mercoledì 13 aprile 2022

La vita insieme

 di Ferruccio Francescotti.




Scena  1

Ventimiglia, Balzi Rossi, ai giorni nostri


La località nota come i Balzi Rossi si trova nel comune di Ventimiglia, a poche centinaia di metri dal confine con la Francia di Ponte San Ludovico, dove ha inizio la famosissima Costa Azzurra; il suo nome deriva dal termine del dialetto locale “Bausi Russi” che significa “pietre rosse”.

Grandi agavi e rosse macchie di bouganville rendono quest’angolo unico e particolarmente suggestivo.

Una piccola pineta di pini marittimi offre un po’ d’ombra ai fortunati che riescono a trovare un parcheggio per l’auto; da lì una stretta strada sterrata, solo pedonale, conduce ad una esclusiva spiaggetta molto nota fra gli amanti della tintarella, posta al fondo di una caletta circondata da scogli su molti dei quali non si può camminare a piedi nudi, perché sono taglienti come lame di rasoio. La spiaggia è conosciuta come “spiaggia delle uova”, perché sul fondale si trovano molte pietre la cui forma tondeggiante è dovuta all’azione erosiva delle onde.

Il mare, limpidissimo, si frange sugli scogli provocando una schiuma candida.

Sul lato che guarda verso sud la stradina è separata dagli scogli sottostanti tramite un muretto in pietra, ma  quando il mare  è agitato “inzuppa” gli incauti passanti; dall’altro lato le agavi la separano da un’alta falesia (una scarpata verticale dovuta all’erosione del mare) nella quale si inoltrano delle grotte che hanno reso famosi i Balzi Rossi nel mondo della paleoantropologia: in esse infatti, a partire dall’800, son state rinvenute numerose sepolture di nostri lontani antenati noti come “uomini di Cro Magnon”, dal nome della località francese dove sono stati rinvenuti per la prima volta.

Sempre sul lato a monte vi è un Museo in cui sono custoditi, tra l’altro, gli scheletri umani fossilizzati rinvenuti nelle sepolture all’interno delle grotte unitamente a numerosissimi resti della fauna e della flora dell’epoca; si possono anche ammirare monili fatti di conchiglie dal colore bianco-rosato e manufatti d’osso.

È uno splendido mattino di inizio giugno; una lieve brezza di terra che spira dalle vicine montagne increspa leggermente, in senso contrario al normale moto ondoso, la superficie del mare, mentre alcuni gabbiani dalle grandi ali volteggiano alla ricerca di cibo emettendo brevi e stridule grida.

I primi bagnanti, dopo aver parcheggiato all’ombra della pineta, si avviano verso la spiaggia delle uova; un inserviente apre le porte del Museo in attesa dei visitatori.

Un autobus proveniente da Ventimiglia accosta al marciapiede sul lato mare appena prima del posto di frontiera: le sue dimensioni non gli consentono di procedere oltre. Accompagnati da un vociare allegro ne scendono una ventina tra ragazzi e ragazze: sono giovani studenti e dottorandi in paleoantropologia che, sotto la guida del professor Mario Tanzi dell’Università di Genova, stanno per iniziare una nuova campagna di scavi ai Balzi Rossi. Sono perlopiù italiani, ma non mancano gli stranieri provenienti da varie parti del mondo. Per alcuni di essi non è la prima esperienza al Balzi Rossi, ma quelli che vi giungono per la prima volta si attardano ad ammirare il magnifico panorama.

“Andiamo ragazzi” li esorta il professor Tanzi “entriamo nel Museo”.

Dopo che tutti si sono sistemati sulle sedie appositamente allineate in file ordinate il professore, affiancato dalla Curatrice del Museo, esordisce:

“Bene ragazzi; dedicheremo questa giornata all’organizzazione del lavoro sul campo e da domani inizieremo come da programma. Finita questa riunione potrete dedicarvi al mare, a visitare Mentone e quant’altro vorrete perché da domani, come i più esperti di voi sanno bene, il tempo libero sarà poco ed alla sera sarete molto ma molto stanchi.”   


