Buonasera, come nasce La bislacca commedia del potere occulto?
Nasce dall’elaborazione narrativa di molte teorie complottistiche, rilette però in chiave fantastica e goliardica. Ho immaginato il potere come un grande palazzo a più piani, dove salire significa avvicinarsi progressivamente alla verità, quella riservata a pochi e occultata al “gregge umano”. Il viaggio diventa così una metafora: più ci si allontana dalla massa appecorata, più si scoprono i meccanismi oscuri che governano il mondo. La forma della commedia serve a rendere sopportabile l’orrore, ma anche a smascherarlo, mostrando quanto il male possa presentarsi sotto sembianze grottesche e persino ridicole.
Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?
Al centro c’è il tema delle pulsioni umane — avidità, sete di potere, violenza, odio, lussuria — che costituiscono il vero motore del male nel mondo. Al piano terra del palazzo queste pulsioni prendono forma attraverso eventi storici reali e drammatici, come il disastro del Vajont, la Shoah o la bomba atomica, a dimostrazione di come l’avidità e la prevaricazione possano avere conseguenze devastanti sull’umanità. Accanto a ciò emerge il tema della manipolazione delle coscienze: il gregge umano, distratto, sedato e confuso, rinuncia a cercare la verità. I guardiani, i servi dell’élite e figure simboliche come il bibitaro o “La Leopolda” rappresentano i mezzi attraverso cui il potere ottunde le menti e mantiene il controllo.
Ci sono scrittori o scrittrici che ti ispirano o che ti piace leggere?
Mi sento affine a quegli autori che hanno usato l’allegoria, il grottesco e il fantastico per raccontare la realtà e il potere, più che la cronaca diretta. Amo la letteratura che mette in scena viaggi simbolici, mondi deformati e personaggi caricaturali per parlare dell’uomo e delle sue contraddizioni. In generale, mi ispira chi riesce a fondere denuncia e ironia, mostrando come il confine tra tragedia e farsa, soprattutto quando si parla di potere, sia spesso sottilissimo.
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