giovedì 27 agosto 2026

Un giorno di pioggia

 di Rossella Bruzzone.

 

 


 

 

Heidi titolo originale Heidi, la ragazza delle Alpi, è una serie animata prodotta nel 1974 dallo studio di animazione giapponese Zuiyo Eizo, tratto dall'omonimo romanzo per ragazzi scritto nel 1880 dall' autrice elvetica Johanna Spyri. In Italia l'anime, composto da 52 episodi, fu trasmesso per la prima volta su Rete 1 dal 7 febbraio al 6 giugno 1978 e grazie al grande successo riscosso venne replicato frequentemente fino al 25 dicembre 2003 sulle reti Rai e successivamente sulle emittenti Mediaset. La trama è nota: Heidi, un' orfanella di cinque anni, viene affidata dalla zia, che non può più prendersene cura, al nonno, chiamato da tutti il “Vecchio dell' alpe", uomo burbero e scontroso. La piccola riuscirà da subito a farsi amare dall' uomo che si rivelerà un nonno premuroso, accogliente, capace di educare e di farsi obbedire e la bimba, dal canto suo, si innamora immediatamente della vita in montagna e si integra nella piccola comunità stringendo amicizia con il pastorello Peter, la madre e l’anziana e cieca nonna di lui. Trascorrono tre anni nei quali Heidi scopre e apprende tutto ciò che un bravo montanaro deve sapere, vive però nel suo microcosmo, non frequenta la scuola perché il nonno teme che l' incontro con la civiltà possa contaminare la sua gioiosa innocenza. L'improvviso ritorno della zia darà’ vita ad un colpo di scena: porterà via con sé la bambina per condurla a Francoforte dove dovrebbe essere la giovane dama di compagnia di Clara Sesemann, una ragazzina costretta su una sedia a rotelle. Mentre tra le due sorge spontanea una sincera amicizia per la piccola, l' impatto con la vita in città è a dir poco traumatico anche a causa della rigida educazione che la signorina Rottenmeier intende impartirle. Le brevi visite del padre e della nonna di Clara non bastano ad alleviare la malinconia della bimba che inizierà a deperire e a soffrire di sonnambulismo. Il signor Sesemann si vedrà costretto a fare tornare Heidi dal suo amato nonno e alle sue care montagne, promettendo però alla figlia di farle raggiungere la sua amica durante l'estate.
Durante il suo soggiorno sulle Alpi, dapprima in compagnia dell' istitutrice poi della nonna, Clara riprenderà a camminare e anche l'arcigna signorina Rottenmeier svelerà un inaspettato lato tenero del suo carattere.
Il consenso in Italia fu davvero enorme, la sigla, scritta da Franco Migliacci e interpretata da Elisabetta Viviani, ebbe un inatteso successo e fu creata una bambola con le sembianze di Heidi tuttora reperibile su Internet.