Estratto dal volume “La vita insieme" di Ferruccio Francescotti, Midgard Editrice.

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giovedì 7 aprile 2022

Intervista a Giuseppina Salvucci

Intervista a Giuseppina Salvucci, autrice del volume "Il borsello della fantasia", edito nella Collana Fiabe della Midgard Editrice.






Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

Il primo ricordo che ho di me che invento storie per i miei bambini è in macchina al semaforo rosso di Matelica con mio figlio Francesco di circa due anni che urla come un disperato prigioniero sul suo seggiolino. Urlava e non sapevo cosa fare…allora provai a distrarlo in qualche modo…”Ma lo sai che cosa è successo???!! Incredibile! Sono venuti I LADRI a rubare il trattore di nonno!!! IL TRATTORE QUELLO BELLISSIMO ROSSO!!!”… Peraltro non mi sembra che io riuscì a catturare la sua attenzione e a distoglierlo un po' dal suo grande dolore… Diciamo che per cominciare ad inventare poté più la disperazione che la vena artistica!
Poi ricordo il mio piacere accanto al letto di mio figlio (aveva forse 5-6 anni) mentre inventavo del trenino Paoletto, prima di augurargli la buona notte. Parlavo enfatizzando le situazioni e vedevo i suoi occhioni scuri emozionarsi. Era un feed back che mi portava a continuare. L’effetto piaceva ad entrambi.
E poi, da tempo avevo in mente di scrivere le favole inventate, perché non andassero perdute. Devo dire che il pensiero che un bimbo in futuro (magari un nipotino) possa pensarmi… mi conforta molto…rispetto allo scorrere veloce di ogni cosa.


Quali sono le tematiche più importanti di questi racconti?

La storia di Cirillo fa riferimento al bullismo. Vorrei dire ad un bambino che non c’è motivo di preoccuparsi se viene preso in giro per qualunque motivo. Non ha importanza. E vorrei anche fargli capire che è comunque meglio ridere con qualcuno che di qualcuno. Poi…per carità…tutto serve a crescere. 
Paoletto è un po' il simbolo di come nella vita ci possano essere momenti belli e momenti brutti. E anche di come, pur nei momenti terribili, ci può essere una via di uscita per la felicità. Ed è anche la storia in cui emerge il valore salvifico delle relazioni e dell’amicizia.
Temerina: una mia conoscente amante dei cavalli mi raccontò che aveva acquistato una cavalla che doveva essere abbattuta. Mi disse che era riuscita a renderla mansueta. Questa vicenda mi aveva dato lo spunto per la favola. Le parole sono importanti, la fiducia è importante.  Romualdo è l’uomo che attira a sé la sfortuna perché non sa cogliere l’occasione per narrare quello che gli capita in maniera positiva. Lamentarsi, maledire la propria storia, non produce nulla di buono.
Fiorillo: Fiorillo mi ricorda tutte le volte in cui ho detto a mio figlio di mettere in ordine le cose. Quel “dopo” l’ho sentito tante volte! E lo so che somiglia molto ad un “non ci pensare neanche!”. E’ una storia divertente per me perché lo spunto lo ricavai da una storia vera che mi raccontò mia madre a proposito di un nostro parente. Le cose andarono come nella favola fatta eccezione per l’intervento del cagnolino. Quello me l’ha ispirato la mia cagnolina…che distrugge con i denti tutto quello che trova sul suo cammino.
Reddy: quella è la prima favola. Non aveva una tematica particolare. Non si deve rubare. I nomi sono importanti.
La storia di Lino è quella che deriva dalla mia formazione di medico…dalla mia deformazione professionale. Ho voluto rappresentare in una favola quello che succede in caso di febbre da infezione virale.  Creando una certa suspence. Alla fine nel mio pensiero originario Lino moriva. Poi ho pensato che questo fosse troppo triste per un bambino e ho trovato il lieto fine nella memoria immunologica.


