martedì 21 agosto 2018

Solamente un colpo di spada

di Gianantonio Nuvolone






La vera padrona di Beishtan era una nebbia violacea e bassa che si depositava senza requie in polvere sottile sui cenci indossati dagli uomini, d’estate lasciava filtrare niente più che un tenue calore utile alla coltivazione di amari cardi e erbe coriacee bolliti in tini resi sempre più pesanti dai depositi induriti della densa brodaglia.
Al suo arrivo l’arcano nembo invase per prima la biblioteca dell’Ordine di Zervan all’interno del quartiere sacro e si mise a scompaginare tomi e mappe vergati su membrane di animali antidiluviani e nel volgere di tempo che all’uomo necessita per trarre fiato dai polmoni e maledire gli Arconti di Seth, ridussero persino le scaffalature a pulviscolo leggero che confuso alle correnti luttuose invase ogni luogo della città.
Fu in quel giorno che i Sette Saggi dell’Ordine di Zervan sparirono, sopraffatti forse da un demone che intravidero nel putiferio venuto da chissà dove o semplicemente perché le loro vite erano legate in modo fatale a quegli antichi testi; da allora nessun’altro nome venne scolpito nel marmo delle colonne all’ingresso del tempio di Zervan che nell’abbandono cadde in rovina, come se il nemico senza armi di forgia si fosse abbattuto con furia maggiore sulla storia e il passato di Beishtan piuttosto che sui suoi abitanti che ben presto conobbero le regole dell’impotenza e della disperazione.
Solo la cittadella di re Suil-jat riuscì a sfuggire alla contaminazione, cosicché le vetrate delle ogive continuarono a accogliere la luce del sole e gli umori della notte e a riflettere la luce delle torce fisse alle pareti o impugnate dai servitori lungo i corridoi.
Ma la nebbia mortale assediava la fortezza, dato che già dopo pochi metri il sentiero che portava a valle scompariva nel miasma purpureo appena dopo la prima diversione attorno allo sperone roccioso e né sudditi né mercanti da paesi lontani raggiungevano più il castello, né la mente del sovrano d’altronde aveva mai potuto escogitare nulla per risollevare le sorti del regno.
Per tutto questi motivi la reggia poteva apparire agli occhi dell’immaginazione come un lussuoso diadema all’estremità di un corpo occultato in un livido sudario.
Re Suil-jat trascorreva le sue giornate attorniato da una corte di anziani dignitari in vesti lacere, da cantori che alternavano distici esaltanti le glorie trascorse a nuove composizioni prive però della melodia e del fervore che spinge gli uomini a nuove imprese, i buffoni si dipingevano di colori sgargianti il volto scavato e le dame sfiorite giostravano la danza di ore interminabili con cavalieri anchilosati, tra corazzieri inerti adagiati a un giaciglio di ragnatele lungo l’emiciclo parietale del salone delle feste.
Re Suil-jat languiva annoiato con volto spettrale e frequentemente, a guisa di un folle, lo si poteva sorprendere a mormorare a un quadro che ritraeva una dama, poggiato sullo scranno riservato alla consorte regale.
Un giorno nel tepore dell’alba risuonò la tromba della sentinella dalla torretta più elevata e subito ogni uomo nel castello rimase stupefatto perché nessuna ricorrenza dinastica era prevista.
Re Suil-jat comparve nella sala del trono dalle sue stanze, sostenendo con una mano la lunga veste regale per non farla strascicare sul pavimento e raggiunta la pedana si erse autorevole davanti al trono, rinvigorito nell’udire il fausto annuncio.
L’altro richiamo rimasto inespresso – entrambe nelle loro implicazioni noti soltanto al sovrano e alla sentinella –, quello catastrofico, avrebbe significato il lievitare della peste e la fine imminente.
Venne gettata da due soldati una corda sullo spalto che sbarrava il sentiero e bastarono pochi istanti per accorgersi che all’altro capo della fune si stava issando un corpo dai muscoli energici, provvisto di un’agilità portentosa. 
Una volta accolto con deferenza il viandante, i gendarmi lo condussero per i corridoi e le scalinate di pietra sino alla sala del trono.
Il ragazzo vestiva una leggera tunica di panno annodata ai fianchi da una fusciacca brunastra, gli arti robusti e ben formati erano nudi, polsiere e cavigliere di cuoio rinsaldavano le giunture, una corta daga stava nel fodero avvinto alla cintura portata a sghimbescio, i capelli lunghi sino agli omeri e sottili rammemoravano i crini di un destriero al vento, lo sguardo fiero e vigile lasciava trasparire fiducia nella lealtà e nell’ospitalità che gli sarebbero state riservate.
Attraversarono un paio di stanze vastissime con i pavimenti cosparsi di foglie secche e marcite in prossimità dei finestroni, povere cataste di arredi smembrati a uso dei caminetti giacevano qua e là, mentre la maggior parte dei quadri affissi ai muri erano velati di stoffe di colore tendente al nerastro e al grigio a motivo del tipo di tintura dei tini o per l’accumularsi su di essi della polvere.
Suil-jat appena scorto l’ospite con un gesto diede ordine agli inservienti di portare acqua fresca dalle cantine e un vassoio di carne salata e distendendo la sua destra invitò il pubblico a accogliere il nuovo venuto con un inchino.
Il giovane fece atto di ossequio al trono e iniziando a rifocillarsi ringraziò con un lampo sincero dagli occhi cerulei.
“Io sono Suil-jat, sovrano del regno di Beishtan che un tempo si estendeva dai monti Kert-gununk per l’intera estensione delle immense e rigogliose pianure di Gheras, sino alle foreste tenebrose sulle due sponde del fiume Apser e a rintuzzare le tribù indocili e bestiali delle steppe malariche di Vral, unico vivente del lignaggio di Dev-jat, estremo testimone dell’Ordine di Zervan. Come ti chiami tu, straniero?”, tendendo il braccio lateralmente quasi per far intendere che parlava anche a nome della defunta regina, davanti all’espressione perplessa del suo interlocutore…

