giovedì 26 marzo 2020

I colori della passione

di Nicola Cicchitelli





Una Ford cabriolet scivola decisa lungo la strada di Washington. L’estate è agli esordi e già comincia a farsi sentire. Il veicolo è abitato da due ragazzi: Feimata Diya e Tedros Okoye. Lei ha due anni meno di lui. Entrambi neri di pelle, un nero intenso. La ragazza esile, lui robusto, complementari anche in questo. Spesso i suoi occhi profondi scrutano amorevolmente quel giovane slanciato, viso levigato ma deciso. È iniziata la corsa del fine settimana verso i sobborghi verdi della capitale americana. Il sole del pomeriggio orienta il percorso della loro gita e delle loro anime.  Attenzioni, sguardi spensierati e teneri, una mano si posa sui fluenti capelli di Feimata. Scorrono parole e idee su come trascorrere il week-end una volta a destinazione. La musica è la sorella benevola del tragitto. La Ford è il loro microcosmo, il primo, poi ce ne saranno altri, molti altri. Giovani, lanciati nella vita,lanciati nella strada.
Stanno navigando nel quadrante sud-est della città. Appena alle loro spalle, il quartiere reietto e difficile di Anacostia da dove proviene Tedros e la sua famiglia. Spesso il destino è duro: il ragazzo ha frequentato pochi anni di scuola, catapultato in una quotidianità spietata. Povertà, solo l’essenziale per mangiare, vestiti passati di fratello in fratello. Fuori, pericolo, delinquenza e polizia a soli sei chilometri dalla Casa Bianca. Tedros conosce prestissimo l’alfabeto del lavoro. Da qualche anno fa il manovale per una ditta della zona. Fatica e sudore pagati pochissimo. L’unica soddisfazione è la sua cabrio, ma di seconda mano. Da umile manovale, però, ha potuto conoscere il suo angelo Feimata. Stava lavorando alla ristrutturazione di un bar in una zona lussuosa della città, lontana anni luce dalla matrigna Anacostia. Lì, tra una pausa e l’altra, è illuminato dalla donna, piccola ma già grande per lui. Le differenze sono tante tra i due ragazzi, ma a volte la diversità conduce a inaspettati risvolti.
Di nuovo nella macchina. Tedros: “Dopo questa settimana di duro lavoro voglio spassarmela. Un’ora di strada e saremo in un piccolo ostello in pieno verde.” Feimata: “Anch’io sono felice: questa settimana la nostra insegnante di matematica ci ha fatto sgobbare. Ho da fare anche i compiti a casa!” Il ragazzo: “Non ci pensare, adesso sei con me, tutto il resto è superfluo.” “Facile a dirlo ma poi che gli racconto lunedì a quella matta?” Okoye: “Se non stacchi, senti questo pezzo rap, che ritmo!” “Bravo Tedros, vai con la musica! Che spasso, sei forte!”, le dà un bacio sulla guancia e lui volge dalla guida gli occhi su di lei con profonda dolcezza.
Hanno superato da qualche miglio Anacostia e sono in zona Silver Hill. La cabrio regala sole e vento, è un piacere guidare felici. Lo stesso vento, però, diffonde la sirena della polizia. Un suono sempre più incombente, stonato nell’accordo della giornata. Ormai è vicinissima, li affianca e intima a Tedros di fermarsi. I due ragazzi sono preoccupati. Tedros dentro di sé continua a chiedersi il perché di tale situazione, l’accenna anche alla compagna. Uno dei due poliziotti: “Le dico io il perché, lei superava i limiti federali di quindici chilometri orari e fa quella faccia?” Tedros: “Va bene, non mi pare un delitto.” “Mia dia subito i documenti!” “Eccoli.”
Il poliziotto li esamina attentamente e a lungo. L’altro osserva con scrupolo la macchina. Il primo tiene con sé i documenti. Gli fa una multa per eccesso di velocità. Con tono decisamente perentorio: “I documenti sono a posto ma non capisco come fa a girare vicino ai bassifondi di Anacostia con una Ford cabrio!” Il ragazzo stizzito: “Pagherò presto la multa e i documenti sono a posto, perché non ci lascia andare?” Con arroganza e tono inquisitorio: “Le ripeto, perché si trova qui con questa macchina, un nero?”
