lunedì 8 agosto 2022

I marchesi di Fumone

 di Tommaso Sala.






Quando vide il Castello di Fumone da fuori, poco prima, Bellisario ebbe l’impressione che quel posto fosse tetro e vuoto.
La struttura sorgeva in cima ad un colle, non troppo lontano dalla capitale del regno di Enotria. Era circondato da un fossato profondo e un ponte lo collegava al resto del colle. Non sembrava, ad un primo sguardo, un luogo desolato e su cui aleggiasse qualcosa di macabro. Ma gli occhi dei due soldati, a guardia del ponte, e la totale assenza di persone dicevano il contrario.
All’interno, le impressioni di Bellisario furono confermate. La grande sala in cui si accomodò, su invito del capo delle guardie Teodoro, lo stesso che lo aveva reclutato alla locanda la notte prima, era vuota. Sembrava quasi che fosse vuota da anni, ma non c’erano ragnatele, né segni di incuria né legno marcio. Era come se il castello fosse stato abbandonato dalla vita, ma non dalle persone.
- È silenzioso questo posto - disse Bellisario, mentre attendeva l’arrivo della signora del Castello.
- Già… siamo rimasti in pochi, a causa del demone.
- Siete sicuri si tratti di un demone? - chiese Bellisario, non fidandosi dell’opinione di quell’uomo, che sembrava soltanto un normale soldato senza troppa istruzione, ma che aveva fatto carriera. Nei vent’anni che aveva vissuto da Cacciatore dell’Ignoto, aveva imparato che è meglio vedere con i propri occhi, anche a rischio della vita, invece di fidarsi dell’opinione di un ignorante.
- Sì, ve lo assicuro. Si aggira di notte, nei sotterranei del castello. Con l’arrivo dell’alba si defila e scompare. Ha già ucciso diverse guardie, strappando loro la testa dal corpo. Ditemi voi se un uomo può farlo.
- Ho conosciuto uomini capaci di farlo, ma poco importa. Se è come dite, probabilmente abbiamo a che fare con un Figlio dell’Ignoto Primordiale, con cui non si discute e si può solo combattere. Ma stanotte lo scopriremo.
- Non avete paura?
- Non avete idea di cosa ho affrontato in vita mia…
Prima che Bellisario concludesse il suo discorso, Teodoro si alzò di scatto dal tavolo: Irene, la marchesa di Fumone, aveva fatto il suo ingresso.
Bellisario fece lo stesso.
La marchesa era una donna di mezza età, bionda, ma di aspetto ancora piacevole. Era accompagnata da un’altra donna, con almeno la metà dei suoi anni, Diana, la figlia.
- Perché mi hai disturbata, Teodoro…
La donna sembrava irritata. I suoi occhi erano stanchi e appesantiti dalle occhiaie.
- Mia signora, permettetemi di presentarvi Bellisario di Enotria, qui per aiutarci contro il demone dei sotterranei.
- Al vostro servizio - disse Bellisario, con un inchino molto forzato.
La marchesa lo ispezionò con uno sguardo carico di rabbia e con labbra serrate.
Non disse niente e se ne andò, quasi che l’atteggiamento di Bellisario l’avesse infastidita o offesa.
- Simpatica… - commentò lui.
- Perdonate mia madre, ma sono tempi duri per lei - Diana cercò di compensare la maleducazione di Irene ed invitò i due uomini a sedersi al tavolo.
- Gli ultimi anni hanno messo a dura prova noi tutti. La scomparsa di mio padre, tre anni fa; l’apparizione di questo demone; e la morte di mio fratello, di soli dieci anni, il colpo di grazia al cuore di mia madre. Sembra che queste antiche sale siano maledette.
La ragazza si guardò intorno, con uno sguardo carico di nostalgia.
- Non dite così, mia signora. Ora abbiamo dalla nostra Bellisario di Enotria.
- La vostra fama vi precede – disse Diana, interrompendo Teodoro.
- E lui ci libererà da questa maledizione. E un giorno, voi riporterete queste terre alla loro gloria passata - Teodoro parlò con molta enfasi.
- Ditemi - intervenne Bellisario - quando è apparso il demone?
- Pochi mesi fa, durante una notte con una luna cremisi. Il nostro sonno fu squarciato da delle grida terrificanti. Era un rumore acuto, lancinante…
- Quasi una voce bianca.
- Esatto, Teodoro. Due guardie scesero nella cripta e non tornarono più su. Abbiamo trovato i loro cadaveri il giorno dopo, senza testa e aperti in due.
- E siamo fuggiti.
- Già, abbiamo abbandonato il castello e ci siamo rifugiati in una residenza in campagna.
- E poi? Come mai siete tornati? - chiese Bellisario.
- Mia madre. Ordinò a tutti di tornare al castello. Odiava stare in quella residenza. E così tornammo. E da mesi ormai viviamo sotto lo scacco del demone.
- Quindi, se capisco bene, nessuno di voi ha visto effettivamente il demone, giusto?
Sia Teodoro che Diana fecero di no con la testa.
- Ditemi un’altra cosa… in che occasione è morto vostro fratello? Mentre eravate alla residenza?
Diana si fece molto triste in volto.
- Eugenio è morto prima della comparsa del demone - disse Teodoro, con un tono seccato.
- Perdonate per come ho posto la domanda - disse Bellisario, convinto di aver ferito Diana.
- Non vi preoccupate. Diteci… cosa avete intenzione di fare? Le guardie del castello sono a vostra disposizione.
- No, grazie - replicò con semplicità Bellisario.
- Come? - la ragazza rispose allibita.
- È inutile mettere a rischio la vita di uomini innocenti. Scenderò nella cripta e valuterò la situazione. Se avrò bisogno di aiuto, lo chiederò.
- Come volete - intervenne Teodoro - riteniamo che il demone inizi ad aggirarsi nella cripta intorno a mezzanotte, perché è a quell’ora che sentiamo i primi rumori. Vi conviene scendere a quell’ora…
- No. Scenderò più tardi, a ridosso dell’alba.
- E perché?
- Semplice. Non ho idea, perché voi non avete idea, di cosa si muova là sotto. Preferisco non correre rischi. Devo sapere con cosa ho a che fare, prima di combatterlo. Lo affronterò quel tanto che basta per capire di cosa si tratta e poi deciderò come agire.


