martedì 6 ottobre 2020

Intervista ad Andrea Troiani

Intervista ad Andrea Troiani, autore dell’opera “L’eco delle mie emozioni”, edita nella Collana Poesia della Midgard Editrice.




Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

In realtà ho sempre avuto la predisposizione verso la scrittura, ma è da due anni che questa passione mi è esplosa fra le mani ed ho iniziato a scrivere poesie in modo continuativo e approfondito. Dato che ho ricevuto molti feedback positivi dalle persone con cui condivido le mie emozioni, ho deciso di pubblicare un libro che le raccogliesse in buona parte.


Quali sono le tematiche più importanti nella tua poesia?

La tematica più trattata dalle mie poesie è sicuramente l’amore che da sempre è lo scoglio della mia vita, perché per molti anni ho vissuto questo sentimento in maniera conflittuale, vivendolo più attraverso gli altri piuttosto che su me stesso.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Inizialmente scrivevo poesie guardandomi bene dal mettermi a nudo attraverso la mia scrittura, cogliendo attraverso le persone che mi circondavano ciò che mi suscitava qualcosa da raccontare. Oggi, invece, scrivo molto di più rispetto a quello che mi riguarda da vicino, perché ho capito che in questo modo arrivo dritto al lettore con sensazioni pure, pulite.


Che scrittori ti piacciono e ti ispirano? 

Diciamo che in generale prediligo gli scrittori italiani, poeti e non, ad esempio D’Annunzio, Calvino, Alda Merini e l’immortale Dante; ma non ti nego che adoro anche autori stranieri come Bukowsky, Neruda o Baudelaire. Per non parlare di Shakespeare! Tuttavia non ho un modello letterario preferito, perché attingo a chiunque mi trasmetta sensazioni e brividi senza alcuna distinzione di epoca o provenienza.


Progetti futuri?

Nel futuro senza dubbio vedo un proseguimento di questa passione, nel senso che mi piacerebbe non fermarmi a questa prima pubblicazione ma continuare a scrivere e progettare altri lavori. Intanto mi spenderò per promuovere questo mio primo libro, è solo il futuro vedrà come andrà. In bocca al lupo a me!


http://midgard.it/leco_dellemieemozioni.htm










martedì 29 settembre 2020

Intervista a Manfredi Cadelo

Intervista a Manfredi Cadelo, autore del romanzo “Il castello sulla rocca di fuoco”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.





Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

Sono un appassionato lettore di romanzi di avventura e di fantasy, per dare uno sfogo alla mia fantasia ho cominciato a scrivere romanzi di questo genere, appagando così anche le mie esigenze caratteriali.


Quali sono le tematiche più importanti del tuo romanzo?
 
Ho cercato di mettere in evidenza l’eterna lotta che esiste fra il bene ed il male.
Il coraggio, la determinazione, gli aiuti provenienti da forze benigne e sconosciute e sopra ogni altra cosa i sentimenti di amore e di fratellanza, che legano i personaggi principali del romanzo, che proteggono i più deboli e sconfiggono le oscure tenebre che tentano di soggiogare l'intera umanità.
Anche un drago - mostro o eroe? - combatte la sua battaglia per aiutare i giovani eroi e la creatura più paurosa e abietta, in una imprevedibile catarsi, riscopre quanto di buono esiste in essa, aiutando i piccoli volatili e ricomponendo terra e piante un tempo distrutte.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Riempie il mie tempo libero di pensionato, gratificando anche le mie aspirazioni caratteriali, mi  ha dato possibilità di approfondire la mia conoscenza degli autori che preferisco. 
È per me molto appagante volare con le ali della fantasia e riuscire a soddisfare ogni sogno, anche il più impossibile.


Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?

Il mio maestro in assoluto è J. R. R. Tolkien, amo anche Terry Books, Sthephen
King, Licia Troisi e George R. R. Martin.
Le mie letture si orientano anche verso scrittori antichi e moderni, come Wilbur Smith, Dan Brown, Ken Follet e gli intramontabili classici delle letterature mondiali di tutti i tempi.
Quando sono in particolar modo travagliato da un avvenimento negativo è mia abitudine rileggere la fiaba di Oscar Wilde, Il gigante egoista, e al mattino seguente trovare davanti a me una nuova luce da seguire con perseveranza. 





giovedì 10 settembre 2020

The Monster

 di Ottavio Nicastro




Luigi, suo malgrado, si è trasformato in un assiduo osservatore di tutto quanto accade all’interno dell’abitazione della vicina di casa. Dentro di sé la vergogna cresce sempre più, pur tuttavia non sa controllare la smania che, da qualche tempo a questa parte, lo pervade. Ma che cosa gli sta succedendo? Perché si comporta in modo così avventato e fuori dal comune? È una persona di sani principi, un lavoratore instancabile. Educato e rispettoso della privacy altrui, almeno così è stato fino a questo momento. Adesso però tutto è cambiato e in peggio. La vicina di casa, bella da morire, abita l’appartamentino sul lato opposto del cortile interno del condominio ubicato a poca distanza dalla darsena che costeggia i navigli. Siamo in pieno centro a Milano, un luogo dove di sera la movida si accende in modo significativo.