Oltre ai racconti ti sei divertita ad illustrare il libro, parlaci di questa esperienza.

Mi sono divertita tanto! Vado fiera di come ho rappresentato i virus, Lino impaurito, il terremoto della febbre che spacca il terreno! L’espressione della mamma di Fiorillo quando entra in casa e trova il caos primordiale, l’entropia ai massimi livelli! Quella sono io!
In realtà ho cercato un illustratore. Mi è capitato di conoscere una illustratrice, anche brava e famosa. Ma mi ha detto che lavorava per case editrici e non per privati. Allora ho chiesto ad una cara persona che è un bravissimo pittore. Ma, pur essendo contento della richiesta, non mi ha potuto accontentare per problemi di salute.
Allora ho pensato: bene…i disegni posso farli io! Avrei voluto elaborarli e arricchirli…ma alla fine le cose vanno fatte in qualche modo…altrimenti restano lì in eterno. Mio figlio mi ha aiutato. In particolare ha trasformato il mio disegno a mano della copertina in immagine da computer. Io ho benissimo in mente come in un cartone animato o in un film le mie favole. Mi è piaciuto molto darne un’idea fedele, anche se essenziale.


Qual è il rapporto fra la scrittura e la tua vita di tutti i giorni?

Mi piace scrivere, è un modo molto efficace per entrare in contatto mentale e per tenere viva la mente. Per lavoro scrivo cose tecniche, organizzative, comunicazioni…a volte stressanti. Scrivere storie mi rilassa e mi consegna un grande senso di libertà e di compagnia.  Ormai ho debuttato, ho visto che mi piace scrivere e quindi spero di poterlo fare di più.




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giovedì 31 marzo 2022

Il borsello della fantasia

di Giuseppina Salvucci.





Cirillo, il corvo dalla coda verde

Fra gli alberi vicino al campo di girasoli, vivevano due corvi molto giovani che si erano sposati da un anno. 
Si chiamavano Pirro e Teresina. 
Si volevano tanto bene e desideravano molto un figlio.
Finalmente un giorno il figlioletto arrivò! 
Era un piccolo corvo tanto carino… e con una buffa codina verde. 
I genitori erano felicissimi! 
Decisero di chiamarlo Cirillo.
Il corvetto cresceva bene e felice, fino a che non cominciò ad andare a scuola. 
Fin dal primo giorno di scuola i compagni cominciarono a prenderlo in giro. 
Due corvetti in particolare, Rino e Dino, non smettevano di deriderlo: “Guarda che orrenda coda verde!”. 
“Ecco Verdino, il corvo dalla coda verde!”.
“Ma è una lucertola o un corvo? Ahaha” dicevano. 
“O forse aspetta... è una pianta, una foglia!”.
E Cirillo si sentiva tanto solo e brutto… e tornava sempre a casa in lacrime. 
“Non ti preoccupare tesoro mio…” diceva la sua mamma… “Vedrai che non ti importerà più della tua coda… anzi…”.
Ma Rino e Dino continuavano: “Cirillo, ma cosa ti da’ da mangiare la mamma… insalata e alghe ogni giorno? Ahaha. Ma chi è tuo padre... un ramarro?”.
E tutti ridevano.
Sì, tutti ridevano. 
I compagni di scuola non perdevano occasione per far dispiacere al piccolo e gentile Cirillo. 
Un giorno la mamma ebbe un’idea, e quando Cirillo tornò a casa con la solita tristezza trovò una sorpresa: la mamma e il papà avevano tinto la loro coda di verde 
e lo aspettavano sorridenti. 
Non solo: erano venuti anche due amici del papà e un loro vicino di casa, anch’essi con una splendida coda dipinta di verde.

Estratto dal volume "Il borsello della fantasia" di Giuseppina Salvucci, Midgard Editrice.


