martedì 7 aprile 2026

Intervista a Fabrizio Lelli

 



Buonasera, come nasce il libro Miserie e Miraggi?


Buonasera. La gran parte delle composizioni di questa raccolta furono scritte negli anni 80, quando ero poco più che ventenne. Il titolo della raccolta, postumo alle poesie, è la condensazione estrema di un tempo dell'anima che fu fortemente inquieto, caratterizzato da tensioni spirituali catartiche alternate da smarrimenti della volontà verso forme sensuali torbide e di estrema raffinatezza. Questo, se vogliamo, è stato il leitmotiv della mia navigazione giovanile. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?


Nelle poesie di quel tempo ritrovo un costante invocare, sicuramente ingenuo però anche fortemente sincero, alcuni degli antichi Dèi mediterranei, che di volta in volta  sublimano tutte le ascesi e tutte le cadute, le follie dell’ebrezza e le nostalgie dell’infinito atemporale. Il divino quindi gioca con le nostre vite, versando a suo piacere i semi dell’estasi o della disperazione. 


 
Ci sono scrittori che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua poesia?


All’epoca della gran parte di questi scritti, prediligevo la poetica tardo romantica e decadente con particolare passione verso Baudelaire, Poe, Gautier, Mallarmè e D’annunzio, citando soltanto i più noti. L’influenza di questi grandi autori ha avuto sicuramente un forte riverbero nei miei modesti scritti. Trascorso quel periodo però ho sentito fortemente il bisogno di tornare ai classici dell’epica e della filosofia greca e romana e allo studio della religione indoeuropea in tutte le sue declinazioni. Sono fortemente legato difatti anche alle saghe nordiche, agli Dèi e agli eroi di quei popoli.


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venerdì 3 aprile 2026

Prima che sia notte

 di Domenico Luigi Pistilli.







VERDE VALLATA   

Di verde vallata
la casa poggia
come quercia dei miei sensi
Affranta lasciai
Ritorno a te
cresciuta
L’occhio sul  sentiero
rinasce 
come nuovo bocciolo alla vita 
Mi inchino
Ora donna 
ma ancora dentro bambina



PICCOLO FIORE 

Di rosso vestito piccolo fiore
Bocciolo di vita
Petali raccolti
Con la grazia 
dei capelli nella cuffia
Riesci a lenire i dolori del mondo  
a chi in Dio non ha mai creduto
con il solo apparire
Frutto di forza
Respiro quieto della terra
Ampiezza di luce mai doma



MARE D’INVERNO     
  
Freddo vento sul viso 
L’anima mi abbraccia calda
Deserta la battigia 
Schiumosa l’onda
Fanno compagnia al silenzio 
che faccio mio
Sento del mondo 
il battito profondo
in un respiro 
che tutto prende
Tu mare 
lo sai
Conosci dei  sogni miei 
il senso della solitudine 
mia la forza
E come il mare d’inverno 
spoglio di persone e grida
aspetta nuova vita
affido al pallido sole
ogni speranza 
che sorga luminosa e viva




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mercoledì 1 aprile 2026

Intervista a Daniela Spattini

 





Buonasera, come nasce il libro La felicità profuma di panettone?

L’idea di questo libro è nata in seguito alla rottura della relazione tra mio fratello e la sua compagna, e conseguente realizzazione che le mie speranze di diventare zia si fossero notevolmente affievolite. 
Non avendo figli né nipoti, mi sono chiesta cosa avrei potuto tramandare di mio... e così ho deciso di lasciare un ricordo del mio amatissimo cane, che fa parte integrante di chi sono oggi e che quindi in un certo modo mi rappresenta.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

Il tema principale è il rapporto tra cane e padrone, che in questo libro viene esaltato a vero e proprio legame indissolubile, quasi di simbiosi. 
Un altro tema di cui si parla è il passare inesorabile del tempo... tempo che purtroppo è limitato per tutti ma ancor di più per i cani. 
Ed è per questo che bisogna trovare la felicità ogni giorno, anche nelle cose più semplici, e apprezzare appieno ogni singolo istante – proprio come fanno i nostri amici a quattro zampe.



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua
prosa?

Amo leggere i classici americani, e adoro soprattutto scrittori come Mark Twain e John Steinbeck, ma anche Harper Lee con il suo capolavoro “Il buio oltre la siepe”.
Pur scrivendo in epoche e contesti diversi, tutti presentano un tratto comune, offrendo una critica alla società del loro tempo ed affrontando tematiche come razzismo, diseguaglianze sociali e ingiustizie.
Il mio libro non contempla assolutamente questi temi, ma mi piaceva l’idea che fosse raccontato dal punto di vista del cane, attraverso la sua anima dolce ma anche buffa e spiritosa (proprio come Scout e Huckleberry Finn, che raccontano le loro avventure tra innocenza e profondità emotiva).



