martedì 28 dicembre 2021

Intervista ad Angelo Cravero

Intervista ad Angelo Cravero, autore del romanzo “Il Diario del Viaggiatore”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.






Buongiorno, quali sono le tematiche principali del tuo romanzo?

Nel mio libro descrivo delle cose fondamentali per me, voglio mostrare quanto siano importanti l'amore e l’amicizia.
Il protagonista cerca nell'altro sesso la combinazione armonica, sente che senza la compagna le cose non sono le stesse e che è importante averla vicina.
Nell'amicizia le cose sono un po’ diverse, ogni persona la vive in modo diverso. Penso comunque sia un sentimento molto importante, trovare un amico equivale a trovare un tesoro.
In tutto il romanzo appaiono questi sentimenti, l’amore  e l’amicizia. Anche nelle situazioni più difficili e controverse i protagonisti trovano sempre un angolo in cui rintanarsi e l’amicizia fra di loro rinsalda i rapporti.
Condividere, vuol dire dividere, se doni a qualcuno con amore il tuo animo sicuramente sarai reputato un amico.



Nel romanzo è descritto un lungo viaggio. Ami particolarmente viaggiare?

Non amo viaggiare così tanto. Preferisco viaggiare leggendo dei libri, mi affascina di più. Posso visitare qualsiasi luogo, descrivere ogni aspetto delle situazioni che immagino. Preferisco stare a casa a scrivere al computer e lasciare la mia fantasia spaziare.



Ci sono degli scrittori o delle scrittrici che ami particolarmente e che possono averti ispirato nella scrittura di questa opera?

Uno dei miei scrittori più amati è Ken Follett, con lui ho scoperto l'Inghilterra, dall'anno mille all'anno millenovecento, ho imparato tantissimo. I suoi libri sono stati di ispirazione per le mie opere. Wilbur Smith è un altro autore che mi ha aperto la mente, insieme a Stephen King.
Trovo che la lettura sia molto importante e può cambiarti il modo di vivere.
Sono un grande lettore, leggo la media di venti libri al mese, mi tengo molto aggiornato.
Un bel libro è un'ebrezza che ti sfiora i sensi, un'armonia di parole, ti dà una sensazione di pace.



 
(Il volume è ordinabile sul sito della Midgard, su IBS, Mondadoristore, Amazon, Unilibro, nelle librerie indipendenti e nelle librerie Feltrinelli in tutto il territorio nazionale).



venerdì 17 dicembre 2021

Intervista a Diana Duca

Intervista a Diana Duca, autrice del libro “L’albero immaginario”, edito nella Collana Fiabe della Midgard Editrice.






Buongiorno Diana, tu sei una delle autrici de "L’albero immaginario", ci vuoi parlare di come è nata l’opera? 

Sì, il progetto nasce dall’idea di una delle partecipanti al laboratorio “Cambiare in 15 minuti”. Maria Grazia dice: mi è molto interessato e servito il lavoro di crescita personale. Ora mi piacerebbe qualcosa di collettivo. Bene, le rispondo: scrivi le regole e proponi. Maria Grazia ha scritto in paio di possibili scenari e ha lanciato la sfida. Chi l’ha colta ha scelto le regole più intriganti. Con alcuni dubbi e parecchi timori abbiamo portato avanti l’impegno preso. Non posso svelare tutti i dettagli ma dico che per scoprire l’opera abbiamo dovuto riunirci in un secondo momento


Quali sono le tematiche più importanti del vostro racconto?

I temi sono quelli già affrontati nel percorso “Cambiare in 15 minuti” e cioè il cambiamento, la fiducia, il gruppo, le relazioni sociali, le potenzialità umane nascoste.


Come è stata la collaborazione fra di voi e con le illustratrici del libro?

Collaborazione ottima. Le illustratrici sono giovani e tecnologiche, hanno trasformato le nostre idee in sogni a occhi aperti. La nostra esperienza le ha aiutate a rispettare i tempi che ci eravamo dati. Ci tenevamo a che fosse il regalo di Natale per i nostri nipotini.


