di Egidio Burnelli.
Seduto sul divano mi appresto a vedere l’evento di boxe. Estraggo il telefono dalla tasca e sblocco l’app di DAZN. Clicco sull’evento e collego il mio smartphone alla tv. L’apparecchio si illumina e compaiono le pubblicità che promuovono i vari match della serata.
Mi è sempre piaciuta la boxe, ma non so il perché. Nella mia famiglia nessuno apprezza questo tipo di sport. Mia madre dice che è troppo violento e le fa senso vedere delle persone che si picchiano. Mio padre dice che è uno sport violento da “fascisti”, ma dice questo riguardo a tutti gli sport da combattimento e inserisce in questa categoria anche il rugby. Però, lui non fa testo, visto che gli interessa solo il calcio e lo annoiano tutti gli altri sport in generale. Infine, ci sono le mie sorelle che credo non abbiano nemmeno mai riflettuto sul concetto di sport e, tantomeno, sugli sport da combattimento.
Mentre scorrono le immagini, che vengono commentate dai telecronisti che elencano le varie caratteristiche dei lottatori, passa mia madre che sta mettendo in ordine i vestiti della mia valigia e sospira:
«Proprio come il nonno.»
Nonno non c’è più da molto tempo, è morto quando io frequentavo la quarta elementare. Mia madre dice che lui, suo padre, era un grande appassionato di boxe e non si perdeva mai un incontro di Cassius Clay. Era così appassionato del pugile statunitense che, quando veniva dato un incontro in televisione, il nonno lo registrava su videocassetta. In questo modo poteva rivedersi l’incontro quando più gli stava comodo. Purtroppo, io ho conosciuto il nonno solo per poco tempo. A quella giovane età ero molto più appassionato di wrestling, perché i lottatori avevano costumi sgargianti ed eseguivano mosse spettacolari. Se fosse vivo ora, credo che guarderemmo la boxe insieme e ci scambieremmo numerosi aneddoti e pareri.
Sta per iniziare il primo incontro tra due giovani lottatori che non conosco nemmeno per sentito dire. Non sapendo nulla di loro, voglio seguire con attenzione il match per vedere se avrò un nuovo idolo del ring da seguire e ammirare in futuro. Pertanto chiedo a mia madre se può fare più piano o se può disfare i miei bagagli domani, così le potrò dare una mano anch’io. In effetti, mi dà fastidio che faccia tutto lei mentre io sono stravaccato sul divano, ma dopo le sei ore di treno sono completamente fuori gioco. Sono tornato da Modena, dove studio storia all’università. Sono tornato nella mia Perugia per passare le vacanze di Natale in famiglia. Anche se le feste mi fanno schifo e in particolare odio le feste in famiglia, questo è l’unico modo per rivedere tutti i parenti nel minor tempo possibile. In questo modo potrò avere anche del tempo per studiare e rivedere gli amici che sono rimasti in città.
Mia madre risponde che vuole fare tutto adesso, perché non bisogna mai rimandare al domani quello che si può fare oggi o una cosa del genere… io ormai non la sto ascoltando. La campanella è suonata e i miei occhi, il mio udito e la mia intera essenza sono concentrati a vedere il combattimento.
I due sul ring iniziano a scambiarsi i primi colpi che… suona il mio telefono. Che sega!!! Lo prendo e leggo sul display “LUCA”. È un mio carissimo amico e gli voglio un bene dell’anima, ma in questo momento vorrei stritolare il telefono e Luca stesso, urlargli contro che non deve rompere i coglioni a quest’ora, che sono stanco e che voglio godermi l’evento di boxe in pace per tutta la notte.
Invece, dico solo «Pronto.»
«Gigio, sei a Perugia?»
Rispondo di sì. La voce dall’altra parte sembra un po’ tesa e sovreccitata. Avrà pippato anche stasera.
«Bene, grande. Puoi passare da me? ... Tipo adesso, ora?»
Vorrei dire “non ho voglia”, ma la voce non sembra solo quella di una persona eccitata, bensì come quella di qualcuno che ha urgentemente bisogno che lo tiri fuori dai casini. Questo non è da Luca, c’è qualcosa di strano sotto. Sono costretto ad accettare.
«Va bene, dammi il tempo di vestirmi e arrivo.»
«Tanto sai dove abito, vero?»
«Sì, Luchino. Sono già venuto da te l’anno scorso.»
Luca abita in soffitta. Sua madre l’ha messa a posto e resa abitabile per farci vivere Luca. Ormai, a causa della sua tossicodipendenza, la situazione in casa Giachetti era invivibile; litigi continui tra lui e la madre. Farlo vivere in soffitta è stato l’unico modo per evitare i litigi e tentare comunque di controllare Luca allo stesso tempo. O almeno queste erano le intenzioni della madre. Quando l’anno scorso sono andato nella casa-soffitta, mi sono dovuto sorbire la serie Netflix di Rocco Siffredi insieme a Luca e altri otto tossici che ogni tre secondi stendevano una striscia di cocaina e facevano discorsi incentrati solamente su droga e figa.
Chiudo la telefonata e, a malincuore, spengo la tv. Vado in camera, metto le scarpe e dico a mia madre che esco.
«Dove vai?»
«Esco fuori con Luca, è da tanto tempo che non lo vedo.»
Detto questo, chiudo la porta di casa alle mie spalle ed esco dal palazzo.
Estratto dal libro di Egidio Burnelli, Nascondere un cadavere, Midgard Editrice
https://midgard.it/product/egidio-burnelli-nascondere-un-cadavere/
(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento