lunedì 27 gennaio 2020

The New Trilogy

di Leonardo Maggi






Terni, esterno teatro Verdi

È su questa scenetta che si aprì il sipario sugli strani e insoliti eventi di quelle calde giornate di giugno. 
Erano le 7.30, un venticello gelido rinfrescava quella mattina particolarmente afosa e proprio mentre stavo facendo colazione al bar, come ero solito, mi raggiunse un poliziotto che mi portava un messaggio: l'ispettore Leblanc mi pregava di raggiungerlo il prima possibile al teatro Verdi per aiutarlo nella risoluzione di un nuovo caso.
Io e l'ispettore ormai ci conosciamo da qualche anno e il fatto che mi chieda di andare al teatro non mi rende a fatto tranquillo. L'ultima volta che ho messo piede lì, circa un anno fa, ci siamo dovuti occupare dell'atroce omicidio  di un uomo terribilmente martoriato su cui l'assassino aveva infierito prendendo spunto dai film di Hitchcock. 
Chissà cosa era successo stavolta?
Arrivato a Corso Vecchio vidi Leblanc che mi stava aspettando fuori dall'edificio con tre uomini. “Detective! È un piacere vederla” disse. “Le presento il professor Paolo  Rinucci, Antonio De  Moose e Virgilio Van Green.”
Questi tre personaggi apparivano come uomini distinti con lo  stesso identico abito (giacca nera, camicia bianca, pantaloni grigi), si potevano però  distinguere facilmente l'uno dall'altro per l'aspetto fisico molto differente. 
Paolo Rinucci era un uomo di altezza media, più tosto snello, con capelli grigi e un volto severo. 
Antonio De Moose era alto e robusto, indossava degli eleganti occhiali da vista blu che stonavano leggermente con i capelli di un nero corvino. Virgilio Van Green infine era basso e piuttosto corpulento, aveva la mosca, i capelli bianchi e un papillon giallo al collo.
“Ispettore, cos'è successo?”
“Per il momento nulla, ma....”
“Ma cosa?”
“Signor Rinucci, può spiegare la situazione?”
“Certo. Vede, detective, io sono uno dei professori del corso di arte, musica e spettacolo del liceo classico locale, quello a pochi passi da qui, l'unico della città e mi trovo ad essere
coordinatore di una classe. Ogni anno i miei alunni devono realizzare  un progetto legato alla tv, al cinema o al teatro e ora, grazie all'aiuto di questi due signori, i miei studenti si stanno cimentando nella messa in scena di alcune opere di Shakespeare, recitate in una vera e propria compilation che ho avuto il piacere di chiamare.....”
“Scusi se la blocco, ma potrei sapere che aiuto le hanno dato?”
Visibilmente irritato per essere stato interrotto nel mezzo di quel suo interminabile monologo il mio interlocutore rispose con tono stizzito: “Certamente. Il signor Antonio De Moose ha finanziato lo spettacolo mettendo i soldi per i costumi, le scenografie e tutto il resto.”
“Beh, è un ottimo sport farsi derubare da dei ragazzini.”
“Sembra una moda interrompere da queste parti” riprese Rinucci. “Poi cosa vorrebbe dire?”
“Oh, niente.”
“Bene, se è tutto apposto riprendiamo. Dove ero arrivato? Ah, già. Il  signor Van Green invece ci ha concesso l'uso del teatro Verdi.”
“Amo finanziare i sogni di questi  giovani, mi ricordano me, anche io avevo la passione del teatro.”
Ora che sapevo chi avevo davanti era il caso di riprendere il discorso più importante. 
“Ok. Grazie, professore. Ora la prego mi dica che cosa sta succedendo.”
“Shakespeare Mania, lo spettacolo della classe che coordino, è in pericolo. La segreteria della nostra scuola ha ricevuto stamattina una lettera minatoria veramente preoccupante.”
A queste parole Leblanc mi allungò il foglio in questione. Il testo effettivamente non era rassicurante.

Egregio e stupido professore dei miei stivali,
la volevo informare che ho visto questa nuova buffonata teatrale che umilia e mette in ridicolo uno dei più grandi esponenti del panorama drammatico europeo, pertanto le chiedo immediatamente di porre fine a ciò altrimenti saranno i suoi alunni a pagarne le conseguenze con la mia entrata in scena.

