di Carlo Pedini.
Ario era nato nel 288 nella provincia romana della zona di Asisium, pochi anni dopo che le legioni romane, in un remoto angolo della Tracia presso Nicomedia, oltre il Bosforo, avevano acclamato Imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Giusto quarant’anni prima, Roma aveva festeggiato, con grande sfarzo e tripudio di folle, il millenario della sua fondazione. Il suo nome completo era Ario Cornelio Vinicio, dalla antica Gens a cui apparteneva. Si dice che la Cornelia fosse una delle cento Gentes che dominarono Roma alle sue origini. Alcuni Corneli erano originari di Satrico, nella terra dei Volsci. Dico alcuni perché i Corneli non erano propriamente un’unica famiglia. Piuttosto si trattava di un antico ceppo di varie famiglie sparse nel territorio a sud di Roma, fra il Latium e il Mare Nostrum. Satrico, nonostante fosse stata fondata da Silvio, figlio di Enea, già era in decadenza quando Romolo riunì le prime Tribù. Ciononostante, come accadde a molte altre città intorno all’Urbe, sopravvisse ancora a lungo. Si sa come vanno queste cose: gli uomini che hanno lottato per conquistare le proprie terre, non le cedono più se non a prezzo della vita. Restano attaccati a quelle case, alle antiche mura, ma non solo. Per sentirsi sicuri fanno alleanze con altre città, e il recinto disegnato a loro protezione si ingrandisce sempre più. Ma tutto ciò non è mai di grande aiuto quando sorge un nemico più organizzato e potente, che quelle terre e quelle città farà proprie, quando poi non le distrugge.
Ario conobbe le rovine di Satrico da ragazzetto, quando in questa parte di mondo regnava Massimiano e a Roma era Prefetto Gaio Giunio Tiberiano. Ce lo portò in visita suo padre, Flavio Vinicio, durante i Vicennalia dell’Imperatore Diocleziano. Era l’ottobre del 303. Il giorno prima, il 20 dicembre, con grande tripudio, si festeggiava il suo ritorno a Roma. I due Imperatori facevano il loro ingresso trionfale sopra un enorme carro, trainato da quattro elefanti.
Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, solenne e severo, con la barba che a stento nascondeva un collo di toro, sembrava la personificazione dell’ultimo nome che portava. Eretto, a fianco del primo Imperatore, scrutava la folla col solo movimento degli occhi.
Eppure tutta quella fierezza impallidiva fino a sparire accanto al fascino che emanava Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. I capelli lievemente argentati, il labbro superiore sottile, serrato all’inferiore lievemente sporto in avanti, l’ovale perfetto del volto, con le orecchie strette ben attaccate alla testa, comunicavano tutta l’intensità di grandezza e potenza che sprigionava il capo supremo. La barba curata disegnava la regolare mandibola, esaltata nella sua perfezione dal confronto impietoso con quella larga e sproporzionata dell’altro che gli era di fianco. Quel volto radioso era il perfetto monile dove si incastonavano due occhi penetranti e luminosi come gemme. E lassù, dall’alto del carro, gettavano lo sguardo al di sopra delle teste confuse della moltitudine festante, proiettati ben oltre l’orizzonte, a voler abbracciare l’intero mondo, che a incontestabile diritto a lui soltanto realmente apparteneva.
Tanto povera e insignificante appariva ora al ragazzo l’antica potenza di Satrico, più volte distrutta e ricostruita, nel campo brullo e desolato dove solo poche pietre dal taglio regolare lasciavano intuire l’antico abitato. Eppure ancora a quel tempo, quando per la prima ed ultima volta Ario vide l’esibizione trionfale della gloria d’un Imperatore, non erano poche le persone nelle quali il nome della Gens Cornelia fosse in grado di risvegliare qualche memoria. Anche negli annali ormai dimenticati dell’antica città che il mondo ammirava a temeva, era iscritto il nome della sua Gens. Va detto anche che più avanti, negli anni della sua vecchiaia, Ario doveva confessare a se stesso di esserne orgoglioso, proprio perché quegli annali erano ormai da tempo dimenticati. Già da un po’ non poteva più dire d’essere figlio del suo tempo; anzi, ben più corretto sarebbe stato definirlo addirittura suo nemico. Non che non lo comprendesse, come tante volte gli capitava di sostenere. Questa era soltanto una scusa di comodo. Forse ormai era solo per pigrizia. Oppure soltanto perché non gli piaceva mostrarsi astioso, se non aggressivo, scegliendo di dire di non capire il suo tempo, per non confessare che ne provava odio e disprezzo. Sapeva ben vedere quel che succedeva, ma si fingeva cieco. Gli sembra meno avvilente fingere un difetto che ammettere di vedere uno scempio. Erano anni che gli Imperatori non governavano più stabilmente da Roma. Preferivano scegliersi la propria residenza ai Confini dell’Impero, per meglio controllarne i pericoli barbarici che iniziavano ad insidiarne l’antica granitica solidità.
Estratto dal libro di Carlo Pedini, La morte di Ercole, Midgard Editrice
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