La donna, alta, statuaria, provocante, mostra una grazia che di certo non passa inosservata. Un dono che l’Onnipotente ha concesso agli uomini che avrebbero beneficiato di tale magnificenza. Capelli neri, lunghi sulle spalle; occhi di uguale colore capaci di penetrarti l’intimo, lasciandovi un segno indelebile; viso finemente modellato. Che dire poi del fisico!? Dio che meraviglia! Chiunque fosse stato l’artefice che lo aveva modellato, Luigi ammirava l’opera di un grande artista. Nessun uomo sarebbe stato capace di resisterle, e Luigi non era stato da meno. Anche, lui al pari di altri, aveva ceduto all’inebriante bellezza della vicina di casa. Solo che a differenza di altri, mai l’aveva sfiorata con un dito e di sicuro non lo avrebbe fatto nel tempo a venire.

La incontrava di primo mattino, nel momento in cui lasciava casa per recarsi al lavoro nel bar pasticceria di via Cairoli, a due passi da Piazza Castello, gestito dal suo concittadino. Milano è una città davvero splendida, Luigi, però aveva faticato ad adattarsi al regime caotico che la caratterizza. Il suo luogo di origine era tutt’altra cosa: i suoi pochi abitanti erano ulteriormente diminuiti di numero e occupavano un territorio lontano dal poter essere definito “vasto”. Una minuscola cittadina nel sud della Calabria il cui nome, Baronia, era sconosciuto a tutti. Al pari di come sconosciuto era Luigi, che adesso abitata nella metropoli lombarda.

L’alloggio, povero lui, gli prosciugava metà dello stipendio, quello che restava era sufficiente per non spingerlo a patire la fame. Un giorno però le cose sarebbero cambiate, questo si era detto. Quando quel giorno sarebbe arrivato, nessuno lo sapeva, ancor meno lui! Non poteva far altro che seguitare in quella vita triste e solitaria, fitta di privazioni, giacché di meglio, non era riuscito a trovare. 

Chissà che lavoro svolgeva la vicina di casa? Chi era, come si chiamava, da dove proveniva. Anche lei, al pari di Luigi, viveva da sola, ma contrariamente a Luigi, le sue serate non trascorrevano all’insegna della solitudine.  

Capitava spesso che portasse in casa un partner occasionale. Sempre nuovo, sempre diverso da quello della volta precedente, ma aveva sempre le medesime caratteristiche: un giovane di bell’aspetto, temprato nel fisico, forte e procace. D’abitudine rimorchiava lo spasimante lungo il naviglio, dove la movida, era sempre animata e mai avrebbe cessato di esserlo. Lo trascinava con sé. Raggiunto casa, tirava la tenda all’apertura che si apriva sul balcone che fronteggia l’appartamentino di Luigi, ed ecco che … niente. Quello che a partire da questo momento sarebbe successo, andava cercato nell’immaginazione del povero uomo. Purtuttavia ne bastava poca per supporre che cosa stesse accadendo nell’abitazione della vicina di casa.

Un giorno sarebbe toccato anche a Luigi coprire il ruolo di protagonista del focoso incontro? Questo il povero uomo sognava a occhi aperti, e così una settimana di seguito all’altra, nell’attesa che il momento decisivo si presentasse. Nel frattempo Luigi seguitava a spiare la donna di grande bellezza e la gelosia nei riguardi dei partner occasionali cresceva sempre più. Curioso … adesso che faceva mente locale, ne aveva visti davvero tanti entrare nell’abitazione dirimpettaia, ma nessuno di loro ne era mai uscito. Neppure uno. Che fine facevano i frequentatori occasionali della misteriosa vicina di casa? Erano soliti lasciare l’abitazione nel cuore della notte? Approfittando del momento in cui Luigi, stanco e prostrato, si arrendeva al sonno? Ma questo che importanza aveva? Nessuna. La vicina seguitava a godere degli abboccamenti occasionali e Luigi trascorreva le sue notti insonni, rigirandosi nel letto fino a sfiorare lo sfinimento, nel frattempo il desiderio sfrenato di possedere quella donna cresceva sempre più senza conoscere sosta, fino al punto da sfiorare l’ossessione vera e propria.

Ahimè, Luigi non era bello. Era questa la verità: piccolo e magro, esile nel fisico, viso minuto e smunto. Capelli ricci e crespi. Di gran lunga differente rispetto ai frequentatori occasionali che la splendida donna prediligeva. Ciò nonostante qualcosa andava fatto, per troppo tempo Luigi era rimasto inerme, limitandosi a spiare. Quindi dentro di sé decide che era arrivato il momento di agire.