Estratto del racconto vincitore del Premio Midgard Narrativa 2018



lunedì 20 agosto 2018

Intervista a Manfredi Cadelo


Intervista a Manfredi Cadelo, terzo classificato al Premio Midgard Narrativa 2018 con il racconto “I quattro scrigni”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice nell’antologia “Hyperborea 2”.






Buongiorno, parlaci del tuo racconto, come nasce? 
Traendo spunto dalla mia convinzione che ogni essere umano può, da un aneddoto, da una parola, da una esperienza, ritrovare nel suo animo valori profondi e trarne beneficio, ho voluto raccontare una breve storia che testimonia il mio pensiero. Spero di essere  riuscito a trasmettere al lettore quei sentimenti di pace, di amore, di bontà, di bellezza ai quali aspiro. 



Il racconto si presenta come un Fantasy fiabesco. Ami molto questo genere?
Sì. Mi affascina ed è per molto appagante l’idea del bene che, possente ed incontrastato, trionfa sempre sul male  e lo annienta. Altri miei lavori, in prevalenza romanzi appartengono al genere Sword e Dark.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?
Amo molto la natura, gli animali, l’armonia fra cose ed esseri viventi che dovrebbe regnare sovrana. Per me la scrittura rappresenta una catarsi che mi libera da ogni negatività e qualche volta faccio fatica a distinguere la fantasia dalla realtà. Anziano, ottimamente supportato da moglie, figli e famiglia, scrivendo trovo quiete nel mio spirito e vedo sempre più allontanarsi da me tanti travagli che mi hanno afflitto sia nel periodo della mia infanzia che da adulto.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano? 
Ho letto con interesse gli autori classici proposti nel periodo della scuola e adesso mi ispirano Terry Brook, Stephen King, J. R. Tolkien, George Martin, Isaac Asimov, Ken Follet, Dan Brown, Clive Cussler,  Robert Heinlein Licia Troisi e tanti altri.