Che scrittori o scrittrici vi hanno ispirato, se ci sono?

Forse ti deluderò, nessuno. L’albero immaginario è il risultato di creatività personale e di una energia di gruppo che esiste e che poche volte abbiamo presente. Affrontassimo le difficoltà della vita come abbiamo fatto con L’albero immaginario avremmo davvero vinto alla lotteria. Sicuramente ha giocato a nostro favore l’idea che non avevamo niente da perdere ma solo da guadagnare. Anche questo aspetto ci può tornare utile: le aspettative possono giocare brutti scherzi.


AA.VV., L'albero immaginario, Midgard Editrice 2021, p. 44
Gli autori: Maria Grazia Meloni, Diana Duca, Morena Cherubini Chiodi, Maurizio Simonetti.
La voce narrante: Valeria Cacace.
Illustrazioni di: Beatrice Giuliani, Miriam Felcher.


(Il volume è ordinabile sul sito della Midgard, su IBS, Mondadoristore, Amazon, Unilibro, nelle librerie indipendenti e nelle librerie Feltrinelli in tutto il territorio nazionale).





lunedì 6 dicembre 2021

Thor e la riconquista del martello

 di Marco Alimandi.






CAPITOLO III - Alvíssmál 

Si è scelto di tradurre ed analizzare quattro strofe tratte dall’Alvíssmál (i.e. “Racconto di Alvíss”, poema della Sæmundar-Edda (i.e. Edda poetica) che narra di una discussione fra l’Ase Þórr ed il nano Alvíss sulle differenze di vedute proprie dei nove mondi retti dall’asse cosmico Yggdrasill) in quanto esse mostrano le differenze radicali nel modo di intendere da parte degli abitanti di tutti e nove i regni quei fenomeni naturali che sono propri di quest’ultimi. Queste differenze sono visibili nell’etimologia dei nomi con cui questi fenomeni vengono identificati rispettivamente dagli uomini, dagli Æsir, dai Vanir, dai giganti, dagli elfi e dai nani. Dall’etimologia è infatti possibile scorgere come i fenomeni naturali vengano percepiti dagli abitanti dei nove regni e come la stessa loro percezione del vivere e del tutto sia assolutamente diseguale e spesso antitetica.
Traspare soprattutto una disparità abissale fra la percezione umana del tutto e quella che ne hanno gli Æsir e su questa ci soffermeremo. È questa una disparità che mette in luce l’assoluta supremazia della sfrenata dinamicità propria del modo che hanno gli Aesir di concepire la realtà, modo che se posto a confronto con quello degli uomini ne rivela la calma e la limitatezza a cui questi sono costretti dalla caducità della loro vita su Miðgarðr.
Basti pensare al caso della bonaccia (i.e. logn) che per gli uomini è detta Calma (i.e. logn) mentre è dagli Æsir detta Inerzia (i.e. lægi) o a quello dell’Oceano, distesa d’acqua che nell’immaginario dell’uomo è da sempre epitome di pericolo, di movimento e di tempesta ma che per gli Æsir invece non è altro che un Mare calmo (i.e. sílægja).


III.1 Traduzione e commento.

Strofe 21

Þórr kvað[1]:
"Segðu[2] mér þat[3], Alvíss, - öll of rök fira[4]
vörumk[5], dvergr, at vitir[6] - :
hvé þat logn heitir, er liggja skal[7],
heimi hverjum[8] í?"

 
III.1 Traduzione e commento.

Strofe 21

Þórr disse:
Dimmi tu questo, Alvíss, dacché ogni cosa degli uomini,
o nano, io presumo tu conosca:
come si chiama quella bonaccia, che ad adagiarsi va,
in ciascun regno?

 
III.1 Traduzione e commento.

Strofe 22

Alvíss kvað:
"Logn heitir með mönnum[9], en lægi með goðum, 
kalla[10] vindslot vanir, ofhlý[11] jötnar,
alfar dagsefa, kalla dvergar dags veru[12]."L
 
III.1 Traduzione e commento.