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lunedì 30 marzo 2026

Intervista a Gianfranco Fungardi

 





Buonasera, come nasce il libro Avventure e disavventure del ragioner Nevio? 

Il libro nasce dalle avventure che ho condiviso con un amico. Si tratta della continuità del primo libro sul ragionier Nevio detto Frizzina. Un ragazzo nato nelle campagne Toscane, arguto e intelligente che ha preso la vita con una filosofia spicciola, ponendo la sua libertà davanti a tutti i compromessi e alla ricchezza. 



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Attraverso racconti di vita, a volte reali, a volte romanzati, si scoprono le debolezze degli uomini. Uomini che sembrano attraversare la vita con i paraocchi come venivano messi ai muli. persone incapaci di decidere con le loro teste e sempre agli ordini di altri non migliori di loro. Toccano la politica con le sue incongruenze che sfociano in barzellette. La religione mascherata da buonismo, con le sue ricchezze che fanno riflettere Nevio sulla povertà e gli insegnamenti di San Francesco.  Questo senza perdere di vista la realtà che questo libro vuole essere: un libro di racconti per passare serenamente, sorridendo, due ore della vita del lettore. 



Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua 
prosa? 

Non credo che ci sia stato uno scrittore che abbia influenzato la mia scrittura. Quello che io reputo il più grande scrittore Italiano, oggi troppo dimenticato, è Giovannino Guareschi. Se dovessi prendere spunto da uno scrittore, lo farei dai suoi libri. Devo dire per onestà, che i miei racconti qualche volta somigliano ai suoi quando mettono a nudo le piccolezze degli uomini. Ma non mi sfiora l’idea di essermi avvicinato nemmeno lontanamente a uno scrittore tradotto in tutto il mondo, e qui conosciuto solo per Don Camillo e Beppone. Ci sono comunque molti altri buoni scrittori in Italia che mi piacciono. Credo che l’importante sia leggere e scegliere i libri con la propria testa senza farsi influenzare dalla televisione o dai giornali.



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mercoledì 25 marzo 2026

Intervista a Livia Murph

 






Buonasera, come nasce il libro Thackery Hightop, la storia del Cappellaio? 

Thackery Hightop nasce da una frattura silenziosa: quel momento in cui la realtà smette di bastare e l’immaginazione diventa un rifugio, ma anche un linguaggio necessario. 
Non è stato un libro pensato a tavolino, ma qualcosa che è emerso lentamente, come un sogno che insiste per essere ricordato. I personaggi si sono formati prima delle risposte, prima della logica. Il Cappellaio, in particolare, è nato come una presenza fragile e irrequieta, una coscienza sospesa tra ciò che è stato dimenticato e ciò che chiede di essere salvato. 
Scrivere questa storia è stato attraversare un luogo interiore dove il tempo si spezza, la memoria si trasforma, e l’identità non è mai qualcosa di stabile. È un libro che non nasce da una certezza, ma da una domanda: cosa resta di noi, quando smettiamo di ricordare chi siamo? 


Quali sono le tematiche principali di questa tua opera? 

Al centro del romanzo c’è la memoria, non come archivio, ma come forza viva e fragile. In questo mondo, dimenticare non è un gesto neutro: è una perdita, una trasformazione, a volte una difesa. 
Il libro esplora il legame profondo tra identità e ricordo, e il modo in cui l’amore può sopravvivere anche quando tutto il resto si sgretola. Il rapporto tra il Cappellaio e Alice attraversa questo confine: è un legame che esiste anche quando non può più essere riconosciuto. 
C’è poi il tema della percezione della realtà. Wonderland non è semplicemente un luogo fantastico, ma uno spazio interiore, dove ciò che appare assurdo è spesso più autentico di ciò che chiamiamo reale. In questo senso, la follia non è perdita, ma una forma diversa di lucidità. 
Infine, la trasformazione: ogni personaggio è costretto a cambiare, a confrontarsi con ciò che teme o ha rimosso. Perché crescere, in fondo, significa anche accettare di non poter restare intatti. 


Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la 
tua prosa? 