Heidi fu l'antesignano degli anime che spopolavano negli anni ‘80 e ‘90. Sebbene apparentemente sembri un cartone rivolto ad un pubblico di giovanissimi, nasconde dei risvolti psicologici e pedagogici molto interessanti e per nulla banali. I personaggi non sono stereotipati ma presentano molte sfumature caratteriali. Il nonno, uomo concreto, sensibile, intelligente ed affettuoso con la nipotina, nasconde un lato egoistico perché si rifiuta di permettere alla bambina di frequentare la scuola, quasi temesse gli venisse portata via, cosa che realmente accadrà. La stessa signorina Rottenmeier, da noi nati negli anni 70 e 80 tanto odiata, forse tutti i torti non ce li ha…. Ricopre l' infausto ruolo di istitutrice della disabile Clara, orfana di madre e con il padre sempre in viaggio per lavoro, le viene affidata la responsabilità di una bimba simpatica e solare ma non proprio un esempio di educazione svizzera e si trova in seria difficoltà. Le sue crisi di nervi con relativi svenimenti quando Heidi portava a casa ceste piene di gattini, sottraeva panini bianchi per la nonna di Peter oppure teneva in grembo topolini ci hanno fatto sorridere così come il suo indimenticabile ”Misericordia o Signorine, disciplina!“, però non posso fare a meno di commuovermi di fronte alle sue lacrime quando è costretta a lasciare la “sua” Clara in montagna e quando, con i suoi modi militareschi, supporta la ragazza nei suoi esercizi, motivandola con l'imminente vacanza in montagna. Tutti i personaggi di questo anime combattono contro i propri limiti, le “gabbie” da cui anelano fuggire ma ne sono impediti, talvolta da cause di forza maggiore, talaltra da blocchi psicologici o da abitudini e convinzioni ormai radicate. Nel caso di Heidi la gabbia è evidente, si tratta della costrizione a vivere in città, alle regole a cui è sottoposta, alla nostalgia straziante per i suoi affetti, per le sue montagne e per le prepotenze della signorina Rottenmeier. Per Clara la gabbia era l' odiata-amata sedia a rotelle, oggi si direbbe la sua comfort zone , sogna di correre, camminare, giocare come tutti gli altri ragazzi della sua età, ma contemporaneamente ha timore di perdere i benefici che la sua condizione le riserva. Sarà proprio il Vecchio dell' alpe a comprenderla e ad aiutarla a vincere le sue paure. Anche il nonno combatte con il suo demone, la solitudine, da lui fortemente cercata e voluta, interrotta dapprima dall'arrivo della nipotina poi dalla visita di Clara, della signora Sesemann e dell' istitutrice, di cui non condivide i metodi educativi, ma riconosce il profondo affetto verso Clara e, successivamente, anche verso Heidi. La già citata signorina Rottenmeier è forse il personaggio più complesso dell' anime, che paragonerei all' uccellino che fa compagnia a Clara. Heidi lo libera ma lui torna nella sua gabbia perché è il suo rifugio, l' unico luogo che conosce, dove si sente al sicuro. Lo stesso discorso vale per la donna che conosce solo la realtà di Francoforte, la sua famiglia sono i Sesemann, ama Clara come una figlia e il suo unico modo di dimostrarlo sono il rigore e la disciplina perché lei stessa senza le sue regole si sentirebbe persa.



