martedì 10 settembre 2019

Emozioni essoteriche

di Alessandro Chiocchia





PULVISCOLO DI TE



Pulviscolo di te

mi si appiccica addosso

formando una pellicola di calore e amore

che non voglio lavar via

i pori della mia pelle desiderano follemente questo tuo dono

questa pioggia di calde particelle

che li ricopre e li fa respirar meglio

sei tu questa sensazione

questo solletico nell'anima

che mi fa bramare

di ardere nei tuoi lombi




PALLIDA GUERRIERA NERA


Una guerriera


Una spada fatta di affilate parole


Uno scudo fatto di sei corde che vibrano e pulsano


Una corazza fatta di candida pelle temprata


Pallida come la bianca luna delle notti che precedono lo scontro


Nera come le ali del Corvo che venne per ultimo


I suoi campi di battaglia sono oscuri e notturni


Il suo esercito è sparuto ma agguerrito


Porterà la sua Guerra Sonica altrove


Dalle Colonie giungeranno gli echi delle sue nuove imprese


Il suo Spirito non capitolerà sotto il peso delle ferite


I suoi occhi color del paradiso non si spegneranno sotto il peso della stanchezza


Perché è fatta per combattere


è una guerriera




ANGELO DEGLI ABISSI


La prima volta che l’ho vista era Bianca e Nera
È stata Sposa, è stata Donna-Sciamano
È una Guerriera che avrebbe voluto vedere la luce sulle rive dell’Eurota
L’ho vista sorridere di un sorriso bellissimo che illuminò una notte estiva fatta di musica
Osserva il mondo attraverso due stelle belle e inesorabili che sono i suoi occhi
È stata forgiata nelle lacrime e nel dolore degli inferni che ha attraversato
Somiglia a un Angelo degli Abissi
È L.


Poesie tratte dall'opera "Emozioni essoteriche" di Alessandro Chiocchia, Midgard Editrice 2019




mercoledì 4 settembre 2019

Gli Anelli del Potere



Uno studio sull’opera di J.R.R. Tolkien, sull’Edda antica e sulle saghe germaniche

di Fabrizio Bandini






"Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende."(1)


Così compaiono gli Anelli del Potere all’inizio di The Lord of the Rings, il Signore degli Anelli.
Tre anelli per gli Elfi, sette per i Nani, nove per gli uomini e uno, l’Unico, per Sauron, il Maia volto all’oscurità.
Dai nomi di queste stirpi (Elfi, Nani) e dall’accenno agli Anelli del Potere si riconosce subito un ambiente familiare, che appartiene ad una ben precisa tradizione, quella germanica.
Tolkien, d’altronde, eccellente filologo e per lunghi anni professore di anglosassone ad Oxford, era un appassionato dell’antica mitologia nordica e dell’epica germanica.
Nel saggio Sulla fiaba (1947), parlando dei libri che aveva letto nell’infanzia, egli scrive: “Avevo ben poco desiderio di trovare tesori sepolti o di combattere pirati, e L’isola del tesoro mi lasciò freddo. I pellerossa erano meglio: in queste tipo di storie c’erano archi e frecce (…) e lingue strane, e sguardi fugaci su un tipo di vita arcaico, e, soprattutto, le foreste. Ma la terra di Merlino e di Artù era meglio, e meglio di tutto il Nord senza nome di Sigurd e dei Volsunghi e il principe di tutti i draghi. Quelle terre erano eminentemente desiderabili” (2).
Tanta era la passione per le antiche saghe nordiche e per i poemi germanici che Tolkien vi attinse a piene mani per la creazione delle sue opere, della sua nuova mitologia (3).
La mitologia tolkeniana ovviamente fonda le sue basi anche su altre tradizioni, come quella celtica e quella cristiana, essendo lo stesso autore di fede cattolica, ma la fortissima influenza della tradizione germanica è innegabile da chiunque.
Lo Hobbit, il Signore degli anelli, il Silmarillion, sono pieni infatti di simboli, miti e nomi, che vengono diretti dagli antichi poemi sapienziali germanici e dalle antiche saghe nordiche.
I nomi dei Nani dello Hobbit è noto che sono ripresi dal famoso Dvergatal, l’elenco dei Nani nel poema eddico della Vǫluspá e lo stesso Gandalf è ripreso da questo elenco (4).
I draghi dello Hobbit e del Silmarillion si assomigliano in maniera impressionante ai draghi delle saghe germaniche, sono astuti e crudeli quelli, come il drago del Beowulf e come Fafnir, il drago del ciclo volsungo e nibelungico (5).
Sulla differenza fra draghi alati, che volano nell’aria (drakes, dragons) e draghi serpentiformi, che strisciano sulla terra (lindworms, worms) in questo scritto non entreremo, ma è sicuramente un tema interessante da approfondire in altra sede.
Il nome stesso della Terra di Mezzo, Middle Earth, lo spazio in cui si muovono i protagonisti delle saghe tolkeniane, deriva dalla mitologia germanica, essendo uno dei nove mondi descritti dalla sapienza nordica: Miðgarðr in norreno (il cosiddetto Recinto di Mezzo, ovvero la Terra di Mezzo), Midjungards in gotico, Middangeard in antico inglese, Middelered e Meddelearth in inglese medievale (6).
E si potrebbe andare avanti così a lungo.
Tanta era la sua ammirazione per le antiche saghe germaniche che Tolkien si adoperò per riscrivere una nuova versione della leggenda di Sigurd, Brynhild e Gudrun, in due poemi, la Völsungakviða en nýja e la Guðrúnarkviða en nýja, con l’intento, fra l’altro, di andare a colmare la terribile perdita nel Codex Regius (il manoscritto dell’Edda poetica) della parte centrale della storia.
Poemi pubblicati da pochi anni anche in Italia, con il titolo di La leggenda di Sigurd e Gudrun (2009).
Un anello del potere naturalmente compare in questi poemi tolkeniani, che riprendono in maniera così intensa l’Edda antica e le saghe germaniche, e ne parleremo più avanti.
È ora quindi di approfondire la genesi degli Anelli del Potere nelle opere tolkeniane e di descrivere in quale modo derivino dalla tradizione germanica e nordica.
Nello scritto Degli Anelli del Potere e della Terza Era, inserito nel Silmarillion dopo il Quenta Silmarillion (ovvero il Silmarillion vero e proprio) e dopo l’Akallabêth, Tolkien racconta la genesi degli anelli nella Seconda Era della sua mitologia.
Dopo la sconfitta di Morgoth, il Signore Oscuro, il suo luogotenente Sauron si era nascosto per lungo tempo.
Poi era riapparso come Annatar, il Signore dei Doni, in modo da ingannare gli Elfi e gli Uomini, e riprendere così i suoi oscuri piani di dominio del mondo.
Gli Elfi dell’Eregion si fecero ingannare dalla sua “figura bella e sapiente” (7).
“Prestarono dunque ascolto a Sauron e da lui appresero molte cose giacché grande era la sua conoscenza. In quei giorni gli artigiani di Ost-in-Edhil superarono qualsiasi altra opera avessero fatto prima; e venne loro l’idea di fabbricare degli Anelli del Potere. Era però Sauron a guidarne le fatiche, consapevole di tutto ciò che essi facevano; egli desiderava infatti irretire gli Elfi per tenerli sotto il proprio controllo.
Ora gli Elfi fabbricarono molti anelli; ma in segreto Sauron costruì un Unico Anello con cui dominare tutti gli altri, il potere dei quali era legato a quello con soggezione assoluta e destinato a durare solo quanto sarebbe durato il suo. Buonaparte della forza e della volontà di Sauron fluì in quell’Unico Anello; il potere degli anelli elfici era infatti assai grande e così l’anello che avrebbe dovuto governarli doveva avere una potenza superiore; e Sauron lo forgiò nella Montagna di Fuoco della Terra d’Ombra. E, quando aveva l’Unico Anello su di sé, poteva percepire tutto ciò che si faceva per mezzo degli anelli minori, e così era in grado di vedere e di governare gli stessi pensieri di coloro che li portavano.
Ma gli Elfi non erano così facili da ingannare. Non appena Sauron s’infilò al dito l’Unico Anello, essi furono consapevoli di lui; e lo riconobbero, e compresero che avrebbe voluto essere il padrone loro e di tutto quanto essi avevano forgiato. Così, adirati e spaventati, si sfilarono gli anelli. Sauron, però accortosi di essere stato smascherato e di non essere riuscito ad ingannare gli Elfi, montò in collera; e si scagliò contro di loro in guerra aperta, esigendo che tutti gli anelli gli fossero consegnati, dal momento che i fabbri elfici non sarebbero riusciti a fabbricarli senza la sua sapienza e senza il suo consiglio. Ma gli Elfi fuggirono lontano da lui e salvarono tre dei propri anelli, che portarono via e che nascosero.
Erano questi i Tre che erano stati fabbricati per ultimi e che possedevano i poteri maggiori. Narya, Nenya e Vilya: così furono chiamati; ossia gli Anelli del Fuoco, dell’Acqua e dell’Aria, ornati di un rubino, di un adamante e di uno zaffiro; e fra tutti gli anelli elfici Sauron bramò di impadronirsi soprattutto di questi, giacché chi ne fosse stato in possesso avrebbe potuto tenere lontano le ingiurie del tempo e procrastinare la stanchezza del mondo. Tuttavia Sauron non riuscì a scoprirli poiché essi si furono messi nelle mani dei Sapienti, che li nascosero e che mai più li adoperarono apertamente finché Sauron ebbe l’Anello Dominante. I Tre rimasero quindi incontaminati: erano stati forgiati infatti dal solo Celebrimbor e mai la mano di Sauron li aveva toccati, eppure erano anch’essi soggetti all’Unico” (8).
Il pezzo riportato racconta in maniera esauriente la genesi degli Anelli del Potere e le loro virtù magiche.
Il loro possesso diviene quindi fondamentale per decidere le sorti della guerra e del mondo intero.