Tedros perde la pazienza: “Che vuole insinuare? Ho un regolare lavoro, la macchina è di seconda mano!” “Che abbia un impiego è tutto da dimostrare!”  A questo punto, insieme al compagno, perquisisce la macchina. “Un momento, perché fate ciò? Io sono pulito, non potete sospettare!” dice incredulo e incollerito.
“Non si permetta di usare questo tono con noi. Se nasconde qualcosa non ci sfuggirà e la pagherà cara!” Feimata che fino a questo punto era a dir poco basita, è presa da un’ansia montante. Il suo viso è penetrato da lampi di preoccupazione, il suo corpo trema tutto. Il ragazzo è sempre più nervoso e preso da una collera che traspare da ogni centimetro della sua persona. La perquisizione continua. L’altro poliziotto guarda Tedros con cupa intensità. Okoye, vedendo l’insistenza della polizia, protesta. “È assurdo che non mi lasciate andare, fate questo solo perché sono nero!” Il poliziotto, allora, finito di controllare la macchina lo perquisisce corporalmente. Tedros non ce la fa più, questo è troppo. È teso, trattiene a stento la sua rabbia che esplode. Il suo carattere irruento lo porta a spintonare il poliziotto. Questi, a sua volta, fuori di sé, gli punta la pistola. Feimata è raggelata, il suo sguardo impietrito verso Tedros, è bloccata. Il ragazzo sbianca dall’incredulità e paura, ma è un attimo poi diventa sempre più rosso dalla collera.
La tensione e così densa che si taglia con una lama affilata. Feimata, disperata, cerca in tutti modi di calmare Tedros. L’altro poliziotto gli intima di non muoversi e di mettere le mani in alto e dietro la testa. Okoye è in preda all’ansia, la mente annebbiata, non è padrone del suo corpo e dei suoi movimenti. La ragazza insiste perché Tedros ubbidisca. Davanti a lui il poliziotto, il suo corpo prominente. La barba brizzolata inquadra occhi spiritati e iniettati di odio. Impugna con sempre più forza la pistola. Minaccioso intima al ragazzo di indietreggiare. È una frazione di secondo, vitale. Tedros è ancora vicino al poliziotto. In preda alla rabbia muove il braccio per puntare l’indice contro l’uomo. Questi è avvolto da un lampo sinistro e spara centrandolo. Sono attimi terribilmente lunghi e tragici. Tedros si tocca il centro del petto da cui esce sangue a fiotti, guarda tetro Feimata che è agghiacciata. Crolla a terra, la ragazza si butta su di lui invasa dalle lacrime. Il poliziotto che ha sparato è totalmente spaesato, l’altro è in preda all’ansia. Feimata raccoglie gli ultimi rantoli del fidanzato, il respiro si fa sempre più affannoso. Bacia Tedros, cerca in qualche modo di tamponare la ferita. Il ragazzo si sforza di dirle qualcosa ma non ce la fa. Allora, piena di rabbia, Feimata punta gli occhi contro i poliziotti. In un attimo di lucidità osserva il cartellino di quello che ha sparato e fa ogni sforzo per memorizzare il suo nome, John Steady. Questi, riavutosi appena, tenta di giustificarsi, di minimizzare. Il colpo è partito involontariamente, è stato provocato. Il suo compagno si nasconde in macchina. La ragazza concitatissima chiama l’ambulanza. Il volto di Tedros e sempre più pallido. Accorre qualche persona. Feimata accarezza il suo viso, disperata lo bacia sulla fronte. Immediatamente dopo punta i suoi occhi pieni di rabbia contro Steady: “Non finisce qui, la pagherete cara!” Il poliziotto vigliaccamente sale in macchina e in un lampo scappano. Intanto arriva l’ambulanza, soccorrono subito Tedros ma appurano che non c’è niente da fare. Chiamano, allora, la polizia. Passano diversi minuti ma non si vede nessuno.
È la fine, una coltre nera avvolge la mente di Feimata, non riesce neanche più a piangere. Osserva inebetita Tedros. Di colpo un lampo di rabbia scuote i suoi occhi e il suo corpo. “Ve la farò pagare, assassini!”, un urlo squarcia l’aria.