Estratto dal racconto "I marchesi di Fumone" di Tommaso Sala, secondo piazzato a pari merito nel Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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venerdì 5 agosto 2022

Intervista a Morgana Serafini e Miriana Perruzza

Intervista a Morgana Serafini e Miriana Perruzza, autrici del volume "Un libro per starci dentro", edito nella Collana Fiabe della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlateci della vostra opera, come nasce? 

Morgana: Buongiorno, la nostra opera nasce dal desiderio di meravigliarci insieme ai bambini rispetto al nostro sentire emotivo, dando poi un nome alle emozioni, utile a riconoscerle e comprenderle, in un contesto di relazione e crescita.

Miriana: Buongiorno, il libro è nato da una necessità: imprimere su carta un percorso fatto dai e per i bambini, nel quale ci si è avvicinati ed immersi nel concetto di emozione. L’albo non nasce, quindi, come premeditato ma come scelta in itinere, in risposta al flusso degli eventi.


Quali sono gli obiettivi principali che volete cogliere con questo libro?

Morgana: Ci siamo molto focalizzate sull'aspetto relativo alla comprensione delle emozioni e della comunicazione non verbale rispetto alle stesse, in un'ottica in cui le emozioni vengono percepite tutte come utili e non come "inaccettabili", in contrapposizione con molti stereotipi sociali.

Miriana: Gli obiettivi presenti alla base del percorso sono confluiti nel testo e possiamo considerarli come linfa che ha irrorato ogni singola pagina. L’interfacciarsi con l’emozione propria e dell’altro ha favorito e incentivato i rapporti con il proprio mondo e quello dell’alterità. Ogni immagine e parola scritte ha avvicinato i bambini al raggiungimento delle competenze sociali e creative di cui si parla nella Raccomandazione del consiglio dell'UE del 2018.


Come è stata la collaborazione con i bambini?

Morgana: Fantastica e densa, abbiamo assecondato il fluire libero veicolato dal processo creativo.

Miriana: poter osservare il laborioso fare dei bambini è stato, ed è sempre, un privilegio. Sentire, percepire e fare sono gli infiniti che hanno accompagnato la creazione del libro. Ci è stato possibile vederli crescere, sempre più uniti, verso la presa di consapevolezza del proprio mondo interiore.





martedì 2 agosto 2022

Diario delle ceneri

 di Lorenzo Peka.







