Buonasera, come nasce La morte di Ercole?
Ogni volta che mi è capita di visitare i ruderi degli antichi Templi non posso fare a meno di pensare che quegli edifici un tempo erano vivi, gremiti di fedeli devoti alle diverse divinità.
Ho sempre cercato di immaginare come siano stati poi abbandonati; come si saranno sentiti gli ultimi sacerdoti che li custodivano, come è accaduta la loro fine.
Improvvisa e drammatica?
O magari con un lento declino.
Da lì è nata l’idea di questo racconto.
Quali sono le tematiche principali di questa tua opera?
Fondamentalmente il tema è il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, immaginato come uno scontro cruento fra due mondi antitetici.
E vista con gli occhi dei Pagani.
La scrittura è scorsa via veloce oppure hai dovuto meditare su alcuni punti della storia?
Prima di tutto ho dovuto documentarmi.
In particolare sull’epoca imperiale del IV secolo.
E poi su come questo passaggio è raccontato dagli storici.
Durante questo lavoro ho riflettuto sulle analogie sulla fine di questo mondo e quello della Vienna asburgica raccontata da Joseph Roth ne “La Cripta dei Cappuccini“.
Questo mi indotto a costruire il breve romanzo seguendo passo dopo passo la storia narrata da Roth, anche utilizzando talvolta le stesse sue parole.
Un’operazione che ho già sperimentato nei miei precedenti romanzi, “La Sesta Stagione” e “Il segreto di Cardano”, dove i romandi di riferimento erano il primo e l’ultimo di Thomas Mann.
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