Estratto dal romanzo "I colori della passione " di Nicola Cicchitelli, Midgard Editrice 2020


sabato 21 marzo 2020

L'incontro

di Anna e Tullio Agostini




Con passo svelto attraversò il portone d’ingresso, superò l’ampio cortile e si portò alla biglietteria di Palazzo Vitelleschi salutando l’impiegata preposta alla punzonatura giornaliera dei tagliandi e ritirando dalle sue mani il pacchetto delle prenotazioni di quella mattina per la visita archeologica al Museo Nazionale Etrusco.
Vittoria non era una guida turistica vera e propria ma la sufficiente competenza artistica, la disinvoltura nelle lingue, la familiarità che aveva acquisito con la cittadina tirrenica dal mare blu e dalle tante torri, nella quale da tempo soggiornava per diversi mesi all’anno, facevano sì che venisse chiamata a collaborare con gli amici del museo ogni volta che ve ne fosse l’occasione.
L’estate era la stagione di maggiore afflusso turistico per Tarquinia e lei anche quel giorno avrebbe avuto il suo da fare con il nutrito gruppetto di persone che attendeva impaziente di entrare nelle “stanze delle meraviglie”.
Avrebbe esordito ancora una volta con i preamboli di presentazione del Palazzo informando gli astanti che la struttura  – realizzata tra il 1436 e il 1439 per volontà del Cardinale Giovanni Vitelleschi su progetto di Giovanni Dalmata  – poteva ben ritenersi un autentico capolavoro del Rinascimento. Avrebbe messo in risalto la compresenza in loco di elementi gotici e rinascimentali che testimoniavano il graduale passaggio dal vecchio al nuovo stile. Stile che a quel tempo si andava diffondendo un po’ dovunque. Si sarebbe soffermata sul bellissimo pozzo ottagonale, risalente al 1459, circondato sui due lati da un porticato con archi a sesto acuto…
Ogni volta era la stessa lezione e in realtà ogni volta non era la stessa lezione.
Cambiavano i gruppi, l’approccio, le domande e mutavano sopra tutto gli sguardi della gente che la fissava: a volte con interesse (accidenti, che grinta la guida, nonostante l’età sui cinquanta e quelle lenti spesse da miope che non le rendono giustizia); a volte con alterigia (sei pagata per accontentarci e rispondere a tutti i nostri interrogativi, non importa se i più idioti del mondo); a volte con leggerezza (quel caschetto grigio non le dona, però che fisico ancora e che energia! Ce ne fossero…).

Con un’occhiata esperta valutò la situazione che le si prospettava: una quindicina di persone provenienti dalle Terme di Saturnia e scaricate da un pulmino privato alberghiero; la classica coppietta americana in tour per i litorali laziali, in cerca di motivazioni; un prete dagli occhiali scuri, moderno ma non più di tanto; e infine due o tre visitatori occasionali sui quali la psicologa mancata che dimorava da sempre in lei avrebbe potuto riempire pagine intorno alla reale velleità di incontro di ciascuno di loro con la storia di un passato sempre più inutile e fatiscente.
Poco per volta iniziò a entrare nel meccanismo della persuasione delle parole con una voce ben impostata – frutto di anni di teatro – e dandoci dentro con quel minimo di entusiasmo che può pretendersi appunto da una guida che non è guida e che si pavoneggia in un ruolo che non le compete.
Tutti gli occhi erano puntati su di lei mentre raccontava della definitiva trasformazione del palazzo in museo nel 1924, data questa in cui il nucleo originario della raccolta comunale si arricchiva con la preziosa collezione Bruschi – Falgari, e non solo … 
Colse una certa attenzione nel momento in cui fece intendere al gruppo che l’esposizione museale era articolata su tre piani ma che prima avrebbero dovuto seguirla lungo la sala dieci del piano terra, preziosa per i segreti che custodiva: i celeberrimi sarcofagi edificati con materiale in pietra, appartenuti ad alcune delle famiglie più in vista della Tarquinia di un tempo.
Era quella – pensava e lasciava intendere – la parte più significativa della visita poiché né il celebre vaso di Bocchoris del VII-VI sec. A.C., né l’altrettanto famoso altorilievo dei Cavalli Alati, recuperato dalle rovine del tempio dell’Ara della Regina e considerata opera scultorea unica al mondo, avrebbero potuto, a suo giudizio, eguagliare la dolcezza e la sacralità dei sepolcri della famiglia Partunus tra i quali, per eccellenza, quelli di Laris e di Velthur del IV secolo.
Rispose in modo garbato ma conciso alle prime interruzioni del suo breve esposto, non riuscendo peraltro a rimuovere del tutto, pur mantenendo una impeccabile professionalità, le inquietudini personali di quella mattina: la preoccupazione per la mamma malata ed anziana, rimasta in casa senza la giovane badante; la nostalgia per i suoi tre cani lasciati per cause di forza maggiore a Cortona; Claudio, il problema per eccellenza per la soluzione del quale da cinque anni non aveva mai trovato altro che il tentativo di applicarne una rimozione totale.

