venerdì 6 luglio 2018

Le nozze rosse dei Baglioni

di Fabrizio Bandini







Il 28 giugno del 1500 si celebrarono a Perugia le nozze fra Astorre Baglioni e Lavinia Orsini Colonna. L’evento richiamò l’attenzione di tutta la nobiltà italiana. I Baglioni, infatti, erano i Signori di Perugia. Belli e terribili. Una stirpe di nobili guerrieri e di facitori di storia.

Le nozze di Astorre si svolsero con il più grande sfarzo, per mostrare a tutti la potenza di questa schiatta nobile e feroce. “I cronisti dovettero consumare molti fogli di pergamena per descrivere gli sponsali”, scrive il Gurrieri nella sua Storia di Perugia, “avvenuti con la più alta magnificenza, gli archi di trionfo, i cortei, le munificenze, i doni inviati dagli stati, i broccati, gli ori e le gemme” (1). Il pranzo nuziale si dovette tenere nella Piazza principale di Perugia, per l’altissimo numero di invitati, mentre Simonetto Baglioni, un altro membro della nobile stirpe, “sopra un carro pieno di confetti li gettava ai popolani” (2).

Questo stupendo affresco di gioia e di bellezza doveva però presto finire. “A ben altri sponsali, che furono chiamate le nozze rosse dovevano partecipare i Baglioni soltanto diciotto giorni dopo” (3) scrive ancora il Guerrieri. Le preparava un altro membro della famiglia Baglioni, Carlo di Oddo, detto il Barciglia, “d’animo fiero e risoluto, cupido di gloria, invidioso della potenza dei parenti” (4). Facendo leva su alcuni vecchi rancori e sulla gelosia, Carlo riuscì in poco tempo ad organizzare una congiura all’interno della nobile Casa Baglioni. Parenti contro parenti. Trascinò con sé nel complotto, Grifonetto Baglioni, nipote di Braccio I Baglioni, “di bellezza un altro Ganimede e quasi più ricco che alcun altro” (5), il Varano, Girolamo degli Arcipreti, Berardo della Cornia, Filippo Baglioni e altri ancora.

La notte fatale del 15 luglio assaltarono le abitazioni dei Baglioni e trucidarono i Signori di Perugia in un atmosfera tetra e sanguinosa, da tragedia greca. “La congiura dei Pazzi e la strage di Senigallia impallidiscono davanti alle nozze rosse dei Baglioni” (6) scrive il Guerrieri. Cadono sotto i colpi feroci dei congiurati Astorre Baglioni, alla presenza della giovane sposa, Simonetto Baglioni, Gismondo Baglioni e Guido Baglioni, il patriarca della famiglia. Le cronache raccontano che Filippo Baglioni, dopo aver ucciso Astorre, gli cavò il cuore e lo morse, in un gesto di inaudita ferocia. Poi i cadaveri degli uccisi furono gettati dalle finestre e lasciati a sanguinare per le strade.

Non tutti i Signori di Perugia furono però sterminati. Alcuni scamparono miracolosamente alla strage, come Gian Paolo Baglioni, Gentile Baglioni, Rodolfo Baglioni e Adriano Baglioni. Presto si riorganizzarono e si prepararono a riprendersi la città.

L’orribile strage, infatti, aveva inorridito il popolo e i magistrati di Perugia. I congiurati tentarono di presentarsi come liberatori della tirannide, ma ben presto, davanti all’arrivo delle milizie dei Baglioni sopravvissuti, dovettero darsi alla fuga. Carlo il Barciglia e Girolamo degli Arcipreti riuscirono a fuggire in tempo. Grifonetto Baglioni, invece, fu raggiunto dai soldati di Gian Paolo e trucidato. E su quel corpo presto si gettarono straziate dal dolore Atalanta e Zenobia Baglioni, piangendo colui che aveva colpito così duramente la loro stirpe.

Come scrive Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray: “Grifonetto Baglioni col suo giustacuore trapunto, il berretto gemmato e i ricci in forma di acanto, che uccise Astorre con la sposa e Simonetto col suo paggio, e che era di una tale bellezza che quando giacque morente nella piazza gialla di Perugia coloro che l’avevano odiato non potevano trattenere le lacrime e Atalanta, che l’aveva maledetto, lo benedisse” (7).