Estratto dal racconto "The Monster" di Ottavio Nicastro, dall'antologia fantasy "Hyperborea 4", Midgard Editrice 2020


midgard.it/hyperborea4_ebook.htm

midgard.it/hyperborea4.htm

ibs.it/hyperborea-vol-4-libro-vari/e/9788866722144

mondadoristore.it/Hyperborea-4-na/eai978886672214/


venerdì 4 settembre 2020

La fine di un lavoro ben fatto

 di Giulio Rosani







Il castello di Hohenstein si ergeva su una collina coperta da una folta foresta e dominava la pianura sottostante. I campi di grano, coltivati dalle genti che da generazioni abitavano in quel luogo, coloravano d’oro le sponde del fiume Reiss che li attraversava. La torre più alta del castello era visibile sia dai tre piccoli villaggi sparsi lungo il corso del fiume, che dal monastero di San Giorgio sul Reiss, ultima comunità prima che il corso d’acqua sparisse oltre la collina successiva.

La strada che collegava tra loro i villaggi e giungeva al castello era costeggiata in tutta la sua lunghezza da due filari di cipressi. Tra un albero e l’altro, le bianche mura della fortezza erano ben visibili per l’intero tragitto. Visto da lontano, il castello manteneva la sua aria maestosa, ma quando la strada incontrava i piedi della collina e cominciava a serpeggiare su per il pendio, l’impressione che lasciava su un possibile visitatore cambiava. Man mano che ci si avvicinava, diventava visibile lo stato di abbandono della struttura.

Quella mattina, una donna in sella ad un cavallo era ferma alla base della collina. La sua testa e le spalle erano coperte da un mantello e sotto di esso portava un giubbotto di cuoio senza maniche e delle brache strette in vita da una grossa cintura. Ai piedi aveva degli stivali chiodati, i suoi avambracci erano invece avvolti da strati di bende bianche.

La donna si asciugò la fronte sudata con un pezzo di stoffa e scostò una ciocca di capelli neri sfuggita dalla lunga coda. Si mise una mano sulla fronte per farsi ombra e scrutò la pianura con i suoi occhi verdi intensi. Sporgendosi in avanti, diede una leggera pacca al cavallo. “Siamo quasi arrivati, Zecca. Ancora poco e ti lascio libero di goderti il sole” disse. Zecca scosse la testa e sbuffò, ma riprese il cammino. La donna sorrise sotto il cappuccio e puntò lo sguardo sul castello.

“Questa situazione non piace neanche a me, vecchio mio. Ma se vuoi la tua razione di fieno questa sera, dovrai accompagnarmi al castello. Certo che a vederlo così, non si direbbe il covo di un mostro. Se l’abate di San Giorgio non mi avesse assoldata, sarei passata di qui senza accorgermi di nulla.”

Zecca scosse la testa e sbuffò di nuovo. La donna rise. “Hai ragione, vecchio mio. Perlomeno sappiamo che non stiamo cacciando un drago. Niente alberi carbonizzati o mucche smembrate. Ricordi cosa diceva Mastro Lucas al riguardo? Diceva: ‘Hannah, i draghi sono gli unici mostri con abbastanza palle da non nascondersi.’ Peccato non si sia nascosto lui quando ne ha incontrato uno.”

Hannah rise, di una risata secca che non le raggiunse gli occhi. Zecca non rispose al commento e presto il silenzio scese su di loro. “Manca anche a me, sai?” disse lei dopo che ebbero percorso alcuni metri.

La strada incontrava a valle delle mura un piccolo cimitero, Hannah supponeva fosse stato costruito per ospitare gli abitanti defunti del castello. Quando vi passarono di fianco, lasciò vagare lo sguardo sul terreno e sulle tombe. Col tempo e la mancanza di manutenzione l’erbaccia aveva preso possesso di gran parte del suolo e il posto non sembrava essere stato violato di recente.

“Oltre ai draghi, possiamo anche escludere non-morti e negromanti” disse. Zecca mantenne il suo silenzio. La calma del cavallo la rassicurava: non stava sbagliando la propria valutazione. Lo lasciò libero di continuare a seguire la strada; l’ultimo tratto costeggiava le mura ed era in ombra. Lei rallentò l’andatura per permettere ad entrambi di godersi un po’ di tregua dalla calura estiva.

Ormai sicura di non rischiare più di incontrare nessuno per strada, Hannah si tolse il cappuccio. Si sistemò la coda di capelli corvini dietro la nuca, rivelando al di sotto due orecchie a punta. Ora che il suo viso non era più oscurato dal cappuccio, era possibile vedere che i suoi lineamenti rivelavano tratti sia umani che elfici.

Dopo l’ultimo tornante, Hannah e Zecca raggiunsero finalmente il portone del castello. Rampicanti bloccavano in parte l’anta destra, mentre i cardini di quella sinistra avevano ceduto ed essa giaceva a terra all’interno del cortile; Hannah incitò Zecca ad entrare. Il cortile, come del resto il castello, era abbastanza modesto. Era ovvio che la struttura era stata eretta in un tempo in cui i castelli venivano costruiti a scopo militare e non per dare sfoggio della propria ricchezza. 