(Si supera, si supera tutto – pensava –).

Era frattanto giunta al sepolcro di Velthur, emozionandosi ancora una volta come sempre le accadeva.
 “Una lunga iscrizione incisa e dipinta di rosso racconta che questo “Velthur Partunus, figlio del caro Laris e di Ramtha Cucini…” visse ben ottantadue anni, un’eternità per quei tempi, lui che aveva ricoperto l’importantissimo ruolo di zilath cechaneri, paragonabile ad un’altissima carica di magistrato. Sì, parliamo di un membro illustre della famiglia tarquiniese dei Partunu, di cui conosciamo altri membri sepolti nella stessa tomba, in altri sarcofagi. Vedete, il calcare di cui è composta la struttura evidenzia con il suo colore bianco l’autorevolezza del soggetto…”.
In quel momento si sentì tirare la borsa a tracolla che portava quasi sempre con sé e nel girarsi di scatto, paventando uno scippo o qualcosa del genere, ebbe la sorpresa di trovarsi davanti un indefinibile signore di mezza età parzialmente occultato da un berretto con visiera da cui sbucava un volto arguto e ammiccante che la riportava stranamente a un deja vu e a scenari trascorsi, quasi fosse  – quel volto  – un fotogramma sfocato che lentamente prendeva consistenza e si trasformava in qualcosa di sempre più nitido e accessibile ai ricordi.

Estratto dal romanzo "L'incontro" di Anna e Tullio Agostini, Midgard Editrice 2020

midgard.it/incontro.htm





venerdì 13 marzo 2020

Tennista o non tennista

di Andrea Guizzardi






“Quando colpisci la pallina, di diritto o di rovescio, non senti alcuna vibrazione nel tuo corpo? Non sei un tennista, ma uno che si è ritrovato in mano una racchetta e ha la gelida freddezza del banco surgelati.
Quando pieghi le ginocchia e giochi il rovescio in slice, non percepisci il lieve spostamento d’aria che precede l’impatto delle corde con la pallina? Non sei un tennista, ma uno che armeggia inutilmente un arnese di cui non capisce l’utilizzo nonostante la lettura del manuale d’istruzioni.
Quando con perfetto tempismo esegui un passante in risposta di diritto sul servizio avversario, non ti sembra di essere un’unica cosa con la racchetta? Non sei un tennista, ma uno sperduto essere umano, disorientato nel tempo e nello spazio.
Quando, con il polso bloccato e la spinta delle gambe, esegui una demi volee estraendo la palla dal terreno che la teneva prigioniera, non avverti quanta poesia c’è in quel gesto così complicato? Non sei un tennista, ma uno che pensa di avere in mano un badile e, in tutta verità, meriterebbe di trovarsi in una serra a cinquanta gradi.
Quando esegui un pallonetto di geometrica precisione per altezza e parabola della pallina, non vedi nel cielo un astro con il tuo nome che fa capolino per ammirare tanta bellezza? Non sei un tennista, ma uno che riesce soltanto a guardarsi con insuccesso la punta dei piedi, tanto da non scorgere neppure la propria ombra.
Quando fai lo smash e la palla rimbalza altissima e imprendibile nel campo avversario, non hai la sensazione, seppur momentanea, di essere come Ercole quando sprigionava tutta la sua forza? Non sei un tennista, ma un bruto per il quale è normale usare la potenza in ogni circostanza, anche e soprattutto quando non serve.
Se non hai superato il vaglio di questo test introduttivo, ti consiglio già di non avventurarti nella lettura di questo libro. Perderesti solo il tuo inutile tempo, anziché continuare a dedicarlo alle tue solite e insulse attività quotidiane.
Qualora, invece, vincendo la tua naturale idiosincrasia per l’argomento, decidessi di affrontare quella che per te sarà un’ascesa lunga e difficile, sappi che, quando sarai arrivato all’ultima pagina, il panorama che ammirerai ti avrà ripagato di ogni sforzo e di ogni goccia di sudore lasciata sulle pagine”.