Progetti futuri?
Vorrei continuare questo lavoro con sempre maggior lena ma, nel contempo, programma che ancora non mi è stato possibile mettere in atto, mi piacerebbe avere contatti con altre persone aventi la mia stessa passione e ampliare con loro le mie vedute, conoscere al meglio tecniche ed impostazioni, lavorare ed imparare dalla loro esperienza il più possibile. Continuo con passione il mio lavoro sperando, in un non troppo lontano futuro, di poter presentare a  lettori che  amano il mio genere di scrittura, un lavoro che possa attivare i loro interessi.


giovedì 16 agosto 2018

Haiku

di Fabrizio Bandini




HAIKU 1


Come un fiore
io vado a morire
per Te.


Perugia, 28 gennaio 1997


HAIKU 30

Montagne
alte
come Dèi.

Courmayeur, 26 gennaio 1999


HAIKU 34

Il rifugio di montagna
nel Picco dell'Aquila
ora è vuoto
segni di impermanenza.

Courmayeur, 28 gennaio 1999


HAIKU 56

Solstizio d’inverno
l’eterna ruota
si rimette in moto.

Perugia, 21 dicembre 2009


HAIKU 60

Rune
ho trovato sul mio cammino
rune luminose e sapienti
benedico gli Dèi per questo.

Perugia, 13 dicembre 2016



#Haiku #Fabrizio-Bandini

mercoledì 8 agosto 2018

Intervista a Luana Blasi


Intervista a Luana Blasi, autrice del libro “Il chimico”, edito nella Collana Erotica della Midgard Editrice.



Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?

Eric Berne affermava: “il sesso è la matrice di tutte le transazioni più vitali, amplessi e liti, seduzioni e ritirate, dolori e soddisfazioni”. Sulla base di questa sacrosanta citazione, osservo i personaggi, li costruisco e li faccio crescere, facendogli superare le paure e vivere la sessualità in modo libero e consapevole, come naturale evoluzione dell’affettività infantile, senza condizioni limitanti o condizionamenti.


Il titolo ci parla di un chimico. Cosa significa?

La chimica è lo spunto, per dire che molto viene spiegato attraverso la scienza, cioè il cervello, ma ci sono cose che è impossibile provare e comprendere, con la testa, con tutto l’impegno quello non basta, ci vuole il cuore.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Scrivere è una passione, ma soprattutto uno strumento di crescita, prima leggo, mi documento, magari anche in ambiti molto diversi da quello che poi elaboro, mi piacciono molto i concetti legati all’intelligenza emotiva, poi invento una storia che come puzzle collega tutti i pezzi apparentemente incompatibili. Mi piace scrivere ed è qualcosa che va ad incastrarsi perfettamente nel mio ruolo di mamma, moglie, figlia, amica, lavoratrice, qualcosa che mi fa riflettere e che mi permette di esprimere pensieri in libertà, senz’altro a mio vantaggio e forse anche di chi mi sta intorno.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano? 
La mia passione è nata leggendo Sophie Kinsella. “I love shopping” è stato il libro che mi ha cambiato introducendomi al piacere della lettura, da lì è stato un crescendo. Sono approdata alla letteratura erotica con “Le 50 sfumature”, ho letto davvero tanti libri di quel genere, per poi arrivare a manuali di PNL e saggi filosofici. Adesso sto leggendo “I volti della menzogna” di Paul Ekman e “Fare l’amore di Eric Berne”. Se voglio leggere qualcosa di più leggero, mi piace Nicholas Sparks e Fabio Volo. L’ultimo libro letto che mi ha ispirato un nuovo racconto è: “La parola magica” di Paolo Borzacchiello, un libro strano, intrigante, che mi ha suscitato subito curiosità. La curiosità è la porta d’accesso alla conoscenza. Quindi: buona lettura a tutti.


venerdì 3 agosto 2018

Una guerra del Trecento

Il conflitto fra guelfi e ghibellini nell’Alta Valle del Tevere
di Fabrizio Bandini





Al principio del Trecento la potente famiglia ghibellina dei Tarlati di Pietramala, di origini longobarde, impose la propria signoria su Arezzo e da lì cominciò la sua espansione nelle terre circostanti.

