di Daniela Spattini.
Sono venuto al mondo in una fresca notte di giugno, in una tipica fattoria australiana, di quelle che si vedono nei film. La mia prima casa si trovava in un posticino dimenticato da tutti alle porte di Warwick, nell’entroterra selvaggio del Queensland, ma ricordo che l'erbetta era verde e sentivo il venticello sfiorarmi delicatamente il nasino. Sono nato felice, entusiasta di iniziare la mia vita. Quante cose c’erano da imparare, vedere, conoscere, sperimentare!
I primi giorni ero solo un batuffolo buffo ed impacciato, e me ne stavo appiccicato ai miei sette fratelli e sorelle, mentre la nostra mammina ci riscaldava e ci dava il suo lattino per farci crescere sani e forti. Si chiamava Jade, ed era stupenda. Le ho voluto un bene immenso e non me la dimenticherò mai. Ci ha insegnato lei le primissime cose che c’erano da imparare, è stata lei a farci scoprire quant’erano dolci le leccatine reciproche, ed è grazie a lei che abbiamo capito quant’era bello starsene raggomitolati tutti assieme, al calduccio. Ci ricopriva di attenzioni e non ci mollava di vista per un secondo, era premurosa e tenera, protettiva e luminosa - come una coperta calda in pieno inverno o il primo raggio di sole dopo giorni di pioggia.
Non appena ho mosso i miei primi passi, ho cominciato ad esplorare il mondo al di fuori della mia cuccia, e mi sono ritrovato davanti a tanti animaletti strani e buffi, molto diversi dai miei fratellini. Saltavano su due zampe lunghe e piatte e alcuni portavano i loro piccoli nella pancia - erano davvero particolari! Erano morbidi e simpatici, alcuni più piccoli e fulvi, altri rossi e più grandi. Solo qualche tempo dopo avrei visto due esemplari imponenti affrontarsi in uno scontro di boxe, ma questa è un’altra storia.
Questi animaletti saltellanti mi lasciavano avvicinare senza scappare, a differenza delle galline, che starnazzavano impaurite correndo di qua e di là, senza capire che non le avrei mai mangiate – perché non potrei mai far del male a nessuno, nemmeno ad una mosca. Oddio, ho detto una bugia. Una volta volevo tanto giocare con il mio amico grillo: lui mi saltava intorno felice e io, con la mia zampetta, seguivo i suoi movimenti. Abbiamo giocato così per un po’, lui a fare su e giù e io a imitarlo, finché per sbaglio non l'ho calpestato e lui ha smesso di saltare. Non ha più fatto niente e io son rimasto così, incredulo e senza capire cosa fosse successo. Mi si è spezzato il cuoricino… non l’avevo fatto apposta, io volevo solo giocare con lui…
Ad ogni modo, ho fatto tantissimi giochi con i miei amici canguri e wallaby, soprattutto con i cucciolini della mia stessa età. Saltavamo insieme, ci rotolavamo nell’erba, ci rincorrevamo e ci mordicchiavamo a vicenda.
A volte, insieme ai cangurotti e ai miei fratellini più audaci, andavo a salutare le mucche che abitavano nella nostra fattoria. Nonostante fossero miti e pacate, erano talmente grosse e imponenti che ci incutevano un certo timore, e ci tenevamo sempre a debita distanza. Ci raccontavano di quando venivano lasciate libere a pascolare placidamente nei campi circostanti – campi infiniti, caldi, silenziosi. E ci dicevano quanto adorassero la pace di quei pascoli, la tranquillità del vento caldo, il profumo terroso del suolo rosso. Poi muggivano bonariamente – dicendoci quanto fossimo fastidiosi noi piccoli animaletti vivaci, e ci invitavano graziosamente ad andare a giocare da qualche altra parte.
Allora andavamo ad importunare i due cavalli, che ci guardavano con quell’aria paziente e un po’ annoiata di chi ha già visto tutto. Erano alti e maestosi, con le criniere mosse dal vento e gli occhi profondi e tranquilli. Noi saltellavamo lì attorno, ma a loro non interessavamo minimamente: ogni tanto ci degnavano di uno sbuffo dalle narici o di un leggero colpo di coda, e anche solo farli voltare verso di noi ci sembrava una grande vittoria.
A fine giornata, sfiniti, io e i miei amici ridevamo sdraiati a pancia all’aria, esausti da tutte le nostre attività. Erano giorni felici e spensierati, le giornate erano fresche e piacevoli… ma iniziavo a percepire una strana sensazione, come se avessi bisogno di qualcosa di più, anche se non sapevo bene cosa fosse.
Mi sono tenuto dentro questa sensazione di mancanza, di nostalgia non del passato ma di qualcosa che doveva ancora venire. Intanto, però, non ho perso tempo nel diventare un furbino e combinarne di tutti i colori. Quei dentini che crescevano non mi davano pace… un prurito continuo, un’irresistibile voglia di mordicchiare qualunque cosa mi capitasse sotto il naso, un’energia infinita… niente era più al sicuro. E così, giù a mordere tutto quello che trovavo attorno a me!
Addio spazzole, scarpe, asciugamani dimenticati fuori un minuto di troppo. Addio divano, oggetto fantastico e irresistibile, che ho scoperto esistere quella volta che sono riuscito a sgattaiolare in casa della mia allevatrice: senza nemmeno pensarci un istante, preso dall’istinto e dall’euforia, mi sono lanciato ad azzannarlo come se non ci fosse un domani. Stanco ma fiero, l’avevo fatto fuori come un piccolo guerriero alla sua prima vittoria, e soddisfatto osservavo i brandelli di spugna e di stoffa svolazzare ovunque come coriandoli, inconsapevole che un giorno avrei imparato a rispettare – e persino adorare – questo mobile così straordinario.
Addio anche ai giochi pacati con i miei fratellini, con i canguri e con i wallaby – stavamo crescendo e ormai i nostri dentini si erano affilati per bene, e non appena si esagerava un po’ – AHI! E allora via a cercare qualcos’altro da infilzare. Bastava un angolo di legno, una corda, un pezzo di stoffa penzolante: tutto poteva diventare il bersaglio perfetto per i nostri attacchi da cuccioli pieni di vita.
Estratto dal libro di Daniela Spattini, La felicità profuma di panettone, Midgard Editrice
https://midgard.it/product/daniela-spattini-la-felicita-profuma-di-panettone/
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