di Silvana Di Girolamo.
È ancora presto quando Silvia esce di casa e si avvia verso il centro della città, il freddo della mattina autunnale è già indurito dalle avvisaglie dell’inverno, come accade spesso a Perugia, la sua città d’adozione. E’ una studentessa fuori sede che si dibatte in una cronica povertà di mezzi, cercando di farsi bastare i pochissimi soldi che la sua famiglia le spedisce dall’Abruzzo, senza regolarità né convinzione. Non si erano opposti quando aveva espresso il desiderio di andare a studiare a Perugia, dove c’era già la sua amica Daniela che l’avrebbe aiutata ad ambientarsi, di fatto però l’avevano abbandonata a se stessa, considerando i suoi studi come una costosa stravaganza che non potevano permettersi o, piuttosto, non volevano.
Abita nel quartiere di Elce in una casa fatiscente e disagiata dove prima di lei sono passati altri studenti poveri; quando vi si è trasferita ha trovato un poster abbandonato, pendente dalle pareti della camera e altre tracce del loro passaggio. È una casa molto umida, con un odore di sottobosco che ha subito impregnato i suoi libri e tutte le sue cose; il bagno è situato sulle scale esterne che sono di passaggio anche per gli altri abitanti dell’edificio e sono anche prive di portone, così, se malauguratamente di notte ne ha bisogno, si ritrova praticamente all’aperto e deve anche stare ben attenta a non rimanere chiusa fuori.
Tuttavia non se ne addolora più di tanto, neanche quando, con l’arrivo dell’autunno, l’umidità è talmente aumentata che ha dovuto scostare il letto dalla parete: rimane il vantaggio di un affitto modesto e di poterci vivere da sola. È scappata via da un appartamento condiviso con altre tre ragazze e un numero imprecisato di ospiti stanziali, il bagno sempre affollato e sporco come il resto della casa; lei, col suo carattere schivo e anche un po' ossessionato dall’ordine e dalla pulizia, soffriva quella promiscuità come una costrizione insopportabile che non ha più voluto imporsi. Sulla scia di questa rivoluzione abitativa, ha anche deciso di provare a bastare a se stessa e di cercarsi un lavoro.
Intanto è arrivata davanti alla mensa universitaria, comincia a salire le scalette del costone sotto la chiesa di San Francesco al Prato, sul versante opposto si trovano le segreterie universitarie, i padiglioni della Casa dello Studente e poi, più in alto, la collina di Monteripido e la torre del Cassero di Porta Sant’Angelo, uno scorcio della città in tutta la sua scabra bellezza.
Quando l’aveva vista la prima volta, adagiata sul suo colle, turrita e scintillante alla luce del tramonto di fine settembre, non aveva provato nessuna emozione, era troppo presa da quell’atmosfera aurorale di nuovo inizio, il rito di passaggio che è l’arrivo nella propria città universitaria, ma poi, se ne era innamorata quasi subito. Aveva cominciato ad apprezzare le sue forme severe e possenti, i suoi profili, aspri come il suo clima invernale, sferzato dall’implacabile tramontana, quando Corso Vannucci si svuota dello struscio serale e rimangono le luci gialle dei locali come in un quadro impressionista.
Il nucleo più antico con le vie storiche, la piazza con il Palazzo comunale e la Fontana con le formelle dei mesi, è vicino a Porta Sole, che Dante nomina nel canto di San Francesco e che offre la migliore prospettiva della città, circondata da un paesaggio di forre e burroni scoscesi, stemperato dalla grazia delle basiliche di Assisi, ben visibili in lontananza.
Estratto dal libro di Silvana Di Girolamo, Racconti di strada, Midgard Editrice
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