Strofe 22

Alvíss disse:
Calma è detta dagli uomini, ed Inerzia dagli Dei,
i Vanir la chiamano Crollo del vento, i giganti Placidità,
gli elfi Sollievo del giorno, i nani la chiamano Rifugio del giorno.


Estratto dal saggio "Þórr e la riconquista del martello.Traduzione e analisi filologica di due brani dell'Edda Poetica" di Marco Alimandi, Midgard Editrice 2021.



Ordinabile anche nelle librerie Feltrinelli, su IBS, Mondadoristore e Amazon.



sabato 27 novembre 2021

Intervista a Marco Alimandi

Intervista a Marco Alimandi, autore del saggio “Þórr e la riconquista del martello”, edito nella Collana Eddica della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci di questa opera, come nasce?

Il voler realizzare una sorta di edizione critica della Þrymskviða era un'idea che mi frullava nella testa sin dal mio primo anno di Università; all'epoca intendevo farne la mia tesi di laurea ma per svariate ragioni abbandonai il progetto. 
Rimasi però piacevolmente sorpreso quando, per il corso di Filologia germanica, la professoressa del Zotto assegnò come fonte per lo studio della lingua scandinàva proprio la Þrymskviða. Decisi quindi di rispolverare quel vecchio progetto di edizione critica con uno scopo, lo ammetto, molto prosaico: superare al meglio l'esame di Filologia germanica.
In seguito, essendo amico di Fabrizio Bandini e conoscendo la sua passione per la mitologia germanica, decisi di proporre alla Midgard Editrice la realizzazione di quest'opera sulla base della suddetta edizione critica; lo scopo, stavolta, era quello di fornire un supporto per tutti coloro - studenti e non - che fossero intenzionati ad approcciarsi allo studio dei testi germanico-scandinàvi. Per favorire i lettori estranei al mondo universitario, ho cercato di smussare l'impostazione accademica dell'opera mantenendo però un tono simil-professionale in quelle sezioni dove era strettamente necessario.



Come mai hai scelto fra i carmi eddici l’Alvíssmál e la Þrymskviða?

Come già detto in precedenza, la scelta della Þrymskviða si lega a questioni di studio universitario ma anche al fatto che il suo testo risulta essere abbastanza semplice e lineare da essere facilmente compreso - alla stregua del metro poetico, il fornyrðislag, con cui il suddetto carme è impostato.
Per quanto concerne la sezione dell’Alvíssmál che ho editato e tradotto, la scelta è stata dettata soprattutto dal contenuto dell'opera. Nelle quattro strofe analizzate in quest'opera viene mostrata la percezione del fisico, del reale degli Dèi e degli uomini, due visioni in aperta opposizione concettuale e etimologica. 
Nonostante gli uomini siano figli degli Dèi, con questi ultimi condividono poco o nulla del loro potere, eppure sarà proprio la stirpe degli uomini ad affrontare - vuoi al fianco degli Dèi, vuoi al fianco delle forze del caos ordinatore - il giorno del crepuscolo per una nuova rinascita.



Sei un appassionato della cultura nordica, da quanto tempo è che ti dedichi allo studio di questa tradizione?