Estratto dal libro di Rossella Bruzzone, Un giorno di pioggia. Licia e le altre protagoniste degli anime anni 80, Midgard Editrice

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mercoledì 26 agosto 2026

Macbeth

 di Claudio Michelazzi.

 

 


 


Quando si apre Macbeth, non assistiamo a un semplice dramma politico o morale, ma entriamo fin da subito in un paesaggio psichico. La Scozia non è uno spazio geografico: è un teatro dell’anima, una landa mentale immersa nella nebbia, popolata da forze che sfuggono alla logica della veglia. L’opera intera, come anticipato, può essere letta come un sogno: non in senso metaforico, ma strutturale e funzionale. Macbeth è il soggetto sognante, ma anche sognato. La sua mente produce e subisce le immagini che lo travolgono. L’intera tragedia è un sogno archetipico interrotto, una progressione onirica che si infrange per inflazione e collasso.
Come nei sogni a contenuto fortemente simbolico o nei quadri clinici di tipo dissociativo, il tempo è contratto e discontinuo, lo spazio è mobile, le figure non sono mai pienamente corporee né pienamente allegoriche. Le tre streghe che aprono l’opera non provengono dalla storia, ma dalla psiche. Non agiscono, non compiono gesti realistici: pronunciano oracoli. In questo caso potrebbero essere lette clinicamente come voci primarie, proprio come quelle che in un delirio uditivo emergono a distorcere il confine tra interno ed esterno. L’incipit (“Fair is foul, and foul is fair”) non è ambiguità: è collasso dei registri semantici, rottura della coerenza percettiva. Il sogno è già all’opera, e con esso l’instabilità cognitiva. Grazie a questo panorama psichico possiamo ben comprendere come il confine che separa un possibile scompenso psicotico da un’autentica esperienza liminale di natura mistica e spirituale, di contatto con il Numinoso o con l’Oltre, sia flebile se non sorretto da consapevolezza, ascesi e iniziazione alla Tradizione.
Macbeth entra in questa dimensione psichica già predisposto. Non c’è un prima reale: c’è solo l’accesso a un mondo mentale, un “setting onirico” dove ogni elemento è contaminato dalla tensione psichica del soggetto. I luoghi (Inverness, Dunsinane) non sono più ambienti fisici, ma dispositivi interni: il castello è un luogo mentale, la sala del banchetto è la mente che si frantuma, le mura diventano barriere e confini identitari, destinati a cedere. Come nei sogni disturbati, lo spazio cambia funzione: da contenitore simbolico si fa labirinto.
Il tempo, elemento strutturante della coscienza, è qui frantumato. Gli eventi si susseguono senza transizioni, senza respiro. L’eroe acclamato diventa assassino in pochi minuti di scena, la notte non finisce mai, e i giorni non producono alcun senso di sollievo. Si tratta di un tempo soggettivo, “kairologico”, tipico degli stati psichici alterati, dove il senso di continuità è perso. La temporalità di Macbeth è analoga a quella delle psicosi incipienti: il soggetto è immerso in una percezione distorta e amplificata del proprio vissuto, in cui ogni evento ha valore assoluto, persecutorio o salvifico.
Il soggetto sognante, Macbeth, è fin da subito in stato regressivo. La sua identità non è stabile, ma fluttuante. La mente del personaggio presenta tratti compatibili con un quadro pre-psicotico: allucinazioni visive (il pugnale che “vede” prima di uccidere Duncan), uditive (“Sleep no more”), episodi di derealizzazione e confusione semantica. Non c’è più un confine netto tra desiderio e realtà, tra pensiero e azione. In Macbeth si assiste alla dissoluzione della funzione simbolica: egli non distingue più tra immagine e cosa. L’Io, già fragile, è sovrastato da un inconscio che ha preso il sopravvento.
Questa configurazione onirica spiega anche il linguaggio dell’opera, dominato da immagini viscerali, pulsionali, iperrealistiche e contraddittorie. Il sangue, il buio, il suono, la voce, la mancanza di sonno: tutto ciò che si presenta è elemento-simbolo, ma mai decifrato. Macbeth non ha accesso a una funzione riflessiva matura: non interpreta, non elabora, non sublima. È un sognatore che agisce nel sogno come un automa simbolico, in preda a un acting out allucinato. Questo lo distingue da altri personaggi shakespeariani (come Amleto), dotati di un metalinguaggio interiore. Macbeth, al contrario, è muto davanti all’inconscio.
Il teatro di Shakespeare, in questo contesto, è contenitore di sogni collettivi. La scena è spazio psichico comune: l’inconscio del protagonista diventa esperienza archetipica per lo spettatore. La dissociazione di Macbeth, il suo delirio di onnipotenza, la sua frantumazione simbolica, producono nel pubblico un effetto speculare: chi guarda Macbeth si trova immerso in un sogno “altro”, ma familiare. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo in azione”: la tragedia è un sogno rituale della civiltà occidentale, che mette in scena l’angoscia del potere scisso dalla coscienza.
Il primo atto del sogno è dunque la costruzione del paesaggio mentale. Non c’è ancora colpa, non c’è ancora sangue. C’è però la condizione psichica perfetta per la catastrofe: un Io debole, un inconscio forte, un ambiente simbolico saturo. Le streghe aprono la porta. Macbeth entra. Non sa che sta sognando. E proprio per questo, non potrà più uscirne indenne.



Estratto del libro di Claudio Michelazzi, Macbeth, Midgard Editrice

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lunedì 24 agosto 2026

Una fanciullezza rubata

 di Giuliano Bruno.