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giovedì 24 marzo 2022

Vorrei donarti un amore

 






Due Pierrot sui tetti di Parigi

La mia lacrima dipinta è uno scherno uno scherzo poiché 
non ho più lacrime per sospirare le mie tragedie sui tetti di Parigi 
dal giorno in cui la vidi presto al mattino in scorribande 
con compagni 
credo di scuola lei che beffarda beveva alla fontana 
lanciando fiori dovunque come fossero parole 
non ho parole io per decidere se valga la mia povera vita 
mascherata ho fame posso scriverlo solo nel dialetto
di ombra misteriosa di quasi fantasma dei poeti ho fame 
da due giorni mangio appena pane raffermo e olive
non importa poiché sono innamorato
l’amore è fame e lo specchio mi rende giustizia
un Pierrot solamente dagli occhi cerchiati. 
Un fiore vaga qua e là in cerca di chi lo raccolga 
viaggia vede Juliette che va Monsieur Dumont che torna
qualche bambino qualche bambina chissà 
se arriverà mai a Vivienne dalle lunghe trecce 
Vivienne di Saint Denise 
soffia fiore soffia fiore 
per le strade della vita per le strade dell’amore 
sulla Senna e alla Sorbonne al tempo delle ore
andrai lontano andrai col vento con la neve e senza sosta 
quanto basta però quanto basta, 
per trovare Vivienne per sfiorare Vivienne. 

Anna Agostini


Il mago

Voglio amare il tuo
cuore
con dolcezza, ironia
e libertà,
voglio amare il tuo
cuore
con pace e complicità,
con divertimento e fedeltà,
voglio amare il tuo
cuore
come se fosse
una piccola Betlemme.

Christian Ferdigg



Come le onde come l’amore

Come l’amore di una madre
queste onde cullano la mia nave
in un abbraccio misterioso
pieno di speranza.
Resisto pensando
che la vita mi aspetta.
Beffarda e senza sogni
mi tende ancora le braccia
e io le vado incontro
in cerca di accoglienza.
Come le onde
la morte ora mi culla
in un abbraccio mortifero
senza sogni
ma senza più paura.
Null’altro ho e avrò
su questa terra d’anime immonde
e preferisco la morte tra i flutti
al dolore sordo
di un futuro bugiardo.

Flora Fusarelli



Momenti

Una donna che ho amato che sogno e risogno 
Ricordo ancora il suo profumo 
Il suo viso in una cornice 
Passano gli anni
Non invecchia mai invece io invecchio 
Qualche lacrima per ricordare qualche lacrima per dimenticare.

Gianfranco Bonfiglio



Tempo / tempi

Messa in sicurezza la casa,
il gas finalmente chiuso 
e il termosifone pure,
riposto il cibo avanzato,
sfogliato per l’ultima volta 
il quotidiano, spenta la TV,
non ci resta che assaporare
le ultime parole della serata,
quelle che ci diciamo dentro,
quasi un atto di contrizione
per quanto ancora ci siamo
lasciti dietro da completare.
Tempo, crediamo di averne sempre
anche se in verità ora è notte,
e ci sembra che il tempo,
sia un’invenzione alla bisogna.
Come l’ultimo vicino che rientra
anche tra i pensieri almeno uno
sembra acquietarsi con difficoltà.
Hai voglia di sentirla ancora 
al telefono, ma l'ora è tarda,
ti fissi sulle piccole memorie,
il respiro ampio del seno,
il ticchettio deciso dei suoi passi,
la mano che lascia nella tua.
Poi scrolli la testa con decisione
e ti dimostri uomo rinviando
a domani, se ci sarà un domani.
Tempo, dai, regalamene
un po’ del tuo. È sempre il nostro. 

7.1.2020

Gianluca Ricci




Fatico a comprendere
la sottile beffa della vita.
Solo il tuo amore
rende viva la mia esistenza.

