sabato 10 aprile 2021

Intervista a Michela Cinque

Intervista a Michela Cinque, autrice del volume illustrato “Favole golose al cioccolato”, edito nella Collana Fiabe della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

Buon giorno direttore Bandini. “Favole golose al cioccolato” nasce dal desiderio di dare un seguito al primo volume “Favole Golose” edito dalla tua casa editrice nel 2014; dalla necessità di catturare tutte le emozioni e gli stati d’animo che si sono susseguiti, accavallati, alternati in questi lunghissimi giorni tutti uguali e dalla volontà di trovare un antidoto efficace contro l’isolamento forzato. La fantasia, la scrittura, il cioccolato sono stati per me di grande aiuto per la stesura durata all’incirca un anno.


Quali sono le tematiche più importanti delle tue favole?

Tema portante dei racconti è la solitudine. Volevo parlare ai bambini di come improvvisamente la nostra vita abbia subito uno stravolgimento senza però menzionare esplicitamente il virus. Ho preferito farlo soffermandomi su un aspetto a loro più vicino: il distacco dagli amici, dai membri più fragili della famiglia, da ogni forma di aggregazione. Nella favola “Le spose di cioccolato” così come nel racconto “Il re, il mendicante ed il magico dono” questa situazione è palesata in modo chiaro, dapprima c’è una grande festa con tanti invitati, ma a questa fa seguito un evento imprevedibile che porta i protagonisti a ritrovarsi soli. Altra tematica è la mia passione per i dolci. Ad ogni fiaba è legata una torta al cioccolato tipica della pasticceria italiana.


Le tue favole pensi che siano più apprezzate dai piccoli, dagli adulti o da entrambi?

Le fiabe come dice Calvino sono “una spiegazione generale della vita; il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi un destino: la giovinezza, che poi vede la sua conferma nella maturità e nella vecchiaia.” In considerazione di ciò mi auguro che le mie favole vengano apprezzate da tutti indistintamente siano essi bambini, giovani, adulti o anziani. Il bello di scrivere fiabe è questo: rivolgersi a tutti coloro che hanno ancora voglia di sognare, di credere che il bene possa e debba vincere sul male, di imparare qualcosa dalla loro morale.


Come è stata la collaborazione con Anna Marcella, che ha illustrato il libro?

La collaborazione con l’illustratrice è stata a dir poco fantastica. Premetto che Anna Marcella è mia sorella e con lei ho intrapreso qualche anno fa questa avventura. Senza i suoi disegni non avrei mai pubblicato le mie fiabe. Convincerla a lanciarsi in questo nuovo progetto non è stato semplice, fortunatamente però ci sono riuscita. Quel filo sottilissimo ed invisibile che da sempre ci lega ha fatto in modo che, pur lavorando a distanza, riuscissimo a creare qualcosa di bello ed originale. 




mercoledì 7 aprile 2021

L'arte del kintsugi ebook

 di Gianluca Ricci.





30.

ALMOST BLUE


Ci sono poesie che non durano una vita,

 ma un’ora, un giorno, un mese soltanto

 e poi fi niscono tra fuoco e fiamme

 o compostate nella raccolta differenziata,

 parole che il loro autore assembla

 per distillare stati d’animo, vedute notturne,

 paesaggi, avances e dichiarazioni,

 ricordi di vita, desideri, in breve,

 parole che sul momento non trovano

 un fulcro, l’equilibrio del discorso,

 ma lo danno come inteso, l’abbracciano

 ed intorno tentano ancora una danza.

 Hanno vissuto solo un po’, un’ora,

 un giorno, un mese nel limbo dei poeti.



32.

ISSIONE


E per fortuna che la ruota, la volvente ruota

 di Issione, Ermes l’appese nel cielo di notte,

 la parte oscura del tempo concessoci

 quando da sotto le pietre escono

 le bestie più innominabili per torturarci

 durante il sonno senza il nostro consenso.

 Incubi o succubi basterebbe rialzarsi

 dal giaciglio ed accendere un lume,

 bere un po’ d’acqua gelata a smorzare

 la febbre indotta dai propri desideri.