Una domanda complicata. 
Se con "studio" si intende una pratica scientifica volta all'approfondimento filologico e codicologico delle testimonianze manoscritte del mondo germanico giunte sino a noi, la risposta è: da quando ho appreso gli strumenti per farlo, ossia da qualche annetto a questa parte con i miei studi universitari.
Se con "studio" si intende una ricerca personale e una lettura "casuale" dei testi, la risposta è: da quando ero piccolo. Ricordo che da bambino mio padre mi raccontava leggende delle Alpi - fra queste vi era quella dei Fanes e della loro regina, Dolasilla. Dal mondo ladino di Karl F. Wolff, autore della raccolta dei suddetti racconti alpini, mi spostai sull'universo germanico-scandinàvo, leggiucchiando qua e là sezioni di saghe e parti della Snorra Edda e della stessa Edda poetica, e poi sul canto germanico-continentale dei Nibelunghi. Più in là, al liceo, iniziai sistematicamente a leggere il Beowulf e il resto dell'epica anglosassone, incominciando ad approcciarmi non solo al contenuto dei testi che leggevo ma anche alla loro lingua. Ne nacque così un percorso dapprima individuale ma che presto sfociò in quello universitario di cui accennavo all'inizio.
Nonostante io senta più prossima la tradizione germanico-continentale dell'Hildebrandslied e del canto dei Nibelunghi, ritengo che la tradizione germanico-scandinàva, sorella della prima, sia imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi al mondo "nordico" e pongo il nordico fra virgolette ché la diffusione di quanto si può dire "germanico" oltrepassò tempo fa la Norþweg, quella via del Nord di cui ci parlano gli anglosassoni, sino ad arrivare ben oltre i confini alpini della penisola italiana con gli Ostrogoti prima e i Longobardi poi.





martedì 23 novembre 2021

Polline

 di Andrea Cardellini.






LA CANTATA DELLE PIETRE

Un informe entità fatta di parti
di attimi rubati alla continuità
sta tirando la somma degli importi.

La tua cifra è marginale, stinta, fioca.
Ipnotizzato ogni tuo reagire
mentre sbadigli certo di ruggire
e plaudi al pari d’una goffa foca.

La Cosa ci è ormai sfuggita di mano
scemano gli appigli
tutt’al più la vitrea scheggia dell’unghia
si sfiora invano
nel vuoto sterminato che ci avvinghia. 



EVOLUZIONE

Ho il sole negli occhi.
Mi alzo pieno di vita e poi piove.
Il mio corpo è disegnato a matita.
Momentaneo su una pozzanghera.
Ho tolto di mezzo tutte le prove.
Cancellato con una mano
quello che prima con l’altra ho scritto.
Così è fatta la mia volontà. Essere
all’infinito l’identica pioggia.
Lo stesso rebus. 
Ogni giorno daccapo
lo stesso conflitto.



IL PREZZO

È passato il tuo silenzio. Ne ho rimpianto.
Il battere telescrivente dei tuoi ambasciatori
ha lasciato nero il cielo ad un elianto.
Sei andato ancor prima d’arrivare.
Un accesso negato, senza password
all’abbraccio che tiravo a indovinare
cercando in ogni passo un varco nell’agghiaccio.
Poi sei giunto, fredda tramontana
a contrattare un prezzo per l’assenza.
Hai posato sul tavolo l’assegno
e di nuovo sei scomparso.
Chissà se c’è qualcosa 
la cima d’una corda
a cui dall’altro capo è legata quella sorte
che ci fa tornare a casa 
anche quando la coperta sembra corta.
Certo non importa ora.
Il sale scava ancora la ferita
e la mia fede in certi giorni pare
aver lasciato posto alla deriva.



COL SENNO DI MAI

Disteso in una lurida pozza
guardo le gocce 
cadere giù dal soffitto.
Lenta catena di noncuranza
frammenti di amanti
che cadono a capofitto.
“Faremo domani, che vuoi che sia
sono solo due gocce di ipocrisia.”

Del catino messo a raccolta
sopportazione? Paura? Vigliaccheria?
non basta più l’argine e un uragano
s’abbatte su noi come un toro.
Allora adesso perché stupirsi
di tutta quest’acqua
passata per un piccolo foro.


Estratto da "Polline" di Andrea Cardellini, Midgard Editrice 2021




venerdì 19 novembre 2021

Lo stridente piacere

di Eleonora Nucciarelli.

 





IL PIACERE NELLA CONCEZIONE FILOSOFICA


“Questa vita terrena , del resto, vi sembra da chiamar vita, se le si toglie il piacere?”