Eppure quell’episodio mi aveva dato speranza.
Ricordo che la locanda era calda e luminosa, piena del vociare degli uomini, e dei guizzi delle braci sull’ottone dei candelieri.
«Non lo sai?!» aveva esclamato un tale, un mezzadro dai grossi baffi grigi seduto davanti a me, sgranando gli occhi. «Non l’hai mai visto? Non sai la paura che fa!» 
«Ho sentito qualcosa» avevo detto, asciutto.
Lui si era raggricciato, stringendosi le spalle. «Una cosa da far gelare il sangue. Io l’ho visto da lontano. Una cosa che non t’immagini, ragazzo.»
«Addirittura?»
Era saltato su come se lo avessi offeso.
«Mi prenda un accidente!» aveva imprecato. «Se ne va in giro sul cavallo più grande che abbia mai visto, con un mantellaccio nero, una falce dietro la schiena, e lame e catene da tutte le parti. Non si ferma mai, non ha amici – come potrebbe? – tutti fuggono quando passa... e... e sai cosa ci porta, attaccato alla sella?»
Non avevo cercato di indovinare.
Lui aveva spostato il boccale e si era sporto verso di me. «Ossa» aveva scandito sussurrando con forza, «ossa di rapitori. Capito, ragazzo? Di rapitori.» Aveva fatto un gesto di scongiuro. «Di quelli che ammazza. Le ha da tutte le parti: appese alla sella, ai quarti del cavallo, dovunque. Ha perfino messo in testa al cavallo il cranio di uno di quei maledetti cavalli infernali, a mo’ di testiera! Merda e sangue! Una sola di quelle ossa porta a chi la tocca la sfortuna nera, una iattura che ci vuole un esorcista. E lui se ne porta una montagna, come trofei di caccia! Deve essere un demonio, e così pure il suo cavallo, non c’è altra spiegazione.»
«Però ammazza i rapitori» avevo interloquito, mentre l’uomo tracannava un sorso dal boccale, come per sciacquarsi la lingua e riprendersi.
«Sì» aveva ammesso, «li ammazza. A centinaia. Più di tutte le coorti del re. Come mosche. Per questo lo chiamano il Mietitore, l’Ammazza-ombre e... in quegli altri modi che... beh...» Era rabbrividito. Poi aveva continuato: «C’è chi dice che è dalla nostra parte, che andrebbe considerato alla stregua degli eroi per questo, ma... non lo so. Uno del genere non può essere dalla parte dei vivi, no? È inquietante, ecco. Da’ retta a me, ragazzo, quel tale è maledetto. Maledetto.»
Dopo la sua sentenza, l’uomo era rimasto in silenzio.
Avevo finito la birra ed ero uscito dalla locanda.
Fuori non c’era nessuno. Il pergolato per gli animali era immerso nel buio della notte; l’intera locanda era immersa nella foschia della brughiera, che sembrava inghiottire tutti i suoni.
Avevo ripreso il mantello nero, lasciato a coprire la sella, e mi ero tirato il cappuccio sulla testa. Mi ero rimesso a tracolla il falcetto. Tutto abbastanza vero, avevo pensato con un mezzo sorriso amaro, richiamando le parole del mezzadro. Ma Nephasus non è poi così grande. Lo avevo accarezzato sul muso mentre lo conducevo fuori, prima di rimontare. Le ossa di rapitori occhieggiavano alla luce lunare, inumane come i loro proprietari.
Beh, che dire... Immagino che anche il Mietitore, l’Ammazza-ombre – o che altro – possa concedersi un po’ di naturale riposo, qualche rara volta. Perché, dopotutto, è un fragile umano come tutti gli altri. Non ho tatuaggi esoterici o marchi a fuoco sul volto, malgrado le voci che lo affermano; anche se a volte mi traviso con una sciarpa o della fuliggine, per evitare una fama che mi renderebbe più difficile trovare dove posare il capo. Un problema che, a dire il vero, diventa sempre meno rilevante: da mesi ormai non si trovano che villaggi abbandonati, e gli unici umani vivi che s’incontrano tra le vaste campagne sono vecchi e dementi abbandonati a loro stessi, soldati morenti e pellegrini appestati.
Ora sono passate due settimane da quando mi ero fermato alla locanda. Ho attraversato una foresta morta, punteggiata di rovine.
Dove sono passate le orde dei Caduti, i villaggi sono distrutti e la gente massacrata. Un orrore. Dove le persone sono appese agli alberi, invece, non sono stati i Caduti: si sono impiccate da sole, se non hanno potuto scappare. Così sugli alberi secchi fioriscono i cadaveri.
Così, sebbene senza mantello e cavallo nessuno mi riconosca, ho sempre un fremito quando entro in un luogo sicuro ancora popolato di vita umana: temo che il livore, e le macchie del male visto, subito e fatto, abbiano segnato e sgarbato anzitempo il mio viso, rivelando a tutti, come per istinto, che io sono lui.
Per questo, l’episodio della locanda mi aveva dato speranza. Quando abbandono le nere spoglie e nessuno sa, sento che l’oscurità non è ancora arrivata. Non fino in fondo, almeno.
Ma sono momenti sempre più rari, sperduti, come quella locanda sprofondata nella bruma con i suoi caldi occhi di brace accogliente. Dopo, ogni volta, la palude mi riaccoglie nel suo grembo, come una compagna in muta e fiduciosa attesa.
Le notti nella pianura bagnata sono fredde, e troppo umide per accendere un fuoco. 
Vengo preso da un dolore ai visceri, ormai divenuto usuale. Non è una ferita; non è una ferita esterna, almeno, non è una piaga. È un male. L’ultima volta che ho controllato, c’era solo una macchia sottopelle, una striatura livida. Ma non mi interrogo più di tanto: è normale che le cose marciscano, in tempi come questi. Andiamo verso un inverno che non potremo superare.


