martedì 8 settembre 2026

La morte di Ercole

 di Carlo Pedini.

 

 

 

 

Ario era nato nel 288 nella provincia romana della zona di Asisium, pochi anni dopo che le legioni romane, in un remoto angolo della Tracia presso Nicomedia, oltre il Bosforo, avevano acclamato Imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Giusto quarant’anni prima, Roma aveva festeggiato, con grande sfarzo e tripudio di folle, il millenario della sua fondazione. Il suo nome completo era Ario Cornelio Vinicio, dalla antica Gens a cui apparteneva. Si dice che la Cornelia fosse una delle cento Gentes che dominarono Roma alle sue origini. Alcuni Corneli erano originari di Satrico, nella terra dei Volsci. Dico alcuni perché i Corneli non erano propriamente un’unica famiglia. Piuttosto si trattava di un antico ceppo di varie famiglie sparse nel territorio a sud di Roma, fra il Latium e il Mare Nostrum. Satrico, nonostante fosse stata fondata da Silvio, figlio di Enea, già era in decadenza quando Romolo riunì le prime Tribù. Ciononostante, come accadde a molte altre città intorno all’Urbe, sopravvisse ancora a lungo. Si sa come vanno queste cose: gli uomini che hanno lottato per conquistare le proprie terre, non le cedono più se non a prezzo della vita. Restano attaccati a quelle case, alle antiche mura, ma non solo. Per sentirsi sicuri fanno alleanze con altre città, e il recinto disegnato a loro protezione si ingrandisce sempre più. Ma tutto ciò non è mai di grande aiuto quando sorge un nemico più organizzato e potente, che quelle terre e quelle città farà proprie, quando poi non le distrugge. 
Ario conobbe le rovine di Satrico da ragazzetto, quando in questa parte di mondo regnava Massimiano e a Roma era Prefetto Gaio Giunio Tiberiano. Ce lo portò in visita suo padre, Flavio Vinicio, durante i Vicennalia dell’Imperatore Diocleziano. Era l’ottobre del 303. Il giorno prima, il 20 dicembre, con grande tripudio, si festeggiava il suo ritorno a Roma. I due Imperatori facevano il loro ingresso trionfale sopra un enorme carro, trainato da quattro elefanti. 
Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, solenne e severo, con la barba che a stento nascondeva un collo di toro, sembrava la personificazione dell’ultimo nome che portava. Eretto, a fianco del primo Imperatore, scrutava la folla col solo movimento degli occhi.
Eppure tutta quella fierezza impallidiva fino a sparire accanto al fascino che emanava Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. I capelli lievemente argentati, il labbro superiore sottile, serrato all’inferiore lievemente sporto in avanti, l’ovale perfetto del volto, con le orecchie strette ben attaccate alla testa, comunicavano tutta l’intensità di grandezza e potenza che sprigionava il capo supremo. La barba curata disegnava la regolare mandibola, esaltata nella sua perfezione dal confronto impietoso con quella larga e sproporzionata dell’altro che gli era di fianco. Quel volto radioso era il perfetto monile dove si incastonavano due occhi penetranti e luminosi come gemme. E lassù, dall’alto del carro, gettavano lo sguardo al di sopra delle teste confuse della moltitudine festante, proiettati ben oltre l’orizzonte, a voler abbracciare l’intero mondo, che a incontestabile diritto a lui soltanto realmente apparteneva.
Tanto povera e insignificante appariva ora al ragazzo l’antica potenza di Satrico, più volte distrutta e ricostruita, nel campo brullo e desolato dove solo poche pietre dal taglio regolare lasciavano intuire l’antico abitato. Eppure ancora a quel tempo, quando per la prima ed ultima volta Ario vide l’esibizione trionfale della gloria d’un Imperatore, non erano poche le persone nelle quali il nome della Gens Cornelia fosse in grado di risvegliare qualche memoria. Anche negli annali ormai dimenticati dell’antica città che il mondo ammirava a temeva, era iscritto il nome della sua Gens. Va detto anche che più avanti, negli anni della sua vecchiaia, Ario doveva confessare a se stesso di esserne orgoglioso, proprio perché quegli annali erano ormai da tempo dimenticati. Già da un po’ non poteva più dire d’essere figlio del suo tempo; anzi, ben più corretto sarebbe stato definirlo addirittura suo nemico. Non che non lo comprendesse, come tante volte gli capitava di sostenere. Questa era soltanto una scusa di comodo. Forse ormai era solo per pigrizia. Oppure soltanto perché non gli piaceva mostrarsi astioso, se non aggressivo, scegliendo di dire di non capire il suo tempo, per non confessare che ne provava odio e disprezzo. Sapeva ben vedere quel che succedeva, ma si fingeva cieco. Gli sembra meno avvilente fingere un difetto che ammettere di vedere uno scempio. Erano anni che gli Imperatori non governavano più stabilmente da Roma. Preferivano scegliersi la propria residenza ai Confini dell’Impero, per meglio controllarne i pericoli barbarici che iniziavano ad insidiarne l’antica granitica solidità. 