Questo era l’esplosivo incipit di “Io sapevo spazzolare le righe”, l’autobiografia di Sven Fredriksen, uno dei grandi del tennis del passato, l’idolo indiscusso di Luigi Nervi, che portava sempre con sé quel libro, avendo cura di riporlo nel borsone prima di ogni partita. Per Nervi non era soltanto un insieme di pagine che raccontano i successi e le sconfitte di uno sportivo, ma molto di più: un trattato sulla natura del tennista, scritto da un tennista, già talentuoso di suo sul campo, ma inaspettatamente ancora più dotato nell’ambito letterario. Non se ne dimenticava mai. Un portafortuna? Un talismano dai poteri straordinari? Una salvifica coperta di Linus? Solo Nervi lo sapeva, ma, qualunque cosa significasse per lui, sta di fatto che quel libro aveva la capacità di smorzare la sua tensione e di rendere il suo orizzonte più sereno.
Mai come in questa occasione la presenza dell’opera di Fredriksen era di fondamentale importanza per Nervi. Era a Parigi, non in gita turistica, ma al Roland Garros. Non al primo turno e neppure agli ottavi di finale. Era il giorno della finale del singolare maschile e uno dei due finalisti era proprio lui. L’inatteso Nervì, così come lo chiamavano i francesi, innamoratisi alla follia del giocatore italiano, dopo averne apprezzato le gesta e lo stile nel corso del torneo. Un ragazzo semplice dal fisico normale, sostenuto da una buona preparazione atletica e, soprattutto, dotato di una intelligenza tattica in grado di compensare i limiti tecnici e la non particolare pesantezza della sua pallina. L’esatto contrario di molti giocatori in voga in quel momento: gonfi di boria, molesti come i grugniti emessi dopo ogni colpo, antipatici quanto i pugnetti costantemente esibiti a ogni punto conquistato e, dulcis in fundo, mal accompagnati da un imbarazzante codazzo di preparatori, fisioterapisti e addetti stampa. 

Estratto dal romanzo "Tennista o non tennista" di Andrea Guizzardi, Midgard Editrice 2019





mercoledì 4 marzo 2020

Intervista a Margherita Merone

Intervista a Margherita Merone, autrice del libro "Si dà una relazione empatica tra Gesù e il Padre? La cristologia dialoga con la fenomenologia", edito nella Collana Saggistica della Midgard Editrice.





Margherita, parlaci di questo saggio, come nasce?

Ho avuto l’idea frequentando un corso di filosofia che trattava di Edith Stein, la filosofa tedesca, conosciuta come santa Teresa Benedetta della Croce. Nel suo lavoro di dottorato si parla della questione dell’empatia ed è proprio questa che ha attirato la mia attenzione: è possibile attribuire qualcosa di simile tra Gesù e il Padre, un’empatia tra loro? È possibile ascrivere a Gesù nella sua vera umanità un vissuto empatico nei confronti delle persone che gli sono accanto ed inoltre, esiste la possibilità di una relazione empatica tra Gesù e il Padre? Eventualmente con quali modalità? Seguendo la trattazione della filosofa ho trasposto le varie fasi dell’empatia sul piano cristologico, tenendo sempre presente il dogma delle due nature, divina e umana, in Cristo. Non si può parlare del Padre e del Figlio senza lo Spirito Santo. 



Quali sono le tematiche più importanti dell’opera?

La filosofia, in particolare la fenomenologia, dunque la questione dell’empatia, poi la cristologia, nello specifico viene considerato il rapporto unico e speciale tra Gesù e il Padre nello Spirito Santo. È stato fatto un lavoro interdisciplinare, oltre alla filosofia e alla cristologia, alla trinitaria e alla pneumatologia, è stato necessario l’ausilio della psicologia, della psicanalisi, delle neuroscienze. 



Tu sei autrice anche di libri di narrativa e di fiabe. Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Scrivere storie per i bambini mi diverte moltissimo, così la narrativa. Il testo di cui si parla ora è un lavoro scientifico estratto dal mio dottorato, dunque un lavoro che amo in particolar modo. Scrivere mi rende felice, non toglie tempo alla mia vita, la rende migliore. 



Progetti futuri?

Nell’immediato un altro libro per i bambini, poi la narrativa.  


midgard.it/sidauna_relazione_empatica.htm


martedì 25 febbraio 2020

Intervista a Serena Biagini e a Lorenzo Paoli

Intervista a Serena Biagini e a Lorenzo Paoli, autori del libro “Il mistero di Artesia”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlateci della vostra opera, come nasce? 

Serena Biagini
Questa storia nasce dall’esigenza educativa di ridare valore al mondo delle emozioni, veicolate dalle varie forme di Arte, in una realtà odierna e futura dove può esistere un serio rischio di essere sopraffatti ,come genere umano, da un mondo prevalentemente tecnologico riduttivo e non del tutto rappresentativo della complessità dell’animo umano.