Al centro, leggermente defilato rispetto al portone, c’era un pozzo; dietro sorgeva il torrione, parzialmente crollato. Le mura avevano un camminamento, ma le scale d’accesso avevano ceduto. Alla sua destra, Hannah poteva vedere due edifici, uno sembrava aver alloggiato le scuderie del castello, mentre l’altro aveva l’aria tipica di una caserma. Alla sua sinistra si ergeva una costruzione ben più grande delle altre, eretta in uno stile più moderno, che culminava con una torretta sovrastante l’intero castello.

Lo spiazzo centrale era coperto di sanpietrini e fili d’erba spuntavano fra una pietra e l’altra. A parte il cinguettio di alcuni passeri e l’improvviso scricchiolio di un pugno di pietruzze cadute dalle mura di cinta, l’intera rocca era avvolta nel silenzio. Niente di ciò che Hannah poteva vedere indicava che vi fosse stata recente attività. Eppure, lei sentì un lieve brivido lungo la schiena.

“Cosa dici vecchio mio, hai anche tu un brutto presentimento?” disse la donna. Smontò senza fare rumore e slacciò la bisaccia dalla sella. Appena ebbe finito, Zecca cominciò a mordere il freno e indietreggiare verso il portone. Hannah sentì tirare le redini.

“Buono, Zecca! Adesso ti lascio andare. E comunque hai ragione, c’è decisamente qualcosa di marcio qui.” Accarezzò il muso del cavallo, poi legò le redini intorno al corno della sella. “Grazie per avermi portato fin qui. Ci rivediamo quando ho finito. Ti trovo io.”

Appena ebbe lasciato le redini, Zecca scattò via verso l’uscita e la strada che portava giù dalla collina. Il suono degli zoccoli sul selciato rimbombò per tutto il cortile. Hannah depose la bisaccia vicino al pozzo e ne estrasse un falcetto e la sua daga. L’impugnatura dell’arma si fondeva con la sua mano dandole completo controllo sulla lama a doppio taglio. Questa si stringeva ad un terzo circa della sua lunghezza per poi riallargarsi in punta. Era un’arma adatta soprattutto all’affondo, ma utile solo contro avversari umani.

Hannah si mise in guardia con la daga protesa in avanti nella mano destra. La sinistra teneva il falcetto sopra il polso della destra. La donna tese le orecchie e si mise in attesa. Il silenzio nel cortile rimase assoluto. Hannah mantenne la posizione per quello che poteva sembrare un’ora. Finalmente sicura che non vi fosse nessuna minaccia, la donna ripose le armi nella cintura.

“Mostro notturno, dunque. Se fosse stato sveglio adesso, me lo sarei ritrovato addosso, con tutto il casino che Zecca ha fatto. Visto che ho tempo fino al tramonto, è meglio che mi prepari come si deve. Vediamo di capire di che tipo di mostro si tratta, innanzitutto” disse rilassando le spalle.

Per prima cosa Hannah esaminò il pozzo. Il secchio era appoggiato sul bordo, il meccanismo che serviva per calarlo era arrugginito e la corda legata al secchio era sfibrata; non credeva avrebbe retto il peso del secchio se fosse stato riempito. Nulla intorno al pozzo indicava che un mostro vi avesse fatto dentro la propria tana.

Aprì la bisaccia e rovistò per qualche istante, infine tirò fuori un’ampolla contenente una polverina gialla. Si avvicinò al bordo e guardò in basso, ma il sole non era ancora abbastanza alto da illuminare il fondo del pozzo. Gettò dentro la boccetta, che colpì la parete ed esplose. Una nube gialla si espanse sotto di lei. Pochi istanti dopo, vide la nube disperdersi senza cambiare colore. “Niente acqua. Non si tratta neanche di un anfibio. Probabilmente si tratta di un vampiro o di un mutaforma, ma potrebbe anche essere uno spettro. Meglio controllare la presenza di ectoplasma nel torrione.”

La donna frugò di nuovo nella bisaccia e tirò fuori una seconda ampolla, contenente un liquido verde. Coprì con calma la decina di passi che la separava dal torrione. La parte alta dell’edificio era crollata verso l’interno e l’entrata era bloccata dai detriti. Scagliò l’ampolla contro di essi ed il liquido prese fuoco appena fu a contatto con l’aria. “E questo conferma che non si tratta di uno spirito.”

Successivamente, si diresse alla sua destra verso quello che aveva identificato come l’alloggio della guarnigione. Entrata nella caserma, trovò solo uno stivale dimenticato in un angolo e una coperta stracciata abbandonata sul pavimento. Il resto dell’edificio era stato completamente sgomberato. Convinta non ci fosse altro da vedere, Hannah alzò le spalle, si girò e tornò nel cortile.


Estratto dal racconto "La fine di un lavoro ben fatto" di Giulio Rosani, dall'antologia fantasy "Hyperborea 4", Midgard Editrice 2020


midgard.it/hyperborea4_ebook.htm

midgard.it/hyperborea4.htm

www.ibs.it/hyperborea-vol-4-libro-vari/e/9788866722144

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giovedì 27 agosto 2020

Solitudine e malattia in Cesare Pavese

 di Fabrizio Bandini







Il programma comunque viene portato avanti testardamente. 