 
 



Per una volta, avevamo vissuto una vera giornata di felicità: era il 6 gennaio, il giorno della Befana. Una figura antica e misteriosa, sospesa tra leggenda e sogno. Si diceva che nella notte scivolasse giù dal camino, avvolta nei suoi scialli consunti, a cavallo di una scopa di saggina, per portare doni ai bambini buoni. Sapeva di fumo e di cenere, con mani rugose come quelle delle nonne e occhi profondi e quieti, come chi ha vissuto tanto e sa guardarti dentro senza bisogno di parole. Per anni avevo finto di dormire, sperando in silenzio di coglierla sul fatto. Nella mia fantasia, pensavo che se fossi stata gentile con lei, magari mi avrebbe lasciato qualche dono in più. Almeno, era ciò che speravo. Ma purtroppo, non ha mai funzionato.
Nel giorno in cui i bambini delle famiglie borghesi ricevevano giocattoli e regali colorati, io e i miei fratelli trovavamo accanto al letto due lunghe calze piene di mandarini, noci, fichi secchi e qualche confetto. Non so se la nostra gioia derivasse dal contenuto, dato che quelle delizie non erano affatto quotidiane, oppure dalla sorpresa in sé e da come papà riusciva sempre a renderla magica e misteriosa.
Mi piace ricordare quei singoli momenti. Eravamo piuttosto poveri, nel dopoguerra: papà aveva combattuto in Albania e mamma era rimasta sola con cinque figli. Spesso in casa scoppiavano litigi violenti. Nei momenti di disperazione, papà diventava aggressivo con mamma. Poi però si pentiva, l’abbracciava tra lacrime e singhiozzi da parte di entrambi e cercava di rimediare. Mia madre gli perdonava sempre tutto perché lo amava infinitamente. Con noi bambini, invece, non alzò mai un dito. Ma il suono delle urla e del pianto riempiva quella piccola stanza che chiamavamo casa.
Cercavo di proteggere Cristina e Armando, di distrarli prima che mamma crollasse e riversasse su di noi la sua frustrazione. Anch’io avrei avuto bisogno di un abbraccio, di una parola che scaldasse il cuore. Ma non c’era tempo per i sentimenti: la vita non ce lo permetteva. Era un’Italia ancora stremata dalla guerra, soprattutto al Sud. Taviano, il nostro paese nel cuore del Salento, era povero ma vivo. Le strade erano di terra battuta, le case umili, spesso senza servizi, ma c’era una forza collettiva che ci faceva resistere. I contadini partivano all’alba per i campi — quelli che avevano la fortuna di avere un pezzo di terra — mentre tanti altri si univano alle leghe contadine, lottando per conquistare un pezzo di pane e dignità. In quegli anni, le campagne del Salento erano percorse da fermenti di protesta: l’aria era carica di voci, di scioperi, di speranze. La terra dell’Arneo veniva invocata come promessa di riscatto, mentre la disoccupazione mordeva le ossa e la fame era una compagna silenziosa.
Le donne si ritrovavano nei cortili a lavare i panni con l’acqua tirata su dai pozzi, scambiandosi confidenze e consigli, spesso su come arrivare a fine settimana. I bambini — quando non aiutavano — giocavano per strada, correndo tra le pietre e la polvere, costruendo mondi immaginari con quattro bastoni e un po’ di filo di ferro.
La miseria era ovunque: nei vestiti rattoppati, nei pasti frugali, nei racconti dei bombardamenti che ancora riecheggiavano nelle sere d’inverno, quando ci si radunava nelle piazze per scaldarsi con le parole più che con il fuoco. Eppure, la gente aveva uno spirito che oggi si fa fatica a ritrovare: una positività profonda, quasi testarda.
A Taviano si parlava ancora, a bassa voce, dei signori Caracciolo, una famiglia nobile che per secoli aveva dominato queste terre. Se ne ricordavano i vecchi, con rabbia o con rispetto, a seconda delle memorie: feudatari potenti, poi decaduti, ma con un palazzo che incuteva ancora soggezione a chi passava davanti. In paese si raccontavano storie mezze vere e mezze leggenda: banchetti sontuosi, cocchieri vestiti di velluto, e servitù che si piegava al loro passaggio.
Ma quel tempo era ormai lontano. I più fortunati partivano all’estero con la speranza in una vita migliore. Chi andava in Svizzera, chi in Germania, in Argentina o in America. Qualche volta vedevo passare carretti trainati da asini, pieni di valigie e cianfrusaglie, con ragazzini della mia età che mi guardavano con uno sguardo triste, ignari e spaventati
dall’inconsapevolezza del loro destino. Quegli stessi bambini che forse non sarebbero più tornati nella loro patria, o che avrebbero dimenticato persino la lingua madre.
Eppure, anche nella miseria più cupa, c’erano giorni che sembravano sospesi, pieni di luce e speranza. La terza domenica di febbraio, per la Madonna del Miracolo, tutto il paese si fermava: la chiesa esplodeva di canti e luci, e per qualche ora, nessuno sembrava più avere fame. San Martino, l’11 novembre, era invece il tempo del vino nuovo e delle castagne: bastava poco per sentirsi vivi. E poi la Pasqua, la Settimana Santa, le processioni lente e silenziose con le statue portate a spalla, e le donne che seguivano scalze, in segno di devozione. Le feste non portavano denaro, ma regalavano una scintilla di speranza. E, in quei tempi duri, bastava per andare avanti.