NOTE

(1) O. Guerrieri, Storia di Perugia, Simonelli Editore, Perugia 1982, p. 153
(2) Ibid.
(3) Ibid.
(4) Ibid.
(5) Ibid.
(6) Ibid., p. 154
(7) O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Newton Compton, Roma 1993, p. 172 s.


Immagine: via Bagliona, Rocca Paolina, con i resti delle case dei Baglioni, Perugia

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martedì 3 luglio 2018

Intervista a Stefano Lazzari


Intervista a Stefano Lazzari, autore del libro “Vite parallele”, edito nella Collana Narrativa della Midgard Editrice.




Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?
La storia nasce da una considerazione esistenziale comune a tanti, se non a tutti: il tempo rappresenta il bene più prezioso che abbiamo, e non è mai sufficiente per realizzare tutti i nostri progetti, le rinunce sono spesso dolorose e altrettanto spesso originano rimpianti, un veleno sottile e fra i più pericolosi dell’esistenza. E siccome la possibilità di una reincarnazione configura, al momento, solo una speculazione filosofica, il pensiero corre verso le “vite parallele”…


Il tema delle “vite parallele” è centrale nel romanzo. Parlacene un po’.
Il significato sostanziale, a prescindere dalle vicende pericolose esperite dal protagonista, viene in fondo riassunto dallo stesso medico, Settimio, che si fa impiantare il “clonatore temporaneo” o “sdoppiatore biologico”: poiché le “vite parallele” non rappresentano semplicemente una fuga, un’evasione, uno scappamento esplosivo e incontrollabile da una vita istituzionale che ci va sempre più stretta, ma danno respiro a un desiderio inestinguibile di conoscenza, magari consentendo di recuperare tracce preziose di un passato indimenticabile; senza peraltro dimenticare che il confronto fra le esistenze parallele, con la loro carica vitalistica, e un’etica personale e comune, corre su un crinale sottile e pericoloso, come il protagonista sperimenterà sulla sua pelle: ben consapevole che prima o poi dovrà scegliere fra il coraggio della ragione e quello del rischio, più o meno calcolato…


Quanto c’è di te nel protagonista del romanzo, Settimio?
Posto che se lo “sdoppiatore biologico” esistesse veramente sarei uno dei primi a farmelo impiantare, inevitabilmente ho proiettato nel protagonista un anelito insopprimibile di conoscenza e libertà:
e per alcuni modi di essere, di percepire alcune sensazioni più o meno insolite e particolari, e volerle condividere con persone speciali, direi che l’identificazione è precisa: ma poi, perché l’intrigo della  storia non si scolori su un binario che diventa piatto sia per chi scrive e per chi legge, e soprattutto, per meglio definire i contorni esistenziali della vicenda e renderli più critici per l’autore e anche per il lettore, è anche necessario prendere alcune distanze: e dunque la feroce autodeterminazione fino al nascondimento e ai confini del crimine non mi appartiene; così pure il compromesso forzatissimo fra molteplici relazioni personali e un’etica personale e comune che viene tacitata dalle esigenze irrinunciabili e indifferibili delle “vite parallele”; ed anche, il desiderio spavaldo e un po’ arrogante di voler sfidare le istituzioni, quasi di irriderle, solo perché in possesso di una consapevolezza ad altri sconosciuta: ecco, questo non sono io… o forse, come qualcuno ha detto, rappresenta una proiezione segretissima dell’anima…


In cosa si assomiglia “Vite parallele” agli altri tuoi romanzi e in cosa si distanzia?
Il denominatore comune è rappresentato dal desiderio insopprimibile di non appiattirsi su una vita istituzionale senza vie di scappamento, la linfa vitale dell’anima; per la prima volta, invece, mi confronto con una tematica tecnologica fantascientifica, perché purtroppo lo “sdoppiatore biologico” non è stato ancora inventato… e poi, forse per la prima volta, la storia non traccia una netta linea di demarcazione fra i “buoni” e i “cattivi”, tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, tutti devono rassegnarsi a convivere con la parte più torbida del proprio impasto spirituale, nell’equilibrio sempre faticoso con la parte “chiara”, quella dell’etica…