Il suo affezionatissimo Killer delle maschere
                                                                                                  
Il testo si sarebbe potuto ridurre  alla minaccia di uno psicopatico fissato con il teatro che sperava di spaventare qualcuno, ma la firma non faceva sperare in un finale così “lieto”, tuttavia per il momento non era accaduto nulla, perciò tutto quello che potevamo fare era stare a guardare e sperare che l'entrata in scena promessa dalla lettera non avvenisse.

Estratto dal romanzo "The New Trilogy" di Leonardo Maggi, Midgard Editrice 2018



lunedì 20 gennaio 2020

Passato, presente e Futuro!

di Paolo Tagliaferri





Guardò l’orologio: le 19,00; era arrivato un’ora prima del previsto. L’appuntamento con Brigitte era per le 20. 
Futuro Velieri 35 anni, direttore del piccolo museo archeologico di Santa Serenella, diecimila abitanti sulla costa laziale in provincia di Roma, aveva incontrato pochissimo traffico sulla statale Aurelia. Era ottobre e l’estate, con i suoi ingorghi, era  solo un vago ricordo.
Parcheggiò il suo vecchio fuoristrada vicino alla stazione del piccolo paese della maremma toscana. 
Il posto dove avevano scavato per tutta l’estate era a poche centinaia di metri: un  campo delimitato da una staccionata sotto una quercia secolare. 
Era stato il presidente della provincia di Grosseto in persona a contattarlo per via di un suo articolo apparso su una rivista di settore. 
L’articolo precisava, grazie agli ultimi rinvenimenti fatti proprio sul litorale laziale, nuove caratteristiche delle distinzioni tra l’Etruria meridionale e quella settentrionale. 
Il politico si era detto colpito dalla sua conoscenza degli Etruschi, oltre che dal fatto che un archeologo si chiamasse Futuro (“praticamente un ossimoro vivente”) e lo aveva voluto come direttore degli scavi lì ad Antinia, cittadina di mare a trenta chilometri da Grosseto. 
Alla fine di ottobre un contadino, mentre arava il suo campo non distante dal centro del piccolo borgo, aveva dissotterrato piccoli oggetti che facevano pensare ad un insediamento di quel popolo.
Futuro avrebbe coordinato un gruppo di stagisti da tutta l’Europa. 
A giugno avevano iniziato; il sito si era dimostrato interessante e avevano trovato varie anfore ed oggetti in bronzo. 
Poi aveva conosciuto Brigitte: ventottenne, alsaziana, un metro e settanta, immancabilmente bionda, occhi verdi, un corpo da atleta olimpica e un master in civiltà mediterranee all’università di Friburgo. 
L’aveva vista scavare in short e maglietta bianca. 
Le gambe lunghe che cominciavano ad arrossarsi per il sole, i capelli come il grano. 
Le aveva fatto i complimenti per la passione con la quale scavava e si era permesso di insegnarle qualche trucco per non rovinare troppo i reperti. 
Un consiglio, un sorriso, una birra nell’unico locale del paese, una pizza all’aperto e poi i loro corpi si erano incontrati. 
Ricordava la sua pelle bianca con i primi segni di abbronzatura. 
Il profumo dei capelli, gli occhi verdi da felino. 
Poi la partenza a fine agosto. 
Le telefonate, le email.
Ora l’aspettava di nuovo per riaverla, per sentirne di nuovo il profumo tra le dita. 
E poi le serviva la sua competenza linguistica per cercare di capire cosa ci fosse scritto in quell’agenda nera, ben conservata, ritrovata in una cartella di tela cerata vicino agli scavi. 
Probabilmente era roba della seconda guerra mondiale. 
Doveva essere tedesco e lei si era dimostrata felicissima di aiutarlo.
Arrivò davanti a “La Civetta Bianca” un piccolo pub ristorante che spillava una birra di grano o weisse artigianale, prodotta localmente, niente male. 
Futuro se ne intendeva, aveva una passione smodata per la birra.
Per essere ottobre faceva ancora caldo ma una lieve pioggerellina stava iniziando a cadere. 
Entrò.
Il locale era ancora vuoto. 
Si mise vicino alla pedana dove ogni tanto si tenevano concerti di gruppi locali. 
Blues e rock per lo più. 
La cameriera arrivò a prendere le ordinazioni. 
Era carina, trent’anni o qualcosa di meno, caschetto di capelli neri, jeans aderenti e maglietta dei Sex pistols che non riusciva a nascondere due seni ben proporzionati; piercing al sopracciglio destro. 
Sorrise: - Buonasera, che le porto? 
- Ciao, una weisse alla spina per favore e qualche patatina. 
- Certo, arrivo subito.
Non l’aveva notata l’estate scorsa.
In fondo al locale due tizi seduti ad un tavolo: uno indossava un  giubbotto di pelle nera, aveva capelli rasati, la pelle macchiata dal sole e una martello tatuato sul collo, l’altro aveva una giacca di  pile grigio/verde, un berretto militare e quando ghignava verso il compare si intravedeva il luccichio di un incisivo d’oro. 
Erano silenziosi ma le loro facce parlavano per loro. 
Raccontavano di violenza e alcool, di tempo sprecato e odio accumulato. 
Non emanavano good vibrations. 
Sembravano due usciti dal carcere o che presto ci sarebbero tornati.
Suo zio, negli anni settanta, per una molotov ad una manifestazione, era stato in carcere e alla fine anche la sua faccia era diventata così. 
Era per questo che era scappato in Thailandia.
Ancora dopo trent’anni arrivavano le sue cartoline.
La moretta arrivò velocemente.
- Ecco qui.  Disse mentre poggiava la birra sul tavolo di legno grezzo.
- Sei nuova?
- Sì ho iniziato da una settimana.
- Bella la maglietta.
- Bella la tua faccia. 
Rispose lei velocemente e sorridendo ritornò verso il banco.
Sorrise anche Futuro. 
Era sveglia  la moretta e anche carina ma lui apprezzava sul serio quella t-shirt. 
Il 26 novembre 1976 usciva il primo singolo dei Sex pitols, “Anarchy in UK”, il motivo preferito di suo nonno. 
Futuro Velieri: anarchico e bestemmiatore, quattro anni al confino a Ventotene durante il ventennio, sigaro toscano perennemente in bocca e grandi discussioni con il parroco mentre giocavano a scopa.
Il prete beveva vino, il nonno birra. 
Era morto nel 1997, mentre lui era al primo anno di università. 
Il suo ricordo, però, non gli metteva mai tristezza.
Contemplò il bicchiere di fronte a sé. 
La weisse, con il suo colore opalescente e il gusto di grano e frumento, lo aveva conquistato da sempre, bevve un sorso rinfrescante. 
Ripensò al grano dorato intorno alla quercia dove c’era lo scavo, lo stesso colore dei capelli di Brigitte.
A proposito, non si era controllato per niente da quando era uscito di casa. 