Le mie influenze non sono mai state lineari. Mi attraggono le scritture che riescono a muoversi tra visibile e invisibile, tra logica e simbolo, senza il bisogno di spiegare tutto. 
Amo le narrazioni che sfiorano il sogno, che accettano l’ambiguità e lasciano spazio all’interpretazione, perché è lì che il lettore diventa parte della storia. Più che singoli autori, mi hanno guidata certe atmosfere: quelle in cui l’assurdo diventa linguaggio emotivo, e il fantastico si rivela profondamente umano. 
Scrivendo, ho cercato di restare fedele a questa tensione: non raccontare semplicemente una storia, ma evocare uno stato, un’esperienza, qualcosa che si possa sentire prima ancora che comprendere.



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venerdì 20 marzo 2026

Tre gocce di inchiostro blu

 di Gianluca Ricci.







Vexata quaestio. Una volta i bambini mangiavano educatamente, anche quando venivano serviti ad un desco familiare. In caso contrario andavano a letto senza cena. Il giorno dopo, magari, avrebbero consumato proprio quanto prima era avanzato. I più ricchi, invece, per non scandalizzare i bambini con discorsi inopportuni, da non far trapelare fuori delle mura di casa, preferivano organizzare mense separate. In più a quella dei bambini sedevano arcigne educatrici delegate all’apprendimento delle buone maniere o di lingue straniere. Io, purtroppo e per fortuna, sono cresciuto senza sapere come sbucciare un’arancia con le posate, anzi con qualche strillo e scappellotto in più, ma con i miei genitori che mi allungavano sul piatto il boccone più buono. Ora, qualcuno mi dice che quelli della mia generazione si sono portati dietro traumi, più o meno permanenti, a causa delle frustrazioni ricevute da sorpassati metodi educativi. Forse hanno ragione, ma nessun rimprovero potrà mai nascondere il fascino di alcune scoperte successive, come quelle che non esistono cibi di punizione e che stare educatamente a tavola con i grandi corrisponde ad aver superato un vero e proprio rito di passaggio.

Seduto all’interno di un ristorante gestito da un amico, mi sto gustando il classico pranzetto domenicale. Teoricamente, posso eccedere con tutto il cibo segnato sul menù, e in più con quanto la sapienza del cuoco, di origine iraniana, la stessa persona di prima, riesce a propormi. Ad alcune sue ricette mi sono affezionato di più di quelle di casa nostra, nazionali o regionali che siano. L’ambiente di solito è molto tranquillo ed i camerieri discreti ed efficienti. In più manca poco a Natale e non mi va di star solo e soprattutto di cucinare per me soltanto. Del resto, non ho mai sostenuto di essere un gourmet, ma più onestamente una buona forchetta, non uno chef.
Il mio ristorante, mio si fa per dire, non è un Tre stelle esclusivo. Forse potrebbe aspirare a essere definito un bib gourmand o un home restaurant. È un locale ampio, arioso, ben arredato, ed io mi ci sono sempre trovato a mio agio. Dopo una giovanile ubriacatura di cucina cinese, ho rifiutato ogni altra espressione etnica, ma riso basmati, yogurt, spiedini di carne, stufato di melanzane sono ancora nell’orbita della mia capacità di tolleranza, anzi, mi piacciono proprio. 
Sono seduto e sto aspettando che mi portino quanto ordinato. La sala non si è riempita al completo, ma tutti stanno relativamente in silenzio. 
A rompere il raccoglimento entra, proprio ora, un piccolo gruppo di persone: due donne, due bambini e due uomini, due famigliole, come ce ne sono tante oggi, che è festa, impegnate a fare una gita magari fuori porta e difatti si capisce subito, soprattutto dalla cadenza del parlato, che sono di un’altra città. Uno dei due uomini mi incuriosisce. Vestito vistosamente casual, ha una barba che gli incornicia il volto e non si toglie il berretto grigio che porta calcato in testa. È un copricapo sportivo, senza pretese, magari comprato in un negozio gestito dai cinesi. Vorrei fargli notare che non ci si siede a tavola a testa coperta, ma poi mi prende il dubbio: e se fosse un ebreo tradizionalista o di qualche confessione religiosa diversa dalla mia, per cui a tavola si sta proprio così? Soprassiedo. Cominciano a servire le varie portate ed il nostro uomo tira subito fuori un bastone. Oddio, e se fosse un terrorista? Niente paura, è solo un bastone per selfie, una diavoleria moderna. Osservo meglio, sta per fotografarmi sullo sfondo. Mi copro la faccia all'improvviso e l'uomo mi nota. Non so cosa possa aver pensato, ma rinuncia alla foto. Il primo contatto è preso. Sa che ci sono e che non sono consenziente.
Passata la prima fame, i bambini si alzano, senza che nessuno li obblighi a restare seduti. Forse sono stati educati nel culto della libera espressione personale e al rifiuto di ogni forma di censura. Inoltre, nella tavolata da sei, in fondo alla sala, si è già alzata una bimbetta di poco più piccola degli altri, forse di cinque - sei anni. Seduta sul gradino più alto di un soppalco interno al locale, è intenta in un gioco elettronico. Non è molto convinta e lo abbandona subito. I tre ragazzi non socializzano subito tra loro. La ragazzina comincia a saltare i gradini del soppalco, a due a due, e più di una volta. Beati i tempi in cui i genitori intimavano, severi, di smettere, di non dar fastidio ai vicini. Le mamme ed i papà, entrati per ultimi, continuano a mangiare e a scambiarsi opinioni di viaggio o aneddoti di vita vissuta. I maschietti si sono messi ad imitare i giochi inventati dalla femminuccia, così quando lei torna dal bagno, accompagnata dalla madre, si guardano un po’ in cagnesco. Questione di territorio. Chissà che avrebbe potuto dire Konrad Z. Lorenz, il papà dell’etologia. Ognuno vuole avere il monopolio del soppalco. Salva la situazione il padre, che riporta la figlia provvidenzialmente al proprio tavolo, dal quale non si è mosso nessun altro adulto. Ma è un attimo. Adesso i bambini si sono rimescolati ed hanno preso a giocare tutti insieme. Uno grida garrulo: "Io non mi arrendo!" Nel gioco di ruolo che stanno inventando forse crede di essere un pirata.