Estratto dal racconto "Diario delle ceneri" di Lorenzo Peka, vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.




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martedì 26 luglio 2022

Come in uno specchio

 di Massimo Giachino.






«Buongiorno Cora, come stai?!» esordì il corpulento uomo, entrando nella bottega di antichità
«Ciao Tom, hai qualcosa per me?» rispose la ragazza, alzando gli occhi dal registro che stava compilando.
«Ho un carico di cianfrusaglie che ho recuperato dalla casa di una vecchia pazza, dai un’occhiata se trovi qualcosa di interessante!» rispose l’uomo, le cui folte basette provocavano da sempre in Cora un senso di repulsione. Era un uomo di notevole stazza ma dall’aspetto bonario. Cora non ricordava di averlo mai visto senza il suo berretto da baseball.
La ragazza scivolò via dal polveroso bancone in legno lavorato, uscendo all’esterno del negozio.
Si avvicinò al retro del camion e Tom aprì gli sportelli, per mostrarle il contenuto.
«Più che altro mobili, ma qualche pezzo sembra essere antico. Ho pensato di farteli vedere prima di rivenderli al solito rigattiere, d’altronde l’esperta sei tu…» disse Tom togliendosi il berretto, visibilmente accaldato. L’estate era ormai alle porte.
«Sembra che la proprietaria della casa sia morta in circostanze violente. Eppure fino al giorno prima tutti la dipingevano come un’anziana signora molto gentile. Dopo la morte del marito ha dato di matto…o almeno questo è quello che mi hanno detto i vicini» aggiunse Tom.
«Questo non è sufficiente per far salire il prezzo!» rispose Cora, con sarcasmo.
Tom scoppiò in una sonora risata, facendo apprezzamenti sulla tagliente ironia della ragazza. Cora sapeva bene che Tom aveva un debole per lei, e spesso cercava di far fruttare la debolezza dell’uomo a suo vantaggio.
«In ogni caso qui sopra hai un carico di ciarpame, l’unico pezzo interessante è quella grande specchiera ovale in ebano. Sicuramente non ha niente a che spartire con il resto della mobilia, deve essere un pezzo acquistato in un secondo momento dalla donna» disse Cora, mentre Tom l’aiutava ad eliminare l’imballo che lo proteggeva, passando ad esaminare minuziosamente quel pezzo d’arredamento così inusuale.
L’oggetto sfiorava i due metri di altezza e poteva ruotare su due perni laterali, in modo tale da poter trovare la posizione ideale dello specchio.
I due sostegni sulle fiancate presentavano degli intagli in cui erano raffigurate scene infernali, con fauni danzanti e anime dannate e sofferenti.
La spessa cornice che racchiudeva il vetro dello specchio rappresentava invece un anello di lingue fiammeggianti.
Pur considerandosi ormai un’esperta in materia antiquaria, Cora non riusciva a datare con certezza quel misterioso oggetto. Per un breve attimo ne restò quasi ipnotizzata, e decise infine di acquistarlo.
Non fu sorpresa di spuntare un prezzo a lei particolarmente favorevole, e si fece aiutare da Tom a scaricarlo e portarlo all’interno del negozio.
Una volta salutato l’uomo si premurò di cercare un telo per coprirlo, in modo che non prendesse polvere.
Tornata dietro al bancone poggiò i gomiti sul piano e chiuse le mani a pugno, posandone al di sopra il suo viso. Gli occhiali scivolarono sulla punta del naso, mettendo in evidenza i suoi occhi azzurri, fissi su quello specchio:
«Quali segreti mi nascondi?» disse, prima di riprendere il lavoro che amava di meno, ovvero la parte burocratica.
Cora aveva compiuto da poco 36 anni, era diventata maggiorenne per la seconda volta, come scherzosamente amava sottolineare lei stessa.