La casata era guidata da Guido, sagace e volitivo vescovo della città toscana, che ridiede forza al partito ghibellino e nel 1321 venne nominato signore a vita di Arezzo.

Dopo aver espanso la sua sfera di influenza in Toscana, contrapponendosi alle forze guelfe, come i conti Guidi di Romena, il vescovo decise l’affondo contro Città di Castello, che era guidata dalla nobile casata dei Guelfucci, che come il nome dice erano di parte guelfa.

Il Tarlati, giocando sui rancori creati dai Guelfucci, seppe tratte dalla propria parte, sagaciter et industre, i marchesi di Civitella e gli Ubaldini della Carda, e nella notte del 2 ottobre 1323 i ghibellini entrarono in Città di Castello, vittoriosi, scacciando i Guelfucci.

Perugia, la potente città guelfa dell’Umbria, si mise subito in allarme per l’espansione dei Tarlati.

Il comune umbro decise allora di fortificare Montone e Montemigiano, sottomettere Promano, per circondare i suoi nemici, e mise a capo dell’esercito guelfo il marchese Guido Collotorto, signore di Monte S. Maria, il primo di marzo del 1324.

Il valoroso marchese si scagliò subito contro le forze ghibelline, ma dovette ben presto subirne la controffensiva.

Perugia cercò allora un accomodamento con il vescovo Tarlati, inviandogli quattro suoi ambasciatori, che lo trovarono fra Monterchi e Monte S. Maria, ma  i colloqui finirono con un nulla di fatto.

L’offensiva ghibellina si fece allora più violenta, ben presto Promano e Monte S. Maria furono poste sotto assedio.

I guelfi perugini allora inviarono in loro aiuto delle truppe, guidate da Tebaldo Michelotti, e chiesero l’aiuto dei comuni guelfi di Orvieto, Spoleto e Gubbio, che inviarono dei rinforzi guidati da Cante Gabrielli, il famoso guelfo nero, già potestà di Firenze, cacciatore di ghibellini e guelfi bianchi, come Dante Alighieri, da lui esiliato nel 1302 dalla città toscana.

Ma la situazione non ebbe miglioramenti per la parte guelfa, il Monte restò sempre sotto assedio per tutto il corso del 1326.

Alla fine di quell’anno Perugia, “stremata in uomini e denari”, come scrive l’Ascani, inviò di nuovo i suoi ambasciatori per trattare con il Tarlati, ma le condizioni poste dal potente vescovo ghibellino furono ritenute inaccettabili.

La guerra quindi continuò, imperterrita.

Guido Tarlati si trovava allora al culmine della sua potenza, era visto ovunque come il capo naturale del partito ghibellino, tanto che lo stesso imperatore Ludovico il Bavaro, appena sceso in Italia, volle ricevere dal vescovo di Arezzo la corona ferrea.

Il papa Giovanni XXII da Avignone l’aveva scomunicato per la sua ripetuta disubbidienza, ma il Tarlati proseguiva per la sua strada.

Ebbe dall’imperatore il permesso di occupare Borgo S. Sepolcro e di continuare la sua offensiva contro i guelfi umbri.

Alla fine del settembre 1327 Pier Saccone Tarlati, fratello del vescovo Guido, enorme cinghiale dell’Appennino e ghibellino silvestre, come lo descrive pittorescamente il Bonazzi, lanciò un violento attacco contro il Monte S. Maria, deciso a farla cadere.

“Il Saccone fece costruire 5 battifolle alle mura e due trabocchi, vi pose delle catapulte per tirar pietre d’una certa mole” scrive l’Ascani.

I perugini, avvertiti dell’aggravarsi dell’assedio, raccolsero allora tutte le milizie a loro disposizione e il 21 ottobre partirono in aiuto del feudo del marchese Guido Collotorto.

Furono in vista del Monte quando giunse loro la notizia della morte del vescovo Guido Tarlati in Maremma, che prima di spirare aveva chiesto perdono al papa e si era riconciliato con la Chiesa.