“Da quel momento, la guerra tra Sauron e gli Elfi non cessò più, e l’Eregion fu devastato, Celebrimbor ucciso e le porte di Moria chiuse. A quel tempo, Elrond Mezzelfo fondò la roccaforte e rifugio d’Imladris, che gli uomini chiamavano Gran Burrone; ed essa resistette a lungo. Sauron riuscì però a radunare nelle proprie mani tutti i restanti Anelli del Potere e li distribuì agli altri popoli della Terra di Mezzo nella speranza di ridurre al proprio dominio tutti coloro che desideravano poteri segreti trascendenti quanto confaceva alla loro stirpe. Sette anelli egli diede ai Nani; ma agli Uomini ne diede nove, giacché gli Uomini si erano dimostrati, in questa e in altre occasioni, i più pronti a cedere alla sua volontà. E tutti gli anelli che dominò, Sauron li pervertì, e ciò fece con grande facilità poiché aveva avuto parte nella loro fabbricazione, ed essi erano maledetti e alla fine tradirono tutti coloro che li usarono” (9).
Il racconto prosegue narrando gli effetti degli anelli sui Nani.
“In verità, i Nani si rivelarono tenaci e difficili da domare; essi mal sopportano il dominio di altri e i pensieri dei loro cuori sono difficili da sondare, né possono essere trasformati in ombre. I Nani si servirono dei propri anelli soltanto per accumulare ricchezze: ma nei loro cuori si accesero l’ira e una incontrollabile brama per l’oro, da cui poi derivò sufficiente male a vantaggio di Sauron. Si dice che la base di ognuno dei Sette Tesori degli antichi Re dei Nani fosse un anello d’oro; ma tutti che i cumuli di ricchezze furono saccheggiati molto tempo fa e i Draghi li divorarono, e alcuni dei sette anelli vennero consumati dal fuoco mentre altri li ricuperò Sauron” (10).
Nel Signore degli Anelli è specificato, per bocca di Gandalf: “Dei Sette toccati ai Re dei Nani, tre li ha ripresi e gli altri sono stati annientati dai Draghi” (11).
Il Silmarillion prosegue poi con la descrizione degli effetti dei Nove Anelli sugli Uomini.
“Coloro che adoperarono i Nove Anelli divennero potenti in vita, e furono gli antichi re, stregoni e guerrieri. Conquistarono gloria e grandi ricchezze, ma tutto questo poi si volse a loro disgrazia. Ottennero, così sembrò, una vita senza fine, ma la vita divenne per loro insostenibile. Potevano aggirarsi, se lo volevano, invisibili agli occhi di tutti in questo mondo sotto il sole e potevano vedere cose di mondi invisibili agli uomini mortali; ma troppo spesso vedevano solamente i fantasmi e le illusioni di Sauron. E divennero per sempre invisibili salvo a colui che portava l’Anello Dominante ed entrarono nel mondo delle ombre. Essi erano i Nazgûl, gli Spettri dell’Anello, i più terribili servi del Nemico; la tenebra li accompagnava ed essi urlavano con la voce della morte” (12).
Il loro capo era il Re Stregone di Angmar (13).
Come termina l’epopea lo sappiamo alla fine di The Lord of the Rings, con l’Unico Anello distrutto nelle viscere del Monte Fato, dove era stato forgiato da Sauron.
Ma quali sono quindi gli anelli archetipali della tradizione germanica a cui Tolkien si è rifatto?
Sicuramente Draupnir, l’anello di Óðinn, e Andvaranautr, l’anello del nano Andvari.
Draupnir fu creato dai Nani assieme ad altri oggetti preziosi, tutti doni per gli Aesir.
Nello Skáldskaparmál è scritto: “Dopo di ciò Loki andò da quei nani che sono detti figli di Ivaldi , ed essi fecero la chioma e la (nave) Skíðblaðnir e la lancia che possedette Odino e che si chiama Gungnir. Poi Loki scommise la testa con il nano che si chiama Brokkr, che suo fratello Eitri (non) avrebbe saputo fare tre oggetti buoni come questi. E quando essi andarono all’officina, Eitri mise nella fucina una pelle di maiale e chiese a Brokkr di fare vento… finché il fabbro tolse dalla fucina (quello che ci aveva messo) ed era un verro e le setole erano d’oro. Subito dopo egli mise dell’oro nella fucina e chiese di far vento e di non smettere di soffiare finché non fosse tornato; e andò via. Ma allora venne la mosca e si posò sul collo di quello e lo punse due volte più forte. Ma egli fece vento finché il fabbro tolse dalla fucina l’anello d’oro che si chiama Draupnir…” (14).
I doni, fra cui l’anello, vengono portati poi agli Aesir, in Asgard: “E quando lui e Loki recarono gli oggetti preziosi, gli Asi si sedettero sui seggi del giudizio e doveva valere il pronunciamento che avessero espresso Odino, Thor e Freyr. Loki diede a Odino la lancia Gungnir, a Thor la chioma che doveva avere Sif e a Freyr (la nave) Skíðblaðnir e illustrò (le qualità) di tutti gli oggetti preziosi: la lancia non si sarebbe mai fermata (una volta scagliata), la chioma avrebbe attecchito sulla pelle non appena posta sulla chioma di Sif, e Skíðblaðnir avrebbe avuto vento favorevole non appena la vela fosse issata nell’aria dovunque si dovesse andare, ma volendo si poteva piegare come una stoffa e tenerla nella borsa. Poi Bokkr presentò i suoi oggetti preziosi. Egli diede l’anello a Odino e disse che ogni nove notti ne sarebbero sgocciolati otto anelli di pari peso…” (15).
Le proprietà magiche di Draupnir sono rivelate chiaramente in questo passo.
Il nove fra l’altro è numero sacro nella tradizione germanica e nordica, numero “in cui si esprime la compiutezza di un ciclo e il dominio su di esso poiché è il prodotto delle tre dimensioni dello spazio (inferi, terra, cielo) per le tre dimensioni del tempo (passato, presente, futuro)” (16).
Di Draupnir è anche detto nel Gylfaginning che Óðinn durante il funerale di suo figlio Baldr pose l’anello sulla pira (17) e che gli fu rimandato poi indietro dal figlio da Helheimr: “Allora Hermóðr si alzò e Baldr lo condusse fuori dalla sala e prese l’anello Draupnir e lo mandò a Odino per ricordo…” (18).
Nello Skírnismál il fedele servitore di Freyr, Skírnir per l’appunto, tenta di convincere la bella gigantessa Gerðr di corrispondere all’amore del Dio promettendogli addirittura lo stesso anello Draupnir (19).
Dell’anello di Óðinn non si fa cenno altrove nei testi eddici che sono sopravvissuti all’avvento del cristianesimo, ma la sua potente forza e la sua sottile suggestione ci arriva anche da questi pochi accenni.