Estratto dal libro di Gianluca Ricci, Tre gocce di inchiostro blu, Midgard Editrice


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lunedì 16 marzo 2026

Intervista ad Andrea Gentili

 





Buonasera, come nasce Il vinile degli orrori?

Buonasera care lettrici e lettori, il libro “Il vinile degli orrori” nasce dalla mia profonda passione per la letteratura, il cinema e la musica. Questa è stata la mia prima pubblicazione ed è il risultato di un percorso molto lungo… anche perché inizialmente non immaginavo che avrei mai pubblicato il materiale qui riunito. Tutto è cominciato nel 2018 quando, all’approssimarsi della festa di Halloween, io e il mio migliore amico decidemmo di organizzare una vera e propria gara di racconti horror per rendere la serata più suggestiva, con tanto di giudice che avrebbe decretato il più riuscito. Da quel momento ogni 31 ottobre è stato caratterizzato da tale tradizione; io non mi ero mai cimentato nella scrittura e da principio scrivevo solo in queste occasioni e poche altre. Solo con il passare del tempo si è fatta strada in me l’idea di raccogliere tutte le mie creazioni in un libro. Ho così scelto il concept musicale per dare un filo conduttore ai vari racconti, immaginando che questi fossero delle “tracce” incise su un vinile, da qui anche la divisione tra “Lato A” e “Lato B”. Insomma, in poche parole, volevo trasferire su carta l’esperienza che si può provare ascoltando un LP.



Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?

La tematica più ricorrente nel libro è sicuramente quella del destino ineluttabile: spesso i personaggi dei miei racconti finiscono per essere vittime di un fato che non lascia loro scampo, nonostante facciano di tutti per sottrarvisi. L’inganno e il tradimento sono poi elementi ricorrenti, così come la ricerca di un colpo di scena che possa ribaltare ciò che il lettore ha appreso fino a quel momento. Ho cercato di puntare molto sulla costruzione di trame che non fossero banali e che contenessero elementi metaforici. Tendenzialmente i miei racconti sono privi di una vena “sentimentale”, ma fa eccezione “Evelyn”, un racconto di cui vado molto fiero e da cui traspare anche il mio lato più romantico. Infine, ho cercato di dare un po’ di varietà al genere horror, includendo diversi sottogeneri per rendere la lettura più dinamica e accattivante.


 
Ci sono scrittori o scrittrici che ami leggere e che magari hanno influenzato la tua prosa?