Fin da bambina era rimasta attratta dall’arte in tutte le sue forme, tanto da aver brillantemente conseguito una laurea in arti antiche, prima di buttarsi a capofitto nell’avventura dell’antiquariato, ramo che aveva da sempre stimolato la sua curiosità.
Da ragazzina non era raro che passasse i suoi pomeriggi in qualche sperduta bottega di Londra, alla ricerca di pezzi di cui il proprietario ignorava l’effettivo valore.
Al compimento del suo 18° compleanno suo padre le regalò un autentico uovo Fabergé, facente parte dell’antica collezione imperiale di 52 uova, commissionate dallo Zar Alessandro III di Russia in persona.
Non era mai riuscita a scoprire di come suo padre fosse venuto in possesso di un cimelio simile, ma Cora ricorda spesso con malinconia quel giorno.
Gli occhi di suo padre erano lucidi e pieni di fierezza quando le donò quell’oggetto, consapevole di quanto sua figlia fosse così simile a lui.
Ancora oggi le sembra di sentire quelle parole quando chiude gli occhi:
«Cora, oggi è un giorno molto speciale, non solo per te ma anche per me e per tua madre. Sei diventata ufficialmente una donna, anche se per noi rimarrai sempre la nostra bambina. Sei il nostro bene più prezioso, e come tale intendiamo farti un regalo all’altezza del tuo valore. Questo è un autentico Uovo di Fabergé, quello dell’orologio per la precisione. Non è tanto il suo valore venale che ha importanza, ma quello che rappresenta. Il tempo è il dono più raro e importante che abbiamo a disposizione. Non va sperperato, ma al contrario va vissuto in ogni singolo istante. Non vi è giorno che non venga assalito dal rimorso per non aver goduto più tempo insieme a te, e quel tempo ormai è passato, e niente e nessuno potrà riportarmelo indietro. Non commettere il mio stesso errore, insegui i tuoi sogni e sfrutta il tuo talento e le tue capacità, probabilmente non hai ancora coscienza di quello che puoi realizzare. Non dimenticare mai queste parole piccola mia, buon compleanno!».
Qualche giorno dopo, in un incidente stradale, i suoi genitori morirono lasciandola sola ad affrontare il mondo.
È passato molto tempo da allora, ma le ferite non si rimarginano mai del tutto, specialmente quelle così dolorose. Dopo quei tristi avvenimenti il carattere di Cora, prima così espansivo e pieno di vita mutò improvvisamente, chiudendosi al mondo esterno e vivendo in una sorta di confort zone in solitudine, l’unico ambiente che considerava sicuro, lontano da affetti e legami che avrebbero potuto provocarle altro dolore.
Dopo la morte dei suoi genitori, riuscì ad acquistare un locale in disuso, all’incrocio tra Shaftesbury Avenue e Wardour Street, in prossimità di una “Red Telephone Box”, oggetto che da sempre avevano avuto un’inspiegabile attrattiva per Cora. Quel locale abbandonato divenne in breve tempo il suo regno, di cui era l’indiscussa regina.
Il mattino seguente, dopo una notte agitata, Cora si alzò di buon mattino. Dopo essersi sciacquata il viso, restò per qualche attimo a fissare lo specchio.

Estratto dal racconto "Come in uno specchio" di Massimo Giachino, vincitore a parimerito del Premio Midgard Narrativa 2022, presente nell'antologia "Hyperborea 6", Midgard Editrice 2022.


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martedì 19 luglio 2022

Accordo di infinito

 di Calogero Curabba.







In cifre 

Ragione in cifre 
tagliate su misura 
un fantasma narrato 
per terra e addobbo,
della carne dimora 
che è l’altro spirare 
secche voci compiono
gesti davanti agli specchi,
niente è obsoleto
qui tutto è possibile
mimando se stessi.  


