrontare il mondo.
È passato molto tempo da allora, ma le ferite non si rimarginano mai del tutto, specialmente quelle così dolorose. Dopo quei tristi avvenimenti il carattere di Cora, prima così espansivo e pieno di vita mutò improvvisamente, chiudendosi al mondo esterno e vivendo in una sorta di confort zone in solitudine, l’unico ambiente che considerava sicuro, lontano da affetti e legami che avrebbero potuto provocarle altro dolore.
Dopo la morte dei suoi genitori, riuscì ad acquistare un locale in disuso, all’incrocio tra Shaftesbury Avenue e Wardour Street, in prossimità di una “Red Telephone Box”, oggetto che da sempre avevano avuto un’inspiegabile attrattiva per Cora. Quel locale abbandonato divenne in breve tempo il suo regno, di cui era l’indiscussa regina.
Il mattino seguente, dopo una notte agitata, Cora si alzò di buon mattino. Dopo essersi sciacquata il viso, restò per qualche attimo a fissare lo specchio.

Estratto dal racconto "Come in uno specchio" di Massimo Giachino, vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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martedì 19 luglio 2022

Accordo di infinito

 di Calogero Curabba.







In cifre 

Ragione in cifre 
tagliate su misura 
un fantasma narrato 
per terra e addobbo,
della carne dimora 
che è l’altro spirare 
secche voci compiono
gesti davanti agli specchi,
niente è obsoleto
qui tutto è possibile
mimando se stessi.  


Fuori tempo 

Stagioni fuori nel vuoto 
tempo dall’altra parte 
del mattino, 
metri di distacco 
l’azzardo imputato su di me
rotazione esattissima 
e terminalità d’eventi,
una posa fissata 
come un centrotavola.


Nell’ore dell’alba 

Le attese nelle ore dell’alba 
l’orlo dove resti accovacciato 
e chiusi gli occhi densi 
in mucchi di foglie,
terra e tempo decretati 
ad ogni atto senza sognare 
solamente il midollo 
un martello vaneggia 
di corpi ambulanti chiusi nei nervi,
un peccato buono dall’altra parte del sole. 


Fuori portata di voce 

Dal buio dell’alba
il solstizio dei giorni
al vento, al coro
come la prova di un urlo
quando schiude 
un viso in silenzio,
la bella lontananza
nomina cose diverse 
dove l’ombra è la mia
fuori portata di voce. 


Estratto dal volume Accordo di infinito di Calogero Curabba, Midgard Editrice.


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