Prese la borsa e andò in bagno. 
Allo specchio vide un ragazzo abbronzato di un metro e ottanta, capelli castani tagliati cortissimi e occhi dello stesso colore, qualche rughetta d’espressione ai lati del viso, vestito con una camicia di jeans chiara un po’ consumata, un giubbino leggero da velista  e  un paio di pantaloni verde militare. 

Estratto dal racconto "Passato, presente e Futuro!" di Paolo Tagliaferri, vincitore del Premio Giallobirra 2013, edito nell'antologia Giallobirra 2, Midgard Editrice.



lunedì 13 gennaio 2020

Una bionda difficile

di Augusto Rasori





Il bar sembrava tranquillo.
Beh, alle due di un martedì pomeriggio di quello sfintere di paese le cose non potevano certo essere diverse. 
Ma la giornata procedeva fantastica. 
Il sole splendeva radioso in un cielo nitido come un televisore HD su cui i gatti non avevano ancora collaudato le unghie. 
Il caldo non incollava i vestiti alla pelle col Vinavil, giugno doveva ancora finire e il capo era dovuto uscire per un qualche impegno improvviso lasciandomi a suo malincuore da solo a gestire l’attività anche se solo per pochi minuti.
Certo, non prima di avermi fatto promettere, e vorrei vedere, che mi sarei comportato con giudizio.
Io, naturalmente, avevo promesso, ma dato che stavo tenendo le dita incrociate dietro la schiena, son mica nato ieri, non mi reputavo vincolato a quel gravoso impegno e ora potevo finalmente approfittarne per portare a termine il progetto che avevo covato da un bel po’ di tempo.