Fuori tempo 

Stagioni fuori nel vuoto 
tempo dall’altra parte 
del mattino, 
metri di distacco 
l’azzardo imputato su di me
rotazione esattissima 
e terminalità d’eventi,
una posa fissata 
come un centrotavola.


Nell’ore dell’alba 

Le attese nelle ore dell’alba 
l’orlo dove resti accovacciato 
e chiusi gli occhi densi 
in mucchi di foglie,
terra e tempo decretati 
ad ogni atto senza sognare 
solamente il midollo 
un martello vaneggia 
di corpi ambulanti chiusi nei nervi,
un peccato buono dall’altra parte del sole. 


Fuori portata di voce 

Dal buio dell’alba
il solstizio dei giorni
al vento, al coro
come la prova di un urlo
quando schiude 
un viso in silenzio,
la bella lontananza
nomina cose diverse 
dove l’ombra è la mia
fuori portata di voce. 


Estratto dal volume Accordo di infinito di Calogero Curabba, Midgard Editrice.


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martedì 12 luglio 2022

Radici indogermaniche

 di Marco Alimandi e Maria Sofia Rebessi.






L’arco e le frecce nel mondo scandinàvo

L’arco è l’arma caratteristica del dio Ullr, detto pertanto boga-áss  - dio dell’arco. Per questa ragione egli ricopre la «funzione di dio luminoso del cielo che nell’esercizio di quest’attività rivela la sua qualità fondamentale, dardeggiando, come fa il sole, le forze oscure e distruttrici» . Oltre che dio dell’arco, Ullr è anche ǫndur-áss - dio degli sci - e veiði·áss - dio della caccia.
L’incisione posta al centro della pietra runica di Böksta  rappresenta una scena venatoria dove un uomo armato di arco su degli sci osserva un cavaliere barbuto armato di lancia che, assieme ai suoi due segugi, insegue un animale che è attaccato da uno dei due volatili presenti sulla scena - l’altro volatile è appollaiato sull’anello runico che circonda l’incisione. Si è soliti identificare l’arciere sugli sci con Ullr, il cavaliere armato di lancia con Óðinn accompagnato dai lupi Geri e Freki e dai suoi due corvi, Huginn e Muninn . Sia questa una fattuale rappresentazione del dio Ullr, sia questa una semplice scena di caccia, in entrambi i casi l’incisione della pietra di Böksta mostra come la combinazione ‘sci e arco’ sia strettamente legata a un contesto venatorio.
All’arco si lega indissolubilmente la freccia. Simbolo divino e maschile, la freccia è emblema del superamento del materiale, di elevazione, di scelta avvenuta, di decisione immediata ed è per questa ragione che spesso le frecce vengono associate ai raggi del Sole e alle fiamme. Strali ineluttabili, le frecce nella mitologia germanica sono solite causare una morte immediata, basti pensare al fato di Baldr : «Hǫðr tók mistiltein ok skaut at Baldri at tilvísun Loka. Flaug skotit í gǫgnum hann ok fell hann dauðr til jarðar. Ok hefir þat mest óhapp verit unnit með goðum ok mǫnnum». (cfr. S. Sturluson, Edda - Gylfaginning, par. 49) 
In traduzione: «Hǫðr prese il vischio e al cenno di Loki lo scagliò contro Baldr. Il colpo lo trafisse ed egli cadde morto a terra. Si verificava allora la maggiore sciagura mai accaduta fra dei e uomini». Seppure qui non si parli di archi o di frecce, il verbo usato da Sturluson per descrivere il gesto di Hǫðr  viene spesso utilizzato per indicare il tirare una freccia con un arco.
Anche Skaði, moglie del dio Njǫrðr, è una dea cacciatrice armata di arco (cfr. S. Sturluson, Edda - Gylfaginning, par. 23).