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia (1)


Una ricerca ineludibile

Il più antico documento mitico del mondo greco risale a Esiodo il quale lega la genesi dell'Universo, la cosmogonia, all'origine degli Dèi: la teogonia. Secondo il racconto del poeta, dal caos avrebbero avuto origine terra e cielo e, successivamente, sarebbero nati tutti gli Dèi allo scopo di garantire l'armonia del mondo. Per lungo tempo i miti di Esiodo furono trasmessi oralmente dagli Aedi e dai Rapsodi, allo stesso modo i racconti concernenti Ulisse e la guerra di Troia confluirono nei poemi omerici (2), messi per iscritto intorno al VI secolo a.C. 

Nell’ambito delle prime scuole filosofiche, quella pitagorica si distingue per la condotta ascetica, ovvero per la rinuncia ai piaceri. Secondo i pitagorici la musica era in grado di esprimere in modo perfetto l'ordine matematico e l'armonia dell'universo; liberarsi da ogni condizionamento materiale condurrebbe dunque alla conciliazione di ogni contrasto e alla conquista dell’armonia. 

Nonostante Pitagora non abbia lasciato testimonianze scritte è possibile attribuirgli la dottrina della metempsicosi secondo la quale dopo la morte l'anima trasmigrerebbe da un corpo all'altro, reincarnandosi. Pitagora era venerato dai suoi allievi al punto che le sue affermazioni vennero ritenute verità assolute, come testimonia la formula ipse dixit (3), con cui veniva citato. 

Con Democrito e l’atomismo (4) giungiamo all’elaborazione di un’etica che prevede una riflessione sui piaceri dell'anima, dunque sull’interiorità della persona: “La felicità non consiste negli armenti e neppure nell’oro; l’anima è la dimora della nostra sorte” (5). 

Con i sofisti la riflessione filosofica si stacca dall' ambito cosmologico e si dipana nell’indagine del mondo umano. Secondo Protagora il bene non è assoluto ma variabile e si traduce in un'ottica utilitaristica in cui il vivere bene ad ampio raggio presuppone la cura della totalità della personalità in relazione agli altri e al mondo. 

Con Socrate e il sapere di non sapere, la ricerca si sposta nell’esortazione “Conosci te stesso” posta sul frontone del tempio di Delfi. La filosofia di Socrate nasce dalla riflessione sulla condizione umana che ha come fine la felicità, ma si traduce nel paradosso secondo il quale chi si fa trascinare dagli istinti e dall’intemperanza non può di certo essere felice.  

Per esplicitare il pensiero di Platone mi servirò della celebre allegoria della caverna, che rappresenta uno dei miti più celebri della Repubblica (6). Nella narrazione, Socrate invita Glaucone a immaginare dei prigionieri incatenati in una caverna che scambiano delle ombre evanescenti per la sola realtà esistente; nella seconda parte Platone immagina che uno dei prigionieri venga liberato e possa volgere lo sguardo verso la luce trovandovi adattamento e nuove risposte ma, nel tornare nella caverna a liberare i suoi compagni, troverebbe difficoltà e diffidenza. Il mito della caverna può essere paragonato alla vita di Socrate, il quale venne ucciso quando tentò di indirizzare i suoi seguaci, incatenati nel mondo dell’opinione, sul suo stesso sentiero.

Nel Fedro e nel Simposio (7) Platone definisce l'amore, eros, come fonte continua di ricerca e appagamento che si esprime nel desiderio di bellezza. In particolare, nel mito della biga alata, l’auriga (la ragione) guida due cavalli: uno nobile (l’anima irascibile), l’altro di razza inferiore (l’anima concupiscibile), utilizzati per descrivere l’essere umano come insieme di forze in contrasto tra loro. Nonostante la dottrina di Platone trasfiguri l’amore per la bellezza fisica in ricerca della bellezza delle idee, l’aspetto dell’amore fisico compare nel discorso di Aristofane presente nel Simposio (8).

Il dibattito sull’autentica natura dell’uomo è dunque antico e complesso come lo è quello che lega felicità, virtù e piacere. 