Intorno non c’erano testimoni. 
Carlin e Gennaro, nelle loro rigate finte polo di marca, erano seduti nel dehor a giocare a scopa, troppo impegnati a inimicarsi l’aiuto del Signore, a commentare la campagna acquisti del Napoli e le gambe, per non dire altro, delle donne di passaggio, per poter notare movimenti sospetti dentro al bar.
È vero, rimaneva Mimmo l’invisibile, ma anche lui era talmente assorbito dal suo passatempo preferito che non correvo il minimo pericolo che si accorgesse di me.
Così continuando prudentemente a guardarmi intorno, come un bambino in una chiesa la prima volta che va a confessarsi, presi un boccale dal ripiano, mi avvicinai al rubinetto e, colmo di emozione, cominciai a spillare un po’ di quella radiosa, dorata, schiumosa, freschissima birra.
Aspettavo quel momento da una vita. 
Era cominciata a scuola quando avevo letto di quei frati nel nord Europa che se la producevano per il loro monastero. 
Ecco una religione che potrei seguire, avevo pensato, e ora stavo finalmente per fare la mia vera prima comunione.
Ma come tutti i novizi avevo appena commesso un errore da sprovveduto.
Preso, com’ero, dall’emozione, avevo scordato di inclinare il bicchiere ed ora una spesso strato di schiuma stava coprendo il liquido agognato come foschia sulla Pianura Padana.
“Pazienza” pensai, “ci vuole pazienza”. 
Avevo tempo a sufficienza per portare a termine il rito con tutti i crismi e la fretta non avrebbe certo giovato.
Lo strato si stava assottigliando. 
Avvicinai le labbra all’orlo del boccale e cominciai a respirare l’effluvio maltato mentre inclinavo piano il liquido verso la mia bocca.
Il momento era giunto. 
Finalmente venivo battezzato.
“Scusa, c’è un bagno?”
Riportai il bicchiere in posizione verticale. 
Talmente lesto che un po’ del prezioso nettare si rovesciò sul bancone.
Davanti a me era comparsa una ragazza bruna dall’aria nervosa di circa 30 anni.
Più o meno dell’età del capo. 
Il capo è il mio punto di riferimento un po’ per tutte le cose.
“La porta in fondo” dissi indicandole la direzione.
Lei si diresse dove le avevo detto mentre diventavo rosso come un San Marzano dalla vergogna, come un ragazzo sorpreso a sfogliare una rivista sconcia in camera sua dopo una lezione di catechismo.
Appena si chiuse dentro cercai di riprendere la concentrazione per tornare a dedicarmi alla mia importante iniziazione.
Fuori Carlin e Gennaro stavano aristocraticamente commentando la nuova arrivata.
"Culo basso”
“Me la ficcassi ugualmente”
Scossi la testa.
Avevo tempo.
Si sa che le donne quando vanno in bagno ci stanno circa quanto 8 maschi virgola 4.
L’ha detto la TV.
La matematica serve soprattutto a calcolare queste cose.
Riportai la bocca sul bordo di quella piccola preziosa cisterna di vetro, la foschia spumosa era ancora lì ma non poteva impedirmi di immergermi nel tesoro che stava celando sotto di sé.
Eccomi, mi tuffo in te…



Estratto dal racconto "Una bionda difficile" di Augusto Rasori, vincitore del Premio Giallobirra 2010, edito nell'antologia Giallobirra 2, Midgard Editrice.


sabato 4 gennaio 2020

Intervista ad Andrea Guizzardi

Intervista ad Andrea Guizzardi, autore del libro “Tennista o non tennista”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.





Buongiorno Andrea, parlaci della tua opera, come nasce?
Il romanzo nasce come voluto omaggio al mio sport preferito, che, a causa di un malanno alla gamba sinistra, al momento non posso più praticare. “Tennista o non tennista” è ambientato a Parigi negli spogliatoi del Roland Garros prima dell’inizio della finale del torneo tra Luigi Nervi e Anton Jimenez, i protagonisti principali del libro, nell’attesa dell’ingresso in campo dei due tennisti, ritardato da una perturbazione che si abbatte sulla città e impedisce di dare inizio alla partita. I due finalisti vivono questa fase antecedente l’inizio dell’incontro in modo molto diverso: mentre Nervi, che ha tutti i pronostici contrari, appare più disteso, Jimenez, grande favorito della vigilia, invece, non è affatto sereno. C’è qualcosa che lo turba, ma che nessuno, dall’arbitro al suo allenatore, riesce a cogliere.
La pioggia incessante fa sì che i due tennisti evadano dal “sacro” silenzio dello spogliatoio e si confrontino tra loro. Comincia così una partita psicologica basata sulla contrapposizione tra due opposti approcci alla vita, destinata a concludersi in modo sorprendente e a lasciare nuove consapevolezze nei due protagonisti.