 

Estratto del libro di Giuliano Bruno, Una fanciullezza rubata, Midgard Editrice,

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(Disponibile sul nostro sito. Ordinabile anche sui maggiori bookstores, IBS, Amazon, nelle librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti.) 


venerdì 21 agosto 2026

I diari del Chewing Gum

 di Stefano Pischiutta.

 

 



«La gomma da masticare (detta anche gomma americana e in alcune parti d'Italia chiamata semplicemente gingomma, cingomma, cicca, giungomma, gigomma, ciccigomma, ciugomma, ciuinga, cingon, masticante, gommina, caramella a gomma o cicles, in inglese chewing gum) è un prodotto dolciario che a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato..» (wikipedia.it).

Frederick Perls, il padre fondatore e ispiratore della Psicoterapia della Gestalt, ha fondato il suo approccio terapeutico non tanto sui bisogni orali legati al piacere, quanto su quelli legati al mordere, all’aggressività, in cui il masticare, anziché l’ingoiare, rappresenta la modalità più creativa e assertiva. 
Talvolta, il masticare è più immaginato che vissuto. Per questo, il mondo immaginario a volte è molto più ricco di quello reale. Nel mondo immaginato si mettono in atto azioni e creazioni che nella realtà poi non si realizzano sempre. 
I due diari che presento qui sono immaginari, di pazienti immaginari, di cui sono stato immaginariamente lo psicoterapeuta e a cui immaginariamente rispondo, interagendo talvolta (in corsivo) con i loro diari, quasi come una voce fuori campo. 
A volte, quando si scrive un diario non si è totalmente sinceri, in quanto si ha paura che qualcuno un giorno lo possa leggere. Pertanto, i veri diari difficilmente vengono scritti. Questi diari del chewing-gum sono i soli, veri diari possibili. 
I diari sono liberamente ispirati alle storie di pazienti che ho avuto in terapia. Gli interventi che faccio “fuori campo”, in corsivo, all’insaputa dei miei pazienti, servono a suggerire loro, in modalità “asincrona”, un mio possibile intervento sui loro dubbi, incertezze, difficoltà; essi sono simili ai feedback che spesso do nelle mie sedute di psicoterapia, ma che spesso non do perché non li posso dare, per innumerevoli motivi che qui non posso spiegare. 
I diari ripercorrono i passaggi chiave di una psicoterapia, inseriti nel percorso di vita e di crescita dei pazienti, spesso facendo incursioni nel passato, prossimo o remoto, al di dentro e al di fuori del percorso terapeutico. 
Il dialogo terapeutico qui immaginato avviene in un luogo e in uno spazio “iperuranico”, che non esiste e che, forse, non può esistere.
I due pazienti che presento sono accomunati dall’avere lo stesso terapeuta e da un obiettivo comune: la crescita.



Estratto dal libro di Stefano Pischiutta, I diari del Chewing Gum, Midgard Editrice

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giovedì 20 agosto 2026

Nascondere un cadavere

 di Egidio Burnelli.