Estratto dal libro di Carlo Pedini, La morte di Ercole, Midgard Editrice

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venerdì 4 settembre 2026

La bislacca commedia del potere occulto

 di Giulia Rizzardi.

 

 


 

 

Nel mezzo d’una piazza assai affollata 
vidi gente spenta altresì demotivata. 
Vagavano come ombre smidollate 
nella stessa direzione allineate!

Lambivano tra le mani un cellulare 
ed intorno non potevano guardare. 
Fisso sullo schermo ipnotizzato 
stava il lor pensiero atrofizzato!

Un fischio di lontano aveo udito
che svenni, il mio subconscio fu colpito! 
Quello che da poco avevo sentito,
era il suono del sapere proibito.

Caddi a terra senza sensi
e mi risvegliai tra profumi d’incensi! 
Ero vicino ad un palazzo abbandonato, 
d’antichi fasti circondato!

Un grande cancello d’oro 
sovrastato dalla statua di un toro
apriva la strada ad un sentiero sterrato 
che portava dritto ad un portone chiodato!

Una musica soave mi attirava 
ed un vortice la mia coscienza risucchiava! 
Ero stordita e non capivo 
di quella situazione il motivo!



Estratto del libro di Giulia Rizzardi, La bislacca commedia del potere occulto, Midgard Editrice

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martedì 1 settembre 2026

Fino a otto

 di Simona Cappellini.

 

 


 

 

In confronto al condominio dove era cresciuto Yannik, la borgata di Quel pasticciaccio brutto di via Merulana sembrava Beverly Hills.
Un cortile stretto, irriverente, colonizzato da felci selvatiche e carrelli della Superal, era il centro geometrico e simbolico attorno al quale orbitavano palazzi grami come le vite che ci abitavano, anime danneggiate, destinate a sbriciolarsi senza clamore.
Al primo piano viveva Marianna, moglie senza fede di Rodolfo, che se la faceva con uno zingaro soprannominato Modugno, non per via della voce, ma perché stava tutto il giorno seduto su uno sgabello da campeggio a cantare Volare, a squarciagola e stonato, come se potesse redimere il mondo con la sola potenza del diaframma.
Al terzo piano c’era Roberta con la cappella aperta — il soprannome lo aveva guadagnato senza fatica — che abitava con la figlia Silvia e accudiva, si fa per dire, Loredana, un’anziana in modalità aereo da almeno due anni. Si preparavano a ereditarne l’appartamento con la stessa calma e costanza con cui si fanno bollire le ossa per il brodo.
Alba Rosalba, invece, era una cleptomane gentile con gli occhi sempre un po’ fuori dalle orbite, che rubava senza cattiveria, quasi per gentilezza, quasi per dire: “Se non lo prendo io, lo prenderà qualcun altro”. Accumulava oggetti senza peso né utilità: tappi, cucchiai piegati, pantofole spaiate. Bastava uscire con una busta per la spazzatura perché lei spuntasse come un’ombra: “Posso prenderlo?”
Poi c’era Giovanna Galli Fabbri Pirà, che era, o era stata, una nobildonna. Di quelle che si riconoscono più dalla postura che dal nome, perché il nome – lungo, sonoro,  ormai svuotato – nessuno lo pronunciava tutto, neppure lei. Stava con Piero, un sardo ex pescatore, oggi alcolista a tempo pieno, che gridava tutto il giorno dal balcone “Ciofanaaa!” con quella "f" che sembrava una bestemmia repressa, un venditore d’acqua nel deserto del decoro. Yannik non sapeva, non poteva sapere, che quel nome altisonante, quella voce che trascinava le vocali come se ogni parola fosse un ricordo, erano un segno. Un segno vago, che si sarebbe rivelato solo più tardi, quando la sua strada si sarebbe intrecciata con i nobili – veri, falsi, decaduti. Allora avrebbe ricordato Giovanna, mentre aspettava il taxi nel cortile con la boccuccia pronunciata e quell’aria da snob consumata, un’attrice uscita di scena ma ancora in costume, come se il mondo le dovesse un ultimo applauso che non sarebbe mai arrivato. 
Infine c’era Andreina Stellina, una donna di ottant’anni che non parlava mai del passato e non aveva futuro, ma una fama immortale nel quartiere: sapeva mettere un preservativo con la bocca. Nessuno sapeva se fosse leggenda o verità, ma ogni volta che si nominava il suo nome, anche le antenne paraboliche si giravano.
Yannik era cresciuto lì dentro.
Con quelle voci, quegli odori, quelle strane traiettorie di umanità. Eppure, più che abitare il cortile, sembrava sfiorarlo, come se vi passasse accanto camminando sul ciglio di un sogno sbagliato.
Suo padre era un uomo grande, grosso e sbrigativo. Ristoratore per istinto, manesco per forma mentis, con mani come pale e una voce che faceva tremare i frigoriferi. Nelle foto da giovane sembrava un buttafuori balcanico, negli anni ne aveva solo guadagnato in volume e in scorza. Quando si arrabbiava (e si arrabbiava spesso), gli oggetti prendevano il volo: mestoli, piatti, padelle. Sembrava cucinare con l’anima e l’ira.
Yannik lo aiutava da quando aveva dodici anni. Doveva. Andava dopo la scuola, tra la puzza di olio bruciato e la tristezza dei piatti del giorno. La madre, ormai trasparente come le camicie che indossava, passava le giornate tra il frigo e i conti.