Giulio Volpi





Libertà, unità e sicurezza

Mandando alle ortiche l’odiosa tossicità 
Attenti, però, a non caderci nuovamente,
Riprendiamo le redini dei nostri cuore e mente.
Con più accortezza il nostro cammino si verificherà,
Ora si può amare in sicurezza e libertà,
ancorché in un mondo che non ci appartiene sicuramente. 
Libertà e unità servono di certo nel tempo presente:
i capisaldi da cui nessuno di noi si separerà.
Mostrati ordunque per quello che sei:
allora, e solo allora, di emozioni sarà una baldoria.
Nessuno mai ti potrà eguagliare.
Diranno gli invidiosi che si tende a esagerare
intendendo che ho descritto uno fra gli Dei.
È questo il nuovo corso della 

Maria Sofia Rebessi




Era bello

Era bello aspettarlo
Era bello vederlo arrivare
Era bello vederlo venirmi incontro
Era bello sentire la sua mano sulla mia
Dolce il sorriso
Un soffio sul viso
La carezza su tutta di me
L’abbraccio sincero
Il bacio vero
Un soffio. Un sorriso
Una Carezza. Un abbraccio
Un bacio
Era bello. Tanto bello.
Soltanto per nulla.

Maria Teresa Pellegrini



Mare

L’amore non è di questa Terra;
sta tra le nuvole e le onde
del mare che naviga in noi.
Sta nell’incedere di quelle sfere bianche e pure
che hanno il coraggio di esser candide
anche con la tempesta.
L’amore non è di questa Terra;
sta tra il tramonto e la sfera colorata dell’orizzonte.
Loro che muti non ci parlano parole
ma ci danno la vita tra la luce e la notte.
L’amore è mare che trasforma in eterno
la superficie della Terra.

Simonetta Cinaglia




Quando vai via
non dirmi ADDIO
tu lo sai che in un istante
potrebbero sparire
tutte le stelle dal mio cielo
Quando vai via
non dirmi CIAO
è un saluto
che dalla bocca esce
troppo facilmente
come il latte sopra il fuoco
dal pentolino 
d’una mamma un po’ distratta
Quando vai via
non dirmi ARRIVEDERCI
è una parola 
che si usa per essere gentili
anche con chi non si conosce
e mai più si rivedrà
o con chi
non si vuole più vedere
Quando vai via 
amore mio
perché io sia certa
che da me ritornerai
dimmi
semplicemente
A DOMANI

Vittoria Maltese



Estratto dal volume "Vorrei donarti un amore", AA.VV., Midgard Editrice 2022


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venerdì 25 febbraio 2022

Intervista a Christian Baldelli

Intervista a Christian Baldelli, autore del volume "Siamo tutti in qualche posto", edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.







Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce? 

Questa opera nasce, rinasce e si sviluppa negli innumerevoli momenti in cui ho sentito il bisogno di esprimere in senso soggettivo il mio Io interiore. Come in un viaggio fatto di più tappe, ad un certo punto può capitarti di non ricordare il motivo per cui ti eri messo in cammino, o quale era l’itinerario che avevi pensato di percorrere al momento della partenza. La vita ad un certo punto prende il sopravvento e il poterla dominare o anche solo dirigere, diventa chiaramente un’illusione con cui fare i conti. Nonostante questo possa apparire scontato, la stragrande maggioranza delle persone, a me sembra, perdano il loro senso di orientamento e si ritrovano in maniera più o meno inconsapevole, gettati in pasto nella corrente delle routine quotidiane e non riescono in realtà più a distinguere se stanno vivendo o solo sopravvivendo. Ecco io temo spesso di stare solo sopravvivendo; perciò, mi tuffo in questa mia ricerca interiore ogniqualvolta vengo attraversato da queste sensazioni. La scrittura allora diventa ragione di approfondimento, catarsi, analisi, inchiesta, diventa il succo da estrarre dalle esperienze o l’unguento da spalmare sulle ferite dell’anima. 



Quali sono le tematiche più importanti della tua poetica?