 Di giorno nessuna ruota sarebbe visibile

 dalla terra per via dell’accecante

 vampa del sole. E nella frenesia della vita

 nessuno si accorgerebbe di quanto

 la tua misura sia eccessiva, quanto 

 poco sia presente in te e nelle tue azioni

 il senso della decenza e dell’opportunità.



62.

LIBERO ADATTAMENTO DA IGINO

(Astronomica, II, 25)


Lo dice pure l’astronomico Igino

 che la Giustizia ebbe natali controversi,

 ma fu a capo degli uomini nell’età dell’oro.

 vita semplice quella che ella sovrintese:

 nessun viaggio per mare e quindi pirateria,

 ognuno coltivava il suo orto agevolmente

 e perciò nessun bisogno di prestito ed usura,

 quindi facile alla Giustizia comandare

 e sconosciuta perfin la guerra.


Ma per la legge del progresso che tutto turba

 e più o meno armonicamente confonde 

 e vita e desiderio di morte, di possesso,

 di altro infi ne che si mescola con il fiato stesso,

 della gente il male diventò estremo,

 l’oro si trasmutò in bronzo e la fanciulla

 volò tra le stelle, difendendo l’immacolata

 sua verginità, dove ancora resta, lo sguardo

 fisso altrove, perché non sia un atto seduttivo

 a farla sottomettere all’ultimo retore ribaldo.



70.

NOTTURNI


Talvolta tu dici il mare 

 ed invece è la notte,

 tu dici il rilucere delle onde

 ed invece sono le stelle,

 confondi quella che cade adesso

 con il lampo del faro al promontorio.

 In ogni caso te ne resti così

 a bocca aperta, perché proprio

 non sai in quale infinito scendere.



140.

IL BAGATTO


Virtù del mondo, 

 se non la condisci con un po’ di follia 

 non sai quanto triste sia.



156.

CARMEN

(Habanera)


Dunque, ti avrei seguito ovunque

 in ogni luogo che il tuo capriccio

 avesse nominato. A quei tempi

 mi bastava il suono della tua voce

 per intrecciare i miei pensieri ai tuoi

 come le dita della mano che stringevo

 nel buio di una sala cinematografica

 o a letto dopo aver celebrato l’amore.

 Ma l’amore è un uccello ribelle

 che vola sempre sul ramo più leggiadro

 mentre i nostri pensieri, con arcigna emozione,

 lui attendono e gli fanno varco.

 L’amore, il più crudele dei modi di vivere,

 l’amore, inizio e fine, saldatura del cerchio, 

 parola che sfuma parola. Ripetimela.


Estratto dall'ebook "L'arte del kintsugi" di Gianluca Ricci, Midgard Editrice 2021



martedì 23 marzo 2021

Jane Eyre ed Io

 di Monica Pica.






Il giorno prima dell’inizio delle vacanze di Natale della quinta elementare, mi avvicinai alla cattedra dove la maestra stava correggendo i nostri compiti di matematica. C’era un libro appoggiato sopra, dal titolo strano che non sapevo pronunciare. Provavo a ripetere il titolo sottovoce e quando la maestra se ne accorse mi disse: «Si pronuncia Gein Eir».

«E cosa significa?» le chiesi.

«È il nome di una donna. Il libro racconta la sua vita in Inghilterra. È la storia di una donna forte e coraggiosa», rispose, poi aggiunse «prendilo, leggilo durante le vacanze. Io l’ha già letto molte volte».

«E perché continua a leggerlo se conosce già la storia?» le chiesi con tono curioso.

«Per ricordare a me stessa che non bisogna mai arrendersi, anche quando la vita è difficile». Presi il libro tra le mani come fosse un lingotto d’oro, lo misi nella cartella e passai il resto della mattinata in attesa di poter tornare a casa ed iniziare a leggere. Camminai con passi veloci, tanto che le mie sorelle più piccole non riuscivano a starmi dietro.