Lorenzo Paoli
In quel periodo avevo la difficoltà, che molte persone hanno, di vivere di Arte ogni giorno. L’Arte mi era diventata opaca, molto legata al business ad aspetti competitivi e di potere, perdendo ai miei occhi l’aspetto magico e altruistico che la eleva.
Molte società oggi, si stanno sempre più appoggiando ad interventi tecnologici per motivi di interesse industriale che non sempre rendono il prodotto di migliore qualità.
Non so quanto le persone oggi si soffermino ad osservare la bellezza della natura e tutte le forme di Arte che la rappresentano, dato che il ritmo tecnologico moderno è sempre più veloce.
La saga di Artesia apre una riflessione su ciò che potrebbe accaderci in un prossimo futuro.


Quali sono le tematiche più importanti del libro?

Serena Biagini

A: l’Arte espressa  dalla simbologia di Artesia rappresenta una Bellezza Buona, contrapposta alla simbologia di Koros, principe del Male, queste due Parti però si incontreranno e dal conflitto nascerà una Sintesi nuova che si manifesterà dentro e fuori gli animi dei personaggi.
B: l’Amicizia, i ragazzi impareranno a diventare un vero gruppo.
C: la prima adolescenza con tutta la sua metamorfosi corporea e psicologica che porterà ciascuno di loro a scoprire il proprio Io, non senza un conflitto interiore. L’incontro con i primi amori.
D : il valore della famiglia e il primo distacco da essa dei figli.
E : la Speranza, portata avanti dal gruppo dei ragazzi di poter realizzare un mondo migliore e la forza di lottare e non arrendersi anche nei momenti più difficili.
F: valorizzare la protagonista femminile dell’avventura per incoraggiare le donne anche le piccole donne verso il cammino di una parità di genere con il maschile nel rispetto di una complementarietà di genere.

Lorenzo Paoli
Sicuramente l aspetto più importante è l'equilibrio da trovare tra tecnologia ed Arte, sperando che quest’ultima non perda mai il suo antico splendore. Se da una parte la tecnologia ci è utile ma rischia di annichilirci a livello emotivo comunicando con messaggi immediati e troppo semplificati, l'Arte ha il vantaggio di poter ridestare con la sua BELLEZZA le nostre sopite emozioni.
L’Arte ci comunica quasi sempre un messaggio complesso mai troppo semplificato e ci aiuta a contattare le nostre emozioni oltre che stimolare le nostre riflessioni.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della vostra vita?

Serena Biagini
La scrittura rappresenta  il rapporto con il mio mondo interiore, mi stimola a riflettere e ad esprimere ciò che rielaboro dall’incontro con gli altri, anche in relazione alla mia professione.
Amo scrivere anche poesie dove si rispecchiano le gioie e i dolori della mia vita.
Mi aiuta a mantenere viva la mia creatività.

Lorenzo Paoli
La scrittura è una forma di Arte e come la Pittura, che rappresenta la mia passione e il mio lavoro, può creare e comunicare immagini ed emozioni, mondi, idee.
Scrivere è impegnativo perché richiede soprattutto molto tempo, ma può fornire informazioni e suscitare emozioni in modo sempre diverso e preciso.
Per me la scrittura rappresenta il primo step quando un’idea si affaccia alla mia mente e cerco di collegarla al momento che sto vivendo, poi la sviluppo anche attraverso altre forme di arte, come disegno, pittura, video.


Che scrittori vi piacciono e vi ispirano?

Serena Biagini
Neil Gaiman (American Gods)
Marion Zimmer Bradley (Le nebbie di Avalon )
Niccolò Ammanniti (Io non ho paura )
Margaret Mazzantini ( Non ti Muovere )
Elena Ferrante (L'Amica Geniale e gli altri )
James Hillman (Il codice dell Anima ecc..) ed altri.

Lorenzo Paoli
Non ho uno scrittore preferito, se una trama o una storia è avvincente, è scritta col cuore, in maniera profonda, sicuramente mi coinvolge. Ciò che amo della lettura e della scrittura è che quando inizio una storia ed essa si rivela interessante mi obbliga quasi a restare incollato al libro per curiosità e per me quella storia è valida.


Progetti futuri?

Serena Biagini
Concludere i libri della saga poterli pubblicare e vendere, sperare in un adattamento cinematografico con lungometraggio o una serie TV animata, continuare a scrivere Fantasy e non solo.