 


 

 

 

Seduto sul divano mi appresto a vedere l’evento di boxe. Estraggo il telefono dalla tasca e sblocco l’app di DAZN. Clicco sull’evento e collego il mio smartphone alla tv. L’apparecchio si illumina e compaiono le pubblicità che promuovono i vari match della serata.
Mi è sempre piaciuta la boxe, ma non so il perché. Nella mia famiglia nessuno apprezza questo tipo di sport. Mia madre dice che è troppo violento e le fa senso vedere delle persone che si picchiano. Mio padre dice che è uno sport violento da “fascisti”, ma dice questo riguardo a tutti gli sport da combattimento e inserisce in questa categoria anche il rugby. Però, lui non fa testo, visto che gli interessa solo il calcio e lo annoiano tutti gli altri sport in generale. Infine, ci sono le mie sorelle che credo non abbiano nemmeno mai riflettuto sul concetto di sport e, tantomeno, sugli sport da combattimento.
Mentre scorrono le immagini, che vengono commentate dai telecronisti che elencano le varie caratteristiche dei lottatori, passa mia madre che sta mettendo in ordine i vestiti della mia valigia e sospira:
«Proprio come il nonno.»
Nonno non c’è più da molto tempo, è morto quando io frequentavo la quarta elementare. Mia madre dice che lui, suo padre, era un grande appassionato di boxe e non si perdeva mai un incontro di Cassius Clay. Era così appassionato del pugile statunitense che, quando veniva dato un incontro in televisione, il nonno lo registrava su videocassetta. In questo modo poteva rivedersi l’incontro quando più gli stava comodo. Purtroppo, io ho conosciuto il nonno solo per poco tempo. A quella giovane età ero molto più appassionato di wrestling, perché i lottatori avevano costumi sgargianti ed eseguivano mosse spettacolari. Se fosse vivo ora, credo che guarderemmo la boxe insieme e ci scambieremmo numerosi aneddoti e pareri.
Sta per iniziare il primo incontro tra due giovani lottatori che non conosco nemmeno per sentito dire. Non sapendo nulla di loro, voglio seguire con attenzione il match per vedere se avrò un nuovo idolo del ring da seguire e ammirare in futuro. Pertanto chiedo a mia madre se può fare più piano o se può disfare i miei bagagli domani, così le potrò dare una mano anch’io. In effetti, mi dà fastidio che faccia tutto lei mentre io sono stravaccato sul divano, ma dopo le sei ore di treno sono completamente fuori gioco. Sono tornato da Modena, dove studio storia all’università. Sono tornato nella mia Perugia per passare le vacanze di Natale in famiglia. Anche se le feste mi fanno schifo e in particolare odio le feste in famiglia, questo è l’unico modo per rivedere tutti i parenti nel minor tempo possibile. In questo modo potrò avere anche del tempo per studiare e rivedere gli amici che sono rimasti in città.
Mia madre risponde che vuole fare tutto adesso, perché non bisogna mai rimandare al domani quello che si può fare oggi o una cosa del genere… io ormai non la sto ascoltando. La campanella è suonata e i miei occhi, il mio udito e la mia intera essenza sono concentrati a vedere il combattimento.
I due sul ring iniziano a scambiarsi i primi colpi che… suona il mio telefono. Che sega!!! Lo prendo e leggo sul display “LUCA”. È un mio carissimo amico e gli voglio un bene dell’anima, ma in questo momento vorrei stritolare il telefono e Luca stesso, urlargli contro che non deve rompere i coglioni a quest’ora, che sono stanco e che voglio godermi l’evento di boxe in pace per tutta la notte.
Invece, dico solo «Pronto.»
«Gigio, sei a Perugia?»
Rispondo di sì. La voce dall’altra parte sembra un po’ tesa e sovreccitata. Avrà pippato anche stasera. 
«Bene, grande. Puoi passare da me? ... Tipo adesso, ora?» 
Vorrei dire “non ho voglia”, ma la voce non sembra solo quella di una persona eccitata, bensì come quella di qualcuno che ha urgentemente bisogno che lo tiri fuori dai casini. Questo non è da Luca, c’è qualcosa di strano sotto. Sono costretto ad accettare.
«Va bene, dammi il tempo di vestirmi e arrivo.»
«Tanto sai dove abito, vero?»
«Sì, Luchino. Sono già venuto da te l’anno scorso.»
Luca abita in soffitta. Sua madre l’ha messa a posto e resa abitabile per farci vivere Luca. Ormai, a causa della sua tossicodipendenza, la situazione in casa Giachetti era invivibile; litigi continui tra lui e la madre. Farlo vivere in soffitta è stato l’unico modo per evitare i litigi e tentare comunque di controllare Luca allo stesso tempo. O almeno queste erano le intenzioni della madre. Quando l’anno scorso sono andato nella casa-soffitta, mi sono dovuto sorbire la serie Netflix di Rocco Siffredi insieme a Luca e altri otto tossici che ogni tre secondi stendevano una striscia di cocaina e facevano discorsi incentrati solamente su droga e figa.
Chiudo la telefonata e, a malincuore, spengo la tv. Vado in camera, metto le scarpe e dico a mia madre che esco.
«Dove vai?»
«Esco fuori con Luca, è da tanto tempo che non lo vedo.»
Detto questo, chiudo la porta di casa alle mie spalle ed esco dal palazzo.