Solo Fernanda Pivano in quegli anni lo trascina di nuovo nel gorgo della vita. 

Ma anche con lei fallisce. 

Non resta allo scrittore che tornare nel suo doloroso carcere, nella malattia, nella nevrosi. 

Per poi accorgersi, dopo qualche tempo di lacerante sfibramento, che la sua solitudine non è più voluta, eroica, stoica, ma oramai è imposta, subita, destinale. 

Così si confida alla Pivano: “In un lungo periodo, P. raggiunse una sua stoica atarassia attraverso la rinuncia assoluta ad ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere. 

Si sentiva come intontito e chinava il capo, e cercava di scrivere. 

Ma di mese in mese e di anno in anno scriveva sempre meno: la vita in lui si prosciugava. 

Diventava un fantasma. 

Pure P. teneva duro, perché sapeva che un franamento verso le creature, verso qualunque creatura, sarebbe stato soltanto una ricaduta, non una rinascita… 

Invece avvenne il franamento, e P. cercò di fermarsi a mezza strada, e non ci riuscì. 

Adesso sconta ogni istante della fittizia solitudine che si era creata. 

La vita si vendica con una solitudine vera. 

Sia come vuole la vita” (19).

Sono gli anni fatali in cui Pavese incontra la psicanalisi, l’etnologia, la storia delle religioni, l’antropologia, in cui legge assiduamente Freud, Frazer, Lévy-Bruhl, Jung, Frobenius, Kerényi, Eliade, Vico, i classici greci. 

È la scoperta del selvaggio, dell’inconscio, del mitico. 

La vita di Pavese accelera, comincia a seguire “un lavoro sempre più incalzante”, “una ricerca interiore sempre più marcata” (20). 

Egli si tuffa nel mondo vischioso e affascinante del mito, del pensiero arcaico, scopre “nel suo inconscio un simbolismo legato alla campagna e alla sua infanzia”, si interessa a “temi legati al mondo agreste”, alla sua “aggressività inconscia”, al “gusto erotico per le situazioni di sangue e di violenza” (21). 

Da quel momento in poi il mito diviene l’elemento ispiratore centrale della sua arte (22). 

Pavese non studia il mito, semplicemente lo vive (23). 

Scende nelle profondità, scopre simboli e archetipi, vede destini operanti ovunque nella Physis, scopre leggi, primordiali e implacabili (24). 

E le subisce. 

La Natura stessa non fa che celebrare ai suoi occhi un rito, impassibile, crudele, sanguinaria (25). 

O meglio: la Natura stessa, nella sua essenza, è rito. 

Un cadenzato nascere, vivere e morire, a cui nessun essere può sfuggire. Essa è rito, sacrificio, destino, furioso divenire, panta rei, Samsara. 

Come dice Anassimandro: “Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che dev’essere” (26).

Pavese seguendo questi segni svilupperà negli anni successivi una poesia mitica, monotona, ripetitiva, ritornante, come gli atti cultuali, i riti, i misteri, i miti (27). 

Un’arte poetica che evochi la mitologia, che sia mitologia (28). 

Una poesia che accenni, come le sentenze oscure-luminose di un oracolo (29), come le sentenze del dio di Delfi (30). 

L’impresa è difficilissima, titanica, solo pochissimi vi riescono. 

Ma Pavese vi si arrischia – sino al termine della sua vita – tuffandosi nel mondo mitico dell’infanzia, dell’inconscio, dello stato aurorale delle profondità della coscienza (31), come un cabalista alla ricerca delle scintille divine. 

Il rischio è di possedere il mito, portarlo a chiarezza, dandogli forma con la poesia, non viverlo più e così distruggerlo (32). 

Per questo la poesia deve essere mitica, come una fede, un evento unico, una rivelazione inaudita, un mistero. 

Ciò che Baudelaire ha nominato <<exstase>>. 

Il raccogliersi e l’abbandonarsi davanti all’assoluto, al gesto primordiale, all’unico (33).

Tutto questo però non lo aiuta a sanare la frattura. 

La Natura, con le sue leggi e i suoi riti, gli appare selvaggia, oscura, barbara, crudele, inaccettabile, ingiusta.

Cosa proibita emersa dall’inconscio, superata, censurata violentemente (34). 

E ora ci deve fare di nuovo i conti. 

Inoltre la Physis gli si presenta come destino, dove tutto è già deciso, “predetto, voluto dal Dio” (35).


Estratto da "Solitudine e malattia in Cesare Pavese" di Fabrizio Bandini, Midgard Editrice.


midgard.it/cesarepavese_ebook.htm

lunedì 24 agosto 2020

Il deserto delle maschere

 di Alexandra Fischer






Le sabbie viola rilucevano nella pienezza del lungo giorno desertico.

Pochi alberi contorti e spinosi intervallavano il percorso qua e là e il suolo era disseminato di sassi acuminati e spine.