Lorenzo Paoli
Molti e molte idee creative si affacciano alla mia mente, sicuramente le priorità includono la Trilogia di Artesia con la speranza che la saga si diffonda e possa essere conosciuta e tradotta in altre lingue, arrivando così all'estero, dove attualmente vivo.






sabato 22 febbraio 2020

Intervista a Nicola Cicchitelli

Intervista a Nicola Cicchitelli, autore del libro “I colori della passione”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua nuova opera, come nasce? 

Buongiorno, le idee basi su cui si fonda il libro le ho concepite circa due anni, due anni e mezzo fa, già prima di pubblicare la precedente opera poetica “Vivido, vibrante violin”. Tutto è nato dal mio recente interesse per la moda femminile. Punto di riferimento importante, a questo riguardo, è stata l’assidua lettura del settimanale “Donna” di “Repubblica”. In un numero si parlava di alcune stiliste africane e lì si è accesa la lampadina: “Perché non scrivere un libro che unisca la moda al mondo africano?” Per completare il quadro, poi, è arrivato uno speciale della stessa rivista dedicato alle donne che si sono distinte per il ruolo importante avuto nella società in tanti campi, tra questi quello relativo alla lotta contro la discriminazione razziale, in particolare dei neri. La protagonista, in questo caso, è Alicia Garza, una delle tre fondatrici dei “Black Lives Matter”, movimento di lotta per i diritti dei neri e contro la violenza della polizia, nato negli Stati Uniti. A questo punto avevo due ottimi elementi su cui far ruotare la narrazione: la lotta per i diritti dei neri e la moda. La protagonista, di origine nigeriana, abbraccia tutti e due questi nuclei.
Un’altra idea che vorrei menzionare, presente nella mia mente ben prima di iniziare a scrivere, è l’esordio drammatico del romanzo che coinvolge la protagonista insieme al suo fidanzato a Washington, capitale politica degli Stati Uniti, dove la medaglia ha due facce: il potere politico e di dominio e la più drammatica discriminazione sugli immigrati, in particolare i neri.



Quali sono le tematiche più importanti di questo tuo nuovo libro?

Come si evince dal titolo del libro, la tematica fondante è la passione della protagonista nella lotta per difendere, affermare e promuovere i diritti dei neri. Feimata, l’eroina dell’opera, dopo aver sperimentato - in prima persona - la crudezza della vita degli afroamericani negli Stati Uniti, decide di spendersi con forza nelle fila dei “Black lives matter” (BLM), perché, come dice il nome del movimento, ogni singola vita dei neri conta. Nel romanzo sono citate, attraverso i discorsi di alcuni attivisti, le figure dei “leoni” che hanno speso la vita per la giustizia razziale, Martin Luther King, Frederick Douglass (l’abolizionista della schiavitù dei neri) e Rosa Parks. Sulle loro orme e sulle fondamenta della cultura e orgoglio nero, nasce l’attuale movimento BLM.
In seconda battuta, l’altra tematica che arricchisce la narrazione è un’altra passione della protagonista, il disegno e la moda femminile. È l’amore per la bellezza dei vestiti, espressione della propria personalità e cultura, in questo caso anche africana. All’inizio del libro è presente una collezione di questo continente. A questo elemento si unisce quello del gioco e della sensualità che traspare dalle linee più scollate dei vestiti e dai collant disegnati egregiamente, come i vestiti africani, dall’illustratrice Sara Tomaselli. La forza della moda, come emerge dal libro, è anche quella di contaminare di bellezza le strade del mondo e di arricchirle con culture differenti.
Per concludere, vorrei aggiungere che questo libro, nel suo piccolo, vuole dimostrare che l’integrazione tra etnie e culture diverse è possibile come ci suggerisce la progettualità di Feimata e il suo essere nomade tra l’Africa, gli Stati Uniti e l’Italia. Il romanzo racconta, inoltre, del ritorno di Feimata alle origini africane e di sorprendenti incroci che la vita a volte regala.



Come è stata la collaborazione con l’illustratrice del volume, Sara Tomaselli?