Estratto dal libro di Egidio Burnelli, Nascondere un cadavere, Midgard Editrice

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mercoledì 19 agosto 2026

Battiti eterni

 di Bruno Basentini.

 


 

 

 

Amore effimero

 
In un momento spensierato
Accanto a te mi son trovato 
Il tuo sguardo nel mio era perso
Rispetto a tutt’altri era diverso 

Iniziammo a parlar con intensità 
Il nostro dialogo cercava stabilità 
D’improvviso ci fermammo 
Molto vicini ci abbinammo

Ciò nonostante il fulmine non mi colpì 
Ma decisi di rimanere con te lì
Abbiam provato ad amarci
Ma sciocchi siam stati nel provarci

Con meno furore dovevamo agire
Conoscevamo già il divenire
A qualcosa in più non potevamo ambire



Dafne

 
Piccola ma pungente
Sei comparsa prepotente
Ma non in maniera imminente 

La mia testa dilagante 
Tu subito sottostante
Io inizialmente non comunicante

Entusiasti di sentirci
Impazienti di vederci
Incapaci di amarci


Erba delicata

 
Mi sembravi una delle tante
In seguito capì che eri per me importante 
Indossi una maschera forte e sfacciata 
Ma in realtà sei un’erba delicata 

Fredda con la massa
Non con chi ti rilassa 

Per la strada ci siamo persi 
Forse perché troppo diversi
Vero è che non potrò aiutarti
Ma sempre il meglio vorrò augurarti



Estratto dal libro di Bruno Basentini, Battiti eterni, Midgard Editrice

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venerdì 31 luglio 2026

Intervista a Valeria Lorenzini

 



Come nasce il libro Roba da umani?

Questo romanzo nasce dall’esigenza di voler condividere la gioia di chi ha la fortuna di vivere accanto a un animale e di far comprendere quanto questa condizione possa arricchire la propria vita. Grazie ad una tenera storia d’amore sullo sfondo, sì potrà affrontare anche il tema della crudeltà umana, a conferma che l’uomo è l’animale più feroce del creato.


Quali sono le tematiche principali dell’opera?

Il maltrattamento degli animali, oltre che dalla ferocia di alcune persone, nasce anche dall’ignoranza. Sono in molti a pensare che gli animali non siano esseri senzienti o che percepiscano il dolore in modo più attenuato rispetto agli esseri umani. E’ stato, invece, scientificamente provato che questo non risponde al vero, inoltre, come avviene nel caso di esseri più fragili, come bambini e anziani, le vittime non riescono a spiegarsi il perché di ciò che subiscono, ammesso che possa esserci una ragione di tanta crudeltà.


Quali autori e autrici ami leggere?

Margaret Mazzantini della quale ho adorato lo stile e le storie, così dure, ma così reali.
Khaled Hosseini con le sue storie vere, ma così difficili da accettare, narrate con
un’incredibile dignità.


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(Da oggi disponibile sul nostro sito, nei prossimi giorni ordinabile anche su Amazon, IBS, librerie indipendenti e Feltrinelli)