Quali sono le tematiche più importanti del libro?
Il tema portante del libro è rappresentato dallo scontro tra le weltanschauung dei due finalisti. Nervi è colui che ha scelto la sua strada per convinzione e perché ama davvero ciò che fa; Jimenez, invece, incarna chi ha percorso un tragitto, che, seppur costellato di successi, non è stato frutto di una scelta autonoma e libera: sono stati altri – nello specifico i genitori – ad averlo fatto per lui. Il titolo – oltre a voler distinguere chi è un vero tennista da chi non lo è secondo i parametri dettati da Sven Fredriksen, idolo indiscusso di Nervi e autore di un’autobiografia che il tennista italiano venera e le cui pagine sono riportate nel romanzo - sintetizza anche il dualismo tra le opposte visioni del mondo dei due protagonisti e i forti dubbi che investono Nervi e Jimenez sulle loro rispettive scelte di vita. 


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?
Non posso far altro che confermare il valore terapeutico della scrittura. Se non fossi stato colpito da questo antipaticissimo malanno alla gamba sinistra e se non mi fosse stato conseguentemente proibito di caricare la gamba correndo, credo che non avrei mai scritto un libro dedicato al tennis. Non potendo più praticarlo, il che mi pesa parecchio, mi sono detto che almeno avrei potuto omaggiarlo e, in questo modo, raccontandolo in un contesto più ampio quale è quello di un romanzo, ho avuto la sensazione di poter calcare ancora il campo da tennis impugnando la mia fidata racchetta.


Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?
Apprezzo moltissimo gli scrittori che sanno scavare all’interno dei loro personaggi, facendone emergere le varie sfaccettature, vizi compresi, dal momento che ogni essere umano è un insieme di pregi e di difetti. In questo senso ritengo che “Pastorale Americana” di Philip Roth,“Le vite di Dubin” di Bernard Malamud e “Il maestro e Margherita” di Bulgakov rappresentino tre vertici inarrivabili. Tra gli scrittori italiani, non posso non citare i corrosivi diari di Ennio Flaiano, i gialli ironici di Fruttero e Lucentini e in epoca contemporanea “Inseparabili” di Alessandro Piperno e “Romanzo per signora” di Piersandro Pallavicini. 


Progetti futuri?
Oltre a dedicarmi alla poesia, nel cui campo mi sono affacciato all’inizio del 2019, sto iniziando a raccogliere le idee per un quarto romanzo.







giovedì 2 gennaio 2020

Dissipare dissapori

di Ruggero Hakim






Scongiuri

Lei mi parlava
di Dostoevskij
io le citavo
D’Annunzio
cercavamo convergenze
ma volevamo solo
immolarci
di maestosità

e disperazione.

Riviviamo la Belle Époque
ma scongiuriamo
un’altra guerra.




Grado

Disperati lo siamo tutti,
ciò che ci distingue è solo il suo grado.




Anthony Bourdain

Ciao,
corsaro
buongustaio
spirito libero
vagabondo
cittadino

del mondo

molto oltre
un cultore culinario
molto più
di quei castrati
perfezionisti
della forma
colleghi tuoi.

Mio chef.




D(i)stinto

In un mondo
dove tutti
cercano
di ringiovanirsi
preferisco
invecchiare
in grande stile
come quelle
bottiglie
di Brunello
accantonate
ma una volta
sprigionate
di lava
e fervore
inaudito.