Inutile ribadire quanto Tolkien amava e conosceva a menadito questi passi eddici.
Andvaranautr, l’anello del nano Andvari, è l’altro anello celebre delle saghe germaniche.
Se ne parla diffusamente in alcuni canti dell’Edda poetica, nello Skáldskaparmál dell’Edda di Snorri e nella Völsunga saga.
Nel canto eddico del Reginsmál si racconta: “Era in quel tempo giunto da Hjalprekr Reginn, figlio di Hreidhmarr. Di ogni uomo era il più abile, di statura nano. Era sapiente astioso ed esperto di incantesimi. Reginn allevò Sigurdhr, gli fece da maestro e lo amò davvero molto. Raccontò a Sigurdhr dei suoi antenati e dei loro fatti: come Odino e Hoenir e Loki fossero giunti ad Andvarafors, cascate in cui abbondavano i pesci. Andvari era un nome di un nano: da gran tempo stava nelle cascate in forma di luccio ed in quel luogo si procurava cibo. <Nostro fratello si chiamava Otr,> disse Reginn, <e spesso si spostava nelle cascate in forma di lontra. Aveva catturato un salmone e, seduto sulla riva del fiume, lo mangiava, tenendo gli occhi chiusi. Con una pietra Loki lo colpì a morte. Gli Asi si ritennero molto felici e tolsero la pelle alla lontra. Insieme, alla sera, presero alloggio presso Hreidhmarr e mostrarono la loro preda. Allora li facemmo prigionieri e imponemmo come riscatto che riempissero la pelle di lontra di oro e la coprissero, all’esterno, con oro rosso. A questo punto gli Asi mandarono Loki a procurare l’oro. Egli si recò da Ran e prese la sua rete; poi andò ad Andvarafors e gettò la rete davanti al luccio, che vi saltò dentro.>” (20).
Loki a questo punto intima ad Andvari di consegnarli tutto il suo oro, pena la morte, e quello alla fine cede.
Il canto eddico continua così: “Loki vide tutto l’oro che Andvari possedeva. Ma quando ebbe consegnato l’oro, quest’ultimo trattenne un anello; Loki però glielo tolse” (21).
Prima di sparire dalla scena il nano irato profetizza che quell’oro “sarà causa di morte per due fratelli e di diverbio per otto sovrani” (22).
L’anello è naturalmente Andvaranautr, l’anello magico del nano Andvari, e il Reginsmál precisa che è in grado di creare magicamente altro oro.
Il potere nefasto dell’anello e dell’oro di Andvari colpirà mano a mano tutti i suoi possessori, facendo strage di Nani, Valchirie, Re ed Eroi.
Hreidhmarr morrà per mano del figlio Fafnir, trasformatosi poi in drago, a sua volta ucciso da Sigurðr come si racconta nel Fáfnismál – e perirà anche Reginn per mano di Sigurðr – che coinvolgerà suo malgrado nella strage anche la valchiria Sigrdrífa (Brynhild), Gudhrun, Gunnar, Hogni e Attila – come si racconta nei canti eddici successivi – (23).
L’oro, nascosto da Gunnar e Hogni nel fiume Reno, non sarà più ritrovato e sparirà così dalla storia degli Uomini.