Estratto del libro di Simona Cappellini, Fino a otto, Midgard Editrice

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giovedì 27 agosto 2026

Un giorno di pioggia

 di Rossella Bruzzone.

 

 


 

 

Heidi titolo originale Heidi, la ragazza delle Alpi, è una serie animata prodotta nel 1974 dallo studio di animazione giapponese Zuiyo Eizo, tratto dall'omonimo romanzo per ragazzi scritto nel 1880 dall' autrice elvetica Johanna Spyri. In Italia l'anime, composto da 52 episodi, fu trasmesso per la prima volta su Rete 1 dal 7 febbraio al 6 giugno 1978 e grazie al grande successo riscosso venne replicato frequentemente fino al 25 dicembre 2003 sulle reti Rai e successivamente sulle emittenti Mediaset. La trama è nota: Heidi, un' orfanella di cinque anni, viene affidata dalla zia, che non può più prendersene cura, al nonno, chiamato da tutti il “Vecchio dell' alpe", uomo burbero e scontroso. La piccola riuscirà da subito a farsi amare dall' uomo che si rivelerà un nonno premuroso, accogliente, capace di educare e di farsi obbedire e la bimba, dal canto suo, si innamora immediatamente della vita in montagna e si integra nella piccola comunità stringendo amicizia con il pastorello Peter, la madre e l’anziana e cieca nonna di lui. Trascorrono tre anni nei quali Heidi scopre e apprende tutto ciò che un bravo montanaro deve sapere, vive però nel suo microcosmo, non frequenta la scuola perché il nonno teme che l' incontro con la civiltà possa contaminare la sua gioiosa innocenza. L'improvviso ritorno della zia darà’ vita ad un colpo di scena: porterà via con sé la bambina per condurla a Francoforte dove dovrebbe essere la giovane dama di compagnia di Clara Sesemann, una ragazzina costretta su una sedia a rotelle. Mentre tra le due sorge spontanea una sincera amicizia per la piccola, l' impatto con la vita in città è a dir poco traumatico anche a causa della rigida educazione che la signorina Rottenmeier intende impartirle. Le brevi visite del padre e della nonna di Clara non bastano ad alleviare la malinconia della bimba che inizierà a deperire e a soffrire di sonnambulismo. Il signor Sesemann si vedrà costretto a fare tornare Heidi dal suo amato nonno e alle sue care montagne, promettendo però alla figlia di farle raggiungere la sua amica durante l'estate.
Durante il suo soggiorno sulle Alpi, dapprima in compagnia dell' istitutrice poi della nonna, Clara riprenderà a camminare e anche l'arcigna signorina Rottenmeier svelerà un inaspettato lato tenero del suo carattere.
Il consenso in Italia fu davvero enorme, la sigla, scritta da Franco Migliacci e interpretata da Elisabetta Viviani, ebbe un inatteso successo e fu creata una bambola con le sembianze di Heidi tuttora reperibile su Internet.