Poesie dal volume "Dissipare Dissapori" di Ruggero Hakim, Midgard Editrice 2019


midgard.it/dissipare_dissapori.htm

sabato 28 dicembre 2019

La birra dell'imperatore

di Mara Virani





Miami, isola di Cocoplum

Due boccali di birra, uno vuoto e uno pieno, poggiavano su di un tavolino di cristallo. Erano di fattura antica e preziosa, acquistati in una recente asta di oggetti napoleonici. Due uomini, intenti a parlare di affari, erano comodamente seduti su un divano.
Di fronte a loro lo skyline di Miami si specchiava nelle placide acque dell'oceano.
Al culmine di una animata conversazione il più anziano dei due si alzò e si diresse verso la cassaforte che si trovava nella stanza. Camminava a fatica e si aiutava con un bastone. Alla stanchezza del suo corpo, tuttavia, si contrapponeva una lucidità mentale e una perspicacia tali da tenere ancora testa ai suoi giovani e rampanti nipoti. John B. Taylor inserì la combinazione con cura e solennità, come se stesse officiando un rito sacro. Ci fu uno scatto e l’anta della cassaforte si aprì. La persona che era con lui si alzò e si mosse in sua direzione. Appena gli fu accanto, prima che potesse reagire, estrasse dalla tasca una siringa ipodermica e gliela conficcò nel collo. Dopo poco Taylor cadde a terra. L’uomo si avvicinò alla cassaforte e dopo avervi guardato dentro, ebbe un moto di rabbia. Ciò che cercava non c'era. Dove poteva mai essere? Si mise a frugare tra le carte custodite all’interno, tra cui il testamento. Le lesse tutte con attenzione, poi si tolse i guanti e si allontanò dalla villa come se nulla fosse accaduto.


Milano, via Bigli

Matteo Guarini, consulente di arte antica, era visibilmente impaziente. Se ne stava in piedi, alla finestra, a guardare la strada sottostante. Di corporatura media, dai capelli castani e ondulati, girava e rigirava tra le mani un assegno: trentamila euro intestati a suo nome. Benché lo avesse da giorni, non aveva ancora voluto depositarlo in banca. Da poco aveva ricevuto un’inusuale proposta di lavoro di cui ignorava ancora i dettagli. Sapeva, tuttavia, che c’era di mezzo un’importante eredità. Il suo cliente, rimasto anonimo, lo aveva contattato tramite un intermediario e gli aveva imposto precise condizioni e clausole di riservatezza. Una volta assunto l’incarico, gli aveva corrisposto un lauto anticipo.
Al suono familiare del campanello volse nervosamente il capo. Chi aveva suonato alla porta? Dante, il cane da cui cercava di non separarsi mai, si svegliò dalla sua pennichella. Alzò pigramente il muso e mugugnò, guardandolo incuriosito. Di lì a poco i lineamenti del viso di Matteo parvero distendersi. Era il portinaio con in mano un pacco a lui indirizzato. Lo aprì. Vi trovò una scatola di legno e una lettera, con scritto “Strettamente confidenziale”, che aprì con un antico tagliacarte. La spiegò e iniziò a leggerla. 


Egregio Prof. Guarini,

La contatto su segnalazione di un caro amico che ha elogiato la sua competenza e discrezione. Mio nonno era uno stimato capitano d’industria ed era anche un grande collezionista d’arte. Purtroppo è morto recentemente in circostanze misteriose su cui la polizia sta ancora indagando. Nel testamento ha disposto che l’oggetto a lui più caro, una sciabola che appartenne a Napoleone, vada in eredità a chi, tra i suoi familiari, risolverà l’enigma che ha ideato per nasconderla. L’unico indizio lasciato è contenuto nel pacco a cui questa lettera si accompagna. Tutto ciò che sono riuscito sino ad ora a scoprire si trova accluso in copia. Confido nella sua bravura e resto in attesa di ricevere quanto prima il suo riscontro.
Cordiali saluti,

Aaron Taylor


Matteo la rilesse con attenzione e poi passò a esaminare il contenuto della scatola. Con suo stupore vide che si trattava di una bottiglia di birra. La impugnò e la rigirò più volte tra le mani, guardandola alla luce della finestra. Ad occhio e croce sembrava di recente fattura e l’etichetta era chiaramente contemporanea. Dov’era nascosto, dunque, l’arcano? Anche quella mattina era immerso tra i suoi pensieri. Erano già trascorsi alcuni giorni e non aveva ancora identificato un filone di ricerca che ritenesse valido.
“Porca miseria! Ma come ho fatto a non pensarci prima!” esclamò improvvisamente con una certa soddisfazione. “Il punto più buio è sempre sotto la fiamma della candela” rifletté tra sé e sé, come se fosse un mantra. Si diresse in cucina. Prese una pentola, la riempì d’acqua e la mise al fuoco. Iniziò, poi, ad armeggiare col frigorifero e con un certo rumore estrasse uno dei suoi piani per andare a riporlo sopra la pentola. Quelle sue insolite manovre avevano attirato l’attenzione della sua assistente e di Dante che lo osservavano curiosamente.
La sua collaboratrice era una giovane donna minuta e dai lineamenti gentili. Più che per la sua preparazione, l’aveva assunta per i suoi modi pacati. Matteo sorrise e appoggiò fieramente la bottiglia sopra la griglia. Poi si mise in attesa.
“Tra non molto il vapore dell’acqua inizierà a sciogliere la colla dell’etichetta. Livia…Ha per caso con sé delle pinzette?”
“Forse…” rispose prima di allontanarsi.
Charlie, un gattino bianco e rosso che il professore aveva salvato da una triste fine, era riuscito a salire sul piano di lavoro della cucina e curiosava qua e là, tenendosi lontano dal fuoco.
Livia tornò con ciò che il professore le aveva chiesto e con un articolo. Spesso consultava online la stampa locale di Miami per leggere i pezzi di una sua amica giornalista. 