Nell’Edda di Snorri, e precisamente nello Skáldskaparmál, la vicenda è ricordata in modo similare, con poche differenze.
Ne riporto qui una parte: “Allora Odino mandò Loki in Svartálfaheimr ed egli giunse dal nano che si chiamava Andvari; quello stava nell’acqua (in aspetto di) pesce. Loki lo catturò e come riscatto (per aver salva) la vita gli impose tutto l’oro che aveva nella sua (dimora di) pietra. E quando giunsero nella (dimora di) pietra, il nano tirò fuori tutto l’oro che aveva ed era una ricchezza immensa. Allora il nano si fece scivolare sotto la mano un piccolo anello d’oro; Loki lo vide e gli ordinò di consegnare l’anello. Il nano lo pregò di non togliergli l’anello e affermò di poter far ricrescere la propria ricchezza dall’anello se lo teneva. Loki disse che egli non avrebbe dovuto avere (neppure) un soldo, gli prese l’anello e uscì. Ma il nano dichiarò che quell’anello sarebbe stato (causa di) morte per chiunque lo possedesse” (24).
Il potere corruttore e distruttivo dell’anello di Andvari ricorda molto da vicino i poteri nefasti degli anelli maledetti di Sauron sui Nani e sugli Uomini, rosi dalla sete dell’oro i primi e trasformati in spettri i secondi.
Anche la Völsunga saga riporta i fatti in modo simile e le parole finali di Andvari fanno capire che sia l’anello magico che tutto il resto dell’oro diverranno fonte di oscurità e perdizione (25).
Tolkien riprende la vicenda dell’anello e dell’oro di Andvari nelle stanze della prima parte, Andvara-Gull, del suo poema Völsungakviða en nýja, che come abbiamo detto prima è un omaggio appassionato alla saga dei Volsunghi e un tentativo di andare a colmare la disastrosa perdita del canto centrale della leggenda di Sigurðr (26).
Appare evidente quindi che Andvaranautr è stato modello per gli anelli tolkeniani.
Non entreremo qui nella vexata quaestio dei passaggi successivi dell’anello di Andvari, che sono riportati in diversa maniera dai canti eddici e dalla Völsunga saga, e totalmente omessi nel Nibelungenlied e nella Þiðrekssaga, che sono canti più tardi e fanno sparire del tutto l’anello (27).
La tragica saga dei Volsunghi, di Sigurðr, di Brynhild, e dell’anello è così archetipale che sarà di ispirazione per numerosi artisti, ancor prima di Tolkien, fra cui Wagner, con il suo celebre Der Ring des Nibelungen, L’Anello del Nibelungo.






Naturalmente la sensibilità dei vari autori sarà diversa nell’approcciarsi all’originale saga germanica e la loro ripresa di essa più o meno fedele.
Tolkien ebbe a smentire ovviamente la filiazione dei suoi anelli dall’opera di Richard Wagner, ma non smentì mai – e non poteva farlo – l’ispirazione che ebbe dall’Edda antica e dalle saghe nordiche, tanto che di Andvaranautr ne cantò egli stesso – come abbiamo sottolineato – nel suo poema Völsungakviða en nýja.
In ogni caso solamente dai canti eddici e dalle saghe più antiche si ricava ancora il pieno accesso a quel mondo della tradizione germanica, pagana, indoeuropea, in cui le azioni e le avventure di Æsir, Vanir, Elfi, Valchirie, Giganti, Nani e Uomini, si sommano alla riflessione sull’eterno scontro fra ordine e caos, sul potere della magia e dell’oro, sui Fati delle Potenze e degli Uomini.
La nostra ammirazione va comunque a J. R. R. Tolkien che, in pieno ventesimo secolo dell’era corrente, è riuscito a fondare una nuova mitologia (opera davvero titanica), riprendendo molti temi e molti simboli dalle antiche tradizioni pagane europee e soprattutto da quella germanica.
Egli, cristiano, si situa nel mezzo della letteratura europea novecentesca come un gigante, come un novello Snorri, che recupera la tradizione pagana antica e la riporta alla luce nelle sue opere (28).
La sua è una mitologia “inventata ma vera” (29) poiché si abbevera alle fonti dell’antica mitologia e dell’antica tradizione del nostro continente.
Quella tradizione che è fondante, che mai passa e che tornerà.


“Finnask æsir
á Iðavelli
ok of moldþinur
mátkan dæma,
[ok minnask þar
á megindóma]
ok á Fimbultýs
fornar rúnar”. 



“Si ritrovano gli Æsir
in Iðavǫllr,
e del serpente intorno al mondo
possente, ragionano,
[e rammentano là
le grandi imprese,]
e di Fimbultýr
le antiche rune” (30).


Note

1. J.J.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani, Milano 2003, p. 23
2. Cfr. Prefazione di C. Tolkien, in J. J. R. Tolkien, La leggenda di Sigurd & Gudrun, Bompiani, Milano 2009, p, 7
3. Cfr. R. S. Noel, La mitologia di Tolkien, Rusconi, Milano 1984; T. Shippey, The road to Middle-Earth, Harper Collins, London 2005
4. Vǫluspá, 10-16
5. R. S. Noel, La mitologia di Tolkien, ed. cit. p. 164 s.
6. Ibid., p. 50 s.
7. J.J.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano 2013, p. 508
8. Ibid., p. 509
9. Ibid., p. 511
10. Ibid., p. 511
11. J.J.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, ed. cit., p. 84
12. J.J.R. Tolkien, Il Silmarillion, ed. cit., p. 512
13. Cfr. Dizionario dell’universo di J. J. R. Tolkien, a cura della Società Tolkeniana Italiana, Bompiani, Milano 2016, p. 278 s.
14. S. Sturluson, Edda, TEA, Milano 1997, p. 136
15. Ibid., p. 136 s.
16. G. Chiesa Isnardi, I Miti Nordici, Euroclub, Milano 1996, p. 505 s.
17. S. Sturluson, Edda, ed. cit., p. 102
18. Ibid., p. 103
19. Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, Garzanti, Milano 2015, p. 76 s.
20. Ibid., p. 197 s.
21. Ibid., p. 198
22. Ibid., p. 198
23. Cfr. Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, ed. cit.
24. S. Sturluson, Edda, ed. cit., p. 138
25. Cfr. Völsunga saga, a cura di R. G. Finch, Nelson, London 1965, p. 26
26. Cfr. J. R. Tolkien, La leggenda di Sigurd & Gudrun, ed. cit., p. 91 s.
27. Cfr. T. Shippey, Vita e morte dei grandi vichinghi, Odoya, Bologna 2018, p. 87 s.
28. Cfr. T. Shippey, The road to Middle-Earth, ed. cit. p. 391
29. G. De Turris, Il caso Tolkien, in La compagnia l’anello il potere, Il Cerchio, Rimini 2002, p. 20
30. Vǫluspá, 60