L’arco e le frecce nel mondo indiano

Gāṇḍīva è forse l’arco più noto dell’epica vedica. Creato da Brahmā su richiesta del dio del fuoco Agní, fu da quest’ultimo donato all’eroe Arjuna allo scopo di assoldarlo per la conquista della foresta di Khāṇḍavaprastha. Arjuna continuò a servirsene durante la guerra di Kurukshetra di cui tratta il poema epico detto Mahābhārata ma fu da questi restituito agli dèi alla fine del Dvāparayuga.
Un diverso tipo di arco realizzato in canna da zucchero e capace di far innamorare le persone è quello di Kāma, dio dell’amore - è questo un leitmotiv proprio della mitologia indoeuropea, basti pensare al dio greco Eros e al suo equivalente romano Amor.
Il significante ‘arco’ viene poi menzionato nel canto XLII del Mārkaṇḍeya Purāṇa tramite le parole dell’avatara Dattātreya: 

Non appena la sillaba Om pronunciata raggiunge la mente, lo yogin  che è assorto nella meditazione dell’Om diviene un tutt’uno con Brahmā, lo spirito supremo. La vita è il suo arco, lo spirito la sua freccia: Brahmā è il sublime bersaglio e può essere colpito solamente da colui che è vigile - così facendo il suddetto riesce a entrare in comunione con Brahmā alla stregua di come la freccia si incunea nel bersaglio . 

Tramite la metafora dell’arco viene rappresentato il superamento di tutto ciò che è materiale e l’elevarsi della persona, nello specifico dello yogin. Ricordiamo che fu proprio Brahmā a realizzare l’arco Gāṇḍīva.

Estratto dal volume "Radici indogermaniche" di Marco Alimandi e Maria Sofia Rebessi (Midgard Editrice 2022).


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venerdì 8 luglio 2022

Gli eroi di Bellabetulla

 di Carmen Sossi.





Nelle incantate terre del Nord viveva una gigantesca betulla bianca secolare che dava riparo e nutrimento al mitico popolo dei Betulari, graziosi, intelligenti e bravi artigiani, che forgiavano gioielli meravigliosi grazie alle infiorescenze d’oro che la betulla donava loro.
Era il regno di Bellabetulla, dove la vita scorreva serena da sempre, perché i Betulari erano allegri e perché i loro magnifici gioielli erano famosi in tutti i regni.
Un giorno si presentò a corte un misterioso principe, giunto da molto lontano per chiedere in sposa la loro bella Regina. 
A suo favore vantava grandi ricchezze, vittoriose imprese militari e un regno sconfinato, abitato da un popolo laborioso tanto quanto i Betulari, se non di più. 
Ella, però, non fu convinta dalle sue parole e così rifiutò le attenzioni di quell’oscuro corteggiatore, del quale non aveva mai sentito parlare e che si mostrava poco attraente nell’aspetto e nei modi.
Purtroppo, però, il diniego della sovrana scatenò la rabbia del pretendente e la sua vendetta: – Vedrai di cosa sono capace! – minacciò.
Infatti, ben presto, costui si rivelò per quello che era: il malefico mago Fenicùrus.
Egli aveva architettato quello stratagemma con l’intenzione d’impadronirsi del regno di Bellabetulla e costringere i suoi abitanti a lavorare per lui e, rifiutato e offeso, scatenò sulla betulla magica un potente sortilegio. 
Ben presto la grande betulla si ammalò, perse il suo aspetto rigoglioso e divenne molto debole, peggiorando di giorno in giorno, finché smise definitivamente di maturare le sue preziose gemme.
Nulla poterono i saggi e i guaritori del regno che pur si affannavano a trovare e sperimentare le cure più disparate; il regno era in grave pericolo e la Regina era sempre più affranta, mentre il popolo impaurito le chiedeva di trovare presto una soluzione.
Il cuore dei Betulari si oscurava sempre più; era persa ormai la gioia e la spensieratezza di un tempo, poiché tutti già immaginavano l’inevitabile fine: morire di stenti o finire nelle mani del loro nemico. 
Il saggio Linné passava le sue notti insonni nella biblioteca reale consultando antichissimi scritti alla ricerca di una qualsiasi soluzione che salvasse il regno, quando una notte il suo cuore sussultò di fronte ad una pagina ingiallita, consunta e quasi illeggibile. 
Fu pervaso da un grande entusiasmo e, per mostrarle il testo trovato, corse subito dalla Regina, che non dormiva più neanche lei. – Legga Maestà, legga – le disse con grande agitazione.
La Regina, sorpresa e speranzosa, lesse la pagina a fatica: “Ogni male potrai cacciare, se l’antica betulla saprai nutrire con tre spighe del grande sole, che siano colte da mano innocente, nel giardino del buon Gigante.”

Estratto dal volume "Gli eroi di Bellabetulla" di Carmen Sossi (Midgard Editrice 2022)


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