lunedì 26 gennaio 2026

La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza

 di Paola Gileno Fusco.








Non è facile ripercorre le tappe di un dolore soprattutto quando riguarda il ricordo di una malattia grave che mette a rischio non solo la propria vita, ma mette in pericolo la serenità di due bambini già privati dalla “natura matrigna” del proprio padre.
Questa storia ripercorre le vicende della vita della mia famiglia e il filo conduttore che le lega è il tumore, alla mammella e non solo.
L’arco della storia che racconto è abbastanza vasto: si parte dal 1963 per arrivare al giorno d’oggi e si raccontano storie ed emozioni che non sono esattamente cronologiche, ma seguono un arco per lo più emotivo.
Si parte dal 1963, la malattia di mia madre, nodulo alla mammella, che fu scoperto e con rapidità operato alla Fondazione  Pascale di Napoli e si ripercorre l’arco genetico familiare che parte da mia madre per approdare a mia figlia .
Di quattro donne “innocenti” soltanto una soccombe, mia sorella che apre una ferita non ancora rimarginata nel cuore di tutti noi : aveva 33 anni e tre figli da crescere.
Mi sono ispirata all’umile e caparbio fiore della ginestra, poeticamente raccontato da Leopardi, perché continua a nascere in terreni difficili , ogni anno risorge e ci regala il meraviglioso colore giallo, simbolo della felicità e della speranza, della positività, dell'energia e dell'ottimismo.   
Anche il malato che guarisce rinasce dalle sue ceneri, come la ginestra.
Le mie parole e il mio racconto vogliono essere un incoraggiamento per tutte le donne che si ammalano a non arrendersi e ad  uscire dal macrocosmo pieno di paure, a guardarsi intorno, a vedere con occhi diversi la natura, il mondo, il sorriso delle persone, a non perdersi nulla, dal minimo gesto d’amore ad un abbraccio sentito.
Per raccontare ho aspettato anni: ricordare è un atto di coraggio che è diventato per me stranamente un atto di liberazione, perché i ricordi difficili vengono magicamente trasferiti altrove, volano sulla carta e chiedono di diventare speranza ed amore più appassionato della vita. 
Io sono insieme a tutte le donne “amazzoni” che vivono con una piccola o grande menomazione del seno. Siamo una squadra numerosa che deve trasmettere forza e speranza.
«Perfino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome ad una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza; è un gesto letterario prima ancora che una questione medica».
Siddhartha Mukherjee non è solo un eccellente oncologo, ma uno studioso che comprende la creatività della letteratura scientifica nell’attribuzione dei nomi dati alla malattia.
La brevità del nome e il suo potere evocativo aiutano a comprendere la tipologia del male e a definirlo.
I molteplici nomi della malattia si pronunciano a bassa voce, per non svegliare il demone che vive dentro  di noi e che è entrato a nostra insaputa, senza una logica, senza un progetto. Arriva in silenzio, il mostro, e non chiede permesso e soprattutto non si fa riconoscere facilmente. Si rende invisibile finché può e vive indisturbato all’interno delle nostre cellule con l’intento di recare danno e dolore quando decide di uscire allo scoperto.
I nomi delle malattie antiche, dice il nostro oncologo Siddharta Mukherjee, sono metafore: tifo, una malattia che colpisce come una tempesta con accessi improvvisi di febbre, deriva dal greco thiphon, il padre dei venti; il termine influentia racconta di medici medievali che pensavano che le sue cicliche epidemie fossero provocate da stelle e pianeti che si avvicinavano o si allontanavano dalla terra.



Estratto da La Ginestra di Leopardi, il fiore della speranza di Paola Gileno Fusco, Midgard Editrice


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sabato 17 gennaio 2026

Hypnotic: viaggio verso l'infinito

 di Maria Elena Gatto.












Secondo alcuni studi la dinamica dell’amore è spiegata con la compatibilità degli esseri, con una certa simbiosi, per cui e i due innamorati si pensano come un NOI.
Relazioni tossiche? 
La relazione tossica, generalmente, si crea quando uno dei due partner non accetta la libertà dell’altro, vuole vederlo ripetutamente, vuole sentirlo costantemente, vuole starci sempre insieme. 
C’è un NOI in questa relazione? 
Evidentemente no, per molti motivi.
Manca lo SPAZIO, il TEMPO, la RESISTENZA, senza queste non si crea una relazione sana ma bensì una manipolata.
L’idealizzazione non corrisponde alla realtà.
C’è una conclusione? 
Ebbene sì, perché successivamente tutti noi ci accorgiamo che la vita è fatta di tanto altro come le conoscenze del prossimo e delle ORIGINI. 
È essenziale l’equilibrio.
Cos’è la reciprocità? 
Il nostro cervello è una macchina particolare, che ci permette di captare ogni azione, a cui corrisponderà una reazione.
Si può manipolare? 
Certamente.
La manipolazione emotiva o psicologica per esempio è un tipo di influenza, che con metodi subdoli e subconsci, intacca la nostra mente. 
Sostanzialmente possiamo dire che il manipolatore è colui che con metodi illusori tende nel far cambiare la percezione della realtà alla vittima. 
Il suo obiettivo è quello di gratificare solamente se stesso.
Secondo Ombretta Cecchini bisogna puntare a realizzarsi mentalmente e psicologicamente in maniera corretta, esponendo al partner o al prossimo i nostri dubbi e i nostri problemi.
Per quanto riguarda le relazioni di coppia, lei sostiene che queste hanno diverse sfaccettature, con problematiche totalmente differenti. 