Immagini

1. Copertina di The Lord of the Rings di J. R. Tolkien
2. Copertina di The Silmarillion di J. R. Tolkien
3. Oden som vandringsman (1886), Georg von Rosen
4. Sigurd killing Fafnir the dragon, Hylestad Stave Church (XII° secolo)
5. Brünnhilde (1910), Arthur Rackham
6. Siegfried meets Gutrune, (1910), Arthur Rackham


Bibliografia

AA.VV., La compagnia l’anello il potere, Il Cerchio, Rimini 2002
Chiesa Isnardi G., I Miti Nordici, Euroclub 1996
Dizionario dell’universo di J. J. R. Tolkien, a cura della Società Tolkeniana Italiana, Bompiani, Milano 2016
Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, Garzanti 2004
Lun L., Mitologia nordica, Settimo Sigillo, Roma 1987
Noel R.S., La mitologia di Tolkien, Rusconi, Milano 1984
Shippey T., The road to Middle-Earth, Harper Collins, London 2005
Shippey T., Vita e morte dei grandi vichinghi, Odoya, Bologna 2018
Sturluson S., Edda, TEA, Milano 1997
Tolkien J.J.R., Il Signore degli Anelli, Bompiani, Milano 2003
Tolkien J.J.R., Il Silmarillion, Bompiani, Milano 2013
Tolkien J.J.R., La leggenda di Sigurd & Gudrun, Bompiani, Milano 2009
Völsunga saga, a cura di R.G. Finch, Nelson, London 1965

Völuspá, a cura di M. Polia, Il Cerchio 1983




Sitografia







Fabrizio Bandini, nato a Città di Castello (PG) il 9.11.1971, scrittore, poeta e saggista, si è laureato in Filosofia a Perugia, dove attualmente risiede.
Ha pubblicato varie opere di narrativa, poesia e saggistica, fra cui "Haiku" (Midgard Editrice, 2017), “I boschi sacri e l’albero cosmico. Uno studio sulla Tradizione Germanica e Nordica” (Hyperborea blog, 2018), "Saghe del tempo antico” (Midgard Editrice, 2019).







Copyright © Fabrizio Bandini










lunedì 2 settembre 2019

Come soffioni

di Roberta Marconi





Ero seduta in una elegante poltroncina in legno con braccioli intarsiati, l’avevo spostata vicino al finestrone che illuminava l’intera stanza per sbirciare il giardiniere che in quel momento era intento a tagliare qualche ramo di troppo ad una tra le migliaia di conifere che incorniciavano egregiamente quell’enorme complesso architettonico di cui mio padre era il padrone, ma guardando più a lungo si poteva scorgere l’intera città che quella mattina di novembre era accompagnata da una leggera foschia, ogni singolo angolo era di proprietà di mio padre, lui era il re.
Ad un tratto avvertii dei passi che stavano dirigendosi verso la mia camera. 
Non poteva essere nessun altro a parte  la mia balia Petra. 
A quell’ora il corridoio era sempre deserto. 
Bastarono due tocchi alla porta e una parola di approvazione da parte mia che Petra entrò di getto nella stanza.
“Buongiorno principessa Selene!” era la stessa frase che mi veniva ripetuta ogni mattina da quasi 18 anni, ma ogni volta amavo sentirgliela pronunciare perché mentre lo diceva aveva stampato nel volto un sorriso raggiante, si vedeva che era sinceramente felice di vedermi.
“Buongiorno Petra” risposi prontamente mentre si affrettava a far entrare il carrellino ricco di the, biscottini e dolcetti di ogni genere per farmi fare colazione. 
Petra era una donna di circa sessant’anni, robusta con un portamento un po’ goffo, capelli poco curati e acconciati con il solito nastro grigio, ma nonostante l’apparenza fosse poco affidabile, da quando mia madre se ne era andata pochi anni dopo la mia nascita, era stata incaricata di seguirmi e tra noi si era stretto un legame ben più forte di quello tradizionale tra la figlia del re e una balia.
Mentre sorseggiavo lentamente il the attenta a non sbrodolarmi, la donna rifaceva il mio elaboratissimo letto a baldacchino elencandomi contemporaneamente i compiti che dovevo svolgere nell’arco dell’intera giornata. 

Conoscevo a memoria oramai  quella pergamena, la vita di una principessa è circondata di ricchezze ma monotona. 
Dopo aver finito la colazione Petra mi avrebbe aiutata a lavarmi, infilarmi uno tra i miei sontuosi abiti rinascimentali e acconciato i capelli a mio piacimento (l’acconciatura infatti era una delle poche cose su cui avevo un pizzico di autonomia), poi sarei dovuta recarmi nella biblioteca del castello situata a due rampe di scale a chiocciola dalla mia stanza dove avrei preso lezioni di pianoforte, matematica, storia, astronomia, poi pranzo in sala con mio padre e la sua nuova odiosissima moglie dove dovendo stare sempre troppo attenta alle regole del bon ton, non sarei riuscita  a mandare giù nemmeno la metà di quello  che mi veniva servito dal cameriere Pierre. 
Mio padre Charles era molto premuroso nei miei confronti anche se poco presente, voleva che non mi fosse mancato nulla, ma ultimamente, da quando vedevo seduta la sua nuova moglie sulla sedia che prima era riservata a mia madre mi faceva salire un repentino ed involontario odio verso di lui, anche se erano passati tanti anni e i suoi gesti da mamma perfetta qual’era siano un ricordo oramai poco nitido nella mia testa non riuscivo a guardarlo mentre carezzava la mano o fare qualche altro gesto amoroso ad una donna al di fuori di colei che mi aveva fatta venire al mondo  e amata con tutta se stessa.