Il concetto di poetica ha un’origine probabilmente di natura estetica, dove bisognerebbe considerare tutti gli intenti e i contenuti espressivi che rientrano nelle arti di un poeta. Mio malgrado non riesco a considerarmi un poeta, non ho queste qualità. Lascio questo nome a chi veramente può essere chiamato con questo appellativo, a chi è capace di trasformare in scrittura i suoi pensieri e fa diventare Arte quello che ci fa leggere. Forse mi vedo un po’ come un narratore, o piuttosto allo stesso modo come un Narratore e un Raccontatore in cerca di significati da dare a quello che mi circonda o da cui vengo circondato. Allora come Raccontatore mi appresto ad approfondire i temi classici del senso dell’esistenza, la caducità, la mondanità, il senso stesso delle nostre fragilità che ci lasciano in balia degli eventi. Come Narratore mi concentro invece sull’amore. Amore come sentimento, come completamento, come emozione e motore della vita stessa, come mancanza, come ragione di lotta e sopravvivenza, come eternità da inseguire. 



Ci sono dei poeti contemporanei o di epoche passate che ti ispirano particolamente?

Sinceramente ho tanti poeti tra gli scrittori che più amo leggere. Le stagioni della mia esistenza mi hanno portato a scoprire e preferire gli uni agli altri. Ho scoperto Rimbaud, Baudelaire, Eluard, Verlaine tra i 16 e i 18 anni. La biblioteca Augusta di Perugia era allora per me il loro terreno di caccia. Passavo mattinate intere lì dentro, cercando risposte alle prime domande che l’adolescenza mi aveva lasciato. Poi verso i 20 anni o giù di lì sono arrivate le edizioni Newton Compton e i loro prezzi stracciatissimi. Libri a 1000, 2000 e 5000 lire. Ne feci vere e proprie incette. Andando così a cercare di soddisfare le mie curiosità in vari ambiti letterari e naturalmente anche in quelli poetici. In quel periodo è scoppiato il mio amore per Neruda e la mia profonda ammirazione per i nostri poeti ermetici. Ci sono voluti i 30 anni per riscoprire i nostri autori classici: Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, Foscolo. Poi in questi ultimi anni, andando un po' a random ho letto ed apprezzato numerosi altri poeti, soprattutto stranieri del tardo Settecento e dell’Ottocento. Sicuramente aver letto tanti autori ha condizionato le mie idee di poesia e il mio modo di scrivere. Dipendo certamente da ciò che mi circonda e allo stesso modo il mio scrivere dipende non solo da quello che vivo, ma anche da quello che ho letto ed apprezzato. Quindi anche se il mio orgoglio mi farebbe subito dire ‘che io sono di nessuno’, in realtà le mie ‘poesie’ sono inconsapevolmente condizionate dai tanti autori che ho citato e da tutti quelli che ho potuto leggere. Peccato non essere talentuoso come loro…



Qual è il rapporto fra la scrittura e la tua vita di tutti i giorni?

Amo dire, citando uno dei miei libri preferiti il Siddharta di Hermann Hesse, “di aver vissuto tante vite e di essere stato tante cose”. La mia scrittura non ha potuto non risentirne. In questo libro che è suo malgrado anche antologico, ho inserito ‘poesie’ scritte quando avevo 15 anni, vicine ad altre scritte meno di un anno fa. Non sono gli anni che hanno cambiato i temi, ma i punti di vista e di vita. Il tempo che scorre scandisce esperienze, perciò il passato rimane dentro ognuno di noi e ne fa parte per sempre. Siamo quello che siamo stati e saremo quello che il passato ci farà essere nel futuro. Cambiamo continuamente e la scrittura per me ha cercato di essere agente riequilibratore dell’intelletto e ragione da dare agli eventi che si sono succeduti. È stata, ed è segreto da non confidare, rifugio in cui nascondersi e nascondere verità che non vorresti esistessero, vanità che non possono essere comprese. Ho sognato una vita che fosse come una poesia, ho avuto in cambio un amore che non può essere veramente descritto da nessuna di esse.