Sì, ce ne sono moltissimi. In ambito letterario devo molto a quella che per me è una sorta di Santa Trinità: H.P. Lovecraft, Edgar Allan Poe e Stephen King. Questi autori mi hanno fatto amare la lettura e hanno influenzato la mia produzione, a tal punto che il loro spirito si può ritrovare un po’ in tutta l’opera. Altre ispirazioni nascono da Shirley Jackson (la vena weird di “Cose che capitano”), da Haruki Murakami (la poeticità di “Evelyn”) o da Sheridan Le Fanu (le atmosfere vittoriane de “La Signora Rossa”). Inoltre, nel mio lavoro sono forti gli echi musicali e cinematografici: i concept album di King Diamond o le canzoni dei Mercyful Fate, Ghost, Death SS, Arcturus, Jacula, Van Der Graaf Generator, sono state, in alcuni casi, il fulcro per la nascita delle trame; allo stesso tempo aver ideato soggetti e sceneggiature in passato mi ha sicuramente influenzato nel modo di scrivere, fornendo ai miei racconti un taglio molto cinematografico. Ad ogni modo, ci sono tanti altri artisti che hanno contribuito ad ispirarmi, ma lascio a voi il piacere di scoprirli leggendo il mio libro.




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venerdì 13 marzo 2026

Whisky & Soba

 di Nicola Bigliardi.








Era diventata ormai consuetudine “la festa di fine anno accademico da Katy”, una signora sulla cinquantina, due figli, felicemente sposata - quanto meno sulla carta - di quelle donne che, nonostante abbiano una vita sessuale assente con il marito, continuano a coltivare la propria sensualità e ad esibirla con trucco sgargiante e outfit provocanti: décolleté Loboutin, jeans attillati o pantaloni neri in latti- ce, camicia di seta striminzita, seno che straborda, cordino del reggiseno visibilissimo.
La festa andava in scena nella sua mega-villa a Roma, una vera e propria reggia di 580 metri quadrati con giardino da mille e una notte, a pochi passi dal Ponte Milvio e dal cuore del quartiere Parioli. Il tutto, proprietà del marito, un pezzo grosso di Trenitalia sempre in giro per affari.
All'università era noto il particolare interesse di Katy per i giovani uomini ipertrofici, in particolare quelli biondi. C’era anche stato un caso che fece scalpore di una sua probabilissima nonché evidente relazione con uno studente, Marko, di origini finlandesi, poi divenuto dottorando, poi docente a contratto e ora associato alla sua cattedra, ovviamente. Tutto nella norma per una società democratica occidentale: Professor Marko Outinen di Organizzazione aziendale, 1 metro e 90, spalle larghe, passa il suo tempo in palestra o a prendere polverine proteiche, un troglodita a livelli inauditi.
Quella sera Katy era particolarmente su di giri. Indossava un abito a fiori molto corto, altezza prima coscia o pronto soccorso per gli uomini attempati, di un colore estremamente vivace misto fra i gialli, gli arancioni e il rosa, oltre al solito décolleté aggressivo. Marko c’era, molto probabilmente avrebbe preferito starsene in palestra a fotografarsi il petto ripieno di anabolizzanti, ma Katy lo obbligava a presenziare.
“La festa di fine anno accademico da Katy”, Katia era il suo vero nome, era davvero un’esperienza complessa da un punto di vista umano. Intrigante e per altri versi noiosa e monotona, alla festa era invitato tutto il corpo docenti di tutti i dipartimenti dell’Università - meglio non specificare per quale università, col tempo ho scoperto che il corpo docente universitario si trova al primo posto per suscettibilità.
La festa di fine anno accademico da Katy era davvero non solo uno status symbol, ma anche il momento più delicato dal punto di vista lavorativo. Si decideva tutto: corsi, workshop, fondi da stanziare, carriere da promuovere, carriere da stroncare.
Nonostante la sua posizione di semplice professoressa ordinaria di Organizzazione aziendale, Katy non solo era la vera padrona del dipartimento di Economia, ma addirittura di tutta l’università. Il suo peso politico e la sua scaltrezza nei meccanismi sociali le permetteva di manovrare nell'ombra, manipolando decisioni e carriere più di chiunque altro.