Estratto da "Come soffioni" di Roberta Marconi, Midgard Editrice 2018

www.midgard.it/come_soffioni.htm

martedì 27 agosto 2019

L'ultimo scaldo

di Fabrizio Bandini




Lo scaldo tese le orecchie, mise la mano sull’elsa della sua spada, e si alzò in piedi.
Una figura si avvicinava nel buio della notte.
Chi era?
Un uomo?
Un’animale feroce?
Uno spettro della notte?
Il guerriero osservò le potenti Rune incise sulla spada e le invocò.
Se c’era da combattere avrebbe combattuto.
Se c’era da morire sarebbe morto.
E quella notte stessa avrebbe varcato le porte del Valhöll, avrebbe rivisto re Sven e i suoi amici.
Forse Oðinn gli avrebbe permesso di suonare addirittura la sua arpa e di cantare per lui e per gli Aesir.
La figura si avvicinò lentamente.
Era un uomo.
Un uomo con ampio mantello, un grande cappello e un nodoso bastone da viandante.
Si avvicinò al cavallo e lo accarezzò dolcemente.
L’animale nitrì, di gioia.
Poi l’uomo si avvicinò al fuoco.
Lo scaldo poté vederlo da vicino.
Era un vecchio, dalla lunga barba grigia, dal volto segnato dal tempo, orbo da un occhio, mentre l’altro, azzurro, profondo, lo fissò con forza e lo scandagliò sin nelle viscere.
Lo scaldo sentì un brivido scorrergli lungo la schiena.
Chi era costui?
Sembrava che lo conoscesse da sempre.
Era solo un vecchio o era Lui?
Il Signore degli Aesir.
-Chi sei?- gli chiese, con voce tremante.
Il vecchio gli sorrise, benevolo.
-Sono un viandante di queste lande, mi chiamano Hárbarðr.
Il suo sorriso gli ispirava gioia, calore umano, fiducia, benché il suo occhio continuava a fiammeggiare.
-Cosa cerchi in queste lande desolate, in questa notte da lupi?- gli chiese ancora, con una punta di sospetto.
-Sono un sacerdote dei santi Aesir- disse costui, sorridendogli enigmatico. -I cristiani mi cercano e mi vogliono uccidere. Desidero mettermi al riparo verso Nord.
Lo scaldo gli sorrise e allontanò la mano dalla sua spada.
-Anche tu scappi dai cristiani allora!
-Sì proprio così- sorrise ancora il vecchio. -Se mi mettono le mani addosso mi impiccheranno ad un albero. Chiedo solo asilo qui, attorno al tuo bel fuoco, in questa notte gelida.
-Vieni, accomodati- gli disse l’altro, facendogli il gesto di sedersi attorno al fuoco con lui.
Il vecchio viandante si accomodò.
Lui e lo scaldo si misero a parlare, come vecchi amici, sorseggiando la buona birra che portava dietro l’uomo in una sacca.
Hárbarðr sembrò gradire molto e iniziò a raccontare allo scaldo antiche storie, la storia dei Primordi, la storia della creazione di Midgard, la storia della sua stirpe, la stirpe bianca.
Era un uomo di grande saggezza.
Versato nella conoscenza della Tradizione e delle possenti Rune.
Lo scaldo sentì improvvisamente una grande gioia e un grande calore.
Gli sembrava che il vento gelido e la fredda notte fossero sparite.
Gli sembrava di stare in una grande sala di un re, con corni di birra, risate di gioia, il calore del fuoco.
Poi sentì una grande stanchezza addosso e cominciò ad assopirsi.
Il vecchio, dal sorriso enigmatico e dall’occhio fiammeggiante, gli stava raccontando ora della sua vita.
Di suo padre, di sua madre, di quando era nato, di come era cresciuto, di quanto aveva combattuto e di come era fuggito da Uppsala, in fiamme.
Come faceva a sapere quelle cose?
Si chiese lo scaldo.
Com’era possibile?
Si voleva destare e domandarglielo.
Ma la stanchezza era ormai troppa.
Gli si chiusero gli occhi e il volto del vecchio sparì davanti a lui.
Udì solo le sue ultime parole che dicevano: -I nostri nemici hanno vinto per ora. Il tempo del Lupo è arrivato. Anche io mi devo incamminare verso Nord e devo far perdere le mie tracce. Ma non temere, non durerà per sempre. Tu sei un uomo valoroso, tu sei un grande scaldo, non è ancora tempo che tu mi raggiunga nella Grande Sala. Canta per me. Canta per gli Aesir. Canta per la tua stirpe!

Estratto dal racconto "L'ultimo scaldo" in "Saghe del tempo antico", Fabrizio Bandini, Midgard Editrice (2019).