La collaborazione con l’illustratrice Sara Tomaselli è stata ottima per diversi motivi. Per il confronto ampio su tutti gli aspetti inerenti all’illustrazione: dalla ricerca dei modelli e delle tendenze, dei soggetti da rappresentare a una prima idea con i bozzetti e all’accurata illustrazione definitiva. Sara ha apprezzato fin da subito il soggetto, la trama e i contenuti narrativi e questo ha facilitato il lavoro. È importante la comunanza di idee! Anche io ho potuto dare valore ai disegni che mi ha mostrato la prima volta che ci siamo incontrati. Fondamentale, visto il soggetto narrativo, è stata la sua accurata esperienza nel campo della moda e l’essenziale contributo fornito per la copertina, nata da una sua brillante idea che rispecchia il nocciolo della narrazione.



Progetti futuri?

La mia idea è quella di continuare sul versante della narrativa. Ho già in mente in grandi linee il soggetto narrativo ma non voglio svelarlo. Sto iniziando a documentarmi, ma il lavoro è ancora lungo.

midgard.it/icolori_dellapassione.htm

mercoledì 19 febbraio 2020

Intervista a Fabrizia Fioroni

Intervista a Fabrizia Fioroni, in arte Brisa, autrice del libro “Ricordi di una principessa clandestina”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.





Buongiorno, parlaci della tua nuova opera, come nasce?

Salve, “Ricordi di una principessa clandestina” è il mio secondo libro di poesie e nasce proprio come conseguenza del mio primo libro, “Frammenti” (Midgard 2016, seconda edizione 2018). Si tratta della continuazione di un viaggio, il mio viaggio introspettivo, questa volta affrontato con più maturità, ma sempre con molta curiosità. A differenza di “Frammenti”, che ho scritto durante un decennio della mia vita, tra l’adolescenza e la prima gioventù, “Ricordi di una principessa clandestina” nasce in forma onirica, proprio così, mi svegliavo di notte con la poesia praticamente già fatta. Ovviamente, rileggendo le varie poesie nei giorni seguenti, c’era sempre qualcosa da modificare, però l’essenza della poesia si manifestava durante il sonno, infatti sul mio comodino non potevano mancare mai un quaderno ed una penna.



Quali sono le tematiche più importanti di questo tuo nuovo libro?

Il tempo ed i ricordi, infatti è lo scorrere del tempo che dà vita ai ricordi.
Il viaggio inizia con l’unica poesia con rima, soave rispetto ad altre, come se succedesse in un tiepido giorno di sole:

ECLISSE
Tra la luna e il Sole,
mancano le parole,
quelle che non diciamo,
ma quelle che confessiamo.
Quella che sono
e quella che sono stata.
Tra la Luna e il Sole
mancano le parole.
Spero che un giorno
esista un’eclisse
per poter capire
quello che volevo dire.

Ma subito dopo il temporale:

CAOS
E questo frastuono
di idee confuse
trasforma in silenzio
i rumori della strada.

Per finire:

GOCCE
Le gocce
eterno tintinnio.
Gocce di pianto,
gocce di felicità.
Gocce di mare,
gocce di neve.
Gocce di lacrime
tristi e felici.
Gocce.
Ho riempito il mio cuore.
Gocce.

In sostanza si tratta di un viaggio a lieto fine, con il cuore pieno di emozioni.
È come se ogni goccia rappresentasse una poesia.
Altre tematiche, sono per esempio, la contrapposizione fra il sentirsi sicuri ed insicuri, ed i vari personaggi femminili che mi accompagnano in questo viaggio, ognuno con caratteristiche proprie e differenti. E riguardo alla tematica che dà vita al titolo, l’unico modo di scoprirla è leggendo il libro.


Quali sono gli autori e le autrici contemporanee e non di narrativa e di poesia che apprezzi di più?

Senza neanche pensarlo Giacomo Leopardi. Le sue poesie, che non mi stanco mai di leggere, e che riescono sempre a commuovermi, sono la luce in ogni testo che scrivo, la mia ispirazione. Apprezzo moltissimo anche Charles Baudelaire, e un po’ tutti i poeti maledetti e Pablo Neruda, le cui metafore mi fanno venire la pelle d’oca, ogni volta che leggo le sue poesie. Fra le donne Alda Merini è sicuramente la mia Musa.



Progetti futuri?

Appena sfornato “Ricordi di una principessa clandestina” ho già scritto nuove poesie, quindi prevedo l’uscita di un terzo libro. Ancora devo capire se sarà la continuazione del viaggio, o qualcosa di completamente nuovo. Questo non si può decidere, non si può programmare, ma saranno le stesse emozioni, incontrollate ed incontrollabili, che daranno vita al nuovo libro.

midgard.it/ricordi_diunaprincipessa_clandestina.htm

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