Estratto da Hypnotic: viaggio verso l'infinito di Maria Elena Gatto


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giovedì 8 gennaio 2026

Gianni Bar

 di Frank Minozzi.







Menco - Domenico, quando vestiva giacca e cravatta - vendette il TIR, suo amico più che fraterno da una vita, per acquistare un barettino in periferia (possibilmente dotato di ampio parcheggio: oggi non si fanno più di dieci metri a piedi!), perché, a suo dire, era arrivato il momento di meglio disciplinare quanto rimaneva del suo errabondo campare.
Niente da eccepire, comprensibile aspirazione, da assecondare.
Il Paolino, dal momento che la figlia e il compagno si erano trasferiti in città (nella capitale per la precisione), rimasto solo con l'aiutante Abdullah, extra comunitario – la moglie lo aveva "lasciato" di recente, a causa del solito "male incurabile" - decise di appagare il desiderio del Riccini, che da sempre aspirava all'acquisto del poderino (pochi ettari) del Paolino, appunto, confinante con il suo, per dare maggior consistenza e appetibilità alla sua proprietà.
Il Paolino, nella trattativa, come richiesto dal Riccini, concesse pure l'Abdullah (gratuitamente!), perché era un affare per entrambi: chi meglio di lui sapeva dove le galline facevano l'uovo e le chiocce covavano? Vi pare poco? Ciò, come vedremo, era garanzia di affidabilità!
Qui apriamo un piccolo spaccato di vita agreste, giusto per capirci e approfittare di un approfondimento delle nostre reminiscenze chianine e il tutto in forma squisitamente gratuita (vien da dire: calmati novello cultore di quanto con semplicità asseriva il poro Platone, tsè!!). Un'occasione, comunque, invitante!!
Le aie dei contadini di una volta erano molto capienti, erano pressoché il centro di tutte le più importanti attività, giornaliere e periodiche. 
Dovevano essere comode, per sistemarvi, ad esempio, tutti i componenti l'operazione della trebbiatura (trattore, cinghione, trebbia e scala), che impegnavano l'occupazione di uno spazio, in lunghezza, di venti metri e passa. La scala, ultimo elemento dell'operazione della "battitura", riversava la paglia nel posto in cui, più o meno, lo stollo indicava da quasi sempre dove si sarebbe eretto il pagliaio.
L'aia quasi sempre era delimitata, nel versante prospiciente l'inizio dei campi, da siepi, generalmente di sambuco, perché resistente alle intemperie e in primavera / estate con fioriture intensamente profumate, che contribuivano ad alleviare quanto tutta quella caterva di animali indisciplinatamente rilasciava qua e là, senza ritegno!
Nell'aia, dicevamo, veniva sistemato anche il pagliaio del fieno e della lolla (pula, il rivestimento dei chicchi del grano).
Non a caso è stata resa appropriata quell'antica sentenza, in cui si definiscono sciocche le galline.
E questo forse è vero perché, ad esempio, queste non sempre depongono le uova nelle apposite ceste, che per comodità e funzionalità la massaia dispone nei luoghi in cui poi vengono sbrigativamente raccolte.
Anzi alcune, secondo quella legge (come sostiene il buon Mainardi) legata all'istinto di sopravvivenza della specie, scelgono nuovi siti e anfratti in cui deporle, tra i più reconditi e quindi di difficile individuazione.
A coronamento di ciò, un plauso alla Rossa della televisione, da rispettare e condividere per l'impegno e l'amore con cui perora la causa degli animali, nel raccontare almeno un paio di spettacoli che le rendono giustizia.
Noi, un po’ indifferenti, in questo caso ci siamo dovuti rivedere, perché fortemente coinvolti: la chioccia, sbucata da chissà dove, che precedeva una covata di pulcini (sette o otto) e che nessuna massaia - padrona della situazione - si sarebbe mai aspettata di vedere!
Che cosa era successo?
Semplice: alcune galline, con la benedizione del gallo, scegliendo di deporre le uova in un luogo tipo pagliaio o siepi, avevano permesso alla chioccia di turno di covarle e, nel giro di una ventina di giorni, autorizzata anche a strombazzare l’eccezionalità dell'evento, si era concessa il vezzo di far sfilare nel firmamento dell'aia i suoi piccoli e il tutto, pensate, senza l'intercessione della "massaia levatrice", da sola!!
Il nostro stupore ci ha imposto un approfondimento, che non poteva che confermare che l'istinto della conservazione della specie (nane mute volgarmente e faraone, quali ultime addomesticate) era così pregnante da ricalcare gli albori delle nascite delle specie, appunto!



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