martedì 20 agosto 2019

Lisola che non c'era

di Virio Cau





Mancavo da quasi vent'anni dal mio Paese, e la telefonata del mio amico Rinaldo, che a dire il vero mi era risultata alquanto strana, mi aveva indotto alla decisione di prendermi un anno di aspettativa sia dall'Università nella quale insegnavo, sia dall'Istituto di Ricerche scientifiche controllato dal Governo all'interno del quale dirigevo un importante quanto segreto programma di esperimenti su materiali e propulsori.
Rinaldo era perfettamente al corrente del lavoro che svolgevo, dato che eravamo stati compagni di studi a Pisa per i primi anni di ingegneria. Io avevo lasciato quasi subito l'Italia per proseguire la mia formazione negli Stati Uniti, mentre lui si era accontentato di una semplice laurea in ingegneria meccanica, che peraltro non utilizzava neppure, se non per esercitare un minimo di competenza nei riguardi delle numerose fabbriche metalmeccaniche di cui la sua famiglia era proprietaria.
Eravamo però rimasti in contatto, e quindi conosceva perfettamente come si era svolta la mia carriera, quali erano le mie competenze, e come gli sarei potuto essere utile nel caso avesse avuto bisogno. C'è da dire che Rinaldo viveva di rendita. La sua famiglia, ricchissima, oltre alle fabbriche a cui ho già accennato, possedeva anche numerosi immobili e forse, ma non sono sicuro, anche qualche albergo nei luoghi di vacanza più esclusivi. Ma Rinaldo non era il tipico rampollo miliardario che si godeva la vita in giro per il mondo frequentando il jet-set internazionale.
Era un amante della pace e della natura, e si era riservato di svolgere i pochi impegni che gli derivavano dall'amministrazione delle sue fortune, vivendo in una gigantesca tenuta che aveva acquistato in Sardegna, centinaia di ettari di bosco, sughereti ed olivi che circondavano una bella villa, neanche troppo lussuosa, ma completa di tutte le comodità necessarie per continuare ad essere comunque collegato al resto del mondo.
Ma come mai la telefonata del mio amico mi aveva fatto prendere la decisione di interrompere le mie attività per tornare dopo tanti anni alla mia terra natale? Non è facile da spiegare. Noi due ci sentivamo spesso, e tante volte Rinaldo era venuto a trovarmi in America, e tra noi due posso dire che si era creata un'intesa profonda che ci permetteva di captare reciprocamente i pensieri e le sensazioni. Infatti non furono le parole o l'argomento della telefonata a farmi prendere quella decisione. Fu quello che sentivo fra le righe, qualcosa di sottinteso che avevo intuito non volesse dirmi per telefono. Altre volte mi aveva chiesto di tornare, almeno in vacanza, ma questa volta non si trattava di un vero e proprio invito: sentivo che c'era sotto qualcosa, e fu quel “qualcosa” che mi indusse a prendere la decisione.
«Caro amico – dissi a conclusione di quella telefonata – dammi il tempo di risolvere alcuni problemi burocratici, e sarò lieto di venire a trovarti!».
A dire il vero non erano tantissime le cose che avrei dovuto sbrigare. La mia esistenza si svolgeva in maniera quasi monotona, alternandosi tra l’Istituto presso il quale svolgevo le mie ricerche ed i miei studenti.
La prima cosa che feci fu proprio di interrompere le lezioni, e adducendo la scusa che ero costretto a questa scelta da non meglio identificati motivi personali, chiesi che mi venisse concesso un anno sabatico e la cosa finì lì.
Poi dovetti affrontare il mio capo per poter interrompere il mio lavoro all’Istituto.
Non avrei mai creduto che sarebbe stato così facile, perché il capo mi concesse quasi subito, senza alcuna obiezione, il permesso di raggiungere la mia famiglia, in Italia, da dove ormai mancavo da tantissimi anni.
Incontrai i miei collaboratori più stretti e li istruii su alcune faccende di cui già ci stavamo occupando, ma sapevo bene che non ce ne sarebbe stato bisogno, dato che mi fidavo ciecamente della loro competenza e professionalità. Ma mi serviva per poterli salutare ed abbracciare prima del distacco.
Non avevo nessun’altra faccenda da sbrigare, e come ebbi i biglietti partii, accompagnato da una leggera sensazione di angoscia.

Estratto dal romanzo "L'isola che non c'era" di Virio Cau, Midgard Editrice 2019


sabato 10 agosto 2019

Nata diversa

di Elisabetta Trottini




Una figura si aggirava sospettosa per i corridoi. 
Varcò la porta del laboratorio con il cuore in gola facendo attenzione a non emettere nessun suono sospetto. 
Di giorno, quando lavorava lì dentro, tutto appariva diverso, regolare, ma in quel momento sembrava che ogni oggetto lo giudicasse e lo condannasse. 
Perché lui stava per compiere qualcosa che era contro le Regole, contro tutto quello per cui lavorava. 
Come avrebbero reagito le persone che conosceva? 
I suoi colleghi e i suoi superiori? 
Tutti lo avrebbero rinchiuso a vita perché “le sagge decisioni della Società non si possono discutere”, “perché questa permette a tutti una vita serena e senza problemi”, come dicevano tutti. 
Ma qual era il vero prezzo da pagare per quel benessere? 
Quel prezzo lui lo sapeva bene. 
In mente aveva solo lo scopo di cambiare la storia e la vita della futura generazione. 
Era giusto? 
Era sbagliato? 
Erano domande alle quali troppe volte non aveva trovato risposta. Queste gli tornavano in mente ogni minuto da quando aveva preso quella decisione, ma ormai non c’era più tempo per chiederselo. Aveva fatto la sua scelta e doveva andare fino in fondo. 
Sapeva quali erano i segreti più bui della Società e non voleva che altri soffrissero, di certo non quei bambini innocenti che sarebbero nati in quell’abominio. 
Non poteva permettersi di restare indifferente, doveva cambiare le cose, voleva cambiarle per la salvezza di quei piccini che ancora non erano altro che una sequenza di dati in un macchinario, che permetteva la combinazione tra ovulo e spermatozoo. 
Ma per lui avevano già un volto e un nome. 
Sarebbero diventati figli e figlie delle persone con cui trascorreva la giornata, dei suoi vicini o dei suoi conoscenti. 
Voleva un luogo migliore per loro, voleva essere lui a cambiare anche solo un punto in quel destino che quei bambini avevano davanti a loro, già tracciato da altri. 
Si apprestò ad arrivare al macchinario e infine lo guardò in tutta la sua brutalità. 
Non sapeva come agire, pensava che una volta lì tutto si sarebbe rivelato facile, che un’ispirazione o un’illuminazione gli avrebbero guidato la mano tremante. 
Ma la verità era un’altra: non c’era stata nessuna rivelazione o illuminazione, i suoi dubbi erano rimasti tali e la paura di combinare qualche disastro aumentava ogni secondo. 
Se avesse distrutto delle vite? 
Se le avesse condannate al Passaggio? 
Come avrebbe fatto a convivere con quella colpa? 
Ma, se si fosse ritirato, come avrebbe vissuto? 
Sapeva di avere la possibilità di effettuare quel cambiamento e sprecarla sarebbe stato da sciocchi. 
In entrambi i casi le conseguenze non poteva prevederle, soprattutto su se stesso. 
Avrebbe sopportato quel peso? 
Quella dannazione? 
E per tutta la vita? 
Improvvisamente un rumore lo destò dai suoi dubbi. 
Passi. 
Sentiva dei passi provenire verso di lui. 
Probabilmente qualche addetto a controllare la procedura. 
Doveva inventarsi al più presto qualcosa altrimenti tutti i suoi buoni propositi sarebbero andati in fumo. 
Lo doveva a coloro che amava. 
Lo doveva al suo futuro. 
Guardò il macchinario di fronte a sé, non era particolarmente difficile digitare un errore di sistema visto che lavorava lì. 
Ma quel gesto gli costava, ne sentiva la pesantezza: stava ingannando la Società, non solo una macchina. 
Non aveva mai pensato che un gesto potesse pesare così tanto sulla sua coscienza. Silenzioso come era arrivato, si dileguò velocemente sperando solo di non aver rovinato così tante vite. 
Per almeno due mesi però poteva stare tranquillo, non si sarebbe notato alcun cambiamento e la macchina non avrebbe rivelato errori. 
Forse non li avrebbe trovati mai, forse aveva solo perso tempo. 
O forse sarebbe cambiato tutto. 
Forse avrebbe permesso a tanti bambini di vivere liberi dalle oppressioni della Società, forse era l’inizio del cambiamento. 
Una volta uscito fece un respiro profondo e si mise a pensare: lì dentro lui non c’era mai stato, per nessuno. 
Doveva solo convincersi.