Quel pomeriggio toccava a me badare al piccolo gregge. Mi sedetti sull’erba ed iniziai a leggere. La lettura mi prese completamente e non mi accorsi che mio padre era sopraggiunto alle mie spalle. «Come fai a badare alle pecore se hai la faccia coperta dal libro?» mi disse con voce severa e per nulla accomodante. Non ebbi il tempo di rispondere, mi strappò il libro dalle mani e se ne andò. Quella sera stessa, quando eravamo tutti a tavola per la cena, mio padre disse che aveva preso una decisione. «Finita la scuola, resterai a casa ad aiutare tua madre e tua nonna. Cinque anni di scuola sono sufficienti. Io ne ho fatti solo due e so badare a me stesso e a tutti voi».

Mi crollò il mondo addosso. Avevo gli occhi pieni di lacrime, ma non avevo il coraggio di rispondere a mio padre. Caterina e Matilde iniziarono a ridacchiare tra i baffi, finché lo sguardo fulminante di mio padre non le fece smettere.

Aiutai mia madre a sistemare la casa e me ne andai in camera. Mi nascosi sotto le coperte ed iniziai a piangere, cercando di non farmi sentire dalle mie sorelle, mentre nella stanza accanto sentivo mia madre parlare con mio padre, ma non riuscivo a capire quale fosse l’argomento della discussione.

Quando mi svegliai, la mattina dopo, trovai sul comodino il libro che mi aveva dato la maestra.

Andai in cucina e trovai mia madre che pelava le patate per il pranzo.

«Ho parlato con tuo padre. L’ho convinto a farti continuare gli studi. Annesi non ha le scuole medie. Dovrai andare a Parto con l’autobus. Ho dovuto promettergli che non trascurerai le faccende domestiche e le tue sorelle sono abbastanza grandi per poterti aiutare». Non sapevo se crederle. Mamma Teresa, sempre silenziosa e ubbidiente, era riuscita a far cambiare idea a mio padre e a farmi restituire il libro.

«Ora vestiti e vieni ad aiutarmi». Passammo le ore successive in cucina, l’una accanto all’altra, in silenzio. La stanza era riempita solo dalla voce di Carlo che si buttava addosso al povero Baldo che cercava un po’ di calore davanti al camino.

La Vigilia e il giorno di Natale le mie sorelle ed io eravamo sollevate dalle faccende domestiche. La Vigilia di Natale decidemmo di preparare dei biglietti di auguri per mamma, papà, nonna, Carlo e Baldo. Nonna Elvira non si era ancora alzata e mamma si recò nella sua stanza per assicurarsi che fosse tutto a posto. La sentimmo urlare e chiamare nostro padre che era fuori in cortile e non poteva sentirla. Uscii di corsa a chiamare papà che si precipitò in camera di nonna Elvira ed iniziò a chiamarla: «Ma’, mamma, ma’, mamma».

Nonna non poteva rispondere perché era morta. Si era dolcemente addormentata e non si era più svegliata. Il giorno di Natale ci fu un andirivieni di persone che venivano a porgere le condoglianze.

In occasione della morte di nonna Elvira, tornò ad Annesi zia Angela, sorella maggiore di papà che non avevo mai conosciuto. Zia Angela se ne era andata da Annesi molti anni prima per lavorare come governante in una famiglia di Roma. A volte veniva a casa nostra l’oste del paese ad avvisarci che zia Angela avrebbe chiamato ad una certa ora al telefono dell’osteria. Mamma e papà andavano insieme a salutare zia Angela e nonna diceva sempre loro: «Dite ad Angela di tornare a casa prima che muoia», ma questo non accadde. Era molto bella ed elegante. Quando vide noi bambini ci abbracciò forte e consegnò ad ognuno di noi un piccolo regalo. Ero affascinata da mia zia, dal suo sorriso, dalla collana di perle che portava al collo. Quando ripartì per Roma provai una profonda tristezza, perché era come se stessi perdendo l’unico legame della mia vita col mondo esterno, l’unico segnale che provava l’esistenza di una realtà fuori dai confini di Annesi.

Per tre sere, dopo il funerale che fu celebrato il 26 dicembre, tutto il paese si riunì in casa nostra e nel cortile per recitare il rosario.

