martedì 28 agosto 2018

Recensione di Hyperborea 2

di Davide Zaffaina



Dopo il successo dell’edizione 2017, Midgard editrice firma un’altra antologia di spessore e di sicuro successo: Hyperborea 2018.
Si tratta di un’antologia composta da cinque racconti brevi di genere fantasy ovvero cinque racconti ognuno di un sottogenere diverso del fantasy per dare al lettore un’ampia vista su un panorama ricco e diversificato.
Cinque autori dalle età e dalle sensibilità molto diverse, che vivono in città tutte diverse e che raccontano ognuno storie originali che si snodano all’interno dell’antologia seguendo un filo comune, un concetto comune che mai come al giorno d’oggi mi sembra di enorme importanza: la dura realtà riposa sotto strati di morbide e comode apparenze.
Mai come in questa antologia, a mio parere, il fantasy si rivela nella sua più nobile forma di cultura con la “c” maiuscola; immaginificazione della realtà capace di meglio descriverla tramite metafore ed allegorie così da renderla più evidente agli occhi del lettore sensibile, il quale non può non accennare almeno ad una riflessione sulla realtà che lo circonda dopo aver assaporato una lettura davvero piacevole e coinvolgente.
Da questo punto di vista, e non solo, Hyperborea 2018 centra in pieno il bersaglio.

Gianantonio Nuvolone – “Solamente un colpo di spada”.
L’autore pavese, vincitore con gran merito di questa edizione del concorso Midgard Narrativa 2018, ci propone un classicissimo Sword and Sorcery in piena regola; rispettoso di tutta la grande tradizione del genere e perfettamente rispondente a tutti i suoi crismi.
Eppure si tratta di un racconto innovativo: basti solo pensare al titolo; in tutto il racconto, infatti, il protagonista porta un solo colpo di spada… Fatto davvero non comune in uno Sword and Sorcery.
Enak-baut, giovane e scaltro guerriero allevato da un uomo che gli ha fatto da padre e da una femmina che non lo ha partorito, è un girovago che di terra in terra accumula esperienza, saggezza e forza. 
Si imbatte, un giorno, in terre desolate e decadenti sede dell’ antichissimo regno di Beishtan le cui glorie sono solo ricordi e i cui abitanti sono solo fantasmi del passato.
L’autore descrive ogni particolare di questo tetro luogo utilizzando in maniera impeccabile un linguaggio forbito ed una sintassi estremamente efficace. Queste piacevolissime caratteristiche stilistiche si ritrovano costantemente lungo tutto il racconto.
Mosso da un misto di interessi e compassione, Enak-baut si troverà a voler aiutare il Re di questo sperduto quanto fu potente regno nell’impresa di distruggere un ben più potente nemico: il Re stregone Wolthom, unico artefice della maledizione che da secoli aleggia sul regno di Beishtan sotto forma di venefica nebbia violacea che tutto permea.
Per portare a termine il suo periglioso viaggio e la sua pericolosa missione, il giovane guerriero dovrà superare prove di coraggio, forza ed intelligenza onde contrastare una magia che sempre serpeggia nell’aria e sempre lo contrasta senza però mai essere troppo evidente e plateale.
L’autore descrive ogni singola prova e l’abilità con le quali Enak-baut le affronta in maniera tanto vivida che il lettore le vede prendere letteralmente vita attorno a lui come se indossasse un visore di realtà virtuale.
Unico filo di Arianna cui il lettore può appigliarsi per non perdersi in questo affascinante quanto oscuro mondo sono le parole dell’autore; seguendole come briciole lasciate da Pollicino, si potrà seguire una trama piena di colpi di scena fino ad approdare ad un finale quanto mai inaspettato in cui, come dicevo prima, tutto ciò che appare altro non è che, per l’appunto, apparenza atta a nascondere alla perfezione una ben più triste e cruda realtà. Quale? A voi la lettura.

Domande all’autore:
D - Viene citata la Cimmeria; un omaggio a Conan il Barbaro? Quanto devi e quanto sei affezionato a questo personaggio?
R - Quando mi avvicinai alla saga per la prima volta venni profondamente stupefatto dalla vitalità e dalla concretezza pulsante di Conan, un personaggio “assoluto” che col suo solo apparire domina la scena.
È proprio vero il giudizio dei critici e dei lettori più attenti: Conan è una personalità unica nei reami del genere Fantasy che si esplica e si rende conoscibile attraverso l’azione e l’avventura, l’impresa epica e il confronto vigoroso con le entità e le creature più meravigliose e atroci.
Questo è un eminente modello da seguire poiché ritengo che così nello Heroic Fantasy come in altri generi letterari che scaturiscono dall’Immaginazione il protagonista è soprattutto “ciò che fa” e che i migliori motivi di riflessione derivano dall’atteggiamento e dal comportamento del protagonista di fronte a determinate situazioni più che da filosofici soliloqui al chiaro di luna, cosa che ovviamente Conan non può permettersi.

D - Citi anche un Dio abissale di nome Ktul che non può non far pensare a Lovecraft ed al suo Cthulhu. Anche questo autore fa parte del tuo background?
R - Certo, è proprio come tu dici.
Il cosiddetto “Ciclo di Cthulhu” costituisce un pantheon ammaliante che offre innumerevoli suggestioni e spunti per l’ispirazione e implica molte questioni terrorizzanti come, per esempio, le presenze che si suppone risiedano o si nascondano nell’oscurità o tra le stelle o nelle pieghe del reale.
Lovecraft ha saputo creare atmosfere e situazioni terrificanti e “folli” come nessun altro autore prima di lui anche in virtù del suo coraggio al cospetto di possibilità e prospettive che potrebbero realmente mettere in crisi il “cosmo” nel quale abita l’uomo e che si ritiene sia governato dalla Ragione.
Lo rileggo e ancora lo rileggo sempre volentieri e lo considero inimitabile.


www.midgard.it/hyperborea2.htm

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