Progetti futuri?
I progetti futuri sono già presenti, in realtà, perché di “Vite parallele” sto scrivendo il sequel, “La pazienza della nemesi”, dove il protagonista (e altri con lui…) dovrà misurarsi con altre insidie, apparentemente recintate in una stessa vita, ma in realtà figlie anch’esse delle esistenze parallele: perché il passato, anche quello più remoto, non costituisce mai sedimento tanto profondo da non poter essere, prima o poi, riportato a luce…

www.midgard.it/vite_parallele.htm

sabato 30 giugno 2018

Intervista a Giampaolo Bianchini



Intervista a Giampaolo Bianchini, autore del libro “D tutto n po’ / Di tutto un po’”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.





Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 
Salve, mi sono improvvisato “scrittore per caso” a seguito di un incontro fortuito avvenuto nella sala di attesa del comune medico di famiglia con uno dei più celebri poeti dialettali perugini, Nello Cicuti.
Leggendo le sue poesie ho deciso di sviluppare sinteticamente alcuni dei temi che da tempo avevo in animo di trattare in forma dialettale con poesie, racconti di vita vissuta, ricordi, temi di attualità, storielle e inni all’amore in una chiave quindi più semplice, più leggera, più sarcastica e più immediata.
E’ nato così il volume “D TUTTO N PO’ … e n po’ scomposto / DI TUTTO UN PO’ … e un po’ scomposto”.
Il poeta Nello Cicuti, anche autore della prefazione, in occasione della recente presentazione del libro presso le sale UMBRO’ a Perugia nel suo commento ha detto: “Ho trovato queste liriche interessantissime, piene di sentimento, di amore, di ricordi e, in certe circostanze, anche di sofferenza; completa nella sostanza un po’ meno nella forma".
Beh! Come autodidatta è chiaramente difficile essere “perfetti”, ma per me il suo commento è un incitamento a migliorare e magari proseguire nello scrivere.


Il libro è stato editato in doppia lingua, perugino e italiano. Come mai questa scelta?
Tutto quanto scritto in dialetto si ripete anche in italiano per una più semplice comprensione a chi il dialetto non lo conosce o a chi lo ha dimenticato. Il libro è dedicato a mio nipote Mattia affinché tramite i racconti abbia memoria di un passato che non ha vissuto, prenda inoltre coscienza dei fenomeni attuali che vive la nostra società e ne tragga spunto, spinta positiva e incitamento per essere una persona brava, protagonista del suo futuro e possa contribuire al miglioramento della società in generale ricordandogli: “Si n cnosci l tu passeto l tu presente nnel saprè capì e né manco l tu futuro mmaginè”. Quello che va sottolineato è che quasi la totalità delle liriche non sono fine a se stesse, ma contengono sempre una riflessione, un incitamento, un messaggi, un pensiero, una considerazione positiva.


Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?
Nella vita ho fatto tutt’altro che scrivere o meglio nell’ambito del mio lavoro mi è capitato di scrivere tanto ma di tutt’altro genere. Comunque scrivere mi è sempre piaciuto, più della lettura. Quando si scrive qualcosa, qualsiasi cosa e in qualsiasi ambito, si è protagonisti, quando si legge ci si accultura ma si è solo delle comparse… almeno per me. Ma come ho detto io sono uno “scrittore per caso” che approfitto magari del mio stato di pensionato e nonno per dedicarmi anche alla scrittura.


Quali scrittori ti piacciono e ti ispirano? 
Come ho detto io non leggo molto, mi piacciono comunque le letture semplici, non impegnative che scorrono via veloci e che puoi divorare in breve tempo come gli scritti appunto di Cicuti, di Spinelli, di Migliarini ecc. per rimanere nella sfera dialettale. Mi piacciono storie vere e la storia in genere.