La notizia portò costernazione e paura nelle file ghibelline, tanto che Pier Saccone Tarlati ordinò la ritirata e l’assedio del Monte S. Maria venne così rotto.

I guelfi perugini non si accontentarono, visto il momento favorevole posero l’assedio a Città di Castello, ma la città resistette ad ogni loro attacco.

Nel dicembre del 1327 si venne allora alla pace, Città di Castello restava ai Tarlati e ai ghibellini, Perugia poteva inviarvi un potestà, ma con la clausola che fosse ghibellino.

La potenza della nobile casa dei Tarlati di Pietramala era ancora grande.

Solamente nel 1335 i guelfi riusciranno a scacciare i Tarlati e i ghibellini da Città di Castello.





Bibliografia


Luigi Bonazzi, Storia di Perugia
Angelo Ascani, Monte Santa Maria e i suoi marchesi
Cecilia Mori Bourbon di Petrella, Terra Marchionum

Immagine: stemma dei Tarlati

www.facebook.com/fab.bandini

#Una-guerra-del-Trecento #Fabrizio-Bandini

lunedì 30 luglio 2018

Intervista ad Elisabetta Trottini


Intervista ad Elisabetta Trottini, quarta classificata al Premio Midgard Narrativa 2018 con il racconto “Al fiorire della Mimosa”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice nell’antologia “Hyperborea 2”.









Buongiorno, parlaci del tuo racconto, come nasce?


Il racconto nasce qualche anno fa, quando ho sentito particolarmente vicino il tema della diversità e il concorso è stato l’input per iniziare a scrivere. Nel racconto troviamo due sorelle streghe che devono fare i conti con un mondo dove è tornata di moda la caccia alle streghe, solo perché sono diverse dagli umani. Sono partita da qui per sviluppare questo tema: la storia insegna che solo grazie a culture diverse, innovazioni e filosofie si è potuti arrivare allo sviluppo delle grandi civiltà. Per diverso non intendo solo il colore della pelle, la religione o la lingua ma anche la disabilità, le diverse mentalità o vedute o semplicemente il diverso modo di comportarsi, l'aspetto fisico e caratteriale. È molto facile cadere nella paura, nel pregiudizio di ciò che non è uguale a noi ed è proprio quello che fanno gli uomini nel racconto, ma che forse anche noi faremo al loro posto.



Il racconto rientra nel genere Fantasy storico-distopico. Ami molto questo genere?


Sì mi piace molto, anche se non è l’unico genere che leggo. Infatti adoro il fantasy come “Harry Potter” di J. K. Rowling, i fiction storici come “La lunga vita di Marianna Ucria” di Dacia Maraini, i thriller come “La psichiatra” di W. Dorn, i saggi scientifici come “L’infinito” di A. Zichichi e “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” di S. W. Hawking e i classici come “Il ritratto di Dorian Gray” di O. Wild.

Mi sono invece appassionata ai distopici leggendo “Il mondo nuovo” di Huxley e poi la saga di “Matched” di Ally Condie.  Mi appassionano per gli spunti di riflessione: infatti questo genere pone spesso l’accento  su società e tempi diversi dove viene esasperato un aspetto negativo della nostra società, mettendoci in guardia da quello che potrebbe accadere.





Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?


Scrivere è sempre stata la mia passione: da bambina scrivevo poesie o inventavo storie da raccontare alle mie amiche. Crescendo mi sono dedicata a scrivere racconti sempre più impegnativi come il primo romanzo “Anime di fuoco” (Midgard, 2014), iniziato a scrivere a 14 anni insieme alla coautrice. Scrivere ora è parte delle mie giornate, quasi fosse un piacevole bisogno. Mi piace scrivere soprattutto di sera dopo aver studiato, mi rilassa e mi permette di riflettere. Quando poi ho più tempo disponibile dedico anche mezza giornata a scrivere, correggere i romanzi non ancora pubblicati o leggere.





Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano?