Estratto dal racconto "La birra dell'imperatore" di Mara Virani, vincitrice del Premio Giallobirra 2015, edito nell'antologia Giallobirra 3, Midgard Editrice.


lunedì 16 dicembre 2019

La birra di Platone

di Maria Grazia Giuliani






Quella mattina di primavera una luce tenue, assonnata irradiava di luce Perugia, mentre un viavai di pendolari inondava le strade e le saracinesche dei negozi cigolavano, sollevandosi. Un vago odore di cappuccino rapiva le narici di chi transitava dinanzi ai bar. La dimora dei marchesi di Sorbello si stagliava nitida in un cielo chiaro. Sembrava un’impavida roccaforte eretta contro le miserie del mondo, lei che di miserie ne aveva viste tante nei suoi poco più di quattrocento anni di vita. Superba e conscia di contenere nel suo ventre tesori come quadri, porcellane, manoscritti e tessuti ricamati antichi e di pregevole fattura.
Sotto le sue volte affrescate, nella sala Carlo III, si compivano i preparativi: persone in divisa percorrevano a grandi passi l’interno prezioso del museo, altre in borghese discutevano indicando le teche in vetro disposte lungo le pareti.
Queste persone si spostavano, poi, nelle altre due sale adiacenti per ultimare gli stessi lavori.
Un uomo alto e snello, vestito con un elegantissimo abito blu, guardava fuori dalla finestra tormentandosi con due dita la folta barba grigia. Sembrava assorto, mentre fissava i tetti spioventi.
«Professore» lo chiamò una giovane donna dalla testa piccola e ben fatta, circondata da un’aureola di corti ricci color bronzo, come in un quadro dell’Annunciazione. Era la sua assistente.
«Maia?»
«Professore mi perdoni, hanno terminato l’allestimento della mostra» disse lei a bassa voce.
«Molto bene» sospirò rumorosamente. «Attendiamo l’arrivo del dottor Dominici per disporre i gioielli nelle teche.»
«La bottiglia di birra di Platone?»
«La bottiglia di birra?» Sorrise.
«La chiamano tutti così ormai.»
«Anche per quella attenderemo l’arrivo del dottor Dominici.»
«Speriamo che non sia in ritardo, alle diciotto si apriranno i cancelli ai visitatori.»
Il professore le regalò un ulteriore candido sorriso e si allontanò. Nella sala c’era ancora qualcuno che lucidava le teche, poi quasi tutti sparirono.
«Professore venga,» disse un uomo in tuta da lavoro «venga con me.»
Si fermarono sulla soglia della sala Ugolino.
«Tutto è pronto,» disse l’uomo «adesso proveremo gli allarmi per l’ultima volta.»
«Sì, credo proprio che sia necessario. Procediamo.»
Qualcuno si avvicinò alle teche, poi allungò una mano e la poggiò sul vetro.
Scattarono delle assordanti sirene che emisero il loro suono acuto accompagnato dal lampeggiare blu di due lampade interne alla sala e di una esterna posta sulla porta d’ingresso. Quattro telecamere interne a ogni sala e cinque esterne avrebbero ripreso gli spostamenti dei visitatori.
«Nessuno oserà toccare le teche» disse l’uomo.
«Ottimo lavoro. Ora potete andare. È arrivato Dominici?» fece il professore a voce alta.
«Non ancora» rispose Maia.
«Sempre in ritardo quell’uomo! Venite.»
Maia, due uomini e due donne lo seguirono attraverso un corridoio sino nei sotterranei. I due vigilanti si fermarono all’ingresso di una stanza. Il professore trasse dalla tasca una chiave e aprì. Gli studenti di Belle Arti che collaboravano al progetto e Maia, entrarono. La sala era angusta, con le pareti di pietra viva, umida e fredda. Sul lato destro c’era una cassaforte che il professore aprì.
«Perdonate il ritardo» disse entrando un uomo che si asciugò il capo calvo con un fazzoletto e la mano tremante.
«Finalmente dottor Dominici, l’attendevamo.»
«Il traffico, gli impegni. Scusate.»
Dominici era un uomo robusto e alto, con uno sguardo acuto in un viso tondo, sfrontato.
Il professore contrasse le mascelle mentre la voce scorreva ancora dolce tra le labbra serrate.
«Va bene, va bene, mettiamoci al lavoro.»
 Il dottore, eminente archeologo, bofonchiò ancora delle scuse mentre oscillava sulle gambe.
A un cenno del professore gli studenti estrassero dalla cassaforte alcuni scrigni e li aprirono.
«Meravigliosi, unici, magnifici» commentarono i presenti con le pupille dilatate.
Il dottore fece un passo avanti, trasse fuori un bracciale tempestato di diamanti, avvicinò il monocolo e l’osservò.
«Unico. Un esemplare unico. Lo zar Nicola Romanov lo regalò alla zarina Alessandra. Questa a sua volta lo regalò a quel cialtrone di Rasputin, credendo che stesse guarendo suo figlio dall’emofilia.»
Estrasse alcuni collier e anelli con pietre preziose grosse come fagioli.
«Sono di ottima fattura veneziana. Sono il frutto di razzie compiute da Gengis Khan quando invase il Nord Italia,» disse Dominici «ma adesso aprite la cassaforte che contiene il pezzo più importante della collezione.»