Progetti futuri?
Io vivo abbastanza alla giornata non ho grandi progetti per il futuro, cerco in ogni cosa di “cogliere l’attimo” quando capita, come in questa occasione per quanto riguarda lo scrivere. 
Questo libro infatti l’ho scritto in poco più di due mesi
Sicuramente momenti di riflessione e considerazioni che possono dare spunto a nuove avventure ce ne sono, spero di coglierne il momento giusto.   



mercoledì 27 giugno 2018

La Saga degli Alburni



Primo capitolo

La bellezza di Domizia, principessa italica, figlia del Re dei Sabini, era divenuta leggendaria.
Biondi capelli, ammalianti occhi azzurri, faccino da angelo, corpo sensuale.
Una bellezza terribile e deliziosa.
La giovane era richiesta in sposa da tutti i Re Italici.
La chiedeva Latino, Re dei Latini.
La chiedeva Urso, Re dei Sanniti.
La chiedeva Valente, Re dei Falisci.
La chiedeva Dago, Re dei Volsci.
E la chiedeva soprattutto Alburnio, Re degli Umbri.
Il più potente Re degli Italici.
Il Signore degli Italici.
Dalla sua rocca il giovane Re degli Umbri aveva inviato messi al Re dei Sabini, per concedergli finalmente la figlia.
Sabino, dopo una lunga riflessione e dopo aver ascoltato i consigli dei sacerdoti del suo popolo decise che la bella Domizia sarebbe andata in sposa ad Alburnio, il potente Re degli Umbri, cementando così una solida alleanza fra le due nobili stirpi.
Nella primavera di quell’anno Domizia fu quindi scortata da suo padre e dai più nobili guerrieri Sabini alle terre degli Umbri, presso l’antica rocca di Alburnia, città gloriosa e invitta, dalle alte e maestose mura di pietra.
Alcuni dicevano che erano stati gli Dèi agli inizi dei Tempi, a fondare Alburnia, altri dicevano che erano stati i Giganti, altri ancora dicevano che Re Italo, capostipite degli Italici, aveva posto personalmente le pietre di quella città invincibile, altri ancora narravano che il merito spettava ad Umbro, figlio di Italo, capostipite degli Umbri, o ad Alburnio il Vecchio, figlio di Umbro, capostipite della nobile schiatta degli Alburni.
La versione più accreditata era l’ultima, quella che vedeva Alburnio il Vecchio come fondatore dell’antica e gloriosa città, secondo il volere degli Dèi.
Alburnio il Giovane accolse il corteo dei Sabini nella sua nobile reggia, attorniato dai più grandi guerrieri del regno, dai sacerdoti e dalle principesse di quella stirpe fiera e indomita.
Il Re si ergeva su tutti, nobile e potente.
I lunghi capelli biondi gli cadevano sulla veste da guerriero, gli occhi verdi, profondi, scrutavano i nuovi arrivati, le mani appoggiate sulla sacra ascia bipenne.
L’ascia dei suoi Avi, l’ascia dei Re Umbri.
Sabino, Re della sua stirpe, si fece avanti, con fiero e nobile portamento, i lunghi capelli bianchi sciolti sulle regali vesti, e così parlò: "Nobile Alburnio, potente Re degli Umbri, Signore degli Italici, siamo finalmente giunti dalle nostre terre portandoti il dono che tanto attendevi. Eccoti la mia adorata figlia, Domizia, nobile principessa dei Sabini."
Ad un cenno del Re la folla dei Sabini si scostò per lasciare passare Domizia.
La principessa apparve in tutto il suo splendore.
Una ragazza di venti anni, bionda, bellissima, dalla pelle candida, dallo sguardo fiero ed ammaliante, vestita con una preziosa tunica azzurra e dei bei sandali di cuoio sui piedi nudi.
La sua bellezza colpì tutto il salone.
Un silenzio irreale cadde su esso.
Mai si era vista una simile creatura.
Una bellezza talmente adorabile e sconvolgente.
Domizia era un vero dono degli Dèi.
La principessa sabina si inchinò e disse "Mio nobile Re."
Alburnio sorrise, estasiato da tanta grazia, e chinò la testa ammirato, "Mia nobile principessa."
Poi scese dal suo trono e accolse il vecchio e nobile Sabino fra le sue braccia, con un fiero ed affettuoso abbraccio.
Il destino dei fieri Re Italici si decise quel giorno.
Nessuno si immaginava cosa avrebbe comportato quel matrimonio.
Nessuno si immaginava quanto fatale fosse la scelta del Re dei Sabini.

Fabrizio Bandini, La Saga degli Alburni, Midgard Editrice (2018)


www.midgard.it/la_saga_degli_alburni.htm

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