«Finalmente Elvira ha raggiunto il suo amato sposo ed ora vivono nella Gloria del Signore», disse il prete durante l’omelia.

Cercavo di immaginare cosa si provasse a vivere nella Gloria del Signore. Immaginavo nonna Elvira e nonno Sergio mano nella mano mentre passeggiavano in un immenso prato verde e questo pensiero mi dava serenità.

Papà fu triste e taciturno più del solito per alcuni giorni, poi riprese la sua routine, un po’ meno taciturno. La stanza di mia nonna fu liberata da tutte le sue cose. Nel comò trovammo una scatola di legno con vecchie foto in bianco e nero, e tra queste ce n’era una in cui nonna posava con papà e zia Angela. Chiesi a mia madre di poter conservare la scatola e le foto di mia nonna. La riposi gelosamente nell’armadio e da quel giorno la scatola mi avrebbe seguito ovunque, insieme ad un altro piccolo tesoro.


Estratto dal volume "Jane Eyre ed Io" di Monica Pica, Midgard Editrice 2021


Il libro si può ordinare online su Mondadoristore, IBS e sul sito della Midgard Editrice, nelle librerie indipendenti e nelle librerie Feltrinelli.


 

 


mercoledì 17 marzo 2021

Stefullgass

 di Stefano Sensi.





Correvo libero per la strada, bagnato dal sole. 

Respiravo l’aria densa di profumi di fiori e foglie. 

Le sensazioni erano tante, non le potevo contare, e ne volevo sempre di più. 

Davanti a me si delineava una giornata intera di avventure, di gioie improvvise e inaspettate, di scoperte. 

Non vedevo l’ora di viverle, ero troppo felice. 

Camminando sentivo la consistenza della strada sotto di me, il calore del sole sulla fronte. 

Non c’erano pensieri, solo sensazioni. 

Le mie mani toccavano tutto ciò che i miei occhi potevano desiderare, per assaporare la consistenza di ogni oggetto. 

La ruvidezza delle cortecce, la superficie liscia della plastica, la forma imprevedibile delle pietre; e poi le foglie: quelle con una superficie levigata, quelle spesse, quelle sottili, quelle dure, quelle morbide, quelle aguzze; quelle profumate come l’alloro o della salvia. 

E poi il rosmarino! O il basilico. 

Quante cose da riscoprire in un giorno, e da rivivere. 

Mi perdo tra i sapori, gli odori, tra le gioie infinite che ogni giorno regala. 

Presi la bicicletta e scesi in picchiata lungo una discesa, iniziai a sentire quella solita sensazione di euforia. 

Non era la solita felicità che puoi provare quando accarezzi un gatto o guardi un tramonto la sera; era una sensazione forte, vigorosa, che ti creava un brivido capace di percorrere la schiena, e salire su su fino alla testa, farti sentire freddo e caldo allo stesso tempo.

Quella era una scarica di vita, di potenza. 

La velocità! 

La corsa, il mio corpo che si muove riempiendosi di forza. 

Come posso spiegare, c’è qualcosa che sento dentro di me quando aumenta la velocità: è una sensazione che mi avvicina a me stesso, che mi avvicina alla mia vera natura. 

E così scopro tutti i modi per andare più veloce: uso lo skateboard, corro a più non posso, pedalo come un matto, oppure monto su un trattore giocattolo che i miei mi hanno regalato e vado giù... per le discese... correndo come un matto. 

È come se mi concentrassi e mi perdessi allo stesso tempo. 

La mia attenzione su ciò che faccio aumenta ma le mie percezioni si espandono fino ad abbracciare l’intero paesaggio, facendomi diventare un tutt’uno con la natura circostante, gli animali, le piante. 

Ci sono anche io.


Estratto da "Stefulgass" di Stefano Sensi, Midgard Editrice


Il libro si può ordinare online su Mondadoristore, IBS e sul sito della Midgard Editrice, nelle librerie indipendenti e nelle librerie Feltrinelli.


sabato 6 marzo 2021

Tre saggi sulla tradizione nordica

 di Fabrizio Bandini.