Non ho un autore preferito e raramente leggo tutti i libri di uno stesso scrittore. Gli autori che però hanno segnato di più la mia adolescenza sono stati principalmente tre: Licia Troisi, Hermann Hesse e Pirandello. Alle medie divoravo fantasy su fantasy ed ero innamorata delle storie di Licia Troisi. Poi però quando ho letto “Siddharta” di H. Hesse e “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello sono rimasta estasiata. Mi hanno dato una visione del mondo diversa da quella che avevo e mi hanno ispirata nella scrittura.



Progetti futuri?


Prima di tutto finire l’ultimo anno della Magistrale in Matematica e trovare un buon lavoro, senza però mai tralasciare la scrittura. In cantiere ho tanti libri, molti dei quali sono quasi pronti: un distopico con una società completamente controllata, due fantasy uno che tratterà di creature magiche mitologiche e un altro che avrà come protagonisti due ragazzi con doni speciali, un racconto drammatico sul bullismo, uno sulla violenza sulle donne e infine il continuo di “Anime di fuoco”. 

martedì 24 luglio 2018

Intervista a Rachele Tarpani

Intervista a Rachele Tarpani, quarta classificata al Premio Midgard Narrativa 2018 con il racconto “Reo”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice nell’antologia “Hyperborea 2”.




Buongiorno, parlaci del tuo racconto, come nasce?
Avevo l’idea in mente già da molto tempo, ma non avevo mai avuto modo di concretizzarla fino in fondo. Inizialmente avevo pensato di farne una long-fic a più capitoli o un romanzo vero e proprio, ma più scrivevo e più il messaggio principale che volevo mandare andava a perdersi nei problemi secondari dei personaggi. L’occasione di scrivere un racconto breve con un numero di pagine prestabilito mi ha dato l’opportunità di riflettere su quali avvenimenti della trama fossero davvero importanti e quali no, e sull’impronta che avrei voluto dare alla storia.
L’ispirazione per Reo mi è venuta leggendo i commenti che i normali utenti di Facebook pubblicavano sotto i post di noti giornali nazionali, soprattutto quelli di notizie di cronaca nera. Mi ha sempre colpito il modo in cui la massa, anche nei casi di un reato non ancora accertato, finisca sempre per inneggiare morte e fustigazioni al presunto “reo”, come se fossimo nel medioevo e fosse la folla a dover decidere che farne di un criminale.
La mia storia si basa su un unico assunto: “Sei colpevole fino a prova contraria”, una legge morale e penale che influenza irrimediabilmente la vita di ognuno dei personaggi, e che in sostanza è un rovesciamento della cosiddetta presunzione di non colpevolezza del mondo giuridico. Non sono esperta di legge, ma ho sempre trovato affascinante la facilità con cui siamo portati ad additare come colpevole qualcun altro in base solo ad un istinto, pur non avendone prove certe.
Nel caso della mia storia, però, a comandare non sono gli esseri umani ma le macchine. Questo dettaglio è importante e spiega anche perché gli abitanti della Far non si siano mai ribellati in secoli di Tecnomachia: tutti sono convinti che gli esseri umani sbaglino a priori (per il solo fatto di essere umani) ed il computer no. Il protagonista stesso avrà bisogno di un vero e proprio scossone nella propria vita per appurare che “errore e non errore” è diverso da “giusto e sbagliato”.


Il racconto rientra nel genere Fantasy storico-distopico. Ami molto questo genere?
Senza dubbio è tra i generi che più amo leggere, specie dopo la carrellata di saghe young e new adult pubblicate negli ultimi anni. Hunger Games, Divergent, Maze Runner e tutti gli altri hanno dato un grande contributo alla letteratura distopica per ragazzi, già in auge grazie a scrittori classici del calibro di Orwell e Bradbury. Anche il mondo orientale è stato di ispirazione, soprattutto con Koushun Takami ed il suo Battle Royale (di cui ho letto il manga).
Per quanto riguarda la scrittura, generalmente preferisco scrivere storie più urban-fantasy; ma quando l’idea per una distopia mi sembra azzeccata e vincente, mi cimento volentieri nell’impresa.