Alla festa si trovavano fin dai primissimi bicchieri di un prosecco modesto del supermercato, non troppo fresco, degli argomenti sui quali dibattere. Solitamente si discuteva di lavoro: esami, studenti, riunioni, rapporti con la presidenza e la segreteria di dipartimento.
La tensione, nascosta e mai evidente, era palese. Alcuni davano il meglio di sé nelle relazioni interpersonali, altri davvero faticavano e arrancavano.
Io, docente a contratto di storia dell’arte contemporanea, con le conclamate pezze al culo, non potevo di certo far sfoggio della mia visibilità accademica con il mio contratto a termine e lo stipendio da fame. Ma con un po' di ironia e qualche battuta, ero riuscito a farmi apprezzare da Katy. Era l’unico modo per avere il rinnovo dei corsi ogni anno.
La stessa ironia mi aveva permesso anni prima di entrare fra le grinfie dell’ordinario di storia dell’arte contemporanea, Catullo Tissotti. Gli mancavano pochi anni alla pensione ed è merito suo se son riuscito a strappare qualche corso in università. Più o meno è lo stesso
meccanismo che utilizzano moltissime badanti con gli anziani, che legittimano la loro eredità solo perché gli hanno tenuto una discreta compagnia negli ultimi anni della loro vita.
Si, più o meno, ho fatto lo stesso con Catullo, il prof. Tissotti. Alcuni pensavano addirittura ci fosse una relazione omoerotica fra me e Catullo, una voce che ben presto svanì nel dimenticatoio quando lo ritrovarono morto dopo poche settimane dalla pensione, in una suite a Lugano con una giovanissima escort cecoslovacca di altissimo profilo.
Chi lo conosceva davvero, sapeva che era un vero amante delle forme femminili. Chi lo conosceva davvero, sapeva che, in realtà, aveva una predilezione per le donne giovani, come diceva lui era un fervido praticante del famoso sonetto n. 86 di Cecco Angiolieri, conosciuto come S'i' fosse foco quando dice: “torrei le donne giovani e leggiadre: e vecchie e laide lasserei altrui.”



Estratto dal libro di Nicola Bigliardi, Whisky & Soba, Midgard Editrice


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mercoledì 11 marzo 2026

La via della seta

 di Roberto Turrisi.









Perdere

Io mi fermo
adesso
e guardo negli occhi
ogni cosa.
Anche il vuoto.
Perché se non esiste il confine
non può essere smarrito.
Perdere.
Questo è l’unico modo.
Perdere peso.
Perdere pezzi.
Sentire
così tanto
da non poterlo raccontare
in questi versi.
Chissà
dove va
cosa fa la gente.
A raccogliere tutto
per non cogliere niente.



Il posto

Voglio
un posto che ho visto
ma lo voglio nuovo.
Dove non ho bisogno
di spiegare
ciò che provo.
Quel posto
dove sono sicuro
di dove sono
ma da non capire più
dove mi trovo.
Ed una musica
da non ascoltare.
Per questo viaggio
che nessuno sa fare.



Quando scende la sera

Cercami
dove non mi trovo
dove mi perdo
e ci riprovo.
Dove smarrisco
il sentiero
il pensiero.
È lì 
che sono uomo
davvero.
Nelle crepe
dove l’anima
vuole respirare.
È lì che devi entrare.
Nella terra straniera.
Quando scende la sera.



Estratto dal libro di Roberto Turrisi, La via della seta, Midgard Editrice 2025


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venerdì 6 marzo 2026

Memorie di una MILF

 di Emma Mariani.








Mi chiamo Elisa, ho 44 anni, due figlie, un lavoro che mi inghiotte l’anima, una casa che sembra uscita da un reality sul caos domestico e… sono stata una MILF. 
Non per scelta, eh. 
Non è che mi sono svegliata una mattina, ho indossato il push-up e pesato: “Dai, oggi conquisto un ventenne con problemi esistenziali e madre assente”. 
No.  
Diventare MILF è come trovare i capelli bianchi: capita. 
Una metamorfosi lenta, irreversibile. 
Prima ti chiamano “signora” al supermercato, poi ti scrivono su Instagram con frasi tipo: “Le donne della tua età hanno un fascino maturo”. 
Della mia età?
 Scusa, ragazzino, ma da quando 44 anni sono sinonimo di pre-pensione e pigiama in pile? 
Eppure, il fascino da MILF ti investe. 
Ti travolge. 
È come uno stato di grazia, solo con più gin tonic, meno sonno e il guardaroba di un’adolescente in crisi d’identità.
Così è iniziata la mia catastrofe sentimentale. 
Un messaggio su Instagram: “Ciao, sei bellissima”. 
E io? 
Io ho risposto. 
Maledetta me.
Lui aveva 30 anni.  
Addominali scolpiti, ego formato famiglia, e la capacità di farti credere che stavi vivendo un grande amore quando in realtà stavi solo finanziando la sua Playstation.
È stato sesso. 
È stato delirio. 
È stato shopping compulsivo e sessioni di autoterapia davanti allo specchio del bagno.
Alla fine? 
Mi ha spezzato il cuore. Ma non mi ha tolto l’ironia. 
E nemmeno il tacco 12.
Perché una MILF può perdere il conto delle rughe, ma non quello della sua dignità.
Questa non è una storia d’amore. 
È un corso accelerato su come sopravvivere con stile a un toy boy e ritrovarti più MILF che mai.