Le minute dita di Maia estrassero una cassa più piccola e la depositarono con cura sul tavolo.
«Ecco la birra di Platone, il grande filosofo.»
Aveva estratto una brocca di ceramica dal corpo allungato e l’apertura rotonda. L’ansa unica e alta si sollevava al di sopra dell’imboccatura. Sembrava che il tempo non l’avesse sfiorata: era appena sbeccata e l’ansa presentava un pezzetto in meno nel punto in cui si congiungeva alla pancia tonda e affilata. Era dipinta di nero alla base e all’estremità superiore, mentre il resto era ricoperto da un leggero colore rossastro su cui spiccavano guerrieri di colore nero. Era ricoperta da un tappo di vetro, all’interno era visibile una sorta di liquido marrone scuro.
«È un’olpe, veniva usata per versare il vino o la birra» disse Dominici.
«Come è arrivata a noi?»
«Probabilmente è stata scoperta in qualche scavo a Ercolano o Pompei.»
«Sarà stata venduta sottobanco a qualche collezionista per una cifra che non oso neppure immaginare» disse il Professore.
 «Se ne ignorava persino l’esistenza. Un anno fa il conte Brandi ce l’ha donata sostenendo di ignorare che i suoi avi la possedessero» concluse Dominici.
«Ma cos’è quel liquido all’interno? E come è giunto dopo tanti secoli sino a noi?»
«Bella domanda,» il dottore sorrise «in realtà la brocca era sigillata ermeticamente da un tappo di lava solidificata.»
«Capisco,» disse Maia «il contenuto non essendo a contatto con l’aria non è evaporato.»
«Brava.» Dominici fremeva nel suo completo blu scuro di ottima fattura.
«E dunque?»
«Attraverso un delicato processo è stato prelevato e analizzato: si tratta di birra. È stato poi versato in un contenitore di vetro sottovuoto per preservarlo e il contenitore inserito nella brocca.»
«E poi?»
«Poi la brocca è stata richiusa con un tappo di vetro. Tutto qui.»
«Attirerà molti visitatori» disse il professore.
«Dobbiamo ringraziare i marchesi Bourbon di Sorbello per averci concesso di organizzare questa mostra nel loro antico e rinomato palazzo accanto agli oggetti preziosi che appartengono a questo museo.»

Estratto dal racconto "La birra di Platone", vincitore del Premio Giallobirra 2014, pubblicato nell'antologia giallo-noir "Giallobirra Volume 3", Midgard Editrice 2018