Due figure affiancate cavalcavano a ritmo costante, ma non troppo frettoloso, per non sfiancare i loro animali provati dal lungo percorso.

La guida tirò il viaggiatore per l’angolo del mantello: “Guarda laggiù.

La distesa di sabbia, a un certo punto, era interrotta da una costruzione nera, di forma conica.

“Cos’è, un cimitero?

La guida si arrotolò le maniche dell’ampia tunica lasciandogli intravedere il bracciale di legno che portava.

Il viaggiatore ne notò gli inserti di ceramica e ciascuno raffigurava una serie di case dalla pianta a forma circolare e dalle facciate decorate con le sagome di pe-sci dal corpo serpentino.

“Allora è uno dei vostri luoghi di divertimento. E magari salterà fuori un bel pasto con uno dei pescetti che vedo lì.

“Non scherzare.

Gli occhi a mandorla blu della guida mandarono un bagliore gelido.

Lui distolse lo sguardo.

Sarai anche una fanciulla dalla tunichetta a ricami intonati a quelli degli stivali, ma che caratterino. Meriteresti due ceffoni, ma mi servi. Per ora.

Lei gli additò l’edificio: “Quella è la Città Dormiente.

Lui la sfidò: “La mia gente la chiama il Deserto delle Maschere.

La guida chinò la testa, lasciandogli vedere l’elaborata acconciatura di treccine nere trattenute da fermagli di metallo e legno decorati con pietruzze opalescenti.

Il dettaglio lo fece rabbrividire, perché conosceva la storia di quel popolo, sconfitto dal suo soltanto perché fin troppo ricco di magia, nascosta negli oggetti e negli individui più innocui.

Era stato proprio l’eccesso di potere a sconfiggerli, rendendoli servi del suo.

Come questa bella ragazza, ad esempio. Il suo posto dovrebbe essere quello di concubina di uno dei guerrieri di grado più alto, se non del governatore stesso.

Quando la rialzò lo fissò con un’espressione impassibile: “Sia pure. Certo, il Deserto delle Maschere. Il vostro Perlustratore è stato visto lì per l’ultima volta e credo abbia trovato qualcosa di interessante.

“Ma dovrebbe essere già rientrato.

Lei allargò le braccia: “Cosa volete che ne sappia? L’unica è recarsi laggiù, non credete, Custode dei Rotoli?

Lui si chinò in segno di deferenza scherzosa: “Chiamami pure Jyrzo. E tu davvero sei solo Dama Lojkter?

La fanciulla congiunse le mani e chinò la testa, ma il suo tono era gelido: “Sì. È un nome rimasto attaccatomi, nonostante io lo abbia rinnegato pur di essere libera. Per te sono solo la guida che ti porterà a destinazione.

Sono il doppio di lei e armato con un paio di lame e due coltelli di riserva, potrei ucciderla anche subito, ma ho paura di lei.

La fanciulla gli fece segno di scendere dalla cavalcatura e lo imitò subito dopo.

Lui la osservò deluso mentre legava le cavalcature smilze a un albero disseccato che si trovava nei paraggi.

Prima di andarsene, tirò fuori di tasca un paio di radici bluastre che offrì a ciascuna delle due creature.

Con ancora nelle orecchie il rumore della loro masticazione, Jyrzo le obbedì, ma non senza eccepire: “Così ci metteremo di più. E il resto del Consiglio è impaziente di avere sue notizie. Non è da lui sparire così.

“Me lo hai ripetuto un’infinità di volte, e devo riconoscere che l’anticipo per i miei servigi è stato generoso. Ma, per sbrigarci nel migliore dei modi, meglio proseguire a piedi.

Gli indicò la costruzione sempre più vicina.

Ai lati della strada gli alberi grigi rinsecchiti si fecero più numerosi.

I loro rami parevano slanciarsi per ghermirli.

In lontananza, le cavalcature emisero un verso rauco: “Cos’hanno?

“Fiutano la morte che c’è stata qui e che ancora non se n’è andata. Guardati intorno. Per questo ho deciso di lasciare legate a quegli alberi. Altrimenti ci avrebbero disarcionati.

La guida mosse le dita e una piccola luce si librò in volo scomparendo subito dopo.

Bastò per zittire i due animali.

“Cos’era?

“Un falso ricordo. Credono di essere nei prati accanto al fondaco da dove le abbiamo comprate.

Jyrzo fece una smorfia e sfiorò senza volerlo la lama più lunga appesa alla cintura: “Una delle illusioni nelle quali il tuo popolo è pazzamente abile? Quanto durerà, Chawtin?

La guida seppe dominarsi per entrambe le battute offensive: “Abbastanza per fare quello che dobbiamo.

Farmi capire che siamo una razza di folli e interpellarmi con il nome del mio popolo come se fossi una stracciona.

Resosi conto di avere esagerato, Jyrzo addolcì: “Magari ci fossero illusioni così anche per gli esseri umani.

“Chi ti dice che tu non ne stia sperimentando una sulla tua pelle proprio ora, Aujarks?” ribatté la guida.