Le filosofie ellenistiche si rifanno principalmente alla concezione eudaimonistica (9) di Socrate in cui la felicità coincide con il bene, dunque la vita felice con la vita virtuosa. La differenza sostanziale è insita nel modo in cui si declina tale legame in quanto differisce a seconda della scuola di pensiero. In particolare: i cinici (10) fanno coincidere la virtù con la negazione di ogni piacere, i cirenaici (11) elogiano i piaceri particolari come strumenti per tendere alla felicità in una concezione edonistica, gli stoici (12) ritengono la ragione principio guida dell’azione e della liberazione dalle passioni, mentre gli epicurei (13) esaltano il piacere in quiete. 

Il pensiero greco, fino ad Aristotele, tendeva ad accostare il concetto di felicità a quello di piacere, il filosofo di Stagira ribalta tale visione affermando che per raggiungere la felicità occorre comprendere innanzitutto cosa sia, per farla poi coincidere con la piena realizzazione di se stessi.

Aristotele respinge le gerarchie ontologiche e gnoseologiche di Platone: nel suo filosofare tutte le realtà hanno dignità e tutti i saperi hanno pari rilevanza. Per Aristotele, perciò esiste una scienza che studia i caratteri generali dell’essere, tale scienza prende il nome di metafisica. 

All’origine dell’atteggiamento filosofico, non è un mistero, vi è la meraviglia. Aristotele, nel secondo libro della Metafisica (14), intende la meraviglia come lo sguardo di chi si sofferma sulle cose, provando stupore. Nella sua filosofia il bene sommo è rappresentato dalla felicità la cui indagine è allacciata alla virtù (15). Alla vita secondo virtù è congiunto il piacere che accompagna e perfeziona qualsivoglia attività umana, alimentandola e motivandola. 

Sull’etica di Epicuro sappiamo che il fine della vita è rappresentato dalla felicità che coincide con il piacere, inteso come equilibrio interiore e soddisfacimento dei bisogni primari. Epicuro distingue due tipologie di piaceri: quello stabile, che si manifesta come atarassia e aponia e quello dinamico, che non porta alla felicità e si manifesta come gioia o euforia. Ne consegue che la vera saggezza consiste nel calcolo razionale dei piaceri e dei bisogni. Felicità, piacere e bene nella filosofia epicurea si configurano dunque come sinonimi.

Con la radicalità dell’orientamento scettico tutte le dottrine filosofiche vengono messe nel banco degli imputati. Gli scettici, infatti, scorgevano nell’abbandono di tutti i dogmi filosofici la cosiddetta “liberazione dai timori della mente”.

Ci troviamo sempre in Grecia dove Pirrone di Elide propone una visione della realtà libera da giudizi che garantisce l'assenza di turbamento. La sospensione del giudizio in Pirrone prevede impassibilità dinanzi alle situazioni della vita e il giusto distacco che consiste nell’imperturbabile serenità della mente.

Plotino, personalità di maggior spicco del neoplatonismo, riprendendo la riflessione sull'essere elabora una metafisica che contempla l'esistenza dell'Uno, radice della realtà e principio di tutto, cui la persona deve tendere a congiungersi. Il ritorno dell'anima all’Uno si compie attraverso arte, amore e filosofia che consente di cogliere l'Uno con l’intelletto fino all'estasi: l'unione mistica con Dio.


Estratto dal saggio "Lo stridente piacere" di Eleonora Nucciarelli, Midgard Editrice 2021


http://midgard.it/lostridente_piacere.htm

mercoledì 17 novembre 2021

Il mistero delle luci dall'oltretomba

 di Oscar Bigarini.







CAPITOLO I
Perugia, Estate 2023.