Heidi fu l'antesignano degli anime che spopolavano negli anni ‘80 e ‘90. Sebbene apparentemente sembri un cartone rivolto ad un pubblico di giovanissimi, nasconde dei risvolti psicologici e pedagogici molto interessanti e per nulla banali. I personaggi non sono stereotipati ma presentano molte sfumature caratteriali. Il nonno, uomo concreto, sensibile, intelligente ed affettuoso con la nipotina, nasconde un lato egoistico perché si rifiuta di permettere alla bambina di frequentare la scuola, quasi temesse gli venisse portata via, cosa che realmente accadrà. La stessa signorina Rottenmeier, da noi nati negli anni 70 e 80 tanto odiata, forse tutti i torti non ce li ha…. Ricopre l' infausto ruolo di istitutrice della disabile Clara, orfana di madre e con il padre sempre in viaggio per lavoro, le viene affidata la responsabilità di una bimba simpatica e solare ma non proprio un esempio di educazione svizzera e si trova in seria difficoltà. Le sue crisi di nervi con relativi svenimenti quando Heidi portava a casa ceste piene di gattini, sottraeva panini bianchi per la nonna di Peter oppure teneva in grembo topolini ci hanno fatto sorridere così come il suo indimenticabile ”Misericordia o Signorine, disciplina!“, però non posso fare a meno di commuovermi di fronte alle sue lacrime quando è costretta a lasciare la “sua” Clara in montagna e quando, con i suoi modi militareschi, supporta la ragazza nei suoi esercizi, motivandola con l'imminente vacanza in montagna. Tutti i personaggi di questo anime combattono contro i propri limiti, le “gabbie” da cui anelano fuggire ma ne sono impediti, talvolta da cause di forza maggiore, talaltra da blocchi psicologici o da abitudini e convinzioni ormai radicate. Nel caso di Heidi la gabbia è evidente, si tratta della costrizione a vivere in città, alle regole a cui è sottoposta, alla nostalgia straziante per i suoi affetti, per le sue montagne e per le prepotenze della signorina Rottenmeier. Per Clara la gabbia era l' odiata-amata sedia a rotelle, oggi si direbbe la sua comfort zone , sogna di correre, camminare, giocare come tutti gli altri ragazzi della sua età, ma contemporaneamente ha timore di perdere i benefici che la sua condizione le riserva. Sarà proprio il Vecchio dell' alpe a comprenderla e ad aiutarla a vincere le sue paure. Anche il nonno combatte con il suo demone, la solitudine, da lui fortemente cercata e voluta, interrotta dapprima dall'arrivo della nipotina poi dalla visita di Clara, della signora Sesemann e dell' istitutrice, di cui non condivide i metodi educativi, ma riconosce il profondo affetto verso Clara e, successivamente, anche verso Heidi. La già citata signorina Rottenmeier è forse il personaggio più complesso dell' anime, che paragonerei all' uccellino che fa compagnia a Clara. Heidi lo libera ma lui torna nella sua gabbia perché è il suo rifugio, l' unico luogo che conosce, dove si sente al sicuro. Lo stesso discorso vale per la donna che conosce solo la realtà di Francoforte, la sua famiglia sono i Sesemann, ama Clara come una figlia e il suo unico modo di dimostrarlo sono il rigore e la disciplina perché lei stessa senza le sue regole si sentirebbe persa.



Estratto dal libro di Rossella Bruzzone, Un giorno di pioggia. Licia e le altre protagoniste degli anime anni 80, Midgard Editrice

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mercoledì 26 agosto 2026

Macbeth

 di Claudio Michelazzi.