Qual è il rapporto fra la scrittura ed il resto della tua vita?
Per me scrivere è come respirare. Lo faccio dappertutto ed in qualsiasi situazione, anche durante le lezioni universitarie (e c’è chi può testimoniarlo). 
Sto fisicamente male se non prendo il computer e non scrivo almeno una frase, o non rileggo e correggo la bozza di un capitolo. Grazie alla scrittura ed alla lettura sono riuscita a superare indenne molti periodi difficili della mia vita, a raccontarmi e ad oltrepassare quei blocchi interiori che ho sempre avuto. Potremmo dire che sia la medicina contro tutti i mali della mia esistenza.
La gente che mi conosce mi descrive come una persona ponderata e calma davanti ai problemi, una che non si fa mai prendere dal panico e che riesce ad essere seria ed al contempo ad ironizzare anche quando tutto sta andando in malora. Il mio segreto è questo: un foglio di carta bianco ed una penna dove poter letteralmente vomitare la mia negatività. Se non scrivo, sono nervosa, intrattabile, mi infastidisce qualsiasi cosa. Datemi un foglio word ed una mezz’oretta di pace, e ritorno più calma di Gandhi e di Martin Luther King messi insieme.
Quando mi arrabbio seriamente, ho bisogno di uno sfogo. La scrittura è il mezzo più diplomatico che ho trovato per restare nei miei equilibri mentali e per non alterarmi inutilmente ogni volta che vedo che qualcosa non va (specie con altri esseri umani).
C’è chi va in palestra… Io sono pigra e preferisco allenare le dita.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano?
Non ho uno scrittore preferito in assoluto. Come con la musica, non presto molta attenzione tanto all’autore o alla sua biografia, quanto all’opera stessa: se la trama mi ispira, io la leggo e la amo alla follia, anche se il resto delle opere dello scrittore è discutibile. E difficilmente leggo tutto di un solo autore.
Però, se devo citare i nomi di chi mi ha veramente ispirata come autrice, il primo della lista è Italo Calvino. Ha scritto forse il passo più bello che io abbia mai letto:
Posso dire che scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione.
È per questo che scrivo”. (Mondo scritto e non scritto, Italo Calvino)
Mi mette i brividi ogni volta che la leggo. È esattamente quello che faccio e che provo io. Se fosse stato ancora vivo, io ed Italo Calvino avremmo potuto essere grandi amici.
Un ringraziamento speciale va anche a due autrici fantasy tutte italiane che hanno segnato la mia infanzia in maniera irrimediabile: Moony Witcher con la sua serie “La bambina della sesta luna” e Licia Troisi con le “Cronache del Mondo Emerso”. Sono state le prime saghe fantasy di cui ricordi davvero qualcosa. Facevo le medie, allora, e le avevo letteralmente adorate entrambe. Posso dire che siano state loro a dare avvio alla mia passione per quel genere.

 
Progetti futuri?
Finire l’università e magari trovarmi un buon lavoro che mi dia uno stipendio sicuro sono la mia priorità, ma questo non frenerà di certo la mia vena artistica, anzi. Visto che amo pensare in grande… direi che mi piacerebbe pubblicare la quadrilogia urban-fantasy che sto attualmente scrivendo e di cui vado molto fiera.
Ne ho già scritti tre (di cui il secondo è attualmente in revisione) ed il quarto è quasi a metà. Per questa serie ho davvero tante idee, quindi per strafare ho in mente anche uno spin-off su qualche personaggio (anche quello in lavorazione).
Sogno un giorno di pubblicarli e di vedere il mio libro solista in una libreria, ed intanto mi diletto con qualche altro concorso. Mi piacerebbe anche fare una collaborazione con qualcuno in un’opera a più mani.
E mi piacerebbe andare in Giappone.
Grazie a Fabrizio Bandini ed a tutta la Midgard Editrice per l’enorme pazienza e per il lavoro fatto con il libro, ed un saluto a tutti gli scrittori, autori, appassionati.
Pace e amore!

www.midgard.it/hyperborea2.htm