Buona lettura e buona vita a tutti Voi. 


https://midgard.it/product/christian-baldelli-siamo-tutti-in-qualche-posto/


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martedì 8 febbraio 2022

Cinque casi capovolti

 di Massimo Renaldini.






Caso 1: Lessie


Il cadavere dell'uomo era sul parquet, disteso in una posizione innaturale, sopra a una macchia di sangue scuro. Indossava un abito beige, elegante ma a buon mercato. Lì vicino, sul pavimento della sala, c'era anche un cappello color caffè.
La causa della morte non era difficile da individuare: l'uomo, di mezza età, aveva un coltellaccio da cucina infilato per almeno quattro dita nella schiena.
Il detective Spezzalini fumava un cigarillo stando bene attento a non far cadere la cenere per terra, per non inquinare la scena del delitto. Mentre un poliziotto isolava la porta di ingresso con del nastro bianco e rosso, Spezzalini stava scuotendo quasi impercettibilmente la testa: i casi peggiori non erano mai quelli senza indizi, perché prima o poi una traccia o un testimone si trova. Le “bestie nere” (così le chiamava lui) erano quelli dove l'indicazione è palese quanto un monolito di Carnac.
Ecco, proprio come ora.
Il morto, evidentemente prima di tirare le cuoia, si era trascinato per la sala e aveva scritto col proprio sangue una parola sul pavimento.
L'investigatore fece qualche passo per avvicinarsi alle lettere vermiglie, senza pestarle, poi inclinò la testa per rileggerle:

LESSIE
  
Dubitava che l’assassino fosse il famoso protagonista della serie televisiva (prima di tutto perché non si scriveva esattamente così, e comunque doveva essere morto da almeno un decennio… e soprattutto perché quello era un cane!).
Nel piccolo paese di Tollbury non viveva nessun “Lessie”, né umano né animale. E Spezzalini aveva già fatto controllare tutti i parenti e gli amici (almeno quelli noti) del cadavere: nessuno aveva questo nome o soprannome (se non altro per quello che potevano saperne gli sbirri o gli occhi privati).
Ecco perché Cyrus Spezzalini odiava i casi “semplici”: perché un indizio troppo evidente può condurre in decine di direzioni diverse. Oppure a nessuna.
Poteva essere una traccia fasulla, magari scritta proprio dall’omicida? Certo, ma avrebbe avuto senso fermarsi nel luogo del delitto, imbrattare le dita di un cadavere ancora caldo, per scrivere un nome privo di significato, solo per provare a sviare le indagini? Mah, pareva una congettura un po’ traballante: l’indizio sembrava vero.
Il poliziotto tossì con veemenza e Spezzalini fu richiamato al presente. Lo sapeva che in centrale odiavano i suoi piccoli sigari puzzolenti. Ma da stamattina tutti gli effettivi erano impegnati con la grande rapina alla banca provinciale e così qui avevano mandato lui, un detective privato che ogni tanto collaborava con la polizia. Aveva ancora un vecchio tesserino da sbirro: teoricamente gli era stato ritirato, ma casualmente gliene era rimasto uno, e la gente come faceva a sapere che non valeva più?