 

 


 


Quando si apre Macbeth, non assistiamo a un semplice dramma politico o morale, ma entriamo fin da subito in un paesaggio psichico. La Scozia non è uno spazio geografico: è un teatro dell’anima, una landa mentale immersa nella nebbia, popolata da forze che sfuggono alla logica della veglia. L’opera intera, come anticipato, può essere letta come un sogno: non in senso metaforico, ma strutturale e funzionale. Macbeth è il soggetto sognante, ma anche sognato. La sua mente produce e subisce le immagini che lo travolgono. L’intera tragedia è un sogno archetipico interrotto, una progressione onirica che si infrange per inflazione e collasso.
Come nei sogni a contenuto fortemente simbolico o nei quadri clinici di tipo dissociativo, il tempo è contratto e discontinuo, lo spazio è mobile, le figure non sono mai pienamente corporee né pienamente allegoriche. Le tre streghe che aprono l’opera non provengono dalla storia, ma dalla psiche. Non agiscono, non compiono gesti realistici: pronunciano oracoli. In questo caso potrebbero essere lette clinicamente come voci primarie, proprio come quelle che in un delirio uditivo emergono a distorcere il confine tra interno ed esterno. L’incipit (“Fair is foul, and foul is fair”) non è ambiguità: è collasso dei registri semantici, rottura della coerenza percettiva. Il sogno è già all’opera, e con esso l’instabilità cognitiva. Grazie a questo panorama psichico possiamo ben comprendere come il confine che separa un possibile scompenso psicotico da un’autentica esperienza liminale di natura mistica e spirituale, di contatto con il Numinoso o con l’Oltre, sia flebile se non sorretto da consapevolezza, ascesi e iniziazione alla Tradizione.
Macbeth entra in questa dimensione psichica già predisposto. Non c’è un prima reale: c’è solo l’accesso a un mondo mentale, un “setting onirico” dove ogni elemento è contaminato dalla tensione psichica del soggetto. I luoghi (Inverness, Dunsinane) non sono più ambienti fisici, ma dispositivi interni: il castello è un luogo mentale, la sala del banchetto è la mente che si frantuma, le mura diventano barriere e confini identitari, destinati a cedere. Come nei sogni disturbati, lo spazio cambia funzione: da contenitore simbolico si fa labirinto.
Il tempo, elemento strutturante della coscienza, è qui frantumato. Gli eventi si susseguono senza transizioni, senza respiro. L’eroe acclamato diventa assassino in pochi minuti di scena, la notte non finisce mai, e i giorni non producono alcun senso di sollievo. Si tratta di un tempo soggettivo, “kairologico”, tipico degli stati psichici alterati, dove il senso di continuità è perso. La temporalità di Macbeth è analoga a quella delle psicosi incipienti: il soggetto è immerso in una percezione distorta e amplificata del proprio vissuto, in cui ogni evento ha valore assoluto, persecutorio o salvifico.
Il soggetto sognante, Macbeth, è fin da subito in stato regressivo. La sua identità non è stabile, ma fluttuante. La mente del personaggio presenta tratti compatibili con un quadro pre-psicotico: allucinazioni visive (il pugnale che “vede” prima di uccidere Duncan), uditive (“Sleep no more”), episodi di derealizzazione e confusione semantica. Non c’è più un confine netto tra desiderio e realtà, tra pensiero e azione. In Macbeth si assiste alla dissoluzione della funzione simbolica: egli non distingue più tra immagine e cosa. L’Io, già fragile, è sovrastato da un inconscio che ha preso il sopravvento.
Questa configurazione onirica spiega anche il linguaggio dell’opera, dominato da immagini viscerali, pulsionali, iperrealistiche e contraddittorie. Il sangue, il buio, il suono, la voce, la mancanza di sonno: tutto ciò che si presenta è elemento-simbolo, ma mai decifrato. Macbeth non ha accesso a una funzione riflessiva matura: non interpreta, non elabora, non sublima. È un sognatore che agisce nel sogno come un automa simbolico, in preda a un acting out allucinato. Questo lo distingue da altri personaggi shakespeariani (come Amleto), dotati di un metalinguaggio interiore. Macbeth, al contrario, è muto davanti all’inconscio.
Il teatro di Shakespeare, in questo contesto, è contenitore di sogni collettivi. La scena è spazio psichico comune: l’inconscio del protagonista diventa esperienza archetipica per lo spettatore. La dissociazione di Macbeth, il suo delirio di onnipotenza, la sua frantumazione simbolica, producono nel pubblico un effetto speculare: chi guarda Macbeth si trova immerso in un sogno “altro”, ma familiare. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo in azione”: la tragedia è un sogno rituale della civiltà occidentale, che mette in scena l’angoscia del potere scisso dalla coscienza.
Il primo atto del sogno è dunque la costruzione del paesaggio mentale. Non c’è ancora colpa, non c’è ancora sangue. C’è però la condizione psichica perfetta per la catastrofe: un Io debole, un inconscio forte, un ambiente simbolico saturo. Le streghe aprono la porta. Macbeth entra. Non sa che sta sognando. E proprio per questo, non potrà più uscirne indenne.