I tre colori, il bianco, il rosso e il nero, nella tradizione germanica-nordica hanno ovviamente anche molti altri significati, oltre quelli legati alla tripartizione funzionale comune a tutti gli indoeuropei.

I colori, spiega Gianna Chiesa Isnardi, “rappresentano le diverse qualità dell’essere. La distinzione fondamentale è fra colori chiari e luminosi, simbolo di manifestazione del divino, e colori scuri, legati alle forze del caos e dell’oscurità, ma anche al passaggio dal mondo visibile al mondo invisibile” (16).

Il bianco “corrisponde ad uno stato di attesa, di disponibilità, di grazia. È emblema dei luoghi e dei momenti in cui si è pronti al mutamento e al sacrificio (hvítingar m. pl., sing. hvítingr, connesso a hvítr ‹‹bianco››, è il nome dato alle ‹‹vittime sacrificali››); simbolo tanto di chi sta per subire il cambiamento di condizione (che deve condurre ad un livello superiore di vita) quanto di chi compie all’esterno l’opera iniziatica.

È quindi altresì il colore dell’epifania, del momento cioè in cui l’essere umano riconosce e recepisce il messaggio divino che muterà la sua vita” (17).

Il bianco è anche il colore delle valchirie, “che rappresentano nel mondo nordico l’epifania del divino, sono le dee bianche e luminose per eccellenza” (18).

Similmente è il colore di altre donne sovrannaturali, che assumono la funzione di “mediatrici di segreti divini” (19), ed è il colore degli Elfi, il cui nome probabilmente deriva dalla radice indoeuropea *ALBH, “risplendere”, “essere bianco” latino albus, bianco (20).

Bianco è anche il colore dell’alba, sia quella quotidiana che l’alba dei tempi.

Esso, come colore dell’alba, è anche il simbolo dell’Est per molte civiltà e molte tradizioni, sottolinea giustamente Jean Chevalier (21).

Bianco è il colore del dio Heimdallr, “che resta al limite dello spazio e del tempo per vegliare su di essi” (22).

Anche Freya Aswinn sottolinea come il bianco brillante sia il colore del dio Heimdallr (23).

Il bianco, assieme al blu, è quindi il colore nella tradizione nordica che segnala il distacco dal mondo quotidiano e che rende possibile la manifestazione del divino.

Esso è anche “simbolo corrispettivo della luce, si veda ad esempio la descrizione di Baldr, dio luminoso per eccellenza” (24).

Gianna Chiesa Isnardi ci rammenta inoltre che la vicenda di Jarl, da cui discenderà la stirpe dei nobili, dei guerrieri, degli iniziati alle rune, è anch’essa “legata alla simbologia del colore bianco” (25).

Il bianco assume un significato nefasto nella tradizione nordica solo quando appare come pallore, “diviene allora il colore della morte, degli spiriti privi di colore perché negati alla luce” (26).

“Nel suo aspetto nefasto” spiega Jean Chevalier, “il bianco livido si oppone al rosso: è il colore del vampiro che cerca infatti il sangue – condizione del mondo diurno – che si è ritirato da lui. È il colore del sudario, di tutti gli spettri, di tutte le apparizioni” (27).

Edred Thorsson, nella sua analisi della simbologia dei colori della tradizione germanica-nordica, descrive il bianco come “the total expression of light as the sum of all colors – totality, purity, perfection, nobility, the disk of the sun” (28).

Ovvero: espressione totale della luce come somma di tutti i colori, totalità, purezza, perfezione, nobiltà, il disco del Sole.

Esso è legato anche ai colori oro e argento.

L’oro è simbolo della luce del Sole e della luce spirituale che emana da Ásgarðr, il mondo degli Æsir, della forza dell’Önd, simbolo di onore, reputazione e potere.

L’argento invece è simbolo del disco della Luna, del cambiamento, della trasmutazione, della conquista della conoscenza più alta, ed è una versione metallica del bianco (29).

Il bianco e l’oro sono quindi legati anche a Sól, dea del Sole, e il bianco e l’argento a Máni, dio della Luna.