Ci fu un altro colpetto di tosse, ma questa volta era diverso: non era per le esalazioni acri del piccolo Avana, ma piuttosto per richiamare la sua attenzione.
«Io qui avrei finito» mormorò il giovane agente.
Cyrus lo osservò, valutando che questa doveva essere una delle sue prime missioni sul campo: sembrava una recluta e aveva utilizzato tre interi rotoli di nastro, impiegandoci almeno mezz'ora, mentre i suoi colleghi più esperti avrebbero usato al massimo mezzo rocchetto, isolando la casa in quaranta secondi.
«Vai pure ragazzo: aspetto io il medico legale» e il poliziotto non se lo fece ripetere e sgattaiolò fuori dopo un cenno del capo.
Sarà andato anche lui a Flaith ad indagare sulla rapina, pensò Spezzalini in una nuova nuvola di fumo. Come biasimarlo? Non era da tutti i giorni avere la banca principale della regione svaligiata da Gamba-di-Legno in persona, il famoso bandito, omonimo dell’avversario di Mickey Mouse. Ma, a differenza del malfattore Disney, questo aveva davvero un arto di legno: quasi fosse uscito da una scena di Moby Dick, il più noto rapinatore di banche del paese sembrava quasi un vecchio pirata!
Gli manca solo la benda sull'occhio, ironizzò l’investigatore tra sé, e magari anche il pappag…
Cyrus interruppe i propri pensieri: cos'erano quelli?
Il pavimento dell'anticamera di ingresso, dove era appena passato il giovane poliziotto per uscire, era composto da vecchia moquette bruna, abbastanza sdrucita. Il sole stava tramontando, la luce era gialla e intensa: sul tessuto peloso del corridoio si vedevano dei piccoli segni tondi, larghi quanto un bicchiere da vodka, dove il vecchio manto era stato pestato da qualcosa di pesante. Circa ogni mezzo metro. Sembravano proprio passi.
Passi di un uomo con una gamba di legno!

Estratto dal volume "Cinque casi capovolti" di Massimo Renaldini, Midgard Editrice.

Vincitore del Premio Midgard Narrativa 2016.


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venerdì 4 febbraio 2022

Vita da cani

 di Mira Susic.






-Toh, il tipetto ha una coda, quattro zampe, due posteriori, due anteriori, un dorso, una pancia, un collo, due orecchie, una testa,  due vispi occhietti e un musetto con un naso infallibile, inoltre l’amichetto è nero come il carbone delle miniere. Beh, lui è simile a me come una goccia d'acqua, in pratica il quattro zampe è una mia copia perfetta. Potrebbe essere un mio clone?- pesna il piccolo cucciolo gaurdando la sua immagine riflessa sulla superficie liscia dello specchio appeso sul muro del salotto. 
Il Labrador scruta con  sospetto il sosia stampato nello specchio che lo imita alla prefezione, infatti ripete ogni suo movimento, ogni minima mossa come un papagallo. 
-La smetti di prendermi in giro, burlone che non sei altro!?- si spazientisce il piccolo Labrador che lancia un bau di avvertimento all'amico a quattro zampe nello specchio.  
Il cagnolino nero dello specchio  però  se ne sta muto come un pesce, in sostanza fa le orecchie da mercante e si permette addirittura di non risponde al deciso abbaiare del piccolo Labrador di fronte a lui.  
Il cucciolo in carne ed ossa scuote la testa perplesso, trovandosi a tu per tu con un suo simile a quattro zampe che gli assomiglia alla perfezione, come un gemello. 
-Bau, bau, bau!- insiste il piccolo Labrador che vuole affermare la sua supremazia canina, ma il rivale non raccoglie il suo guanto di sfida restandosene zitto zitto, il piccoletto a quattro zampe non emette nemmeno un flebile bau.
-Il tipo non fa una piega se mi sgolo abbaiando a squarcia gola- constata con stupore il cane piazzandosi di fronte al rivale e fissando con uno sguardo magnetico la sua immagine riflessa nello specchio. 
-Perbacco, quello sono io!- esclama alla fine il cagnolino color carbone, dopo averci riflettuto sopra un bel po'.
-Se quello sono io, allora sono davvero un cane, perché ho una coda, quattro zampe, due orecchie, due occhietti, un musetto, nonché un naso con un fiuto infallibile da segugio. Fantastico! Sono a tutti gli effatti l'amico dell'uomo per antonomasia, in pratica non ho rivali nel mondo animale- si compiace soddisfatto il piccolo Labrador.
Constatato di essere un cane il piccoletto si sente il vero padrone,  ovvero l'unico re della casa.

Estratto dal volume di Mira Susic, Vita da cani, Midgard Editrice


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