Estratto dall'ebook "Nata diversa / La fuga" di Elisabetta Trottini, Midgard Editrice 2018


martedì 6 agosto 2019

Antares

di Giulio Volpi




Anche quell’estate era stata particolarmente calda e il fiume aveva rappresentato come ogni anno il ritrovo ideale per gran parte della gioventù di Contea.
La zona dominata dal grande scoglio, ribattezzata Sasso Beach, con la cascatella ed il laghetto sottostante, era da sempre la meta preferita dai ragazzi che rimanevano in città. Il tratto più a valle, invece, dove l’acqua scorreva lenta ed il letto si allargava a formare una larga ansa, era frequentato prevalentemente dai pescatori che si appostavano con le canne lungo le sponde. Alcuni entravano anche in acqua con gli stivali alti, mentre altri si spingevano nel mezzo del fiume con la barca.  
Di là, sull’altra sponda, dominava il verde intenso delle piantagioni di mais che ricoprivano gran parte della pianura arrivando quasi fin sotto la montagna, dove iniziava il bosco. Le turbine succhiavano di continuo dal fiume per irrigare i campi, ma l’acqua non era mancata quasi mai in quella valle, e anche quell’anno le abbondanti piogge invernali e la neve caduta sui monti avevano contribuito ad alimentarlo.
I quattro amici continuavano a ritrovarsi intorno al grande scoglio. Enzo e Maurizio erano ancora liberi dagli impegni universitari e Toni lasciava la tipografia quasi tutti i pomeriggi a suo fratello Paolo che restava a controllare la stampa e chiudeva poi il laboratorio. Più tardi li raggiungeva anche Nino, nonostante il lavoro all’officina lo impegnasse molto. 
Si tuffavano come consuetudine dal punto più alto, nuotavano a lungo, poi si sedevano sull’argine a commentare gli eventi di quell’eccezionale estate, tenendosi però a distanza dagli ultimi frequentatori del luogo.
Nessuno infatti doveva sospettare quanto era successo poco tempo prima a pochi chilometri di distanza.
I quattro si incontravano poi quasi tutte le sere al barrino della stazione e anche qui, dopo una partita a biliardino e qualche battuta di sport con Marcello, il barista, si sedevano davanti a una bottiglia di birra e riprendevano gli stessi argomenti: primo fra tutti il ritorno di Athyna sulla Terra.
Era tornata da Hoxbrado, quel lontano pianeta della nostra stessa galassia, per conoscere meglio la Terra e studiare il comportamento dei suoi abitanti. Come l’anno precedente la navicella di forma ovale si era posata al margine di quella radura in cima a bosco, appena sotto la montagna ed era entrata di nuovo in contatto con Enzo attraverso il computer. Nascosta tra due grossi massi ed un folto gruppo di pini era praticamente invisibile, grazie anche ad una sofisticata tecnologia.
Stavolta però Athyna non era venuta da sola. Con lei c’era Lidhlo, un vecchio compagno di studi nei confronti del quale, ricambiata, aveva riscoperto un sentimento particolare. Ad Hoxbrado, dove la vita era caratterizzata da un’attività frenetica volta a risolvere i problemi esistenziali del pianeta, coltivare rapporti affettivi era diventato quasi impossibile, tanto che questi erano stati quasi del tutto e da tempo abbandonati e dimenticati.
Nel precedente viaggio sulla Terra, grazie al contatto con Enzo, Athyna aveva avvertito questa mancanza e, una volta rientrata, aveva sentito il desiderio di riallacciare i rapporti con questo compagno di gioventù, scoprendo così il piacere di stare insieme a lui. Ritrovandosi poi colleghi di lavoro i due avevano avuto l’opportunità di svolgere insieme questa seconda missione.
L’emozione per il suo ritorno, oltre ai quattro amici e Paolo, fratello di Toni, aveva coinvolto anche Don Lino e Beppe, lo scultore: tutti avevano potuto conoscerla in un collegamento via computer organizzato appositamente da lei e da Enzo. 
Si era poi verificata una circostanza in cui l’intervento di Athyna era stato determinante per fare uscire Toni dallo stato di coma in cui era venuto a trovarsi, a causa di un incidente nel quale era rimasto coinvolto per soccorrere Enzo, aggredito da due motociclisti.
I ragazzi parlavano a lungo anche di questo cercando di comprendere i motivi di quell’aggressione e quale collegamento poteva esserci con l’altra, avvenuta l’anno prima nei confronti di Toni.
In quell’occasione, con l’aiuto dello zio di Maurizio, ispettore di polizia, e la collaborazione di Beppe, i responsabili erano stati individuati ed arrestati in una villa nelle vicinanze di Contea.
Naturalmente i ragazzi avevano dei sospetti. Lo stesso ispettore Sansoni metteva in relazione questi fatti con l’attività di protesta dei ragazzi nei confronti dell’azione inquinante della troppo vicina zona industriale, con particolare riferimento al cementificio e alla discarica di là dal fiume. La manifestazione che avevano promosso l’anno precedente e che aveva visto una larghissima partecipazione degli abitanti della zona, aveva sicuramente disturbato grossi interessi economici probabilmente poco puliti.
Anche la morte di Fabio, quel ragazzo affogato al fiume, aveva suscitato l’interesse dei ragazzi i quali avevano segnalato i loro sospetti al solito poliziotto, stimolando la riapertura del caso. In seguito le indagini aveva portato alla scoperta che non si era trattato di morte accidentale, ma di omicidio.
Erano pertanto molto preoccupati: non avrebbero mai immaginato che la loro città, all’apparenza così tranquilla, nascondesse queste brutte realtà.
Superata la metà di agosto, i primi sporadici temporali pomeridiani annunciavano la fine ormai vicina della stagione estiva ed i quattro amici cominciavano già a pensare alla ripresa dei loro impegni di lavoro o di studio.
Quest’anno però, dopo la festa del Patrono che ricorreva a fine mese, ci sarebbe stata ancora un’occasione per far festa: le nozze dell’amico Beppe, lo scultore, che dopo un lungo periodo di solitudine aveva ritrovato l’amore. 

Estratto dal romanzo "Antares" di Giulio Volpi, Midgard Editrice 2018