Estratto da "Tre saggi sulla tradizione nordica" di Fabrizio Bandini, Midgard Editrice 2021


Il libro si può ordinare online su Mondadoristore, IBS e sul sito della Midgard Editrice; nelle librerie indipendenti e nelle librerie Feltrinelli.



mercoledì 3 marzo 2021

Il principe, le rose e i girasoli

 di Christian Ferdigg.





Una persona

Non te l’aspettavi così
l’amore
ti ha rubato la calma,
ti pretende
e ti porterà via tutto
la notte
per lasciarti nuda
in quella pace profonda
vera.


Amala

Amala
la vita. Amala.
Perché c’è chi per amore
ha accettato la croce.


L’intimità della nebbia

Non è solo una bella signora
ma anche poetessa
quell’anima che ci invita
a godere dell’intimità della nebbia.
E mi avvolgo in questo mare
e torno ad essere quello che sono:
una poesia.


La vita nuova

Quel desiderio
profondo
di essere nudi
al mondo.



Ti aspetterò lì
in mezzo ai nostri mari in tempesta
lontani da spiagge sicure
lì:
dove fioriscono le rose e i girasoli.


Estratto dal volume "Il principe, le rose e i girasoli" di Christian Ferdigg, Midgard Editrice 2020



giovedì 25 febbraio 2021

La banda del vecchio orologiaio e altre storie d'amicizia

 di Giordano Gerundio.