Estratto dal libro di Emma Mariani, Memorie di una MILF, Midgard Editrice


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martedì 3 marzo 2026

Racconti di strada

 di Silvana Di Girolamo.









È ancora presto quando Silvia esce di casa e si avvia verso il centro della città, il freddo della mattina autunnale è già indurito dalle avvisaglie dell’inverno, come accade spesso a Perugia, la sua città d’adozione. E’ una studentessa fuori sede che si dibatte in una cronica povertà di mezzi, cercando di farsi bastare i pochissimi soldi che la sua famiglia le spedisce dall’Abruzzo, senza regolarità né convinzione. Non si erano opposti quando aveva espresso il desiderio di andare a studiare a Perugia, dove c’era già la sua amica Daniela che l’avrebbe aiutata ad ambientarsi, di fatto però l’avevano abbandonata a se stessa, considerando i suoi studi come una costosa stravaganza che non potevano permettersi o, piuttosto, non volevano.
Abita nel quartiere di Elce in una casa fatiscente e disagiata dove prima di lei sono passati altri studenti poveri; quando vi si è trasferita ha trovato un poster abbandonato, pendente dalle pareti della camera e altre tracce del loro passaggio. È una casa molto umida, con un odore di sottobosco che ha subito impregnato i suoi libri e tutte le sue cose; il bagno è situato sulle scale esterne che sono di passaggio anche per gli altri abitanti dell’edificio e sono anche prive di portone, così, se malauguratamente di notte ne ha bisogno, si ritrova praticamente all’aperto e deve anche stare ben attenta a non rimanere chiusa fuori.
Tuttavia non se ne addolora più di tanto, neanche quando, con l’arrivo dell’autunno, l’umidità è talmente aumentata che ha dovuto scostare il letto dalla parete: rimane il vantaggio di un affitto modesto e di poterci vivere da sola. È scappata via da un appartamento condiviso con altre tre ragazze e un numero imprecisato di ospiti stanziali, il bagno sempre affollato e sporco come il resto della casa; lei, col suo carattere schivo e anche un po' ossessionato dall’ordine e dalla pulizia, soffriva quella promiscuità come una costrizione insopportabile che non ha più voluto imporsi. Sulla scia di questa rivoluzione abitativa, ha anche deciso di provare a bastare a se stessa e di cercarsi un lavoro.
Intanto è arrivata davanti alla mensa universitaria, comincia a salire le scalette del costone sotto la chiesa di San Francesco al Prato, sul versante opposto si trovano le segreterie universitarie, i padiglioni della Casa dello Studente e poi, più in alto, la collina di Monteripido e la torre del Cassero di Porta Sant’Angelo, uno scorcio della città in tutta la sua scabra bellezza.
Quando l’aveva vista la prima volta, adagiata sul suo colle, turrita e scintillante alla luce del tramonto di fine settembre, non aveva provato nessuna emozione, era troppo presa da quell’atmosfera aurorale di nuovo inizio, il rito di passaggio che è l’arrivo nella propria città universitaria, ma poi, se ne era innamorata quasi subito. Aveva cominciato ad apprezzare le sue forme severe e possenti, i suoi profili, aspri come il suo clima invernale, sferzato dall’implacabile tramontana, quando Corso Vannucci si svuota dello struscio serale e rimangono le luci gialle dei locali come in un quadro impressionista.
Il nucleo più antico con le vie storiche, la piazza con il Palazzo comunale e la Fontana con le formelle dei mesi, è vicino a Porta Sole, che Dante nomina nel canto di San Francesco e che offre la migliore prospettiva della città, circondata da un paesaggio di forre e burroni scoscesi, stemperato dalla grazia delle basiliche di Assisi, ben visibili in lontananza.


Estratto dal libro di Silvana Di Girolamo, Racconti di strada, Midgard Editrice


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sabato 28 febbraio 2026

Salmo del sangue

 di Stella del Mattino.








Resta un luogo ombroso, quello dove tu riposi
E ombroso resta quel luogo del cuore ove giace il tuo ricordo,
Un volto giovane,
Senza voce, senza consistenza
che il tempo ha consumato lentamente
Un rimpianto,
l’eco di un dolore lontano
che resta nell’aria e non si posa
C’è una mancanza che resta, 
eterna indissolubile
Un’ombra piccola, delicata
Quasi non la vedo,
ma quando mi chiama, 
quando quella voce infantile, ridente
si fa sentire
tutto si spezza
Il cuore, l’anima, le ossa



Tutti dicono che ti somiglio
che abbiamo lo stesso naso
che la mia voce 
e la tua
al telefono erano uguali
Tutti dicono che ti somiglio
che la mia bocca 
è la tua
che le mie parole
son quelle che sussurravi tu
Tutti dicono che ti somiglio
e allora mi guardo allo specchio
incontro due occhi smarriti
che frugano il fondo 
del vetro argentato 
e frugano e scavano
sperando di vederti tornare.