Lui snudò la lama più corta e gliela puntò alla gola: “Se da quell’edificio uscirà anche una sola belva, sarà il tuo ultimo trucco.

“Dimentichi che la mia unica fortuna è di essere nelle grazie del mio governatore, altrimenti non sarei qui, però ammiro voi della Razza Superiore.

L’emissario, tuttavia, non era così facile da placare, neppure con quel titolo onorifico.

La stanchezza del viaggio, la consapevolezza di dover fare in fretta e la paura del deserto lo avevano stravolto, tanto da fargli rinfoderare la lama a fatica.

Ma cosa mi prende? I Chawtin e il nostro popolo ora sono in rapporti più che cordiali. Sembrano davvero essersi rassegnati alla nostra dominazione.

“Doveva consegnarci il solito dispaccio sullo stato della vostra civiltà. I patti fra noi sono stati chiari.

La guida gli fece un inchino: “Sicuro. Anche il nostro governatore è impaziente di vederlo.

Poi abbassò la voce e tirò fuori dalla bisaccia un sacchetto nel quale brillava una polverina multicolore.

“Ci servirà per quando entreremo.

La sfiorò con l’indice, e poi la ritirò nel sacchetto: “Certo, non è detto che ci sia il vostro Perlustratore. Dicono che lo abbiano avvistato con un paio di bisacce.

Da una spuntavano dei rotoli.

Jyrzo si calmò.

Il particolare quadra. Allora è passato di qui, e ora si starà gingillando chissà dove. Ho sempre odiato la sua mania di dilungarsi da queste parti. Va bene voler tranquillizzare il Consiglio dei Quattro, ma lui sembra averci preso gusto a vagabondare in questo posto.

Ricordava di aver visto le immagini di quegli stessi luoghi prima della guerra fra i loro popoli.

Coltivazioni lussureggianti, cascatelle artificiali, edi-fici dalle mattonelle decorate di terracotta invetriata con figure di pesci serpentini e cavalcature come le nostre. E poi miniere di pietre splendenti come quelle che vedo qui, in possesso della mia guida. Mi sembra persino impossibile che il nostro popolo sia arrivato a ridurre così questo posto.

Si guardò intorno.

C’era solo deserto, qualche albero morto e l’edificio.

Una nebbiolina bluastra salì dalle sabbie e lo circondò, provocandogli sofferenze terribili: si sentì percosso e accoltellato.

La guida lo immobilizzò, mentre la nebbiolina si infittiva e il dolore aumentava.

Jyrzo svenne.

Quando riaprì gli occhi mise a fuoco con grande difficoltà la sagoma nerastra di un edificio rettangolare.


Estratto dal racconto "Il deserto delle maschere" di Alexandra Fischer, antologia fantasy "Hyperborea 4", Midgard Editrice 2020


midgard.it/hyperborea4_ebook.htm

midgard.it/hyperborea4.htm

www.ibs.it/hyperborea-vol-4-libro-vari/e/9788866722144

www.mondadoristore.it/Hyperborea-4-na/eai978886672214/


venerdì 21 agosto 2020

Intervista a Federico Monni

Intervista a Federico Monni, autore del libro “Il battito della natura”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.









Buongiorno, parlaci di questa opera, come nasce? 

Buongiorno, l’opera nasce dalla spontaneità, in un periodo non proprio bello per me, per usare un eufemismo.

In questo periodo mi sono cimentato nella stesura di qualche poesia, la poesia come ho spiegato più volte è stata ed è tuttora un canale di comunicazione, dove io riuscivo ad esternare emozioni che a volte nemmeno io comprendevo e che grazie alle poesie uscivano e divenivano comprensibili anche se, inizialmente, solo a me stesso.

Dunque piano piano cresceva in me quest’esigenza di scrivere per essere capito e gettare fuori parti “marce” di me stesso, con il desiderio di farle divenire armoniose e utili.

Ed eccoci poi al come è venuto fuori il libro, un mio amico vedendo le mie poesie mi ha spinto a provare a mettere insieme una raccolta ed inviarla ed eccola qua, la raccolta “Il Battito della Natura”, dove ho cercato di restituire al lettore quella sensazione di unitarietà con l’Universo e con me stesso che ho provato in questo brutto periodo.



Quali sono le tematiche più importanti della tua poetica?

Innanzitutto non credo ci siano tematiche più o meno importanti all’interno del libro.

Il libro tocca numerosi punti, vuole essere un inizio per creare discussioni, partendo dalla nostra essenza, dunque dalla natura.

Si passa dalla consapevolezza della piccolezza umana, alla tracotanza dell’uomo stesso che ergendosi a legislatore delle leggi della natura, ne dimentica l’importanza.

Il libro vuole stimolare il lettore ad interrogarsi ed a non lasciarsi travolgere dalla sfavillante apparenza del conformismo.

Si tocca con sensibilità il tema della diversità e delle emozioni incomprensibili, potenti, che spesso ci fanno così paura da chiuderle in un cassetto ed etichettarle come “negative”.