Il vecchio Giovanni abitava in una bella città, un po’ magica, un po’ fiabesca, con le case di mattoni rossi, i tetti aguzzi e grandi torri che sembravano aver in testa enormi cappelli di strega. Giovanni, nonostante l’età, lavorava ancora e gran parte del suo tempo lo passava ad aggiustare orologi. Tutte le mattine, alle sette, puntuale proprio come un
cronometro, si svegliava, si lavava e beveva il tè.
Si sistemava poi con cura il panciotto e il farfallino e quando scoccavano le otto usciva di casa.
Era come se sbucasse dalle pagine di una fiaba: i capelli sembravano batuffoli di cotone, la camminata a scatti ricordava il tic-tac di una vecchia sveglia.
“Tic-tac”, “tic-tac”, attraversava le stradine del centro, passando a fianco della cattedrale.
Era solito alzare per un attimo lo sguardo alla bella facciata con il magnifico rosone e le alte guglie; poi proseguiva finché sbucava nella piazzetta do-ve aveva la sua bottega.
Orologiaio, come il padre e il nonno, da una vita ormai, avrebbe potuto benissimo starsene a casa a godersi la sua pensioncina. Ma Giovanni amava quel lavoro e il ticchettio degli orologi gli teneva compagnia, come i vecchi amici che andavano a trovarlo tutti i pomeriggi.
Il primo amico ad arrivare era sempre Mario, pipa in bocca e giornale sottobraccio. Salutava Giovanni con un borbottio, si sedeva nell’angolo più luminoso del negozio e iniziava a sfogliare il giornale.
Poco dopo arrivava il resto della banda: Peppino e Pasquale.
Prima ancora che si intravedessero dalla vetrina, si sentivano le loro voci e le loro fragorose risate.
Entravano nella bottega e prendevano posto accanto a Mario che, inforcati gli occhiali, iniziava a leggere, serio serio, il giornale.
Finito un articolo – guai a interrompere Mario quando leggeva! – i quattro amici commentavano quanto avevano ascoltato.
Quando Giovanni poi smetteva di lavorare, passavano il resto del pomeriggio a giocare a carte. Tra una partitina e l’altra, c’era sempre qualcuno che ricordava i bei tempi andati: quante avventure avevano vissuto insieme!
Un pomeriggio Peppino, guardando fuori, vide che leggeri fiocchi di neve scendevano dal cielo e scoppiò a ridere. Gli altri lo guardarono perplessi e allora lui disse: “Ricordate quando ci fu quella grande nevicata? La città era sommersa di neve, ma Giovanni a tutti i costi s’era ripromesso di consegnare un grande orologio a pendolo, in bicicletta per giunta.”
Rise ancora, poi continuò: “Ricordate che gran scivolone fece lungo la discesa della stazione? Il pendolo schizzò giù come un razzo e si schiantò su un binario proprio mentre il cucù rintoccava le sei precise!”
Tutti gli amici risero, tranne Pasquale.
“Fu vent’anni fa, non è vero?” chiese, sforzandosi di ricordare.
“No. No”, rispose Peppino. “È stato ben prima perché io abitavo ancora nella casa vecchia.”
“Mah, a me sembrava fosse successo molto dopo”, disse Giovanni.
Essi amavano rifugiarsi nel passato: lì dentro si
sentivano al sicuro! Per quanto difficile fosse stato, in qualche modo lo avevano affrontato; il presente e
soprattutto il futuro, invece, erano pieni di incertezze. E poi dalla vita i quattro amici non si aspettavano granché.
Un bel giorno, un avvenimento cambiò completamente il loro destino e quello di un nuovo amico.
Da qualche tempo, proprio vicino alla bottega di Giovanni, era venuto ad abitare un bambino con la sua mamma.
La donna lavorava tutto il giorno, perciò Emmanuel passava molto tempo da solo. Spesso si fermava vicino alla vetrina ad ammirare quegli orologi.
Un pomeriggio Giovanni sollevò il capo dal suo bancone e vide il bambino fermo con il naso appiccicato alla vetrina.
Faceva molto freddo, il suo respiro caldo aveva formato intorno al volto una piccola nuvola. Giovanni allora lo invitò cordialmente: “Entra, entra pure! Non restare lì al freddo.”
Il bambino non riuscì a sentire la voce dell’orologiaio, ma capì che cosa gli diceva dai gesti della mano. Aprì la porta ed entrò. Giovanni gli venne incontro premuroso: “Vieni dentro, bambino. Come ti chiami?”
“Mi chiamo Emmanuel, signore.”
“Macché signore, io sono Giovanni. Ora togliti il cappotto che qui fa caldo”, disse sorridendo il vecchio orologiaio che dandogli una scompigliata ai capelli, aggiunse: “Resta quanto vuoi.”
Il bambino si guardò intorno meravigliato. Centinaia di orologi si mostravano ai suoi occhi attenti: appesi alle pareti, poggiati sugli scaffali, sistemati nelle vetrinette, sembravano dirgli con la musica delle lancette: “Benvenuto, sei nella casa del tempo!”
Anzi dei tempi! Perché molti orologi segnavano il tempo in perfetta sintonia, altri, invece, sembravano andar di fretta e correvano in avanti, altri se la prendevano comoda e rimanevano indietro tranquilli… alcuni, infine, erano fermi come se fossero stanchi di stare al passo con il tempo.
Poco dopo arrivò Mario, salutò Giovanni e si sedette al solito posto con le gambe accavallate. Mentre stava per aprire il giornale, si accorse di Emmanuel e disse incuriosito: “Ma chi è questo bambino?”
Il piccolo, che stava osservando con attenzione un grande orologio a pendolo, si girò verso di lui e rispose: “Mi chiamo Emmanuel, signore.”
Giovanni, sorridendo, precisò: “È uno che ama gli orologi, come noi.”
Quando arrivarono Peppino e Pasquale, grande fu la loro contentezza nel vedere che la compagnia si era allargata: Emmanuel restò con i quattro vecchietti fino all’ora di chiusura e, da quel giorno, incominciò ad andare a trovare Giovanni tutti i pomeriggi, dopo aver fatto i compiti.
Era lui ora che teneva in ordine il negozio e spolverava tutti gli orologi, e il vecchio orologiaio incominciò pian piano a insegnargli i segreti del mestiere.
Un mestiere fatto di pazienza e precisione, doti necessarie per prendersi cura degli orologi meccanici, cioè di quelli che, come diceva Giovanni, hanno un cuore.
Un cuore fatto di bilancieri, oscillatori, ingranaggi piccoli e piccolissimi.

Estratto da La banda del vecchio orologiaio e altre storie di amicizia di Giordano Gerundio, Midgard Editrice 2020