Erano sei.
Enrico, Rita, Simone, Margherita, Elisa e Paolo, costituivano un gruppo di amici universitari molto affiatato e coeso.
Si erano conosciuti nelle aule dell’ateneo perugino e avevano iniziato a frequentarsi anche fuori dalle lezioni per una pizza, un compleanno, una gita, una marachella.
Enrico Antonelli, perugino, era il più anziano del gruppo con i suoi ventiquattro anni, frequentava l’ultimo anno del corso di Laurea Magistrale di Ingegneria Meccanica all’Università di Perugia. 
Era un vero leader, il gruppo pendeva dalle sue labbra: ogni momento conviviale scaturiva da una sua idea, Enrico amava organizzare scherzi e giochi fantasiosi, a volte anche a sfondo macabro.
Rita Pedini, ventitré anni, la sua fidanzatina, era una bella biondina minuta e dai modi molto graziosi.
La giovane, di Città di Castello, si era trasferita a Perugia per frequentare il corso Universitario Magistrale di Filologia, Letteratura e Storia dell’ Antichità presso la Facoltà di Lettere e Filosofia.
Rita aveva conosciuto Enrico durante una visita all’ Ipogeo dei Volumni, si erano piaciuti all’istante e dopo una breve frequentazione si erano fidanzati.
Simone Di Pietro ed Elisa Marchetti, perugini, entrambi ventenni, erano i più giovani del gruppo. Simone frequentava il secondo anno della facoltà di Economia Aziendale, mentre Elisa il corso di Beni Culturali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia.
Paolo Sala, ventuno anni, era iscritto al secondo anno di filosofia sempre presso la facoltà di Lettere e Filosofia, era un bel ragazzo, idealista e sognatore, con la testa sempre tra le nuvole. 
Perennemente distratto, combinava spesso dei piccoli pasticci, come dimenticarsi più volte le chiavi all’interno della propria abitazione di Corso Bersaglieri per poi chiamare i vigili del fuoco a riaprire la porta.
Il ragazzo, in particolare, amava molto la pittura del Medioevo e del Rinascimento italiano, della quale era un buon conoscitore. 
La famiglia di Paolo era originaria di Milano, si era spostata dal capoluogo lombardo a quello umbro nel 2000, il padre, dirigente Nestlé, era stato trasferito a Perugia per ricoprire un posto apicale nella fabbrica della Perugina, in questa città, nel 2010, era nato Paolo. 
Margherita Giorgini, di Castiglione del Lago, ventitreenne, stava per concludere il Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria dell’Ambiente e del Territorio, molto brava e studiosa aveva quasi terminato la tesi. 
Il gruppo faceva fatica a seguire le sue elucubrazioni scientifiche, la consideravano una vera “mente”, i colleghi del suo corso la interpellavano di sovente per risolvere esercizi particolarmente complicati di matematica e fisica.
Margherita, convinta ecologista, collaborava con varie associazioni ambientaliste per la pulizia e il decoro cittadino, era profondamente amareggiata per la dilagante maleducazione ed inciviltà di molti cittadini. 
Simone, Margherita, Elisa, Paolo, Rita ed Enrico, per i loro giochi amavano spesso frequentare luoghi pieni di mistero, anche tenebrosi, dove l’ignoto e l’oscurità facevano da sottofondo, per passare momenti di suspense e procurarsi scariche di adrenalina.
In questi posti, in genere cimiteri di campagna, chiese sconsacrate, castelli diroccati, vecchie fabbriche in disuso, si sfidavano in giochi carichi di tensione, per vedere chi tra loro era il primo a cedere alla paura e ritirarsi. 
Alcuni mesi prima avevano raggiunto di notte, in barca, l’isola Maggiore del lago Trasimeno, qui si erano addentrati nel castello Guglielmi, abbandonato da tempo, e vi avevano simulato una seduta spiritica.
Poi ad un improvviso sussulto, forse provocato da un gatto, avevano ceduto alla paura, e tornati di corsa alla barca, remando a più non posso, avevano raggiunto Tuoro. 
Un’altra volta avevano acceso dei fuochi dentro il castello di Zocco di Monte del lago per spaventare le auto di passaggio sulla strada adiacente.
Un anziano conducente di una Panda, spaventato, si era distratto alla guida ed era finito in un campo, fortunatamente senza conseguenze né per lui né per l’auto.
E così via, in estate erano numerose le serate e le notti che il gruppo passava con questo genere di passatempi particolari.

Estratto dal romanzo ""Il mistero delle luci dall'oltretomba" di Oscar Bigarini, Midgard Editrice 2021