Oggi
dopo tempo
sono tornata nella
tua casa.
Tra la polvere
e
le tende sbiadite
tu
non sei. 
Una scatola
sul letto indurito
sta
Chiusa
sigillata dal tempo. 
La tocco
si spalanca
Bottoni d’osso 
di plastica
laccati
e fili di lana e cotone
e seta rossa
E volti parole
e voci
La tua
quella dei tuoi figli
bambini
con le braghe corte 
anche d’inverno
Lui
occhi burrasca 
come i miei
La bocca che è un sole
sempre luminoso
ti saluta
prima di andare
Sbiadisce 
prima di andare. 
I bambini
sono lontani
La scatola è qui
Sul fondo
la montatura
d’un paio d’occhiali minuti
Li hai rotti
nella fretta
d’estinguerti.



Parla nel silenzio
la tua voce
Sussurra l’ombra
l’eco di chi non torna




Estratto dal libro di Stella del Mattino, Salmo del sangue, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)


mercoledì 25 febbraio 2026

Il Bosco dell'Alce

 di Oscar Bigarini.









Si conoscevano fin dall’infanzia, i perugini Paolo Goretti e Marco Piazzoli, le loro famiglie abitavano nello stesso condominio alla periferia del capoluogo umbro, entrambi diciannovenni, erano legati da una profonda amicizia.
I due ragazzi erano sempre stati nella stessa classe, dalla scuola primaria al liceo; nell’estate del 2025, avevano sostenuto con successo l’esame di maturità classica, presso il liceo “Annibale Mariotti” di Perugia. 
Paolo ammirava in Marco il brillante intelletto, era affascinato dalla sua acuta intelligenza e dalla simpatica ironia.
Marco era il “consigliere” di Paolo, gli suggeriva spesso le decisioni da prendere nella vita: il percorso degli studi, come comportarsi con gli amici, i luoghi di vacanza, etc. 
Paolo, campione regionale di Judo, molto prestante fisicamente, con un corpo modellato da ore di palestra, era sempre pronto a proteggere Marco in caso di pericolo.
In poche parole, volendo un po' esagerare, si poteva affermare che i due amici erano rispettivamente, Marco la “mente” e Paolo il “corpo”, di una stessa entità.
I due ragazzi facevano parte di un gruppo affiatato di amici.
Lorenzo Cinti era uno di questi: perugino, diciotto anni, frequentava il quarto anno di elettronica presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale (ITIS) “Alessandro Volta” di Perugia. Il ragazzo, amante dell’elettronica, era capace di realizzare, nel suo piccolo laboratorio di casa, apparecchiature artigianali per la riproduzione di musica e filmati. Gli amici gli avevano affibbiato il soprannome di “Eta Beta”. 
Un altro componente del gruppo, era Ettore Castellani, di Bettona, di diciotto anni come Lorenzo, frequentava il quarto anno del liceo scientifico “Galeazzo Alessi” nel capoluogo umbro.
Ettore era piccolo di statura e con un fisico un po' mingherlino, la sua passione erano i fumetti; poco incline all’attività fisica, aveva una personalità timida e indecisa.
Completava il gruppo degli amici Chiara Ricci, di Città di Castello, diciannove anni come Marco e Paolo, una gran bella ragazza: bionda ed alta.
Chiara, avanti con gli studi rispetto l’età, frequentava il primo di anno di “Ingegneria Civile ed Ambientale” presso l’ateneo perugino, la sua maturità era molto superiore a quella dei coetanei.
I cinque ragazzi costituivano un gruppo molto coeso, stavano molto bene insieme qualsiasi fosse l’occasione: in discoteca come al cinema, al mare come in montagna, al cinema come a teatro, etc.; tranne qualche breve flirt, nessuno di loro aveva avuto storie sentimentali particolari, nei rari casi, quando era successo, non lo avevano confessato agli altri: temevano che l’instaurarsi di una relazione importante, per uno di loro, potesse rompere la coesione del gruppo. Tuttavia, una “particolare simpatia” tra Marco e Chiara esisteva, anche se non ancora sfociata in fidanzamento; i due erano molto abili nel non far intendere nulla agli amici.



Estratto dal libro di Oscar Bigarini, Il Bosco dell'Alce, Midgard Editrice


(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche su IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.)