Le poesie sono uno strumento attraverso il quale comprendere più noi stessi, lanciando il messaggio che non esiste una normalità oggettiva, un invito a guardarsi dentro, senza paura.

Un invito a far tramontare l’apparente luce delle nostre vite, per assaporare il vero Sole che è sopra di noi, ma prima di ciò si deve necessariamente imparare a nuotare negli oscuri laghi che ci sono dentro di noi.

Tutta la poetica vuole far cadere la becera maschera che abbiamo per lasciar spazio a quella spontaneità, a quella bellezza, originalità che risiede in ognuno di noi, anche attraverso la riscoperta della nostra vera casa, la terra.

Infine, credo che il messaggio più denso, più importante sia quello di non lasciarsi annichilire dalla potenza dell’oscurità, soprattutto in un periodo come questo, dove siamo stati e forse saremo chiamati a passare più tempo con noi stessi che con gli altri, dove è sempre più facile cadere nei baratri da noi costruiti, è di vitale importanza non perdere mai di vista l’essenza positiva di tutto ciò.

Riflettere sulla positività del negativo, questa forse è la tematica più attuale e il compito più grande che ognuno di noi è chiamato a fare.



Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Gianluca Kaja. Come è stata la collaborazione con lui?

Sì esatto, più che impreziosito direi completato dalle illustrazioni di Gianluca.

Il ruolo dell’immagine all’interno del libro è molto rilevante visto che senza immagini mentali probabilmente io non sarei stato in grado di dar vita a nessuna poesia.

Grazie alle immagini si è cercato di dare al lettore una visione più densa e coinvolgente dell’emozione che sta dietro alla poesia e per me non è stato difficile individuare in Gianluca il ragazzo adatto a fare ciò.

Con Gianluca collaboriamo praticamente da 5 anni ormai, fin dai tempi del Liceo siamo stati propensi a idee di ogni genere, che potessero far fare un primo passo alle nostre vite.

Non solo, lui è stato una delle persone che mi è stata più vicino e forse l’unica con la quale sono riuscito a rompere quel muro dell’incomunicabilità e dunque ad ergere questo sistema che abbiamo creato.

La collaborazione è stata ottima, siamo andati avanti di pari passo, i disegni rispecchiavano l’immagine che io avevo in testa al momento della stesura delle poesie, ma soprattutto ho premuto affinchè ci fosse tanto della sua interpretazione perché come più volte ripeto, qualunque emozione la poesia susciti nel lettore è da considerare autentica.

Ci tengo particolarmente ad elogiare il suo lavoro perché lui tende a mettersi in secondo piano a non prendere i meriti, ma le immagini sono veramente belle e sono un abito perfetto per le poesie; soprattutto ci tengo ad esaltare la persona, sempre in prima linea, pronto a qualunque sacrificio per se stesso e per le persone a cui tiene, è stato facile e logica conseguenza condividere questa prima avventura insieme.

Dico prima, perché già abbiamo numerose idee sulle quali stiamo lavorando, che spero possano presto prendere vita.

Un grazie doveroso alla casa editrice per aver creduto nell’opera, per primi.

Infine tengo particolarmente a ringraziare il professor Massimo Fico per la disponibilità nello scrivere la prefazione e soprattutto per la dedizione, passione con le quali ci ha introdotto sulla via dove siamo oggi.




Quali sono i poeti, contemporanei e non, che apprezzi di più?

Onestamente non sono uno studioso di poesia e dunque non conosco moltissimi poeti contemporanei.

Detto ciò, visto il valore che io do alla poesia credo siano tutti meritevoli di stima al di là del contenuto, visto che soprattutto al giorno d’oggi è coraggioso mettersi in gioco e voler contribuire all’espansione di un’arte così nobile che fa assaporare il gusto delle emozioni, specialmente quelle più profonde e oscure di noi stessi.

Per quanto riguarda poeti che mi hanno colpito più intensamente è doveroso nominare Giacomo Leopardi, le sue “Operette Morali” e i “Canti”, dalle quali ho tratto numerose idee e spunti per le mie teorie, come la poesia “Granelli di felicità” che si ispira alla “Ginestra” e il “Dialogo al Sole” che si ispira al “Dialogo della natura e di un islandese” e al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Un altro poeta a cui mi sono largamente ispirato è Fabrizio De André, tra l’altro nella raccolta è presente anche una poesia omaggio dedicata a lui, ovvero “Al Ballo Mascherato”, ma più in generale ci tengo a sottolineare quanto la sua musica e la sua Weltanschauung mi abbiano influenzato e accompagnato durante i momenti più riflessivi del mio percorso fin qua.

Inoltre ci tengo a voler rimarcare quanto la mia poetica sia influenzata più dalla filosofia che da altro, infatti specialmente in questa raccolta mi sono ispirato molto all’Etica di Baruch Spinoza e al suo concetto di “Deus Sive Natura”, in più ultimamente nei miei lavori il filosofo più presente è senza ombra di dubbio Friedrich Nietzsche, soprattutto la sua opera la “Gaia Scienza”.


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