Estratto del libro di Claudio Michelazzi, Macbeth, Midgard Editrice

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lunedì 24 agosto 2026

Una fanciullezza rubata

 di Giuliano Bruno.

 
 



Per una volta, avevamo vissuto una vera giornata di felicità: era il 6 gennaio, il giorno della Befana. Una figura antica e misteriosa, sospesa tra leggenda e sogno. Si diceva che nella notte scivolasse giù dal camino, avvolta nei suoi scialli consunti, a cavallo di una scopa di saggina, per portare doni ai bambini buoni. Sapeva di fumo e di cenere, con mani rugose come quelle delle nonne e occhi profondi e quieti, come chi ha vissuto tanto e sa guardarti dentro senza bisogno di parole. Per anni avevo finto di dormire, sperando in silenzio di coglierla sul fatto. Nella mia fantasia, pensavo che se fossi stata gentile con lei, magari mi avrebbe lasciato qualche dono in più. Almeno, era ciò che speravo. Ma purtroppo, non ha mai funzionato.
Nel giorno in cui i bambini delle famiglie borghesi ricevevano giocattoli e regali colorati, io e i miei fratelli trovavamo accanto al letto due lunghe calze piene di mandarini, noci, fichi secchi e qualche confetto. Non so se la nostra gioia derivasse dal contenuto, dato che quelle delizie non erano affatto quotidiane, oppure dalla sorpresa in sé e da come papà riusciva sempre a renderla magica e misteriosa.
Mi piace ricordare quei singoli momenti. Eravamo piuttosto poveri, nel dopoguerra: papà aveva combattuto in Albania e mamma era rimasta sola con cinque figli. Spesso in casa scoppiavano litigi violenti. Nei momenti di disperazione, papà diventava aggressivo con mamma. Poi però si pentiva, l’abbracciava tra lacrime e singhiozzi da parte di entrambi e cercava di rimediare. Mia madre gli perdonava sempre tutto perché lo amava infinitamente. Con noi bambini, invece, non alzò mai un dito. Ma il suono delle urla e del pianto riempiva quella piccola stanza che chiamavamo casa.
Cercavo di proteggere Cristina e Armando, di distrarli prima che mamma crollasse e riversasse su di noi la sua frustrazione. Anch’io avrei avuto bisogno di un abbraccio, di una parola che scaldasse il cuore. Ma non c’era tempo per i sentimenti: la vita non ce lo permetteva. Era un’Italia ancora stremata dalla guerra, soprattutto al Sud. Taviano, il nostro paese nel cuore del Salento, era povero ma vivo. Le strade erano di terra battuta, le case umili, spesso senza servizi, ma c’era una forza collettiva che ci faceva resistere. I contadini partivano all’alba per i campi — quelli che avevano la fortuna di avere un pezzo di terra — mentre tanti altri si univano alle leghe contadine, lottando per conquistare un pezzo di pane e dignità. In quegli anni, le campagne del Salento erano percorse da fermenti di protesta: l’aria era carica di voci, di scioperi, di speranze. La terra dell’Arneo veniva invocata come promessa di riscatto, mentre la disoccupazione mordeva le ossa e la fame era una compagna silenziosa.
Le donne si ritrovavano nei cortili a lavare i panni con l’acqua tirata su dai pozzi, scambiandosi confidenze e consigli, spesso su come arrivare a fine settimana. I bambini — quando non aiutavano — giocavano per strada, correndo tra le pietre e la polvere, costruendo mondi immaginari con quattro bastoni e un po’ di filo di ferro.
La miseria era ovunque: nei vestiti rattoppati, nei pasti frugali, nei racconti dei bombardamenti che ancora riecheggiavano nelle sere d’inverno, quando ci si radunava nelle piazze per scaldarsi con le parole più che con il fuoco. Eppure, la gente aveva uno spirito che oggi si fa fatica a ritrovare: una positività profonda, quasi testarda.
A Taviano si parlava ancora, a bassa voce, dei signori Caracciolo, una famiglia nobile che per secoli aveva dominato queste terre. Se ne ricordavano i vecchi, con rabbia o con rispetto, a seconda delle memorie: feudatari potenti, poi decaduti, ma con un palazzo che incuteva ancora soggezione a chi passava davanti. In paese si raccontavano storie mezze vere e mezze leggenda: banchetti sontuosi, cocchieri vestiti di velluto, e servitù che si piegava al loro passaggio.
Ma quel tempo era ormai lontano. I più fortunati partivano all’estero con la speranza in una vita migliore. Chi andava in Svizzera, chi in Germania, in Argentina o in America. Qualche volta vedevo passare carretti trainati da asini, pieni di valigie e cianfrusaglie, con ragazzini della mia età che mi guardavano con uno sguardo triste, ignari e spaventati
dall’inconsapevolezza del loro destino. Quegli stessi bambini che forse non sarebbero più tornati nella loro patria, o che avrebbero dimenticato persino la lingua madre.
Eppure, anche nella miseria più cupa, c’erano giorni che sembravano sospesi, pieni di luce e speranza. La terza domenica di febbraio, per la Madonna del Miracolo, tutto il paese si fermava: la chiesa esplodeva di canti e luci, e per qualche ora, nessuno sembrava più avere fame. San Martino, l’11 novembre, era invece il tempo del vino nuovo e delle castagne: bastava poco per sentirsi vivi. E poi la Pasqua, la Settimana Santa, le processioni lente e silenziose con le statue portate a spalla, e le donne che seguivano scalze, in segno di devozione. Le feste non portavano denaro, ma regalavano una scintilla di speranza. E, in quei tempi duri, bastava per andare avanti.

