lunedì 24 agosto 2026

Una fanciullezza rubata

 di Giuliano Bruno.

 
 



Per una volta, avevamo vissuto una vera giornata di felicità: era il 6 gennaio, il giorno della Befana. Una figura antica e misteriosa, sospesa tra leggenda e sogno. Si diceva che nella notte scivolasse giù dal camino, avvolta nei suoi scialli consunti, a cavallo di una scopa di saggina, per portare doni ai bambini buoni. Sapeva di fumo e di cenere, con mani rugose come quelle delle nonne e occhi profondi e quieti, come chi ha vissuto tanto e sa guardarti dentro senza bisogno di parole. Per anni avevo finto di dormire, sperando in silenzio di coglierla sul fatto. Nella mia fantasia, pensavo che se fossi stata gentile con lei, magari mi avrebbe lasciato qualche dono in più. Almeno, era ciò che speravo. Ma purtroppo, non ha mai funzionato.
Nel giorno in cui i bambini delle famiglie borghesi ricevevano giocattoli e regali colorati, io e i miei fratelli trovavamo accanto al letto due lunghe calze piene di mandarini, noci, fichi secchi e qualche confetto. Non so se la nostra gioia derivasse dal contenuto, dato che quelle delizie non erano affatto quotidiane, oppure dalla sorpresa in sé e da come papà riusciva sempre a renderla magica e misteriosa.
Mi piace ricordare quei singoli momenti. Eravamo piuttosto poveri, nel dopoguerra: papà aveva combattuto in Albania e mamma era rimasta sola con cinque figli. Spesso in casa scoppiavano litigi violenti. Nei momenti di disperazione, papà diventava aggressivo con mamma. Poi però si pentiva, l’abbracciava tra lacrime e singhiozzi da parte di entrambi e cercava di rimediare. Mia madre gli perdonava sempre tutto perché lo amava infinitamente. Con noi bambini, invece, non alzò mai un dito. Ma il suono delle urla e del pianto riempiva quella piccola stanza che chiamavamo casa.
Cercavo di proteggere Cristina e Armando, di distrarli prima che mamma crollasse e riversasse su di noi la sua frustrazione. Anch’io avrei avuto bisogno di un abbraccio, di una parola che scaldasse il cuore. Ma non c’era tempo per i sentimenti: la vita non ce lo permetteva. Era un’Italia ancora stremata dalla guerra, soprattutto al Sud. Taviano, il nostro paese nel cuore del Salento, era povero ma vivo. Le strade erano di terra battuta, le case umili, spesso senza servizi, ma c’era una forza collettiva che ci faceva resistere. I contadini partivano all’alba per i campi — quelli che avevano la fortuna di avere un pezzo di terra — mentre tanti altri si univano alle leghe contadine, lottando per conquistare un pezzo di pane e dignità. In quegli anni, le campagne del Salento erano percorse da fermenti di protesta: l’aria era carica di voci, di scioperi, di speranze. La terra dell’Arneo veniva invocata come promessa di riscatto, mentre la disoccupazione mordeva le ossa e la fame era una compagna silenziosa.
Le donne si ritrovavano nei cortili a lavare i panni con l’acqua tirata su dai pozzi, scambiandosi confidenze e consigli, spesso su come arrivare a fine settimana. I bambini — quando non aiutavano — giocavano per strada, correndo tra le pietre e la polvere, costruendo mondi immaginari con quattro bastoni e un po’ di filo di ferro.
La miseria era ovunque: nei vestiti rattoppati, nei pasti frugali, nei racconti dei bombardamenti che ancora riecheggiavano nelle sere d’inverno, quando ci si radunava nelle piazze per scaldarsi con le parole più che con il fuoco. Eppure, la gente aveva uno spirito che oggi si fa fatica a ritrovare: una positività profonda, quasi testarda.
A Taviano si parlava ancora, a bassa voce, dei signori Caracciolo, una famiglia nobile che per secoli aveva dominato queste terre. Se ne ricordavano i vecchi, con rabbia o con rispetto, a seconda delle memorie: feudatari potenti, poi decaduti, ma con un palazzo che incuteva ancora soggezione a chi passava davanti. In paese si raccontavano storie mezze vere e mezze leggenda: banchetti sontuosi, cocchieri vestiti di velluto, e servitù che si piegava al loro passaggio.
Ma quel tempo era ormai lontano. I più fortunati partivano all’estero con la speranza in una vita migliore. Chi andava in Svizzera, chi in Germania, in Argentina o in America. Qualche volta vedevo passare carretti trainati da asini, pieni di valigie e cianfrusaglie, con ragazzini della mia età che mi guardavano con uno sguardo triste, ignari e spaventati
dall’inconsapevolezza del loro destino. Quegli stessi bambini che forse non sarebbero più tornati nella loro patria, o che avrebbero dimenticato persino la lingua madre.
Eppure, anche nella miseria più cupa, c’erano giorni che sembravano sospesi, pieni di luce e speranza. La terza domenica di febbraio, per la Madonna del Miracolo, tutto il paese si fermava: la chiesa esplodeva di canti e luci, e per qualche ora, nessuno sembrava più avere fame. San Martino, l’11 novembre, era invece il tempo del vino nuovo e delle castagne: bastava poco per sentirsi vivi. E poi la Pasqua, la Settimana Santa, le processioni lente e silenziose con le statue portate a spalla, e le donne che seguivano scalze, in segno di devozione. Le feste non portavano denaro, ma regalavano una scintilla di speranza. E, in quei tempi duri, bastava per andare avanti.

 

Estratto del libro di Giuliano Bruno, Una fanciullezza rubata, Midgard Editrice,

https://midgard.it/product/giuliano-bruno-una-fanciullezza-rubata/

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