 

Estratto del libro di Giuliano Bruno, Una fanciullezza rubata, Midgard Editrice,

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venerdì 21 agosto 2026

I diari del Chewing Gum

 di Stefano Pischiutta.

 

 



«La gomma da masticare (detta anche gomma americana e in alcune parti d'Italia chiamata semplicemente gingomma, cingomma, cicca, giungomma, gigomma, ciccigomma, ciugomma, ciuinga, cingon, masticante, gommina, caramella a gomma o cicles, in inglese chewing gum) è un prodotto dolciario che a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato..» (wikipedia.it).

Frederick Perls, il padre fondatore e ispiratore della Psicoterapia della Gestalt, ha fondato il suo approccio terapeutico non tanto sui bisogni orali legati al piacere, quanto su quelli legati al mordere, all’aggressività, in cui il masticare, anziché l’ingoiare, rappresenta la modalità più creativa e assertiva. 
Talvolta, il masticare è più immaginato che vissuto. Per questo, il mondo immaginario a volte è molto più ricco di quello reale. Nel mondo immaginato si mettono in atto azioni e creazioni che nella realtà poi non si realizzano sempre. 
I due diari che presento qui sono immaginari, di pazienti immaginari, di cui sono stato immaginariamente lo psicoterapeuta e a cui immaginariamente rispondo, interagendo talvolta (in corsivo) con i loro diari, quasi come una voce fuori campo. 
A volte, quando si scrive un diario non si è totalmente sinceri, in quanto si ha paura che qualcuno un giorno lo possa leggere. Pertanto, i veri diari difficilmente vengono scritti. Questi diari del chewing-gum sono i soli, veri diari possibili. 
I diari sono liberamente ispirati alle storie di pazienti che ho avuto in terapia. Gli interventi che faccio “fuori campo”, in corsivo, all’insaputa dei miei pazienti, servono a suggerire loro, in modalità “asincrona”, un mio possibile intervento sui loro dubbi, incertezze, difficoltà; essi sono simili ai feedback che spesso do nelle mie sedute di psicoterapia, ma che spesso non do perché non li posso dare, per innumerevoli motivi che qui non posso spiegare. 
I diari ripercorrono i passaggi chiave di una psicoterapia, inseriti nel percorso di vita e di crescita dei pazienti, spesso facendo incursioni nel passato, prossimo o remoto, al di dentro e al di fuori del percorso terapeutico. 
Il dialogo terapeutico qui immaginato avviene in un luogo e in uno spazio “iperuranico”, che non esiste e che, forse, non può esistere.
I due pazienti che presento sono accomunati dall’avere lo stesso terapeuta e da un obiettivo comune: la crescita.



Estratto dal libro di Stefano Pischiutta, I diari del Chewing Gum, Midgard Editrice

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